24-25 Agosto 2012 Mostra/conferenza su Ezio Sclavi p.2



Ezio Sclavi

Il calciatore, l'artista

"Un uomo d'Oltrepò"

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Parte seconda - L'artista Ezio Sclavi

Parte prima - Le vicende sportive di Ezio Sclavi

Selezione di opere di Ezio Sclavi

Appendice

Parte terza - Cenni biografici, giudizi critici, immagini

Galleria di immagini sulla Mostra/conferenza


Ezio Sclavi

Sembra impossibile come da quelle enormi mani da portiere siano potute uscire raffinate e significative pitture di altissimo livello. Prova ulteriore della grande sensibilità di un essere complesso e attento all'uomo, alla vita e alla natura. L'attività creativa di Sclavi cominciò intorno al 1932, sebbene alcuni disegni scomparsi erano datati 1929, quando iniziò a frequentare gli ambienti artistici più avanzati di Roma. Negli anni trenta la cultura artistica italiana è incentrata sul gruppo "Novecento", che vede riuniti i fautori di un nuovo e auspicato recupero della monumentalità classica, dopo le devianze trasgressive e sconvolgenti delle avanguardie primo-novecentesche.

I rappresentanti di questa corrente rispondono ai nomi altisonanti di Sironi, Casorati, Severini, Carrà e di altri rappresentanti della migliore figurazione italiana. Pur con molte eccezioni in "Novecento" si trovano quegli artisti che, non sempre dichiaratamente fascisti, appartengono comunque a quell'"area di consenso" che il regime apprezzava e gratificava con commissioni e prebende. In opposizione a "Novecento" si vanno a formare dei piccoli gruppi che, non dimentichi della lezione delle avanguardie, trovano in queste la risorsa per sperimentare e formulare un'arte più libera e internazionale. Sono tre i gruppi che si formano in tal senso e che vengono talmente osteggiati da dover percorrere strade clandestine o dissimulate per non incorrere nelle ire del regime. Sono il gruppo dei "Chiaristi" lombardi, quello dei "Sei di Torino" e quello della "Scuola romana". Con declinazioni differenti questi gruppi ripercorrono e modernizzano il sentiero espressionista che per loro è l'unico che può rompere con il monumentalismo e la staticità postmetafisica. Di questi tre gruppi il più propositivo sarà quello romano che punterà ad una critica diretta e dissacratoria dei valori di "Novecento". I rappresentanti più importanti sono Scipione, Raphael, Mafai, Fausto Pirandello, Ziveri, Cagli (che, in seguito, dovette fuggire in America perchè d'origine ebrea) e i più giovani Afro, Leoncillo, Guttuso, Capogrossi e il nostro Sclavi. Il costruttivismo di Mafai, la visionarietà di Scipione, l'espressionismo attualizzato della Raphael, sono le pagine più alte della pittura di quegli anni. Ezio Sclavi si pone tra la formulazione espressionista, la liricità concretizzata di Cagli e un certo primordialismo, con un'originalità tutta sua, ma non immune da alcune contaminazioni antiche e moderne.


Ezio Sclavi a Parigi

Il 9 dicembre 1933 alla Galerie Jacques Bonjean di Parigi mostra di Capogrossi, Cavalli, Cagli con l'aggiunta di Ezio Sclavi (più celebre come portiere della Lazio e della Nazionale). Il catalogo è scritto da Waldemar George, che parla di una Ecole de Rome volutamente contrapposta alla Ecole de Paris sulla base di caratteri nazionali:

"Essi sono italiani. Restano indigeni. Raggiungono l'universalità senza alterare l'idioma del loro territorio, senza deviare dalla loro linea, senza smettere di essere se stessi, senza perdere la coscienza della loro identità etnica ed estetica. Essi difendono i diritti dell'immaginazione, questa regina delle facoltà; essi rendono il loro prestigio ai valori poetici, senza dimenticare che un pittore è innanzitutto un artigiano, un operaio del pennello. Quindi tutto diviene chiaro. I sogni si incarnano, ed i miraggi prendono corpo. L'arte italiana entra in una nuova fase. Essa non mira allo stile. Lo stile non è un fine a se stesso. E' l'espressione di un sentimento delle cose. La giovane scuola romana segna l'avvento della composizione. Esseri umani tendono gli uni verso gli altri, comunicano, procedono a degli scambi. Questi esseri sono regolati dalla legge del gruppo. Le loro relazioni sono nell'ambito dell'azione dialogata. Non può esserci questione, di fronte alle opere dei giovani artisti romani, di un ritmo preconcetto al soggetto. Nessuno di questi artisti è illustratore. Ma tutti traducono situazioni plastiche, tutti trasmettono sensazioni di vita, tutti parlano spontaneamente la lingua del corpo e del viso umani, tutti collocano l'uomo in cima alla scala".

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Frontespizio del catalogo della mostra a Parigi della Galleria Jacques Bonjean nel dicembre 1933,
presentata da Waldemar George.


