Sabato 6 dicembre 1997 - Torino, stadio Delle Alpi - Juventus-Lazio 2-1: differenze tra le versioni


 
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Stagione

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6 dicembre 1997 - 2.761 - Campionato di Serie A 1997/98 - XI giornata

JUVENTUS: Peruzzi, Birindelli, Ferrara, Iuliano, Torricelli, Di Livio (77' Zidane), Conte, Pecchia (58' Montero), Tacchinardi, Del Piero, F.Inzaghi (81' Fonseca). A disposizione: Rampulla, Dimas, Zazzetta, Rigoni. Allenatore: Lippi.

LAZIO: Marchegiani, Negro, Nesta, G.Lopez (36' Chamot), Pancaro, Fuser, Almeyda, Marcolin (46' Boksic), Nedved, R.Mancini (65' Gottardi), Casiraghi. A disposizione: Ballotta, Grandoni, Venturin, Rambaudi. Allenatore: Eriksson.

Arbitro: Sig. Boggi (Salerno).

Marcatori: 15' Del Piero, 26' Marcolin (rig), 34' Del Piero (rig).

Note: espulso al 61' Chamot. Ammoniti: Pecchia, Birindelli, Conte, G.Lopez, Nedved, Marchegiani, Nesta. Calci d'angolo: 8 - 6.

Spettatori: 45.000 circa.

Il biglietto della gara
La rete del vantaggio bianconero
Il calcio di rigore trasformato da Dario Marcolin
Un altro fotogramma della massima punizione assegnata ai biancocelesti
La rete-vittoria juventina
Un intervento in presa aerea di Luca Marchegiani
Luca Marchegiani protesta con l'assistente di linea dopo la concessione del calcio di rigore alla Juventus
Un intervento di Angelo Peruzzi
Josè Chamot rileva Giovanni Lopez

Chi può, salvi la Lazio. Intanto, riconoscente, la Juve si genuflette per tanta grazia ricevuta. Mai poteva pensare, nella giornata più infida e ad alto rischio per il suo futuro in campionato, che si sarebbe imbattuta nell'avversario ideale per smorzare gli affanni, riavviare il motore e rimettere le ruote a due metri da quelle dell'Inter. Ma qualche volta, più del singolo o dell'arbitro con la luna di traverso, sono gli allenatori a creare la differenza e a tracciare significativamente il percorso. Chi ha coraggio ed è lucido, come lo è stato Lippi nell'impostare una partita balorda solo in apparenza, non può avere timore di chi, al contrario, come Eriksson, risulta essere incerto e confuso, tremante e sbandato. Pur mutilando pesantemente il suo tasso tecnico, punendo Zidane per la sua "sfrenata" esibizione di Marsiglia, la Juve non ha smarrito le sue virtù essenziali, né ha patito il privilegio concesso dal suo allenatore ai muscoli e alla forza atletica, sui quali si è basato ieri il centrocampo bianconero. Accantonati anche i calcoli dovuti alla contemporanea assenza dell'altro transalpino Deschamps, Lippi si è fidato di una linea mediana vigorosa e irruente. Non si è spaventato, dunque, degli interrogativi sul piano qualitativo, dai quali molti si sarebbero fatti schiacciare.

I quattro centrocampisti (da destra a sinistra: Di Livio, Conte, Pecchia e Tacchinardi) hanno invece vinto ai punti il match nel primo tempo e dilagato poi nella ripresa, quando la Lazio, ridotta in dieci per l'espulsione di Chamot (15'), si è totalmente disintegrata. Per questo il risultato è bugiardo. Il successo di misura, sotto qualche aspetto contestato dalla Lazio per il rigore del 2 a 1 finale accordato da Boggi (intervento di Marchegiani su Del Piero) non premia la prestazione juventina, per quanto superagevolata dai disastri integrali provocati dalla difesa biancoceleste (Lopez e Nesta, in particolare, da mani nei capelli). Un salvataggio aereo di Nedved forse oltre la linea di porta (ennesimo gol fantasma al Delle Alpi, dopo quello ormai da antologia di Bierhoff), due miracoli di Marchegiani su un Del Piero da nazionale e un palo clamoroso di Inzaghi, a conclusione della più bella azione dell'incontro, hanno negato ai bianconeri una vittoria più larga. La Lazio, al quarto schiaffo in campionato, secondo consecutivo, un punto nelle ultime tre partite, sta affogando in una crisi di gioco, di identità e di risultati. Per rimontare lo svantaggio, Eriksson è perfino ritornato per un breve periodo al tridente (con Mancini più arretrato rispetto a Boksic, subentrato a Marcolin, e Casiraghi) ottenendo in cambio effetti catastrofici. Cacciato poi Chamot, è stato costretto a ricambiare in corsa, togliendo Mancini per inserire Gottardi in difesa, mantenendo tre uomini in mezzo al campo.

