Olimpicus - AfterWorld il DopoMondo


Lorenzo
Micha
Priscilla
Zio Josh e Mister Clark
Lo hornet in fase di landing
I Dagons
Occhio di un cloner ramato
We will eliminate you
Covid19

OlimpicusEagle.jpg RUBRICA LETTERARIA "I racconti di Olimpia" di Olimpicus per LazioWiki



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AfterWorld il DopoMondo - (L'adistopia ci renderà migliori...)

E LESSON OV ISTORY

Una giornata particolare


Un'allegra vibrazione musicale, trasmessa dall'impianto lobo-temporale, svegliò Lorenzo Deckard Ferlinghetti. Sorpreso, imbambolato, (trovarsi sveglio così presto, alle sette del mattino, lo turbava sempre), Lorenzo fece mente locale e riscoprì quello che già sapeva: il Memorial Dey era tudey!


- Breicfast is ondeteibol – l'avvertì la mamma. – Bi quiky. Frensis donciuueita. Enyu nou veryuel: disis destraikest miit ovdeyar: Yucanmissit. Notetol. Yu donid enoda remarca negativa onde greidbuk.

- Ok, mom. Fassadenlait. Sono subito da te. Brasc maifeis encam. Aiuos bonredy, yunou.


Oh yeah, Sweety! – Pensò Janet Deckard nella lingua materna, lo Universal English; e un sorriso le incise due fossette graziose sulle guance. Un sorriso da Peter Pan (in fondo, era ncora giovane), che si riflesse e rimbalzò sulla lucentezza metallica della robocucina. La donna stava servendo i tosti spalmati di "butta en vegemait", che lei stessa aveva preparato nella migliore tradizione di Perth. Nata nella verderossa Australia e trasferita, con borsa di studio in storia dell'arte rinascimentale, a Roma, dove aveva incontrato l'amore della sua vita. Oh, Janet, Janet, why did you did it?! Janet scacciò, con un movimento inconscio della mano sinistra, il ricordo del rimbrotto della madre Liza, alla quale certo non intendeva in nessun modo rassomigliare. Né ora né domani. Never. Succo d'arancia, latte potenziato ai meteominerali e una singola fetta di uno specialissimo cake al cioccolato Mu Oi Cu Ong, gradevole all'aspetto, costituivano la riserva di calorie del figlio per la giornata all'aperto. Lorenzo aveva i capelli lisci tendenti al platino, spioventi a frangetta e solo un poco più chiari di quelli della madre, bionda naturale. La momy che univa all'insieme nordico – altezza e pelle bianchissima – occhi di un blu intenso screziato di pagliuzze verdi, mentre le iridi del bambino erano limpide e di un miele leonino.


- Uozzon disyar?


Lorenzo sollevò lo sguardo dal tosto, rivelando una punta giallomarrone di vegemite appiccicata sul nasino, che lo faceva somigliare a un pagliaccetto malizioso in vena di scherzi.


- Disyar? Ticcia toldas ders e Testimone. Eitytu, pensa! Ilbi faty ese tedybiar, uide redbonet onis hed, momy?

- Donbisily, Lory. Eitytu is e remarcabol eigc. De ferst manny sou old forya, nay?

- Yo, momy. Non è che il Testimone gotta e disis? Tipo E7?

- Uoccia tumac oloscrin, oldboy. E7 dont egsist anymor. Ui distroit. Degons distroit. Idisappird someny yars bifor yu ghetin mai bely.


Il richiamo gutturale dello scuolabus – il Megac in attesa sulla linea gravity che attraversava, come una rete di ragno, il suburbio ovest della city – interruppe il dialogo. Fuori, il cielo si stagliava di un azzurro tranquillo, senza nuvole scure, senza obiettivi se non regalare una giornata tiepida e fresca nella stessa misura ai due regni animale e vegetale: un mattino di aprile nella città più antica della Confederazione Atlantica. Il cestino con la merenda, di paglia intrecciata foderato di carta di cotone, anch'esso molto "old aussie", e il saluto al momento di farsi rapire dalla scaletta di luce metamateriata del Megac: l'avventura del Memorial Day, per Lorenzo, iniziava. Per la prima volta nella sua breve esistenza, il boy di undici anni avrebbe visto, in carne e ossa, un Testimone. Uno nato nell'Evo Antico. E che magari non parlava neppure bene l'Itisc. Come gli animadroidi dell'oloscreen. Quelli con i Pebolcrids che mischiavano l'Itish all'Italiano, la lingua dolciastra, da femmine proprio, degli antenati. E che per questo facevano ridere un botto.


- Oi, Ro! Luketmi!


Micha gli fece segno dove stava, nella zona alta del veicolo. E il solo fatto di rivolgersi a lui col nome da esploratore aveva il valore d'un ordine più che un semplice invito. Lorenzo/Ro e Micha/Bat facevano parte del gruppo degli Esploratori Eagles, ma anche di una confraternita molto esclusiva (solo loro due, in effetti) che aveva la missione segreta di salvare il mondo dalla invasione degli Ultracorpi. Un film Agipi mandato all'oloclub di settore; subito dopo quell'altro, pazzesco per i colori, con l'uomo pipistrello e il suo assistente pettirosso. Una roba terribile, evidentemente in atto da non si sa quanto tempo. Uomini mutanti e virus in mutazione che si combattevano. Gli UC avevano un dono: erano invisibili in fase uno agli adulti in genere e a tutte le esponenti dell'altro sesso, di ogni modello, età e livello di rompiscatolaggine. Se ti entravano dentro, di solito mentre dormivi o sonnecchiavi, poteva capitare perfino quando studiavi informatica dialogica, ti mangiavano e ti sostituivano: all'esterno sembravi tu, uguale in ogni dettaglio, perfino nelle movenze, e invece eri diventato un U-Corp del settore della galassia dominata dai Senzienti Dobo.


- Yo, Bat. Gonna uoccia e Testimone tudey, lo sai?

- Yo, Ro, lo so. Utolgiu?

- De Program, broder. Luk...


