Olimpicus - Albedo


La casina fluviale della Lazio
La divisa dei soci del RCC Aniene
Nuotatori degli anni '20 pronti per una gara
Partenza del brevetto nuotatore veloce OND

OlimpicusEagle.jpg RUBRICA LETTERARIA "I racconti di Olimpia" di Olimpicus per LazioWiki



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ALBEDO - da una storia vera


Prima rifrazione.

Aurora sul Tevere, un inverno di tanto tempo fa, anno quinto dell’era fascista. Le dita di rosa del sole aprono un varco nella nebbia che, lattea e compatta, sosta sulla superficie dell’acqua. Batuffoli di vapore si staccano rivelando una nassa, un martavello arrugginito e dimenticato, e, proprio accanto, la sagoma di una rivoltella. Il calcio dell’arma, di madreperla lavorata, viene colpito da un raggio di luce aranciata. Lo riflette nelle quattro direzioni cardinali: ad est, ad ovest, a sud e a nord.


Seconda rifrazione.

Roma, otto del mattino a casa di Richetto, al secondo piano di una palazzina in vicolo del Bottino. Fiacca luce polverosa entra dalla finestra della cucina dove il padre, il signor Antimo, sta consumando la prima colazione. Raggi verdazzurri battagliano dentro una bottiglia di vetro, scombinano gli atomi del bricco di latte bollente che il signor Antimo, cautamente, accosta alle labbra. L’uomo ha un giornale spiegato sul tavolo, lo sbircia da sotto le lenti degli occhiali tondi. La notizia più interessante riferisce della scomparsa di Ernesto Coen, socio del Reale Circolo Canottieri Aniene. Il distinto gentiluomo aveva sofferto una delusione d’amore, rifiutato dalla fidanzata quarantotto ore prima di celebrare le nozze. Si sa che ha lasciato, a bordo del suo skiff, il galleggiante del circolo, prueggiando verso ponte del Risorgimento in una giornata terribile dal punto di vista meteorologico. Poi nessuno l’ha più visto. Se ne teme la morte.


Terza rifrazione.

È notte, poco prima dell’alba, siamo nella zona denominata Acqua Acetosa. Sul fondale del Tevere un’anguilla si agita. Coi suoi movimenti sinuosi solleva la fanghiglia, vuole depositare le uova. Una forma scura rimane anch’essa smossa dal turbinio del pesce serpente. La forma si sposta di quel tanto da venire catturata in un rigiro di corrente. Comincia a navigare. Viene giù con un andare grave, come un naviglio sacro del Nilo, bordeggiando la riva. La forma ogni tanto rallenta, trattenuta dalle erbe alte, nascosta nelle giunchiglie, quindi riprende il viaggio. Nelle prime luci che forano l’oscurità brilla per un istante un anello d’oro. Reca inciso un nome: Miryam. Tutto è quiete e silenzio, a parte alcune grida sommesse di uccelli acquatici.


Quarta rifrazione.

Nove del mattino, a casa di Richetto. Il ragazzo, diciannovenne dai capelli castani e il volto segnato da una cicatrice adolescenziale (ma il sorriso ce l’hai dolce, lo rassicura sempre la mamma), si prepara ad uscire. Vuole andare a ponte Milvio. S’è messo in testa di partecipare al "brevetto di abile nuotatore". L'amico Silvano, che come ogni domenica mattina è venuto a trovarlo, concorda sul tentativo. Il biondo fratellino di dodici anni, Augustarello, invece lo piglia in giro: Nun ce la farai mai, piombo! La madre, la signora Nelia, ha capito che la cosa si farà. Seduta in un angolo, si raccomanda mentre sferruzza un centrino che riproduce un coniglietto. Il padre intanto se ne è ritornato a letto. È una mite domenica di quaresima e la Pasqua non è lontana. Alle dieci in punto, Richetto, Silvano e il vivace Augustarello – che assolutamente non vuole perdersi il cinemetto della storia – lasciano l’abitazione e si avviano, chiacchierando, per la strada. Escono da Porta del Popolo e camminano a passo allegro. Si fermano dal frittellaro per una colazione vera, non quella del caffellatte e i Gentilini. Augustarello con un cenno di complicità pone la famosa domanda che una volta gli uscì senza pensiero, e che ora esige la risposta rituale di Silvano: "Silvà, dimme, tu che sai tutto, come se fa a Roma 'na frittella?".