Ma al di là dei nomi e dei moduli, l'unico dato rilevante è che la Lazio si è trasformata in un gruppo senza capo né coda, lacerato da mille incomprensioni e cento spaccature. Eriksson sembra aver perso di mano la situazione. Tra lui e Signori, la società non avrebbe dovuto coltivare il minimo dubbio: avrebbe dovuto mandare via tutti e due. Irragionevolmente baciato da un credito illimitato, questo tecnico, che in dieci anni di carriera italiana si ricorda soltanto per aver buttato via uno scudetto con la Roma già vinto, è riuscito finora a impoverire la Lazio, a deprimerla e non a esaltarla come doveva. Il Rapid Vienna domani sera e le due tappe casalinghe contro Brescia e Vicenza (14 e 21 del mese) arrivano giusto a punto per tendergli una mano. Prima che si cominci a parlare di esonero.


La Gazzetta dello Sport titola: "Una vittoria che dà anche morale per la battaglia europea. Quasi una tappa a cronometro fra lo stadio di Marassi e il Delle Alpi. Alla fine, la Samp blocca l'Inter. E la Juve si ritrova più vicina alla capolista. La Juve rialza la testa. Contro la Lazio ritrova il miglior Del Piero e ricomincia a correre: l'Inter non è più tanto lontana. Brutte notizie per Eriksson: la Lazio è in stato confusionale, con un Mancini assente e una difesa in chiara difficoltà, resta in dieci e incassa la quarta sconfitta in campionato. Lippi invece può stare allegro: i suoi hanno ritrovato la forma migliore. Il dominio è stato assoluto, nonostante l'assenza di un uomo importante come Zidane: oltre ai due gol, la Juve ha colpito il palo due volte e ha mancato d'un soffio la terza rete. Ma soprattutto ha impressionato per la coesione fra i reparti e la condizione atletica".

Continua la "rosea:" Riecco Del Piero, ma soprattutto riecco la Juve. Una Juve capace di rinunciare a Zidane, lasciato in panchina fino a 13' dal termine, eppure capacissima di vincere (e convincere) contro una Lazio sempre più alla deriva. E siccome nel frattempo la Sampdoria riesce a frenare il volo dell'Inter, ora i punti che separano i campioni d'Italia da Ronaldo e compagni sono di nuovo due, come otto giorni fa prima del pareggio dei bianconeri contro il Milan. Ma le buone notizie per Lippi non si fermano ai numeri, sia pure importantissimi, che riguardano la corsa allo scudetto, perché il pensiero del tecnico è già rivolto alla decisiva sfida di mercoledì contro il Manchester United. E proprio in quest'ottica, il rammarico per l'assenza dello squalificato Del Piero viene almeno in parte ridotto dalla confortante certezza di avere rivisto attorno a lui una squadra, nel vero senso della parola. Mentre la Lazio affonda senza alibi nelle sabbie mobili di una crisi sempre più profonda, incassando la quarta sconfitta in campionato, la Juve ritrova il gusto della vittoria smarrito nelle ultime tre partite contro il Parma, il Feyenoord e il Milan, al termine di una delle sue migliori prestazioni stagionali, malgrado la grave assenza dell'infortunato Deschamps e la voluta rinuncia "punitiva" a Zidane. Concentrata, grintosa, ordinata, mai doma grazie al suo carattere e all'eccellente condizione atletica, la squadra di Lippi colpisce anche per la sua voglia di cercare il gol fino agli ultimi secondi. E rovesciando il discorso, l'unico appunto che si può muovere ai bianconeri e' proprio quello di non riuscire a dare proporzioni più vistose al legittimo successo, visto che il dominio di Conte e compagni è evidentissimo, specie nell'ultima mezz'ora quando la Lazio gioca con un uomo in meno. Sempre su un livello più che discreto, la partita non delude mai, anche se il merito e' tutto della Juve, visto che la Lazio esprime un solo giocatore degno delle ambizioni di inizio stagione: il ceco Nedved, talento sprecato in una squadra sempre più scollata in tutti i sensi. Privo di Jugovic e all'ultimo momento anche di Favalli, bloccato da una colica renale, Eriksson rilancia Negro sulla destra, spostando Pancaro a sinistra, anche se i problemi veri sono al centro della difesa, dove Lopez e Nesta sembrano due dilettanti di fronte a Inzaghi e Del Piero, mai cosi' ben sintonizzati e pericolosi.

