Lorenzo Juan Carlos


Juan Carlos Lorenzo
Juan Carlos Lorenzo

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Allenatore, nato a Buenos Aires il 22 ottobre 1922 ed ivi deceduto il 14 novembre 2001. Secondo altre fonti la data di nascita dovrebbe essere il 20 ottobre 1922, sul permesso di soggiorno in Brasile del 1946 è invece riportato 27 ottobre 1922.

Il giovane Juan, dopo il normale tirocinio nelle squadre minori, debuttò nella prima squadra del Chacarita Juniores nel 1943 nel ruolo di mezz'ala sinistra che non abbandonerà mai. Nel 1945 effettuò il gran salto e lo troviamo nientemeno che nel Boca Juniors, cioè in una delle migliori compagini del mondo dove rimase fino al 1948. Terminato quel campionato, don Juan, come tanti altri "assi" argentini, tentò la carta del trasferimento in Italia: fu ingaggiato dalla Sampdoria e, nel gennaio 1949, lo troviamo schierato con la maglia blucerchiata che indossò con successo fino al 1952. Da tale anno e fino al 1954 Lorenzo fu mezz'ala nel Nancy, ma già vagheggiava l'idea di dedicarsi all'insegnamento. Infatti, nel 1954, partecipò ad un corso per allenatori diretto nientemeno che dal famoso Winterbottom, il "mago" del calcio inglese, e ripetè il corso nel 1956 assieme a Di Stefano, Kubala ed altri famosi ex-giocatori.

Intraprende la sua prima esperienza come allenatore nel Mallorca, dal 1958 al 1960, portandolo dalla terza alla prima serie. Nel 1961, tornato finalmente in patria ricco di esperienza, diresse il San Lorenzo de Almagro e, nel 1962, gli fu affidata la squadra Nazionale argentina che doveva disputare i campionati mondiali a Santiago del Cile. Subito dopo Lorenzo venne in Italia e prese il timone della Lazio per i tornei 1962/63 e 1963/64, chiamato da Angelo Miceli. Tutti ne poterono apprezzare le doti di serietà e di preparazione tecnica che lo posero nella ristretta schiera dei migliori allenatori operanti in Italia. Nel primo anno di Serie B arrivò in seconda posizione e permise alla Lazio di riprendere il posto più confacente alle ambizioni della squadra nella massima serie. Nel secondo anno finì 8° in classifica disputando un ottimo torneo che vide l'apice quando la Lazio, imponendo il proprio gioco, schiantò a Torino per 0-3 la Juventus.

Per motivi contrattuali, l'anno successivo ci fu il famoso "tradimento". Pur avendo dato la sua parola per prolungare il contratto con la Lazio nell'ambito del cosiddetto "piano MI-LOR" (Miceli-Lorenzo), una sorta di accordo programmatico per riportare la Lazio ai vertici del calcio italiano, in realtà si accordò con la Roma che gli offrì subito 30 milioni di lire di ingaggio e che allenò per un solo anno e che lo vide protagonista della famosa "colletta del Sistina" in cui chiese soldi agli invitati al teatro per poter permettere alla squadra di potersi pagare le trasferte. Nel 1966/67 tornò in Argentina per allenare il River Plate ma l'anno seguente fece ritorno in Europa e allenò in Spagna il Mallorca. Nel 1968/69 eccolo di nuovo alla Lazio di Umberto Lenzini per cercare di riportarla in Serie A dopo una nuova retrocessione tra i cadetti ed un 11° posto ottenuto da una squadra sconclusionata allenata prima da Maino Neri, poi da Renato Gei e infine dal fedele Roberto Lovati che evitò guai maggiori.

