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Ala. Nato a Capranica (VT) nel [[1953]]. Deceduto per i postumi di un incidente stradale il [[6 aprile]] [[1978]]. Acquistato nel novembre [[1971]] dalla [[Viterbese]], gioca 2 partite nel Campionato Primavera [[1971/72]]. In seguito gioca con [[Palestrina]], [[Squinzano]], [[Frosinone]] e poi nuovamente con la [[Viterbese]].
 
Al giocatore è intitolato lo stadio comunale di Capranica. Era il nipote del dirigente biancoceleste [[Morera Trento|Trento Morera]].
 
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File:MoreraViterbese.jpg|Quarto in piedi da sinistra con la Viterbese, prima della gara con la Lupa del febbraio 1978

Versione attuale delle 21:48, 9 nov 2019

Manlio Morera

Ala. Nato a Capranica (VT) nel 1953. Deceduto per i postumi di un incidente stradale il 6 aprile 1978. Acquistato nel novembre 1971 dalla Viterbese, gioca 2 partite nel Campionato Primavera 1971/72. In seguito gioca con Palestrina, Squinzano, Frosinone e poi nuovamente con la Viterbese. Al giocatore è intitolato lo stadio comunale di Capranica. Era il nipote del dirigente biancoceleste Trento Morera.



dal "Corriere di Viterbo" del 3 aprile 2018:

Morera, fenomeno lieve e naif “Impossibile non volergli bene”

L’ex compagno Vitaliano Natali: “Tutto sinistro, con una magia ti metteva davanti alla porta. Alla Lazio non è stato molto fortunato, valeva D’Amico o forse di più”

Palmieri, con Manlio alla Viterbese “Giocava solo 10’? Erano da cineteca”

Per favore, diteci com’era Manlio Morera. Parlateci di lui, ora che sono passati quarant’anni da quei tremendi giorni, adesso che avremmo tanto bisogno di calciatori col talento e di persone vere. Spiegateci perché dopo così tanto tempo il ricordo resta, la commozione non diminuisce, e ci sono tanti curiosi che chiedono di Manlio, anche solo per avere visto quella targa e quella scultura al campo sportivo di Capranica. Gli almanacchi non dicono molto di una carriera che ha vissuto forse pochi momenti belli, per quanto negli anni ‘70 partire da un paesino di provincia e approdare al settore giovanile di una squadra professionistica non fosse cosa semplice. Meglio affidarsi al racconto di chi Manlio l’ha conosciuto bene, di chi lo ha apprezzato prima come amico e poi come compagno di squadra, e di chi invece lo ha scoperto pian piano e vive forse col rimpianto di non averglielo detto a voce alta, che la loro amicizia era così forte e inossidabile da annullare tutte le differenze, in quell’Italia di fine anni '70 così poco incline al trasversalismo.

IL RICORDO DI NATALI: Per definire il sentimento che lega a Manlio Morera il suo ex compagno di squadra Vitaliano Natali (uno dei migliori calciatori viterbesi degli anni ‘70), basta chiedergli come si chiama quel figlioletto che tanto lo impegna e tanto si fa amare. “Manlio, naturalmente - vi risponderà - come quel portento di calciatore che ho conosciuto nel settore giovanile della Viterbese. L’ho sempre ammirato per le sue qualità tecniche, tutto sinistro, portava avanti il pallone a testa alta, sapeva andare in porta o metterti con una magia oltre la difesa avversaria. Fuori categoria. Negli Allievi della Viterbese facevamo spettacolo, e giustamente l’allenatore della Juniores se lo portò via per giocare con quelli più grandi d’età”. “Le rivedo ancora le sue azioni e mi vengo- no in mente paragoni con Baggio, e non sono bestemmie. A parte la qualità del giocatore, c’era anche il modo di comportarsi in campo. Corretto, tranquillo, forse anche troppo a volte. Quando fece tre gol alla Lazio a Tor di Quinto, il minimo che potè succedere fu che se lo portarono subito via”. “Credo che alla Lazio non sia stato fortunato, valeva Vincenzo D’Amico e forse anche di più. Ma giocava per il piacere di giocare, e questo lo ha un po’ bloccato. Andò in altre squadre - Palestrina, Squinzano, Frosinone - prima di tornare alla Viterbese. Ma la nostra amicizia non ha mai sofferto di alti e bassi, e anzi si rafforzava con i tornei estivi dove giocavamo anche due partite al giorno. Una volta addirittura tre: un tempo a Nepi, 90’ interi a Civita Castellana dove minacciò di andarsene perché non mi facevano giocare titolare, e per finire la sera a Colle Diana. Perdemmo solo l’ultima. Manlio, io, Luciano Salvitti, un portiere fortissimo che si chiamava Oddi e giocò anche in serie B a Palermo. Sempre in un torneo estivo sotto l’Amiata lo vide giocare Toneatto che era in ritiro col Foggia. Una prestazione da fenomeno, per poco non se lo porta in Puglia”. “Era un ragazzo alla moda ma non si dava delle arie. Il lunedì veniva sempre a Marta, mia madre lo rimpinzava di padellate di pesce fritto. Appena possibile andavamo ai Cigni a ballare, era un drago con le ragazze. La famiglia lo seguiva ma stando da una parte, sbaglia chi dice che fosse stato raccomandato. Manlio era forte e basta”.