Ma al di là della ritrovata vena dei due attaccanti, la Juve piace per come imposta la partita. Su tutti brilla Conte bravo ad esprimere il meglio di sé al centro, con lanci in profondità che si rivelano veri e propri assist, e al suo fianco si rivede a tratti anche il Pecchia dei tempi napoletani sempre in movimento. Così Almeyda e Marcolin sono costretti a tamponare senza avere mai il tempo e lo spazio, indipendentemente dalle rispettive attitudini, per tentare di impostare. E allora visto che Fuser e Tacchinardi si annullano reciprocamente sulla fascia, l'unico laziale pericoloso è Nedved, autentico uomo ovunque che lascia sul posto Di Livio e va anche al tiro. Per la verità anche Casiraghi avrebbe voglia di pungere da bravo ex, ma le sue buone intenzioni non bastano, un po' per l'attento controllo di Ferrara e Iuliano, e un po' per l'irritante assenteismo di Mancini che non lo aiuta mai. E così Birindelli, e soprattutto Torricelli, possono dedicarsi più alla fase di spinta che di tamponamento. Prima ancora di trovare varchi sulle fasce, la Juve sfonda al centro dopo un quarto d'ora grazie ad un lancio in profondità di Conte che pesca Inzaghi, incredibilmente lasciato solo da Lopez e Nesta. Il tiro dell'attaccante viene respinto da Marchegiani, che però non può far nulla sulla pronta ribattuta di Del Piero. Ormai disabituata a trovarsi in vantaggio, la Juve dopo un paio di pericolose conclusioni di Nedved deviate da Peruzzi, si fa raggiungere su rigore provocato proprio da un fallo di Torricelli sullo stesso Nedved. Dal dischetto trasforma Marcolin, ma il pari dura poco, perché la Juve torna definitivamente in vantaggio sempre su rigore, al termine di una discussa azione. Ancora Conte smarca Del Piero, che viene a contatto con Marchegiani e cade, mentre la palla finisce sui piedi di Inzaghi il cui tiro va a sbattere sul palo. A quel punto Boggi, applicando la nuova norma, concede il vantaggio retroattivo alla Juve e dal dischetto Del Piero non sbaglia.

Eriksson allora toglie il disastroso Lopez, inserendo Chamot, anziché il più pronto Grandoni, ma dopo un gran tiro del solito Nedved, Inzaghi al volo colpisce il suo secondo palo. Inutilmente il tecnico della Lazio inserisce Boksic al posto di Marcolin all'inizio della ripresa, con l'arretramento di Mancini, che fallisce di testa (anziché cercare il tiro al volo) l'unica palla gol degli ospiti nel secondo tempo. Lippi a sua volta fa entrare Montero al posto di Pecchia, avanzando Torricelli sulla destra, con Di Livio a sinistra e Tacchinardi al centro, e proprio su un lancio di Montero, Chamot al 16' si fa espellere per un fallo come ultimo uomo su Inzaghi. Non serve neppure il sacrificio di Mancini per riaggiustare la difesa con Gottardi a destra e Pancaro centrale, perché il finale e' tutto Juve, con il contributo anche dei nuovi entrati Zidane e Fonseca, che serve sulla testa di Del Piero la palla del terzo gol respinto sulla linea (o forse oltre) da Nedved. Per il resto è bravo Marchegiani a limitare i danni. Anche se serve a poco, perché la Lazio scivola lo stesso al settimo posto, e oggi rischia addirittura di ritrovarsi decima se vincono Vicenza, Fiorentina e Milan. Mentre Lippi ritrova la vittoria, il sorriso e la Juve. Con la speranza di ritrovare contro il Manchester anche l'Europa compromessa a Rotterdam.