"Semplice, a Roma se fa così: prendi un buco e ce metti la pastella intorno!". Ridono tutti e tre a bocca larga, sguaiatamente da figli del popolo. Augustarello si esibisce in piccoli zompi sul posto per sottolineare la bontà della battuta. Il frittellaro li guarda. Li soppesa con gli occhi cerchiati di ombre, da vecchio brigante ammansito. Superato il valico dell'indecisione, sorride di rimando pure lui, mentre con mano di lampo incamera la mezza lira compresa del resto. Si prosegue. I ragazzi assaltano il tramvai per risalire il fiume a settentrione. Il sole d’una giornata senza nuvole spalma di mercurio i parafanghi bombati della vettura elettrica che ha il nome della ditta belga sulla fiancata. Fa quasi caldo. Per Richetto, e tanti altri come lui, c’è avventura nell’aria. I muscoli del corpo vibrano di tensione positiva, ogni respiro immette carburante fresco nei polmoni. Sta entrando la primavera e dopo ci sarà la lunghissima estate. L'estate dei bagni a fiume, delle partite di pallone e delle gite in campagna, con dietro le sacche che si riempiranno di fichi, more e prugne selvatiche. La vita è meravigliosa, quand’è così.


Quinta rifrazione.

Gli ultimi scampoli dell’esistenza sbagliata di Ernesto Coen. Il giovane è figlio del proprietario di un negozio all’ingrosso di stoffe, giù al ghetto. Non è certo brutto ed è discretamente ricco. Potrebbe avere tutta la felicità del mondo (lo diresti, tu, passante invidioso, a vederlo nei suoi panni dal taglio elegante...) ma non è così. A bottega, alle otto antimeridiane d’un giorno di gennaio, si fa cucire da un lavorante una tasca speciale nel costume da canottiere, e in quella tasca nasconde una calibro 22. Si accende una sigaretta: la fiamma gli spara nello specchio il viso pallido e tristissimo, incorniciato dalla barbetta corvina. S’incammina verso il circolo dei canottieri, che è poi un battello di legno verniciato marrone, ancorato al muraglione da catene d'acciaio brunito. Ernesto scende le scalette e raggiunge lo scivolo per le imbarcazioni. Annuncia a Romolo, il custode, che desidera fare una passeggiata contro corrente, da ponte Regina Margherita a ponte Mollo, con la meta finale all'ansa dell’Acqua Acetosa. Romolo lo sconsiglia per il mal tempo, infatti tira vento, c’è foschia e piove: "Non fa niente, per me non è certo un problema".

La risposta è arrivata in tono dimesso, senza grinta atletica, tanto da far voltare per un momento il capo a Romolo. Attraverso la cortina dell'acquerugiola, il vecchio scorge appena la silhouette che si spoglia in fretta. Ernesto siede ora sullo scalmo, si accomoda meglio, sente il peso del revolver bene aderente al cuore. Ha una esitazione, vorrebbe dire qualcosa all'uomo che gli sta vicino, e che già gli sembra un fantasma fatto di fumo e sciabordii. Una nuvoletta di fiato gli esce dalla bocca, si piega in avanti, le mani a premere gli occhi e un senso improvviso di nausea. Pensieri malvagi l'avvolgono. Allarmi di autodistruzione. Ma una voce di dentro gli suggerisce che deve solo battere sui tasti dell'angoscia. Gridare la sua disperazione, piangere, esprimere in qualche modo il dolore indicibile. Poi ci ripensa. Si tira su, i muscoli del viso tirati allo spasimo. Fa un lieve cenno di saluto all'ombra, dà due colpi secchi di remo per staccarsi e sparire. Sul ramo dell'olmo, geme il grido severo di una cornacchia.


Sesta rifrazione.