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Frensis, il bio-androide Nexus 6, ci impiegò un venti minuti a raccogliere i gitanti dell'area ovest e a portarli sul posto: una villa secolare, non distante dall'area monumentale. La maestra, Lady Isidore, li radunò come una nuvola di pulcini di tutte le tinte davanti a un incredibile cancello in ferro, ferro vero, verniciato a mano chissà quanti secoli prima: un manufatto. Al di là si scorgevano, tremolanti nella foschia dorata, alberi e siepi, prati e muretti in pietra e mattoni, candide fontane a figura umana e animale, o un misto dei due. Un paradiso ignoto per i bambini e le bambine di settima classe del Marconi-Johnson Institute, abituati a studiare le estroversioni della pericolosa Mater in versione olo e sugli psycoschermi. Appena entrato, Lorenzo indicò un uccellino mezzo addormentato in bilico sul ramo d'un albero. Un pioppo maestoso, che archeggiava nell'infinito. Il tronco aveva la circonferenza di due metri e il fusto sfidava il cielo. La chioma creava un regno ridondante d'ombre e luci, nel quale dimoravano miriadi di minuscole creaturine vibranti, saltellanti, striscianti, punzecchianti o ferme e mimetizzate in agguato. La creatura più bella, dal piumaggio biancorossosmeraldo e la cresta di lux fonica, aprì un occhietto fosforescente e li guardò; poi lo richiuse e si afflosciò, come se, nel suo stato ipnotico, avesse sospirato.


- Luketdet: e berda!


Il grido fece volgere una ventina almeno di testoline. Lady Isidore si affrettò a calmare le acque: - Ne vedrete molti così, muta-uccelli di città, anche più grossi.

Aveva parlato in Italiano, la Lingua Originaria. Uno degli idiomi premod che si studiavano nella Zona esseuno della Confederazione, cioè nella Iunion; la terza più importante materia d'obbligo fino all'Orion. Il berda cinguettò qualcosa, forse in berdisc; poi frullò via in cerca di pace. Il volo, come lo scarto laterale d'una bacchetta di un droide Orchestrion, diede il là alla comitiva. Una breve camminata e il luogo del raduno apparve. Il piazzale scelto si presentava ampio, piatto, con un perimetro calcolabile in 400 metri standard. Un tappeto di trifogli, loglietto ed erba inglese naturale, non materiata, lo rendeva soffice e invitante, quasi magico. Tutta la villa era stata bonificata dopo l'E7, protetta dal dome a campo di forza. Nei giorni precedenti il Memorial Day, i reparti Neuty avevano controllato il luogo. C'erano già stati attentati, da parte dei Supernatural Afterworld, e il Governo della Iunion non voleva sorprese. Due ore passarono così, serene e senza problemi. Riuniti in cerchi ed ellissi equidistanti, i ventiquattro flocks che componevano la totalità delle prime-schools dell'Urbe attesero l'arrivo del Testimone. Le maestre, in piedi nel fuoco delle formazioni con i bio-Projector e i Wiki-studs al fianco, istantanei nell'integrare di infos il circuito psycotronico interno dei bambini, si diedero da fare a illustrare in Lingua Originaria la storia e la bellezza del parco. Molto più grande di quel che sembrava, un tempo era appartenuto a una famiglia nobile e ricca, aveva ospitato bestie da allevamento, le mucche e i cavalli: le caus e gli orsis. Micha fece il verso nasale delle caus, che aveva udito dai pebolcrids. Lorenzo rispose con un respiro rumoroso in stile filtro VTM ficcato troppo su nelle narici, e che, a suo parere, si identificava nel "rorin" di un ors incacchiato con sua moglie. Le bambine risero tutte. Anche Pris. La ticcia indicò col ditino verso di loro, quei due birbantelli senza paura, uno biondo, alto, agile e snello, intuitivo nei movimenti, l'altro bruno, gli occhi a mandorla, robusto e muscoloso. Tutti e due sempre pronti a dare spettacolo. Ma si capiva che era contenta. L'atmosfera era quella giusta.

Cresceva l'agitazione, gli schiamazzi s'intensificavano in un brusìo d'api in sciame. Ma era quel tipo di confusione e quel tipo di rumori che scaturiscono dalla gioiosa vitalità infantile. Piena di entusiasmo. E di entusiasmo genuino il Testimone ne aveva davvero bisogno. Lo meritava. Perché già la volontà di rivolgersi personalmente ai bambini nel giorno della memoria era qualcosa di sublime. Insegnava ai piccoli cose fondamentali e dava energia e speranza per il futuro. Zio Josh, lo chiamavano. Il Testimone più amato della Iunion. Uno dei più vecchi UU, Uonderin Uitnys, dell'Atlantica. Ottantadue primavere portate artificialmente bene. Il suo nome alla nascita, anche i Tonti Delta lo sapevano, era stato Giuseppe; calcando le "p" come in "applikeiscion". Il padre di un dimenticato semidio giovane e bello, biondissimo e con la barba pare, cresciuto vicino a Jerus. Un dio antidiluviano che aveva edificato la San Peter Dom, ammaestratore di genti come il Testimone. Per duemila anni s'era impegnato, quel giovane dio, parlando una sua speciale lingua aliena. Questa cosa così dotta, Lorenzo l'aveva spiegata una volta a Pris, impiegando un accento copiato dai genitori di Micha. Unito a segni circolari inventati con le mani, il più misterioso dei quali lo chiamava "detricrosgods". A quel punto, considerando che aveva attirato l'attenzione generale, Micha si produsse in uno dei suoi numeri straordinari: porse le mani intrecciate in basso al compagno eagle Ro, invitandolo a diventare un Robat De Sentinel: una delle sette trasformazioni delle Aquilae ov Roma. Con la sua forza spaventosa, dovuta alla mutazione Voigt-Kampff e, in parte, all'ascendenza kazaka, se lo issò sopra la testa con un unico movimento fluido, in assoluto relax. Robat, ora, sfiorava i tre metri.

La splendida Priscilla, eccitata a quella scena, piroettò tre volte avanti e indietro tra le ragazzine, esibendo la plastica figuretta di silfide a mutazione KMNC. Con addosso la tunica metamateriata verde-arancione delle silfidi atlantiche di classe quattro, pareva un arcobaleno sotto il sole che giocasse a non far trovare la pentola d'oro. Un arcobaleno stava bene nel paradiso degli animali impuri. In quell'esatto momento, si mosse, come un rettile mutacolori o, forse meglio, un folletto aereo tessuto di oxazoto, il pensiero del "Rainbo", generato dai bambini Tel del Mainardi Institute. Posizionati lungo l'assone del prato, i Tel pensarono compatti l'immagine magnifica, che divenne all'istante palese agli altri umani. "E Rainbo Covnan. Sun idelcom!" Lo strillavano ora. Per loro, l'immagine aveva i connotati assordanti di un rullio di tamburi allineati su una spiaggia deserta, e rappresentava un'espressa volontà di dominio. Per gli altri, i No-fripsy e i Midpsy, in sostanza gli psycotronici, l'urlo prese le sembianze di una premonizione timida, un pelo sotto la comprensione linguistica che si agitava nell'area di Broca. Raggio di pensiero di evanescenza lunare ma che, per via della volitività invasiva dei Tel, gli si andava a collocare direttamente nella pancia.


