Domenica 18 febbraio 2001 - Perugia, stadio Renato Curi - Perugia-Lazio 0-1


Stagione

Turno precedente - Turno successivo

18 febbraio 2001 - 2936 - Campionato di Serie A 2000/01 - XIX giornata

PERUGIA: Mazzantini, Rivalta (83' Sogliano), Materazzi, Di Loreto, Zé Maria, Tedesco, Liverani, Baiocco, Pieri (92' Robbiati), Vryzas, Saudati. A disposizione: Tardioli, Lombardi, Blasi, Petrachi, Guinazù. Allenatore: Cosmi.

LAZIO: Peruzzi, Negro, Nesta, Fernando Couto, Pancaro, Poborsky (71' Castroman), Baronio (62' Stankovic), Simeone, Veron, Ravanelli, Salas (83' S.Inzaghi). A disposizione: Marchegiani, Colonnese, Pesaresi, Gottardi. Allenatore: Zoff.

Arbitro: Sig. Braschi (Prato).

Marcatori: 88' Simeone.

Note: ammoniti Liverani per fallo di mano, Veron e Negro per gioco falloso. Recuperi: 1' p.t., 3' s.t.

Spettatori: 15.000 circa.


La rete di Diego Pablo Simeone
L'esultanza dell'argentino

Non potendo spezzare gambe, Cosmi alla fine ha pensato bene di fracassare almeno una panchina. Un pugno e un calcio che avrebbero stordito un toro a sfogare la rabbia per l'incredibile regalo consegnato alla Lazio più brutta del campionato. E un epitaffio avvelenato, da dividere equamente tra Braschi e i biancocelesti: "Se questa Lazio è da scudetto, il mio Perugia lo è di più. Non c'è stata partita, abbiamo giocato solo noi e hanno vinto loro. Una beffa: persino il pari sarebbe stato risultato ingiusto. La differenza l'hanno fatta la fortuna e l'arbitro, che ha fischiato a senso unico". I dipendenti di Gaucci accusano Braschi soprattutto per la strana azione che, a tempo quasi scaduto, ha spinto verso il gol Simeone, sin lì copia sbiadita di sé stesso. C'è stato un intervento di Nesta su Liverani, a metà campo: probabile non fosse corretto, sicuro che il fischietto toscano, mai troppo convincente, ha lasciato correre. Il pallone, per la verità, è tornato in possesso del Perugia: Materazzi, che per quasi un'ora e mezzo era stato un gigante, s'è rimpicciolito d'incanto in una giocata da brocco.

Dal lato sinistro della sua area ha rimesso al centro: Castroman s'è avventato sulla palla toccandola in mezzo per Simeone, che ha calciato al volo, infilando un Mazzantini lanciato in uscita scombiccherata. Audace colpo dei soliti noti, così, nello stadio dove spesso i destini della Lazio si incrociano magicamente, nel bene e nel male. Qui il Milan vinse il suo scudetto, due anni fa, bruciando all'ultima giornata gli uomini di Cragnotti. E qui la Juve lo perse, nel maggio scorso, consegnando il trionfo a Nesta e compagni. Ieri, niente di altrettanto epico ha preso corpo sulla bella moquette del "Curi", se non l'ormai celebre stellone di Zoff. "Un altro questa partita l'avrebbe persa, lui l'ha addirittura vinta", il commento finale di un testimone oculare laziale quanto onesto. L'interessato ha stretto le spalle nel loden verde, sfoggiando non minore onestà: "Siamo stati inguardabili per un tempo, poi abbiamo trovato un po' di equilibrio, giocando almeno alla pari col Perugia. Forse nella corsa allo scudetto siamo troppo in ritardo, ma questi sono tre punti pesanti".

Pesantissimi. Certo, il bel gioco rivisto fino a un paio di settimane fa ieri è come evaporato. Ma la Lazio giocava coi resti, orfana all'ultimo istante anche di Crespo, torturato dalla dissenteria e rispedito a Roma in mattinata. Al suo posto, un Ravanelli appena volonteroso, accanto a quel Salas da un po' senza smalto e con un Veron incapace di cavare dal cilindro anche solo un'invenzione degna del suo talento. Messa così, dopo l'inizio da pennichella primaverile, la partita ha visto a lungo più Perugia che Lazio. Tutto umbro il centrocampo, con Liverani elegantissimo direttore d'orchestra e una coppia di incursori, Baiocco e Pieri, spesso imprendibili per i molli oppositori. Peccato per Cosmi che, là davanti, non ci fosse niente di meglio di Vryzas e Saudati, quest'ultimo sciagurato divoratore di due occasioni formidabili, esattamente a metà del primo tempo e della ripresa. 23, per essere pignoli, l'identico minuto dei due clamorosi errori del centravanti prestato a Gaucci dal Milan. 23, numero che nella tombola ha significato inequivocabilmente legato, diciamo così, al bacio della buonasorte. Quella che ha finito per pesare sull'esito del match più di qualsiasi altra cosa. Proprio vero: meglio nascere fortunati che ricchi. Nessuno lo sa più del povero Serse, allenatore-mosca bianca da 150 milioni all'anno su questo pianeta di miliardari.

Fonte: Corriere della Sera