Ponte Milvio, undici del mattino dell'ultima domenica di quaresima. Regna dappertutto l’atmosfera gaia e confusionaria della partenza d'una gara dopolavoristica di nuoto, con le barche allineate e legate a formare un pontile sull’acqua giallastra che spumeggia. Molta gente è accorsa, attratta dall’evento sportivo. Decine di ragazzi e uomini seminudi attendono il loro turno di provarsi. In diversi fanno crocchio e discutono animatamente sull’esatta tecnica del craolle. C’è chi esegue flessioni, chi beve liquidi misteriosi, chi si spalma di grasso di foca il corpo snello o tornito. Alcune signore, ben vestite e accompagnate, si godono la scena. Una in particolare, tira fuori dalla borsetta un binocolo da teatro: il sole brilla sulle lenti montate in ottone e onice verde. Nella moltitudine c’è anche Richetto, con Silvano e Augustarello che funzionano da assistenti. Riceve le ultime raccomandazioni, azzarda qualche battuta scaramantica, poi è il momento dell’iscrizione che gli scuce dalle tasche una lira d’argento. Richetto legge e rilegge il foglio del regolamento (... i concorrenti che intendono conseguire il brevetto OND dovranno trovarsi al posto di partenza entro le ore 11. Le partenze avranno luogo ogni 15 secondi seguendo l’ordine prestabilito).

Fissa nel cuore, Richetto nutre la speranza di portare a casa il distintivo di "abile nuotatore". Si adatta alla testa la canottina biancazzurra con la scritta "Lazio" ricamata in rosso. Oggetto che gli è molto caro, dono di Silvano che per qualche tempo ha pure giocato a calcio, nella "Podistica". L'amico gli dà un buffetto affettuoso sulla guancia: "Oh, me riccomanno, fai onore a 'sti colori! Se molli te tiro su col gancio e te friggo in padella come 'na ciriola". Richetto sta per assicurare Silvano che ce la farà, che si sente forte come un leoncello, ma in verità sente anche che le frittelle gli sono rimaste sullo stomaco. L'autorità del megafono del giudice di gara lo salva da una risposta che sarebbe comunque suonata ambigua. Il gracchio sovrasta il cicaleccio e avverte che ci si deve allineare in fila indiana sul pontile.

Parte il concorrente numero uno, con un urlo addirittura. Il numero due ha lo zucchetto blu della Romana Nuoto. Il terzo è un gigante bronzeo della Rari Nantes Ostia. Il quarto è venuto da fuori, un ligure dalle spalle di gorilla sulle quali sta appeso un torso a V. Presto tocca a Richetto, che ha il tredici spillato sulla canottina. Magro e troppo bianco di pelle, si capisce lontano un miglio che non è un fiumarolo. Le prime bracciate affannose nei gorghi torbidi e gelidi. La massa dei nuotatori compone un abaco di palline multicolori che si muovono a scatti. Si è avuta una piena giusto il giorno prima: la velocità dell’acqua è forte, vagano oggetti imprevisti, tavole, rami spezzati, rimasugli organici, già solamente tenersi a galla risulta difficile. I pensieri preoccupati di Richetto, mentre scende bracciata dopo bracciata verso la città. Ci deve impiegare tot minuti e tot secondi, non un secondo di più. Non può fallire, altrimenti il fratello lo canzonerà per chissà quanto. Augustarello tifa per lui, ma è anche insistente nel motteggio come può essserlo un pischello nato e cresciuto a Roma.


Settima rifrazione.

Tutte le cose del Creato hanno un nome, dato dall'Uomo. Anche l'Acqua ha il suo nome. Paludi dell’Acqua Acetosa, undici e quaranta del mattino della stessa domenica. C'è un’isola opaca in lento movimento tra le rientranze del fiume. L’isola avanza e si ferma, s’incaglia e un rigiro la riacchiappa. Spinta dalla forza della corrente, vieppiù accresciuta dalla piena, torna a zigzagare nel labirinto di sterpi, canne, mucchi di limo, legna, sassi e rovine che strutturano la riva selvaggia, man mano che ci si approssima alla città. S’intravedono una testa e un lividore di carni gonfie, in mezzo a resti strappati di vestiti: le mani, un fianco, i polpacci. Ma è tutta roba fredda, il cui potere riflettente è minimo. Il sole non ama più. L’isola che non c’è prosegue il suo viaggio verso il mare.


Ottava rifrazione.