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Il rumore avvampò improvviso da nordest: dalla direzione in cui s'intravedeva la linea azzurra dei Tiburtini. L'inconfondibile crack sonico, cui seguì il bagliore della disgregazione del campo di forza. Un varco sufficiente a far passare l'Hornet a otto posti pilotato dal Nexus 11. Sospeso immobile sopra il quadrato gravity di landing, che aveva preso a pulsare per il bloccaggio, l'Hornet s'abbassò silenzioso, sprezzante delle leggi di Newton. Le vecchie leggi che avevano intrappolato la misera scienza aerospaziale terrestre fino al secondo avvento dei Dagon. I veri Dei del Cielo. Gli Skauolka che, cinque decadi indietro nel passato, avevano liberato gli Homo dal flagello orrendo dell'E7. Robat De Sentinel, la più possente tra le creature in festa sul piazzale, salutò l'entrata dell'Hornet con le braccia incrociate a X bombata. Gridando forte Vale O!, l'omaggio degli Explorers ai capi in visita. Il gruppo del Marconi Institute, che non a caso era il più vicino all'aircraft, si levò in piedi un attimo dopo e spedì il suo boato. Al quale fecero immediata eco le grida dei seicento bambini, bambine, bioandros e insegnanti umani. La scaletta gravitazionale intersecò il punto esatto dove il magneto cedeva alla terra pura. Il portello si dissolse. Apparve, disegnata contro la luce mattutina, la silhouette maestosa del Testimone, che subito si esibì nel segno OV: Overall Victory!

La folla rispose a sua volta, rivelando un ascendente grado d'isteria. Impazienti, i bambini seguirono le mosse del minuto drappello che accompagnava il Testimone – il funzionario del Governo e il suo aiutante, il cameriere bios personale, i tre tecnici alfa-droidi con i loro sofisticati congegni negli involucri Garland: prodigi che scomponevano i raggi solari in iridescenti linee di forza. Il Testimone salì sulla piattaforma AG che un alfa aveva prontamente estratto dalle sacche cangianti. All'apparenza metallica, nella sua base di uno spessore di pochi millimetri la pedana Stanton racchiudeva ogni soluzione tecnica per le situazioni meeting. A quel punto, tutto era pronto e Josh, il vecchio, forte Ankel Josh, spense il volume del clamore con un semplice gesto del braccio sinistro. Era mancino, infatti. Un bell'uomo. Di struttura austera e i piani sagittali armonicamente intersecati, come nel Vitruviano di Leonardo. Portava i capelli cotonati di un fulgore argenteo, pettinati all'indietro a scoprire la fronte ampia. Che discendeva a formare un viso quadrato e scabro, privo di peluria. Gli zigomi uscivano parecchio, proiettati verso l'alto. Davano, all'insieme del volto, una dinamica speciale: la fuggevole impressione di innumeri volumi trapezoidali che si mescolassero di continuo al minimo fremito dei muscoli facciali. La bocca aveva un'espressione ironica dipinta perenne, i denti bianchi e regolari. Gli occhi, carboni accesi, fissavano fermamente dall'alto, incastonati in sopracciglia nere ad arco di fattura aquilina: occhi d'innesto che vedevano cose non visibili ai più; frutto, – come altre parti del suo corpo biorigenerato – del lavoro degli scienziati Dagon nei Lunar Labs ai tempi in cui i Testimoni erano stati istituiti.

Indossava l'uniforme bianco perlacea dei funzionari d'alto grado della city e, in rilievo sul petto, la ruota tricolore della Iunion. Sulle braccia splendeva il simbolo del Terzo Pianeta – il doppio nodo con l'occhio racchiudente la sfera azzurra –, proprio degli UU di prima classe. Tutti sapevano che la voce del Testimone, come quella di tutti i Testimoni, era modulata, ipnotica se le cedevi. E che andava lontano: spinta al massimo si faceva udire per miglia, scavalcando gli ostacoli fisici. All'impatto ultra-umana, ricordava, nella qualità intensa della vibrazione, il miagolìo utilizzato al principio dai Dagon. Quando avevano spiegato cosa era andato storto e quel che di buono stava per accadere alla Terra, in grazia del loro intervento sanificatore. Ma il timbro della voce di un Testimone standard era caldo, basso nelle frequenze, più simile al ruggito di una fiera che al gnaulio di un gatto. L'aspettativa della folla non venne delusa. Lo Zio sorrise e volse le palme delle mani verso l'alto, tenendo i gomiti all'altezza del plesso solare. Nel gesto che significava il benvolere degli esseri superiori verso la sua persona e i presenti. Iniziò il discorso. La "lezione di storia" in LO annunciata nel programma.


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Cari bambini e care bambine, onorevole corpo insegnante, bios e alfas, sono qui a voi col cuore colmo di gioia. Il mio ruolo impone tanti doveri, non tutti piacevoli, e nella scala dei piaceri voi siete al vertice, l'ultimo gradino che immette all'estasi del simposio Orion con i Creatori.

L'incipit, non nuovo nel modello retorico e del tutto classico, liberò un ulteriore boato di approvazione dell'uditorio. Mentre le torri degli oloscreen, che i bio-P avevano innalzato ai lati della pedana in una ben registrata alcova di lux metamateriata, rimandarono, brillantissime, le immagini degli innumerevoli Memorial avuti dall'ospite nella Iunion. Un rituale e una consuetudine risalenti agli albori del Secondo Avvento.

Sento affluire, come freschi torrenti di montagna nella mia mente, le emozioni che provavo quando avevo la vostra stessa età, nell'Agipi 2019. Allorchè il mondo conobbe il contagio che, battito di farfalla, smosse le molecole dell'aria in un modo e con conseguenze imprevedibili. Il Covid19 scosse energico le sue ali, libero e potente, in volo da Oriente a Occidente. L'ossigeno e l'azoto furono cavalcati come due cavalli di fuoco. Bestie ardenti, desiderose di battaglia, di fumo, di strepiti e di vento. In un lampo, nessuna cosa fu più come prima. "All changed".