La Stampa titola: "Juve show, si riapre la caccia. Del Piero ispira il gioco e segna due volte".

L'articolo prosegue: Adesso si può rimpiangere che Del Piero si sia fatto squalificare in Coppa: come s'è visto ieri contro la Lazio, e non soltanto per i due gol, il suo ardente talento sarebbe servito a inchiodare il Manchester. Rifinita dalle sue giocate e ispirata da Conte, che ha fuso in sé la genialità di Zidane e la concretezza di Deschamps, la Juventus ha disputato la partita migliore, che la rimette sulla scia dell'Inter nel testa a testa di campionato. Un buon viatico per la partita di mercoledì sera perché, se anche non bastasse la vittoria, i bianconeri hanno il dovere di congedarsi con onore dalla Coppa. L'unico difetto dei Lippanti è nell'aver mancato le occasioni da gol, così che si sono impegnati fino all'ultimo per non farsi raggiungere sul 2-1 dagli avversari ridotti in dieci dall'espulsione di Chamot. Sarebbe stato delittuoso sprecare punti contro questo ennesimo giocattolo di Eriksson, l'educatissimo perdente. La difesa della Lazio ha la consistenza del prodotto leader dell'azienda del suo padrone, la passata di pomodoro, e in attacco la squadra funziona quando crea Mancini, che invece nelle esibizioni come quella di ieri diventa un'insopportabile palla al piede. Non abbiamo visto, a parte il rigore procurato da un errore di Tacchinardi e dalla caparbietà di Casiraghi, che una palla gol, al 12' della ripresa: Boksic ha crossato al centro e Mancini per non rischiare la battuta al volo ha spedito di testa una mozzarella tra le mani di Peruzzi. Il resto si concentra in qualche sventagliata di Nedved, uno vivo.

Lippi, giustificandosi con la punizione inflitta a chi non aveva rispettato un accordo, ha fatto quello che voleva provare a S.Siro e non osò: ha tolto Zidane, reduce dall'esibizione marsigliese, e così il centrocampo si è tinto di improvvisa vivacità. Conte e Pecchia e lo stesso Del Piero hanno colto una prestazione impeccabile. Torricelli è l'altro supporto importante: il suo vigore lo spinge a eccedere in qualche azione confusa, però ai Lippanti mancava quella potenza scatenata sulle fasce e soprattutto un uomo che ribaltasse il gioco con impressionante velocità. Bella partita, dunque, che ha sopportato pure gli errori di Boggi, che è uno degli arbitri più bravi, perciò immaginatevi gli altri: la Juventus ha sfruttato un rigore che lascia perplessi (Marchegiani, dopo aver toccato la palla, avrebbe dovuto smaterializzarsi sotto i piedi di Del Piero come un prodigio del Mago Merlino?) e l'impunità di Conte, che ha colpito la palla con la mano a un quarto d'ora dalla fine e avrebbe meritato il secondo cartellino giallo. Dettagli, comunque, di un match marchiato Juve da cima a fondo, con qualche episodio sfortunato (un tiro folgorante di Inzaghi che ha colpito il palo) e altri oscuri, come il tocco di Del Piero respinto da Nedved sulla linea o forse qualche centimetro dentro. Fin dall'inizio la difesa della Lazio, fondata su Lopez e Nesta, ha lasciato passare palloni pericolosi e la Juve, che temeva avversari capricciosi come il cielo d'aprile, ha preso fiducia: con il metodo di Conte e la danza frenetica di Pecchia ha sovrastato il centrocampo romano, Tacchinardi e Di Livio hanno presidiato i lati con qualche difficoltà ma soltanto su Nedved, perché Fuser si spegneva da solo.