Siamo all'acme della prova di Richetto. Il ragazzo coraggiosamente supera la fase più difficile, evitando di cadere nella trappola delle correnti che imbucano inesorabili verso le secche. Entra nella parte urbana del fiume, con i muraglioni di travertino che stringono maestosi. Ode piovere a risacca gli incitamenti dal cielo e dalle sponde. In alto, ci sono le teste curiose della gente disposte a corona come gli angioli infanti della Cappella Sistina, affacciate ai ponti per vedere transitare i nuotatori. Altri spettatori, meno michelangioleschi e numerosi, corrono a piedi o pedalano lungo le banchine. Non manca poi molto all’arrivo. Dalla casina fluviale della "Podistica" si accorgono del suo zucchetto e lo salutano con grida, agitando fazzoletti, Borsalino e bandierine. "Forza Lazio!". "Daje che sò solo in trenta davanti!". All'improvviso, Richetto percepisce, ovattato ma riconoscibile, il bum del cannone di mezzodì al Gianicolo; contemporaneamente, s’accorge che qualcosa, una cosa viscida, gli sta toccando i piedi.

Ha un sussulto, teme l’attacco d'un grosso pesce. Fiumaroli di antico pelo gli hanno raccontato che, a volte, alcuni tipi di predatori, i pesci gatto o "squali del Tevere", risalgono dalle zone salmastre limitrofe al mare, profittando delle piene. Richetto scarta di lato e la cosa – una losanga irregolare biancoscura, crespata di ramoscelli, foglie, alghe e cordame – gli scivola accanto silenziosa e veloce. Non si tratta d’un pesce. La cosa lo sorpassa senza problemi. Non è neppure un altro concorrente: non si capisce che cavolo sia! Richetto cerca di starle dietro per sfruttarne la scia che è notevole, ma farlo risulta impossibile: ci vorrebbe un'elica inserita tra i gioielli. Ha i muscoli intorpiditi dal freddo e la stanchezza lo sta imbozzolando come un ragno la preda. Però il traguardo non è distante, a cinquanta metri appena. Un'altra dozzina di bracciate e sarà lì. Richetto fa il tempo. Il sole riscalda i muscoli tesi delle sue spalle finalmente emerse, mentre leva ritta la testa e, come una gallinella d’acqua pronta al tuffo, si guarda intorno felice.


Nona rifrazione.

Nella zona del traguardo, il reporter Tommaso Zardo nota qualcosa di strano: un nuotatore in costume intero che sta sorpassando in tromba tutti quanti. È un siluro, seppure il suo stile appaia incomprensibile: non muove le braccia, forse adopera una nuova tecnica per ottenere il massimo vantaggio dalla spinta propulsiva delle gambe. Magari è uno straniero. Un inglese, un americano o un tedesco che si è iscritto fuori gara. Quel sottomarino fantastico taglia il traguardo, tocca di striscio, ma con un certo impeto, la barca della giuria, devia verso la banchina e si blocca. Tommaso è il più prossimo al punto dove ha chiuso la prova Mister X. Si precipita giù per intervistarlo. Che sia un olimpionico in incognito? Uno che ha inteso fare una burla mescolandosi ai dopolavoristi? Quand’è abbastanza vicino, il reporter scopre la verità: è un arisommato, un "morto de’ fiume". Il barcarolo Tigellino, che ha sgamato l'inghippo assai prima degli altri, gli intima senza perifrasi di scansarsi. Tocca a lui tirarlo a secco. Il rampino di ferro cerca e cattura i raggi solari, si riempie di energia fotonica, lacera tessuto e carni, compie il suo dovere.


Decima rifrazione.

Martedì pomeriggio, a casa di Richetto. Il signor Antimo legge sul giornale la notizia, scarna e mezzo censurata: a Roma, durante la gara del brevetto OND di nuoto, è stato ripescato un cadavere al Porto Grande. Trasportato dalla polizia fluviale all'obitorio, si pensa possa trattarsi del canottiere scomparso due mesi fa. Sulla tempia destra ha un foro di proiettile: suicidio, il responso del medico che ha eseguito l’autopsia. Giù alla morgue, è ormai il tramonto. Disteso supino sulla lastra di marmo, sta un corpo. Raggi traversi di sole debolissimo s’insinuano nell’oscena cavità che è la bocca di Ernesto Coen, rimbalzando sullo smalto dei denti sporchi di fango.



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