All'udire il versetto sacro, la massa dei bambini proruppe nella giaculatoria di rito, nelle due possiblità psyco e vox: - Ol Ceingc / No Domein / Ov de Fringc / Let sciurly de Rein!

Il Testimone, che aveva accortamente sospeso l'eloquio per concedere spazio alla preghiera della folla, riprese a parlare.

Al principio, tutti i popoli e i loro governanti – i Politici - finsero di non capire. Minimizzarono. Adottarono misure inefficaci a contenere il viaggio impetuoso del carro. Che infatti incrementò la sua giga frenetica. Di continente in continente. Di nazione in nazione. Di città in città. Di casa in casa, il virus si trasmise dal figlio al padre, da chi doveva essere curato a chi curava. Nelle aree più popolose – moltissime nell'Evo Antico si contavano le cities e otto miliardi di umani naturali popolavano il globo terraqueo – così come nei posti più lontani dalla civiltà. Indi, assai lentamente, quando fu chiaro che il carro danzante non si poteva fermare in nessun modo, la nebbia svanì dalle menti di chi governava, che avevano cuori pesanti di cupidigia stratificata. I padroni del mondo compresero: era alle viste un cambio della guardia. Il ribaltamento dell'Uomo misura unica di tutte le cose visibili e invisibili. Quel che credevano di essere! In pochi mesi, il cuore del mondo, e con esso la speranza di tornare al Prima, cedette. Si diffuse un senso di smarrimento. Molti morirono semplicemente di paura. Molti si sentirono perduti in una tempesta che oscurava la realtà: difficile anche indovinare in quale direzione muovere un solo passo. Il cambiamento fu rapidissimo, in termini di evoluzione dell'Anima. Nel giro di una generazione, l'Uomo passò dall'arroganza dell'ignoranza alla coscienza della colpa: l'orrore dell'errore commesso. Così che giungemmo, dopo le sofferenze che la Mater intese infliggerci, all'accettazione delle direttive di salvezza dei Good Shepherds. I nuovi pastori del gregge che poi erano gli Antichi: i Creatori che avevano osservato il nostro cammino.

L'attacco dell'Oratore, impetuoso e diretto, così incredibilmente alto nell'uso della LO, era stato tanto impressionante quanto inatteso; in specie per gli esploratori del Marconi. Lorenzo, quasi a chiedere sostegno, incrociò gli occhi di Micha, e i due mimarono insieme un robat "Uau!" senza suono. Un Tel, seduto sull'erba venti metri a fianco, vicinissimo alla pedana, subito si volse per osservarli un attimo con le sue iridi nere, atoniche e imperscrutabili. Pensoso. L'azione di cronoscandaglio fu però interrotta dalla voce del Testimone. Che tornò a riverberare, alta e potente, sotto il dome.

E venne il Covid. Nella stagione ultima dell'Evo Antico. La malattia causata dall'agente virale che noi, con la nostra folle gestione dei benefici concessi, avevamo plasmato dal fango e dal sangue: dalle tribolazioni degli animali di cui ci nutrivamo. Arrivò così com'era stato tramandato. Non il primo flagello biologico che funestava. Ma il primo che agiva e determinava in una società globale. Un modello di società che comunicava a una velocità mai sperimentata nelle epoche precedenti. Lo sapete, piccoli amici miei, non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere. Non c'è stolto peggiore di chi crede d'essere forte nel dominare, con attitudine spietata, le creature che vivono nell'armonia delle leggi naturali. Noi eravamo ciechi e inetti, deboli e impreparati, epperò sicuri di comandare il destino di tutto ciò che a noi era fratello. Nel disprezzo dei diritti che costituiscono moneta corrente sul Terzo Pianeta. Ci siamo calpestati. A lungo, gli uni con gli altri, ci siamo colpiti e flagellati, noi umani. Evoluti per un caso dalle scimmie, così certificava l'antica scienza, ci eravamo divertiti a ingigantire il nostro lato ferino. Coltivando la crudeltà sistematica e il controllo delle risorse. Ridendo e cantando anche, addirittura benedicendo le guerre insensate e i genocidi. Nel desiderio costante di sentirci i migliori: gli eredi del futuro. Noi, quindi, lo sapevamo bene. Da molto tempo lo sapevamo. Eppure, facendo leva su un orgoglio e una presunzione invincibili, continuavamo a seguire la strada che ci avrebbe condotti alla perdita dello status di figli prediletti della Mater.

Ricordo molto bene i primi giorni che il nuovo Coronavirus circolò a Roma. Arrivò in aereoplano con due turisti (i concetti di "aereo" e di "turismo" spero via siano stati illustrati dai vostri insegnanti, ma stanno apparendo sugli uikies...). Due sinzies marito e moglie, anziani e provenienti dalla Confederazione Indo-Pacifica. A quel tempo, la nostra city era diversa. Vi abitavano qualcosa come quattro milioni di persone. Oggi, l'ultimo censimento ha contato 38.637 umani nelle cinture Alfa e Beta dei nove settori; cui possiamo aggiungere i bios familiari, i Nexus e gli alfa-droidi che lavorano nell'area monumentale. In quei giorni, la Iunion aveva un nome differente: "Italia", o anche: "Repubblica Italiana". Il popolo eleggeva i suoi rappresentanti che sedevano in un'aula, e lì si decideva ogni giorno, litigando per lo più, cosa fosse buono e cosa non lo fosse. Nei primi mesi, il Governo emanò una legge che chiamò: "Io resto a casa". A indicare che il contagio si stava diffondendo e quindi non ci si doveva più incontrare nei luoghi di lavoro e di divertimento. Solo pochi poterono continuare a svolgere un'esistenza normale. Normale la vita quotidiana non lo fu per coloro che lavoravano nella sanità. Gli ospedali governativi sopportarono l'impatto del Covid19 e moltissimi operatori caddero sul campo, nel tentativo generoso di rallentare l'allargamento del contagio.

Furono i medici e gli infermieri gli eroi di una guerra che si attestò nella cintura nord del paese. Un facile bersaglio per quel virus rozzo e rapido, amante dell'inquinamento atmosferico, e che si presentava con sintomi di semplice influenza aerea. Ogni categoria del sistema reagì egoisticamente, preoccupandosi di difendere i propri interessi. I governi delle nazioni, dopo un breve tentativo di resistenza, si arresero quasi senza condizioni. Ciò accadde perché quella piccola parte privilegiata che deteneva le leve dell'economia, un milionesimo della popolazione del pianeta, non volle cedere un atomo delle ricchezze accumulate. Vi sembrerà incredibile, a voi figli del Secondo Avvento, eppure, le cose, quando io ero un bambino, funzionavano in questo modo. Chi abitava nei paesi ricchi, dislocati nella fascia boreale, viveva nello spreco. Tutti lavoravano. A quei tempi, lavorare veniva considerata una benedizione e un dovere. Non esistevano ancora i Billi droidi uercatori...