Nella primavera del 1967 Lenzini aveva già ingaggiato segretamente don Juan che però nel campionato successivo non poteva allenare ufficialmente la squadra in quanto di nazionalità estera. L'astuto presidente lo fece figurare come consulente personale mentre la squadra veniva affidata a Bob Lovati. Finalmente Lorenzo ottenne la cittadinanza italiana e divenne l'allenatore effettivo della squadra biancoceleste. La Lazio dominò il torneo e fece trionfalmente ritorno nella massima serie. Il campionato successivo i biancocelisti lo conclusero all'8° posto in classifica ed a Lorenzo ed a Lenzini si dovettero l'intuizione e il merito di portare a Roma due semisconosciuti giocatori dell'Internapoli, Giorgio Chinaglia e Giuseppe Wilson che avranno tanta parte nei successivi successi biancocelesti. Nel 1970/71 un generale decadimento della squadra, una condotta troppo superficiale e l'acuirsi di problematiche economiche, determinarono l'ennesima, inaspettata retrocessione in Serie B e di conseguenza l'esonero di Lorenzo che arrivò con uno scarno comunicato il 30 maggio. Quella stessa formazione conquisterà, a fine campionato, la Coppa delle Alpi dimostrando come la retrocessione fosse dipesa da fattori esterni e poco prevedibili. Provò in tutti i modi durante la stagione 1971/72 di riappropiarsi della panchina biancoceleste dove ormai sedeva Tommaso Maestrelli.

Provò a fomentare l'ambiente con dichiarazioni inopportune dopo ogni partita persa o mal giocata dei biancocelesti. Si pensò che dietro un gruppo di contestatori chiamati La coscienza della Lazio ci fosse proprio lui, ma nessuno ne ebbe mai le prove certe. Nel Marzo del 1972 allenò il San Lorenzo de Almagro lasciando l'Italia per tornare in Argentina. Dal 1973 al 1975 tornò in Spagna per allenare l'Atletico di Madrid (con il quale giunse in finale di Coppa dei Campioni persa contro il Bayern Monaco nel 1974); nel 1975/76 eccolo di nuovo in America nell'Union de Santa Fe; dal 1976 al 1979 nel Boca Juniors, nel 1980 nel Racing Club; nel 1981 nell'Argentinos Juniors; nel 1982 di nuovo al San Lorenzo e nel 1982/83 nel Vélez Sarsfield. Con molte di queste squadre Lorenzo vinse trofei prestigiosissimi, sia nazionali che internazionali. Nel 1983 allenò l'Atlanta e il 3 ottobre 1985 ricomparve in Italia alla Lazio, chiamato da un disperato presidente Chinaglia che, dopo sette sconfitte consecutive, fu però costretto a sostituirlo con il duo Oddi-Lovati che niente poté per evitare la vergognosa retrocessione di una squadra piena di grandi nomi come Bruno Giordano, Lionello Manfredonia, Vincenzo D'Amico, Michael Laudrup ed altri campioni. L'ultimo anno da allenatore Lorenzo lo trascorse nel Boca Juniors nel 1987.

Juan Carlos Lorenzo sedette per 185 volte sulla panchina biancoceleste. Fu allenatore preparatissimo tecnicamente, molto attento alla tattica ed astutissimo. Seppe ricavare il massimo da ogni giocatore e fu maestro nel motivare i suoi atleti. Pur privilegiando il gioco offensivo sapeva adattarsi alle caratteristiche dei suoi uomini e degli avversari che studiava maniacalmente prima di ogni gara. Simpatico e cerimonioso divenne famoso, oltre che per le indubbie capacità professionali, per la superstizione. Faceva bruciare gli indumenti di gara se la partita era andata male, credeva ciecamente nel valore apotropaico del numero otto, faceva vestire tutti i collaboratori con gli stessi abiti indossati nelle partite vinte, frequentava gli alberghi che riteneva beneauguranti e imponeva rituali e modalità contro la malasorte.

Nella vulgata popolare si racconta che impose al terzino laziale Diego Zanetti, in difficoltà negli spostamenti laterali stretti, di rincorrere per ore e catturare una gallina presente nel campo di allenamento di Tor di Quinto.





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