Tavola Roberto


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Roberto Tavola
Roberto Tavola

Centrocampista, nato a Pescate (LC) il 7 agosto 1957.

Cresciuto nell'Atalanta, milita nella Juventus e nel Cagliari. Viene acquistato dalla Juventus nel 1982, disputa una stagione in maglia biancoceleste. Nel 1983 torna alla Juventus. In seguito milita nella Reggina, SPAL, Catanzaro, Ischia, Asti.

Con la Lazio colleziona 20 presenze in Campionato.

Nota

Riportiamo l'intervista pubblicata a pag. 63 de La Stampa (27 febbraio 2010).

LA SECONDA VITA "Prima finivo sui giornali adesso li faccio vendere".

Roberto Tavola, 274 partite tra i «prof», in tredici stagioni ha realizzato diciotto reti. Tavola si divide fra le edicole dei supermarket e il vivaio del Cit Turin.

Probabilmente, dal punto di vista calcistico, la sua è stata una grande incompiuta: a diciott’anni esordisce in B, a ventidue è nella rosa della Juventus con cui conquista due scudetti e una coppa delle Coppe. A 27 anni scende in serie C e a trenta, dopo un paio di campionati tra i dilettanti, decide di lasciare.

Nel mezzo, 12 presenze nella nazionale Under 21 con Baresi, Marocchino, Galli e Bagni. «Un’esperienza indimenticabile, con Azeglio Vicini allenatore», dice Roberto Tavola. «Peccato per l’infortunio al ginocchio durante le qualificazioni ai campionati Europei: magari sarebbe andata a finire diversamente, con l’azzurro».

Un rincalzo bianconero di lusso, prelevato dall’Atalanta come Scirea, Fanna, Cabrini, Marocchino, Prandelli, Osti e Bodini, per completare una rosa che comprendeva Zoff, Gentile, Causio, Rossi, Tardelli, Platini e Boniek. «Arrivavo a Torino nelle stagioni dispari, per poi ripartire in quelle pari: dal ‘79 al ‘83, in tre riprese, ho messo insieme una quarantina di presenze. Ma non era facile giocare, in mezzo a tanti campioni. Io però non mi sono mai illuso e ho sempre tenuto i piedi per terra. Forse mi ha un po’ penalizzato il fatto di essere troppo poco presuntuoso».

A 53 anni da compiere, l’ex jolly difensivo comasco, sposato senza figli, ha cambiato rotta non certo da ieri: il calcio è ormai uno sfondo alquanto appannato. «Alleno a tempo perso gli Allievi provinciali del Cit Turin. Prima ho guidato in Promozione e in Prima Categoria squadre come il Carmagnola e il Moretta. Ma ovviamente non campo di questo. Diciamo che sto facendo esperienza...».

Di cosa si occupa, ora ? «Gestisco per conto di un’azienda milanese le edicole di alcuni grandi supermercati della città. Sveglia alle cinque, ma poi ho quasi tutto il pomeriggio per me».

Questa è la sua terza vita: cosa ha fatto, appena smesso di giocare ? «Avevo aperto in centro alcuni negozi di abbigliamento che purtroppo non sono andati bene e che qualche anno dopo ho dovuto chiudere».

Come mai ha scelto di rimanere a Torino  ? «È stata colpa, o forse merito, di una vecchia fidanzata. Ora, guarda i casi della vita, abito a Santa Rita, a duecento metri dallo stadio».

Il lavoro, i giovani da seguire sul campo, e poi cosa d’altro ? «Faccio tanto sport: corsa, tennis, palestra, un po’ di calcio. Ma anche cinema e cene con gli amici, quando capita».

I guadagni da professionista le hanno permesso di mettere da parte qualche soldo ? «Erano davvero altri tempi. I pochi che mi sono entrati in tasca in parte li ho spesi, in parte li ho investiti, con il senno di poi male, nei negozi. Ecco perché devo lavorare duramente. Ma non mi pesa ricominciare da capo».

Si sente ancora un calciatore, dentro ? «Il football è stata una parentesi importante della mia vita precedente, punto e basta. Però mi piace pensare di aver fatto parte di quel mondo».

Hai dei rimpianti per come si è svolta la sua carriera ? «A parte la prima stagione, le altre due con la Juve sono andate meno bene un po’ per l'infortunio, un po’ perché me la sono giocata male caratterialmente. Tornassi indietro, cercherei di metterci più cattiveria».

Il ricordo indelebile ? «Quando mi hanno annunciato che avrei indossato la maglia bianconera. Ma anche quando, passato al Cagliari, mi hanno detto che chi mette piede in Sardegna piange due volte: quando arriva e quando la lascia. Era vero».

C’è qualcosa che non rifarebbe più ? «Ho sbagliato quando giocavo in A con l’Avellino. Venivo dalla Juventus, pensavo di aver diritto ad un posto da titolare e, dopo qualche panchina, ho preferito andarmene. Sono stato fermo sei mesi, poi sono dovuto ripartire dalla serie C con la Reggina. In ogni caso mi ritengo molto fortunato per tutto quello che ho ricevuto dal mio sport».

Esistono le amicizie nel mondo del calcio  ? «Sì, ma sono difficili da coltivare. Però quando rivedo Prandelli, Marocchino o Fanna è come se non ci fossimo mai lasciati».

Segue ancora il calcio ? «Vado allo stadio Olimpico per gli incontri di Champions, e guardo alla televisione la Fiorentina del mio amico Claudio Prandelli e la Roma del Pupone, un giocatore che mi piace tantissimo».

In che rapporti è rimasto con la società di corso Galileo Ferraris ? Nessun legame, tanto che pago regolarmente i biglietti per le partite. Non sono il tipo che ama chiedere favori.

È stata dura tornare dietro le quinte ? «Direi di no. Ma forse è un modo per proteggermi, visto che tutti parlano di me e mi ricordano solo come giocatore. Staccare in fondo è stato un bene».

Mauro Ternavasio