Il testimone sorrise, ammiccando alla concessione Itish; appositamente incespicata nella dizione e che, come previsto, scatenò risatine sommesse. Sull'oloscreen alla sua destra, si materializzò l'immagine fumettata di un Pebolcrid uercator intento a sfornare torte cremaciocco, mentre su quello di sinistra un bambino e una bambina molto piccoli attendevano ansiosi pestando i piedini. Esaurita la pausa, Zio Josh riprese tranquillo, il volto e gli occhi magnifici atteggiati a serietà.

Tutti lavoravano col miraggio di accumulare i soldi (osservate schematizzati i concetti di denaro virtuale o in cartamoneta, la borsa, le banche...) necessari ad acquistare i beni di consumo. Il sistema si reggeva su un tale abominevole cardine. E tuttavia, si diceva che si stava vivendo il tempo favorevole, e che tutti sarebbero entrati a farne parte. C'era una nazione, gli Stati Uniti d'America, sì giusto loro, i nostri bislacchi amici Atmos, che consumava ogni giorno una quantità di energia equivalente a quel che il continente africano consumava in un numero elevatissimo di mesi lunari. Ma, cari ragazzi, mi accorgo che è giunto il momento di un riposo in forma di pausa. Per assimilare quello che vi ho detto.

Il testimone salutò col segno VO. La pedana si dissolse per consentirgli di raggiungere il gruppo di insegnanti con i quali voleva consultarsi. All'istante, si riformarono ellissi e cerchi. Lorenzo e Micha, anche loro, avevano tante cose da dirsi. Ma l'impressione enorme suscitata dal Testimone, la sua grandezza, eccedevano ogni capacità di commento. Eppure lo sentivano: il Memorial Day stava mantenendo le promesse.


Il Testimone racconta...


Lo Zio chiese un bicchiere d'acqua da una certa fontana, alla quale aveva bevuto da ragazzino e che stava ancora lì, in un angolo del prato. Era di nuovo bello ritto sulla pedana Stanton. Rilassato, prese a masticare un chewing-gum di bacche Zo (era nota questa sua inclinazione al trastullo psichedelico) e osservava, con gentili movimenti del collo, il gioco di ricomposizione dei cerchi e delle ellissi, con i bios affaccendati attorno ai bambini. Ripristinati il silenzio e l'ordine, riattaccò a parlare.

Yo, boys, yu gonna irmi blokisc enoder fofaiv auas, nay? - Tutti risero, consapevoli dello scherzo. Zio Josh rise anche lui, a lungo, facendo gesti con le mani che stava lì lì per addormentarsi, e subito aggiunse: Baccyor ticcia seddo tumi det mai Italianski is comprensibol, enso si sono deservate e nota verdisc onde greidbuk, nay? Altre risate: l'Itisc dello Zio era irresistibile.

Oh Oh, ma adesso arriviamo alle cose seriose. I miei ricordi personali. Quelli che mi si sono rintanati come serpentelli nella pancia. Come sapete, sono nato nel 2008. Solo un altro UU è più grande di me, Micio Kaku, laggiù a Tokio. Ma quello è alto la metà di me e non sa ballare la giga! Due saltelli sul posto, sulle note di un Serpa a corda marziano partite dall'olo. Lo Zio ringraziò con un inchino il musicante Orchestrion, che intanto svaniva salutando nella colonna di luce. Il lato istrionico, che tutti ben conoscevano, iniziava a farsi strada.

Ricordo bene la prima volta che compresi che qualcosa stava andando storto. Fu il giorno dopo un fine settimana trascorso con i genitori proprio qui, in questa villa-parco che rimaneva vicina a dove abitavo: il Quartiere Monteverde. Già, perché, Roma era suddivisa in "quartieri", cioè settori, strade, piazze, negozi e palazzi, più torri di appartamenti un parsec lontani dalle soluzioni garden nelle quali siete cresciuti. Voglio dire che lo spazio a disposizione era molto minore. Quel giorno, un lunedì di febbraio, alla "televisione", – l'apparecchio che immagino abbiate esaminato durante la visita all'Agipi Center – il Leader disse che non si sarebbe usciti per un po'. Quel "po'" si trasformò in due mesi lunari abbondanti. La mia vita, che fino a quel momento era filata via liscia, tra gioco e chiacchiere con gli amici, la scuola, l'attività sportiva, si ribaltò. Come in un brutto pebolcrid antartico (risatine dell'uditorio, che continuava a sperare nelle manifestazioni umoristiche dello Zio), mi ritrovai a ciondolare per casa, cercando di inventarmi modi per sconfiggere la noia mortale. C'erano mobail come gli smart-phone, i tablets, i mac e vari modelli di notebook, che già erano stati importanti prima, ma che, in tempi di Coronavirus, acquisirono un valore vitale. Persino i miei vecchi capirono le ragioni che avevano spinto il loro pargolo a fissare per ore, in stato di apparente catalessi, i mondi alternativi del suo universo social.