In attacco, Inzaghi e Del Piero per la prima volta sono stati una coppia e non due pericolosi solisti: sul primo gol erano lì a raccogliere la superba invenzione di Conte. E lo erano anche nell'azione del rigore. Del Piero pareva addirittura che interpretasse uno spot per il suo sponsor scarparo, tra colpi di tacco, aperture illuminate, contrasti decisi. La Juve ha avuto sempre in mano a partita, la Lazio l'ha raddrizzata una prima volta con un'azione isolata e soltanto l'ingresso di Boksic ha creato qualche pericolo nei primissimi minuti della ripresa, perché Birindelli non ha il passo né l'abitudine a marcare il croato. Lippi rafforzava il lato destro con Torricelli davanti a Birindelli, spostava a sinistra Di Livio e usava Montero come libero: la Lazio in dieci non osava altro e aveva del suo a non subire la rete del 3-1.


La Repubblica titola: "Sotto il segno di Del Piero".

L'articolo prosegue: Se tutti i tifosi della Lazio si fossero fermati a Genova, come quelli che sono andati a baciare il santino di Beppe Signori, avrebbero risparmiato 170 chilometri di autostrada, spese di viaggio, freddo e mal di pancia. Avrebbero evitato di vedere i puffi atomici della Juve di nuovo scatenati, Del Piero che colora e Inzaghi che asseconda, Del Piero che segna (due gol più uno fantasma) e Inzaghi che fa sponda. Avrebbero fatto a meno di notare - ma lo sapevano già - che la difesa messa su da Eriksson è uno scolapasta. Si sarebbero insomma tenuti alla larga da un pomeriggio che rilancia l'agile Juventus come un sasso nella fionda: mangiati due punti all'Inter, rosicchiato un po' di vantaggio a Ronaldo, ritrovate freschezza e fiducia a quattro giorni dal Manchester e da un bivio del destino (Europa sì, Europa no) che non dipende solo da loro, ma da un groviglio di possibilità numeriche. Partita nervosa, non nel senso della cattiveria ma della tensione di gioco, di tiri respinti, carambole, salvataggi più dentro che fuori, illusioni ottiche. Un giorno che resterà nelle parole e nelle moviole: il rigore fischiato a Nedved, quello dato a Del Piero un po' più dubbio, però si intravede il braccio del portiere che uncina, il colpo di testa del fantasista juventino inzuccato via ancora da Nedved, che aveva i piedi oltre la linea bianca e la testa chissà, poi il fallo di mano di Conte (già ammonito) che però evita l'espulsione per grazia ricevuta: e questo è un errore di Boggi. Una giornata di millimetri misteriosi e centrocampisti ringhiosi, per esempio i quattro messi in linea da Lippi come un vecchio, caro calciobalilla da bar sullo stradone.

Quattro ragazzi italiani - Di Livio, Conte, Pecchia e Tacchinardi - come italianissima è stata tutta la Juventus per oltre un'ora (non accadeva dall'aprile '95, quando il Padova venne a vincere a Torino), finché Montero non ha sostituito Di Livio. Ma nessuno si è accorto delle assenze, da Zidane punito per la scappatella mondiale a Deschamps malato e poi Pessotto stirato, Amoruso fratturato, Davids in tribuna. Come ai tempi belli, la forza bianconera è stata la sostituibilità. Chi c'era, c'era davvero. E per gli altri, nessun rimpianto e nessun dolore. La Lazio è stata soprattutto Nedved, un giocatore mostruoso, un trasformista sulla trequarti, un Fregoli dai mille travestimenti tattici: eccolo recuperare ed eccolo al tiro, eccolo procurarsi il rigore ed eccolo respingere sulla linea. Invece la Juve non è dipesa da un solo giocatore, nonostante la grandezza assoluta di Alessandro Del Piero dopo giorni in controluce. Si sono dati da fare tutti, sono rimasti corti e intensi, hanno sgobbato senza strani pensieri nel cervello, non il Manchester, non la paura di essere raggiunti. E hanno dimostrato che nei giorni giusti il modello leggerezza funziona. Se la squadra li assiste, se il centrocampo produce palloni rapidi e rilanci a elastico, se la difesa non si slabbra nel tentativo di risalire verso gli altri reparti, Del Piero e Inzaghi possono squarciare campo e area con incroci, palleggi, scatti e tiri in corsa. Un duetto etereo ma capace di incidere come una lama, tra coltellate e danze mortali. Bello a vedersi, anche. La Juve è rimasta sempre padrona della partita.