IL RICORDO DI PALMIERI: Viterbo, il ritorno a casa, ma non a certificare un fallimento, piuttosto come si dice adesso una ripartenza: a 24 anni, un’età in cui fai ancora in tempo a prendere un treno dignitoso, non in prima classe ma neanche in terza fumatori. Ottobre 1977 e Manlio indossa nuovamente il gialloblù con una società che però non ha più una lira e con una squadra che prima Marcello Alberici e poi Oscaretto Lini cercano di tenere insieme. Qui Manlio incontra Stefano Palmieri, romano, bella carriera giovanile con la perla dei successi nella “Primavera” della Roma. Famiglia semplice, operaia si sarebbe detto allora, e la scelta di non inseguire le chimere del pallone quando muore il padre e si deve crescere subito, e in fretta. Suppergiù la stessa età di Manlio, “ma lui era tutto quello che non ero io, e nonostante le differenze ci trovammo benissimo insieme. Ci sentivamo i padroni del mondo senza soffrire mai la noia, senza avere bisogno di acquisti costosi o passatempi da ricchi. Vestivamo allo stesso modo, le camicie con i bottoncini al collo, i maglioni a V. Condividevamo cose semplici, che però ci riempivano la vita. I pranzi da Gennarino, le sigarette al distributore a Tre Croci, i tozzetti che Alberici portava per distribuire a fine allenamento e che allo stadio non ci arrivavano mai”. “Sul campo era bravo, una seconda punta molto rapida, potrei accostarlo a El Shaarawi; tecnicamente forte anche se avrebbe potuto fare molto di più. Ma era lieve e naif, dentro e fuori il campo di gioco. Impossibile non volergli bene. Ogni tanto provavo a strigliarlo - Manlio te sei svejato? Gli urlavo - e lui ci metteva un poco più di impegno, e quel poco magari durava dieci minuti ma erano i dieci minuti indimenticabili di ogni partita”. “Per me Viterbo è stato il periodo più bello della vita, forse anche più del matrimonio. Non lo dico per retorica, ancora oggi rivedo davanti agli occhi nomi, luoghi, situazioni: Ennio Cuccuini, Gianfranco Boi, Roberto Carlucci, Franco Sala, e davanti a tutti Manlio che mi aspetta a Capranica con quella A112, infila la cassetta di Baglioni e ripartiamo cantando Signora Lia”. “Era azzurra col tetto bianco - aggiunge Vitaliano - aveva uno stereo come andava in quel periodo, quasi davanti al passeggero, per infilare le cassette dovevi piegarti e l’A112 era tanto bassa...”. “Avevamo battuto il Frosinone - racconta infine Stefano -, una partita che per Manlio aveva un sapore speciale perché lui ci aveva giocato e voleva far vedere che tipo di giocatore fosse in realtà. All’andata aveva esordito con noi, ma perdemmo per un autogol a due minuti dalla fine. Al ritorno segnò due gol uno più bello dell'altro. Toccammo il cielo con un dito. A L’Aquila, ultima partita prima della sosta di Pasqua, fu proprio Oddi a impedirgli di segnare con un paio di gran parate. Ci demmo appuntamento alla ripresa del campionato, per la partita con l’Alghero...”. Quel maledetto giorno di quarant’anni fa, Vitaliano e Stefano non salirono sull’A112 azzurra col tetto bianco. Ora aspettano di rivedere prima o poi l’amico di una vita, il compagno dei momenti più belli, e tornare a giocare a calcio tutti insieme.

Venerdì una messa per commemorarlo nella chiesa di Capranica






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