Oltre al ravvedimento di pa' e ma', osservai molte altre novità, in quelle settimane di trinceramento. La gente, a certe ore precise, si affacciava ai balconi delle abitazioni per cantare e gridare, fare casino usando aggeggi musicali chiamati "dischi", o veri strumenti a fiato, a corda e a percussione. Altri, invece, compravano i cani, perchè la legge concedeva ai proprietari di scendere per la strada quando volevano. Il mio doghi Lola se ne era andato nel walhalla dei doghi giusto da tre mesi, per cui anche quella possibilità di fuga, almeno per me, svanì subito. Di affitarne uno – perché accadeva anche questo – non me la sentivo. Ci furono assalti ai supermercati. Forse il concetto vi è estraneo. Ma i supermarket erano spazi coperti labirintici dove, se avevi soldi in contanti o stoccati nelle card magnetiche, compravi quello che c'era esposto, cibi e bevande soprattutto. Chiusi i commerci privati, chiuse le scuole, gli istituiti culturali, sospesi gli spettacoli d'arte varia e sportivi, le città si desertificarono. Fu incredibile! Sopra i tetti apparvero i droni: rozze apparecchiature che potete in qualche misura, se non vi schifa, considerare antenate dei roundygravities. I droni iniziarono a pattugliare i cieli per spiare chi trasgrediva il confinamento. Scene ridicole di inseguimenti apparvero sulla rete. (Vedete, schematizzato, il modello di web dell'epoca...). Ricordo un tipo che correva su una spiaggia, nella zona che corrisponde alla seconda cintura. Ma i Carabinieri, un corpo specializzato (l'immagine olo provocò chiocce risa tra le silfidi), l'acchiapparono direttamente in mare. Fu pescato come un fiscio. Il peggio fu la questione delle mascherine. Nel 2019 nessuno aveva innesti biodinamici; e non ci si sognava di nascere provvisti di upgrades, così che per non respirare il virus la gente si mise della stoffa davanti alla bocca e al naso. L'Italia era un paese industrializzato. Ma nel novero delle sue industrie non aveva quella delle mascherine anti-inquinamento, usate invece in Asia. Da lì, dagli stessi luoghi dai quali era giunto il Corona, arrivarono le mascherine anti-Corona. Anch'io, naturalmente, ne possedevo una: comprata sulla rete. La tenevo attaccata con un elastichino alle orecchie. Faceva male agli zigomi. Guardate questa immagine...

Gli olo mandarono la tridimensionale di un Josh bambino, i capelli quasi bianchi, lisci a frangetta, occhiali di plastica fucsia a specchio, il volto pallido nascosto da una nuvoletta verdolina. Il ragazzino stava in piedi su un terrazzo, in mezzo a vasi di piante dai fiori rossi, e mostrava il segno "V" con la mano sinistra. Indossava una maglietta sportiva bianca e celeste, divisa a metà da un disegno a linee blu che ricordava vagamente un UltraGryphon. L'uditorio – grandi e meno grandi, perfino gli alfa e i bios – mormorò sorpreso.

Un altro fenomeno fu la curiosità manifestata dagli animali selvatici. Le cities, infatti, non erano frequentate solo dal genere umano e da cani e gatti, ma anche da alcune specie di volatili e mammiferi, mutati in parassiti simbionti. Ad esempio i gabbiani, uccelli marini nobili all'aspetto, ma spietati predatori in realtà, che combattevano con le cornacchie astute. Un giorno, la radio e la tele dissero che un'aquila era stata vista volteggiare sopra Milano, alla ricerca di chissà che cosa. Una balena aveva fatto il suo ingresso nel porto di una città, guardando con i suoi piccoli ma intelligenti occhietti i pescatori al di sopra del pelo dell'acqua. Dappertutto, gli animali, abituati alla presenza invadente degli esseri umani nei loro territori, alle puzzolenti automobili che ora erano quasi tutte ferme, si incuriosirono alla rarerefazione improvvisa dei loro persecutori. Quello stallo tra Uomo e Natura durò pochi mesi. Mentre balletti di statistiche addomesticate tenevano a bada la popolazione. Circolarono mith busters e "fake news", come le chiamavano: una tara della rete. Ne ricordo alcune. Si vociferava che i dispositivi mobail diffondessero il virus serfando sulle onde elettromagnetiche. Che bere alcolici e la birra, in specie una certa marca che infatti fallì, favorisse l'insorgenza del Coronavirus. O che la neve lo uccidesse. Un mio amico mi assicurava che tutti quelli che parteggiavano per la mia squadra di foobba – il gioco più amato – non si prendevano la malattia; o meglio, erano asintomatici, e quindi avevano il dovere di trasmettere il Corona ai loro avversari. Tutte autentiche sciocchezze. Ma molti ci credevano. Le applicavano. Fatto sta che la confusione regnò totale, e con essa l'incertezza sul futuro. Fino a quando i governanti annunciarono che col "resto a casa" s'era giunti al punto di non ritorno. E che occorreva passare alla "fase due", se non si voleva andare incontro al collasso del sistema produttivo.

I confini delle città, delle regioni e delle nazioni furono riaperti. Spalancati e penetrati quasi con violenza e soddisfazione, complice l'estate. Fu una vera corsa. Fu come un "tanaliberatutti", un gioco infantile che neanch'io ho giocato ma che è esistito. Un gioco nuovo mai provato prima, col quale la gente si riappropriò degli spazi proibiti. In un'euforia perniciosa più del virus stesso e che, per qualche tempo, illuse sul fatto che la pandemia potesse diventare, velocissimamente così com'era apparsa, solo un brutto ricordo. Un'esperienza straordinaria su cui parlare e produrre libri, film e documentari, o inventarci sopra giochi di ruolo al computer. Comunque, l'estate passò all'insegna di un'altra parola d'ordine: "distanziamento sociale". Fu elaborato un modello di detection a corta distanza, tramite un accordo tra le due più potenti agenzie web, per mappare i contagi. La cosa funzionò ma non perfettamente. L'uomo è bravo a realizzare strumenti perfetti, ma si scorda che lui stesso è imperfetto. Presto mi accorsi di una cosa: distanziamento e mappatura significavano che ti dovevi guardare costantemente intorno, pronto a cambiare i tuoi programmi. E che quasi tutte le cose divertenti non si potevano fare più. Ad esempio, giocare a foobba su questo prato. Andare alle partite. Anche avventurarsi al mare, o un'escursione, erano off-limits. L'occhio scendeva sempre al telefonino nella mano, che ti segnalava i "coronas" e gli "asinto", le due specie vagolanti nella biosfera urbana.

La scuola non saltò ma riaperse a settembre, col sistema "home"; il che, alla fine dei conti, si inserì nel quadro generale di paranoia. Le vittime, qui nella Iunion, s'erano attestate ufficialmente a quota 35 o 40 mila, non ricordo esattamente; però vi posso dire che nella maggioranza si trattava di malati o anziani. Infatti, solo i più forti resistevano. I miei quattro nonni, tutti belli vegeti, rientravano nella categoria dei forti. Li guardavo e mi accorgevo di come fossero più felici di prima, grati di iniziare una nuova giornata senza tubi attaccati. Poi, arrivati i primi freddi, la situazione precipitò. Recuperò il passo battagliero il Coronavirus che, lo si capì subito, s'era attrezzato per combattere. Il mio amico continuava a ripetermi che il CV19, tutto sommato, s'era comportato da "mezza pippa". (Gli uikies censurarono la spiegazione dell'esotico termine, mentre Micha mimava platealmente il gesto alle Fairies, che compresero al volo). Accoppare gli ottantenni non costituendo una medaglia al merito per nessuno: neanche per un animaletto grande quanto la cacata di una pulce a digiuno. Bene. Il Covid20 mezza pippa non lo fu davvero. Da Pebolcrid, il fragile virus a mina marina s'era trasformato in un Popsicle alla menta bipolare marziana. (Lorenzo liberò una sghignazzata a garganella: quello Zio era un mattacchione sul serio, e conosceva cosa piaceva agli explorers).