In vantaggio al 15' (Conte per Inzaghi, tiro e respinta di Marchegiani, unghiata finale di Del Piero), raggiunta su rigore da Marcolin al 26' (Torricelli stende Nedved, e chi se no?), ancora in vantaggio definitivo al 34': Marchegiani atterra Del Piero lanciato da Conte, l'azione prosegue ma produce solo un palo di Inzaghi, così Boggi assegna il rigore che il numero dieci trasformerà. Poi qualche stangata dell'immancabile Nedved contro il cemento di Peruzzi, poi l'espulsione di Chamot che piglia Inzaghi per la maglia, poi il ceko che con la fronte respinge una capocciata di Del Piero: ha i piedi in porta, Nedved, e magari anche la testa. Non è tutto esatto, non è tutto chiaro. Ma quello che si vede, della Juve e della Lazio, conta più di quello che si indovina.


Tratte dal quotidiano romano, alcune dichiarazioni post-gara:

Fa ancora più male sentire le lodi, certe lodi, di Marcello Lippi ai giocatori della Lazio: "Ho visto un Boksic molto ispirato. E Nedved, che abilità nel tiro dalla distanza, che controllo: ha fatto lui tutti e quattro i tiri". Difficile, per Eriksson, capire i mali di una squadra che riceve attestati di stima, ma che scivola sempre più in basso. Eriksson, è stata la peggior partita dell'anno? "Non direi. Ma per Del Piero e Inzaghi è stato facile inserirsi alle spalle dei nostri difensori. E' successo in tre diverse occasioni e anche nell'azione che ha portato all'espulsione di Chamot. Una squadra così la si affronta con molta più attenzione. Sì, siamo stati distratti anche contro l'Udinese: qui abbiamo commesso errori diversi subendo il contropiede". Mai sperato in un risultato diverso? "Il secondo l'abbiamo cominciato bene, giocando meglio della Juve in undici contro undici. Potevamo recuperare, poi Chamot è stato espulso, devo dire, giustamente". Non un granché come risposta da parte dell'argentino... "L'ho inserito per la sua velocità e, penso che abbia giocato bene". C'era il rigore su Del Piero? "I ragazzi dicono di no. Io non lo so". Perché Favalli è andato in tribuna? "Ha avuto una colica renale". Quattro sconfitte in undici partite, si può parlare di crisi? "Come risultato è gravissimo. Ma dobbiamo essere uniti, in attesa che qualcosa cambi...".

Si sente sotto pressione? "Sì. Ma la pressione c'era anche ieri e ci sarà domani. E' logico, quando i risultati in campionato sono insufficienti. Ma ora concentriamoci sul ritorno di Coppa Uefa col Rapid Vienna, perché non è mica fatta". La società potrebbe metterla in discussione. "Ma io non ragiono in questo modo. Io continuo solo a lavorare. Non mi preoccupa sentirmi in discussione, devo solo cercare di non fare errori". Chiederà di tornare sul mercato ? "No, la Lazio non è da correggere con nuovi acquisti". Allora cambierà qualcosa tatticamente ? "Ho già parlato coi difensori. Una cosa del genere non era mai successa, Del Piero e Inzaghi sembravano fenomeni. E' la prima volta che vedo questo atteggiamento, non l'avevo notato nemmeno nell'ultima delle amichevoli. Ma può capitare, i giocatori possono sbagliare, non bisogna mica ammazzarli per questo". E' sicuro che la squadra stia dalla sua ? Già in passato qualche giocatore (Nedved, ndr) aveva detto che bisognerebbe ascoltare di più quel che dice. "No, io non ho l'impressione che la squadra non mi segua". In settimana si era parlato dell'intoccabilità di Mancini, una garanzia che ha provocato malumori. Perché stavolta l'ha sostituito? "Dopo l'espulsione di Chamot, dovevo mettere un difensore in più di fronte a Inzaghi e Del Piero". Non è per caso che sta pensando di rivoluzionare la squadra ? "Rivoluzione? Non ci sarà. Non abbiamo una nuova squadra da metter dentro".