Poco prima di una festa religiosa invernale, i dati furono svelati, questa volta senza furbate: oltre il 17% dei malati di CV20 ci stirava le zampe, e gli asintomatici erano calati. Invece dell'immunità di gregge, come s'era sperato, si aveva ottenuto il risultato inverso: stimolare la mutazione del virus in qualcosa di estremamente cattivo. Questa volta, i miei nonni ci rimasero secchi. Pure la nonna Pina, che si era vantata con me di essere immune perché da giovane aveva fumato erbe "rasserenanti". (Anche qui, nessuna spiegazione da parte degli Wiki-studs, con dispetto dei bambini Potters, che probabilmente al riguardo dovevano saperne un minimo. I Potters agitarono le loro bacchettine nere per rimarcare la cosa ai droidi, che rimasero imperturbati). Nell'arco di tempo compreso tra il 2021 e il 2029, morirono, qui nella Iunion, tredici milioni di persone: la fascia over sixty spazzata via quasi al completo. Furono, quelli, gli anni in cui diventai adulto. Credetemi, non furono tempi felici, adatti a un giovane manny sano e con le batterie molto cariche. La sensazione frustrante, e che non mi abbandonava mai, era di avere a disposizione una stratocar diamagnetica mille miglia lontano da una rete Nymbo. O di passeggiare nei Giardini Dendroxantici con i filtri nasali e gli occhi guasti. O di essere stato selezionato per le colonie Fifer di Encelado, insieme ad altri disadattati come me e con lo scopo dichiarato di battere al waterpolo carbonico i Neptans tentacoloidi. (Risate sommesse).

Il decennio successivo fu anche peggiore. Oggi lo sappiamo, ma all'epoca no, nutrivamo appena un lieve sospetto: la Mater aveva deciso di dare una scrollatina al piccolo disubbidiente. La riemersione dei ghiacci primordiali, celati sotto le calotte polari sciolte dal riscaldamento artificiale della bioatmosfera, liberò squadroni interi di virus antichi quanto letali. Vogliosi di scorrazzare in lungo e in largo sul pianeta: un mondo inquinato da fragili esseri umani inconsapevoli di tenere ammucchiati mostri del genere sotto il tappeto di casa. Già il Covid21 aveva fatto saltare governi e democrazie come tappi di champagne a una festa di Zombi ubriaconi. L'immagine di uno Zombi del ventesimo secolo, deambulante sul praticello della villa, forse un errore di valutazione del droide proiettore che l'aveva rinvenuto negli archivi della rete, causò un soprassalto nelle Fairies del Venus Barbie Institute. I Pandora, i Nora, i Rota, i micidiali Rubik versicolori, gli Striker, o anche semplici batteriofagi T4 che avevano imparato qualcosa durante il loro sonno plurimillenario, appestarono ogni angolo, avendo come bersaglio d'elezione l'Homo Sapiens Sapiens. E fecero centro! Quel che accadde dopo è materia di studio e non di questo incontro. Nel 2039, al culmine di quasi venti anni di sarabanda dei virus naturali, l'E7 comparve. A sorpresa? Forse in un primo tempo no, ma poi sì: perché era oltre ogni immaginazione. Metteva fuori combattimento in sette giorni, con matematica puntualità, l'ospite sano, costringendolo ad affogare nel suo stesso sangue. Tornava libero e ripartiva in caccia. In pochi mesi uccise il 99.99 % della popolazione mondiale. Un radio-pluridimensionale di sintesi, come ci rivelarono i Dagons. Un attacco deliberato dei loro avversari in questo settore della galassia; e che li indusse ad intervenire.

Fu il Secondo Avvento. Su venti milioni di trilioni di stelle, che forgiano mille sistemi solari al secondo, era quanto mai improbabile che fossimo le uniche creature senzienti nell'universo. C'erano in realtà innumeri stirpi. Da eoni si moltiplicavano e si espandevano, viaggiando anni luce negli spazi cosmici. Più antiche e intelligenti di noi. Quasi tutte più sagge. E tra loro c'erano i Dagons, visitatori del Terzo Pianeta del sistema Sol. Da maghi della genetica, ci avevano mutato da scimmie arboricole in scimmie di terra che ambivano a nominare quel che vedevano. I virus di trasferimento genico erano stati i vettori utilizzati per sviluppare il nostro cervello. Le religioni, i miti di creazione comuni ai popoli primevi, una pallida parvenza della verità che era sempre stata lì, letteramente sepolta sotto i ghiacci, i mari, le rocce e i deserti. I Dagons, i Grigi dalla cresta di lux cangiante, i loro virus alieni, avevano avuto bisogno del nostro patrimonio genetico; così da evitare la consunzione che li affliggeva. L'esperimento aveva funzionato. Almeno fino a quando, accecati dalla superbia, non avevamo mangiato del frutto proibito. Ed ecco piombare, come una folgore dal cielo, il Nemico. Ok. Ma questi temi li conoscete a menadito. Sono parte dei programmi della quinta e sesta classe. Le basi della nostra civiltà. Vorrei chiudere, piuttosto, questa speciale mattinata, con un "contatto" oltre le parole che mi ponga fisicamente in mezzo a voi...


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Il Testimone fece un segno al suo cameriere personale, il bios di ultima generazione dalle fattezze assolutamente umane. Nel mentre, il plateau di bambini e bambine si alzò in piedi, per sgranchire i muscoli, dacchè lo Zio s'era messo a svolgere buffi piegamenti sulle gambe; certo per puro istrionismo e non per dolori improbabili, considerato il rango dodici del suo status. Avrebbe potuto tenere discorsetti qua e là per altri mille anni senza cambiare minimamente di aspetto, solo se i Dagons l'avessero voluto. E lui con i Grigi, su XI Cygni, ci prendeva il caffé insieme. Trascorsero così alcuni minuti, durante i quali le Ladies concertarono il finale con il funzionario governativo. Poi, senza preavviso, il Testimone si diresse verso il centro del prato, scortato dai bios, dagli alfas e da un gruppo eletto di Ladies. Le restanti maestre, con secchi ordini, allargarono i cerchi e le elllissi in due fronti contrapposti, come tante piccole Mosè indaffarate a separare le acque del Mar Rosso. Si ricompose una nuova formazione: Josh stava ora posizionato su una luminosa striscia Stanton, che tagliava in due lo spiazzo. Quindi lo Zio riattaccò per concludere il suo show:

Cari bambini e care bambine, il sole è vicino allo zenit e ci avvisa che il momento della merenda non può essere lontano. Anche io ho una certa famina...

Tirò fuori da un'invisibile tasca un Pebolcrid gommaceo e gli diede un morso feroce, staccandogli di netto la testa a pera e masticando con gusto – L'uditorio rise educatamente.

Vi voglio presentare Mister Clark, il mio cameriere fedelissimo e, a volte, tiranno personale assai discreto. Lui è stato concepito tra le stelle, e ha respirato, per così dire, aria diversa dalla nostra (per sua fortuna), fino a quando non hanno deciso di mandarlo sulla Terra a porre un freno alle mie baldorie.

Mister Clark, simile fisicamente al Testimone ma di apparenza più giovane e con corti capelli neri, si presentò con un inchino rispettoso rivolto al pubblico.

Non sono Santa, il genio dei boschi che portava doni ai bambini buoni, ma alcuni modesti regalini Mister Clark ce li ha, nascosti nello zaino.

Il droide bio, come l'assistente d'un mago del ventesimo secolo, fece sì col capo e, istantaneamente, gli apparve tra le mani un involucro Garland. Lo Zio asserì anche lui con la testa, evidentemente compiaciuto:

Partiamo dai primi della classe, i Tel. Che, se li facciamo attendere troppo, ci fulminano con i loro occhi spintronici. Ecco un bell'Ordinatore Plasmonico. Non sarà difficile immaginare un pianeta tutto per voi, con questo bell'aggeggio a disposizione! – Lo stesso bambino che aveva guardato corrusco Lorenzo, si alzò e andò a ricevere il dono dalle mani del Testimone, assieme a un buffetto sulla guancia.

Ed ora tocca ai nostri piccoli Cloner Ramati, che vedo qui raccolti dinanzi a Mister Clark. Per voi, futuri sacerdoti del Tempio, niente di meglio di uno stock di Zencandele, confezionate dalle api selenite dei laboratori Collins. – Un bambino cloner, la pelle squamata giallonera, gli occhi intelligenti e penetranti di cristallo limpidissimo, alto un metro e trenta non di più, avanzò sulle gambette arcuate. Inginocchiandosi per eseguire il sacro VO nella modalità completa, mostrò ai confratelli, tutti uguali a lui, la preziosissima reliquia. Fu quindi il turno delle Silfidi e delle Fairies, che ringraziarono per i doni con brevi spettacoli di danza e canti sirenici. I Potters ebbero una pianta Lamiarum coltivata sulla costellazione del Cane Maggiore, con cui sicuramente si sarebbero baloccati parecchio, prima di venirne a capo. Finalmente, giunse l'ora degli explorers. Lo Zio tolse di mano a Mister Clark il Garland. Impetrò un attimo di silenzio generale; voleva aggiungere qualcosa:

Settantacinquemila anni fa, anno più anno meno, diventammo creature simili a chi ci voleva padroni del nostro destino. E non c'è un futuro da creature libere, se non si sente la sete del viaggio. Per questo motivo, voi esploratori siete cari al mio cuore. Perché so che sarete piloti rammer e solcherete gli spazi intergalattici per l'intera vostra esistenza. E così accrescerete il valore umano al cospetto delle miriadi di razze disperse nell'universo. Tu, biondino dagli occhi magnetici, vieni qui!

Lorenzo, preavvisato da Lady Isidore, si avvicinò al Testimone.

Per te ho due doni. Il primo da parte di Mister Clark, un'ergosfera che ti aiuterà a migliorare le abilità nel gioco del gravity, nel quale mi dicono sei un campione quasi insuperabile.

Lorenzo accettò, esibendo un sorrisetto imbarazzato, la palla che gli porgeva Mister Clark; un oggetto bellissimo, di fattura ganimediana, e che recava il simbolo UU inscritto in un cerchio, e anche quello dei Dagons: la Piramide con l'Occhio della Perfezione e la Stella a Cento Cuspidi.

Il secondo dono è mio personale... la riproduzione fedele, ma in tessuto meta, della maglietta che hai visto poco fa nell'olo, quella che indossavo nel 2020. Era la divisa della mia squadra. Si chiamava "Società Sportiva Lazio", e vinse l'ultimo campionato di foobba. Lo vinse l'estate stessa del contagio.

Alle parole, pronunciate in tono solenne, lo Zio accompagnò un lieve bacio scoccato sulla fronte dell'esploratore. Micha, da accucciato a gambe incrociate che era, si produsse in un balzo sul posto di due metri almeno, accoppiato a un belluino ululato che neppure le grida compatte degli altri explorers riuscirono a rendere indistinto. Lorenzo si tolse il giubbino verde degli explorers e vestì la nuova divisa che lo Zio gli porgeva. Fece il segno VO rivolto alla folla, che lo rimandò prontamente. Un'emozione profonda coinvolse gli adulti presenti, e più di una maestra pianse. Lorenzo tornò tra le file, sussurrando a Micha che avrebbe tenuto la scert della "Lazio" sotto il corpetto durante le partite del campionato di gravity. E che, con quel formidabile lakyciarm sulla sua pelle nuda, niente e nessuno avrebbe impedito loro di vincerlo. Nel frattempo, il Testimone e i suoi accompagnatori avevano raggiunto l'hornet. Con un ultimo saluto, Zio Josh scomparve nell'aircraft, e un attimo dopo si udì il crack dell'apertura del dome. Lorenzo e Micha seguirono, con pupille splendenti di orgoglio, la scia del velivolo che si allontanava sopra il cielo di Roma. Era stata una giornata indimenticabile. Il minuscolo leader dei Cloner, Tyresias dalla splendente cresta fonica, sciolse i legacci della sacca di cuoio per prendere la piuma sacra. La intinse nell'inchiostro di Leda e scrisse sul suo Libro della Vita: Tumorou lukso promisin en garantiid fodem. Deia silvereingels, intreinin touok fareuei skais.



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