Dalla Gazzetta dello Sport:

Brutta e senz'anima. La Lazio sconfitta per la quarta volta in campionato esce ridimensionata drasticamente dal Delle Alpi. Prima era piccola solo con le piccole, adesso lo è diventata anche con le grandi. Una situazione difficile da gestire perché la squadra appare allo sbando, sbaglia le cose più semplici ed Eriksson è perfino preoccupato per la partita di martedì in Uefa contro il modesto Rapid Vienna, battuto nettamente al Prater appena due settimane fa. Il tecnico svedese conclude la sua abituale chiacchierata con un'ammissione che è quasi un grido d'allarme: "Purtroppo certi errori può darsi che nascano dalla mancanza di tranquillità. Abbiamo avuto delle disattenzioni dietro che non si erano mai viste prima". Quasi a sottolineare quest'ansia che si è impadronita del gruppo. Ed ora anche la sua panchina è divenuta instabile dopo simili scosse. A questo punto viene normale porsi una domanda: prima c'erano le colpe di Zeman, oggi ecco le responsabilità di Eriksson, ma non è che al di là degli errori dei tecnici questa squadra, questi giocatori abbiano dei limiti ormai endemici? Domanda senza risposta visto anche il persistente silenzio stampa. Chi ci mette (o rimette ?) la faccia è solo Eriksson divenuto il bersaglio dei tifosi nostalgici di Signori, e non solo. Lo svedese prova a mostrare tranquillità, ma fra le righe dei suoi discorsi si legge l'enorme difficoltà nel gestire questa situazione, impensabile ad inizio stagione. Sergio Cragnotti però gli riconferma la sua fiducia, almeno per ora: il patron sta per partire per l'Inghilterra ed in questi giorni non ha in programma alcun tipo d'intervento sulla squadra. Guardando la partita in tv si è più soffermato sul discusso rigore concesso alla Juventus, che sulla deludente prova dei suoi. Il tecnico prova a spiegare la partita: "Troppo facile per Del Piero ed Inzaghi scavalcare la nostra difesa. Loro sono bravi, ma oggi mi sono parsi fenomeni. I tre episodi decisivi nascono da disattenzioni simili: il primo gol, il rigore (anche se i miei ragazzi giurano che non c'e' stato fallo) e la giusta espulsione di Chamot. E' capitato di ripetere lo stesso errore anche in altre occasioni, sempre per mancanza di attenzione. Non era mai successo in altre occasioni".

Beh, però anche se in situazioni tattiche diverse anche i tre gol subiti dall'Udinese nascono dalla disattenzione. "E' vero. Però ho già parlato con i ragazzi, bisogna reagire e lavorare per migliorarci". Non ha convinto l'inserimento di Chamot, al suo esordio in campionato dopo un lungo stop per infortunio: non poteva optare per Grandoni ? "L'argentino ormai è a posto fisicamente. Ha solo bisogno di tempo per rientrare nel clima partita". Tra l'altro in difesa il forfeit di Favalli (bloccato in nottata da una colica) ha complicato le cose, anche se il terzino dovrebbe farcela per martedì. Ed un Nesta appannato, non meriterebbe forse di restar fuori ? "Lui è sicuramente stanco. Vediamo col Rapid". Eriksson ma non teme per la sua panchina ? "Io non ho paura per me e non posso pensare in negativo, anche se questa sconfitta è gravissima ed i punti pochi. La pressione intorno c'era e ci sarà. Martedì ci attende una partita che sembra facile, ma può rivelarsi assai complicata". Già i punti sono gli stessi di un anno fa. Allora a Zeman furono fatali anche le precoci uscite dalle Coppe. Oggi la condizione di Eriksson sembra meno compromessa, a meno che succedesse l'imponderabile martedì. Ma stavolta Zoff, ieri significativamente a bocca chiusa, non appare assolutamente intenzionato a rimettere la tuta.