La Galleria della Cometa

Nel 1935, l'anno della II Quadriennale, si apre a Roma la piccola Galleria della Cometa, guidata da Corrado Cagli e Libero de Libero e voluta dalla contessa Mimi Pecci-Blunt; prende il nome da un segno araldico di papa Leone XIII nello stemma di casa Pecci. È la centrale del tonalismo romano, con aperture all'espressionismo. I locali sono costituiti da due piccole sale, molto eleganti. Così le ricorda Oppo ("La Tribuna", 1935): "Le pareti rivestite di iuta giallognola, pavimenti in linoleum verdeoliva cupo, candidi soffitti, illuminati con sobrietà, un angoletto di riposo nella parte più segreta della galleria." Incastrata nel muro, a fianco dell'ingresso, c'è una colonna romana con capitello ionico. Rimane attiva fino all'estate del 1938 (dal 1937 con una succursale a NewYork), e viene chiusa per incidenti legati alla politica razziale del regime. Si inaugura il 15 aprile 1935 con una mostra di 50 disegni di Corrado Cagli, presentato da Massimo Bontempelli. Interviene all'inaugurazione la principessa di Piemonte; Bottai, amico della contessa, e Alfieri presenziano spesso alle vernici. Le presentazioni delle mostre si debbono quasi sempre a letterati, piuttosto che a critici: Bontempelli, Ungaretti, Alvaro, Scarfoglio, Cecchi, Solmi, de Libero, de Chirico, Savinio, Barilli, Soffici, Sinisgalli, Moravia, Carrà, Montale.

Fra le mostre della Galleria della Cometa, ricordiamo quella di Cagli (aprile 1935); del 1936 sono Mirko (gennaio), Cagli (gennaio), Janni (aprile), Castellucci e Pincherle (maggio), Melli (novembre). Tra le personali del 1937, Galassi (febbraio), Manzù (marzo), Afro (aprile), Levi (maggio), disegni di de Chirico (novembre); del 1938, Pirandello (gennaio), Tosi (febbraio); mosaici e affreschi di Severini (marzo), Guttuso (marzo), Messina (aprile), Paulucci (maggio), Montanarini (giugno). L'annata 1938 si chiude con una mostra di 50 disegni di Vincenzo Gemito della collezione Minozzi. Fra gli altri nomi presentati dalla Galleria della Cometa, ricordiamo Mafai, Melli, Colacicchi, Menzio, Tallone, Sclavi, Tomea, Milena Barilli, Quinto Martini. Nel 1937 la Galleria della Cometa inaugura la sua succursale a New York, nei pressi della Quinta Strada. La prima mostra è un'antologica di pittura italiana; seguono personali di Cagli, Mirko, Carrà, de Pisis, Severini, Levi, di Cocco, e un'antologica del disegno italiano contemporaneo. Per comprendere l'importanza del ruolo della Galleria, è utile questa osservazione di de Libero ("Domus", 1938): "E' la prima volta che la città di New York, ove le gallerie d'arte francesi dominano il mercato e l'attenzione, si rende esatto conto della nostra arte contemporanea..."


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Il Tevere

Negli anni tra le due guerre la capitale ha un rapporto molto stretto con il "suo" fiume, nonostante la sistemazione degli argini avesse già creato una barriera artificiale. Il paesaggio tiberino rimane comunque uno dei luoghi prediletti dai pittori, dai puristi (Trombadori, Francalancia, Donghi), agli espressionisti (Ferrazzi, Scipione, Mafai) ai tonalisti (Capogrossi). Delle vedute particolarmente luminose sono quelle dipinte da Giacomo Balla negli anni '30 e '40, nelle quali l'artista, che viveva in via Oslavia (tra Prati e Monte Mario) registra con il suo sguardo l'espansione urbanistica della città verso nord.

La zona intorno a Ponte Milvio vede all'opera alcuni grandi cantieri del Regime, come quelli del Foro Italico e del Ponte Duca d'Aosta, ma non bisogna dimenticare per la storia del razionalismo a Roma anche i galleggianti di nuova progettazione, che ritroviamo in alcuni dipinti di Capogrossi (Allenamento alla corda, Il poeta del Tevere, Ballo sul fiume). Il Tevere, allora ancora balneabile, è nella buona stagione uno dei ritrovi preferiti di artisti, architetti e scrittori. Ricorda Romeo Lucchese:

"Sul galleggiante Tofini, di fronte al Ministero della Marina, si recavano per fare i bagni di sole, per remare sulle battane, sulle iole o sui sandolini, e anche per nuotare, perché in quel tratto, tra Ponte Risorgimento e Ponte Regina Margherita, l'acqua del Tevere non era ancora infetta, alcuni tra gli artisti che sarebbero stati, più tardi, chiamati della "Scuola Romana": Cagli, Capogrossi, Sclavi, lo scultore Mimmo Spadini, la pittrice Katy Castellucci, il gallerista Pier Maria Bardi, oltre alla giovane scrittrice Elsa Morante (che allora scriveva novelle per bambini) gli architetti La Padula e Paladini e a diversi altri artisti figurativi, registi, attori."


Il Fiume Tevere

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Sulla sinistra il "barcone" Tofini sul Tevere, frequentato negli anni '20 e '30 dall'"Intellighenzia" culturale romana.



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Giuseppe Capogrossi




I canottieri - 1933

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Piena sul Tevere - 1934

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Ballo sul fiume - 1936


Il contesto artistico in Italia tra gli anni '20 e '30


La corrente di "Novecento"

Negli anni trenta la cultura artistica italiana è incentrata sul gruppo "Novecento", che vede riuniti i fautori di un nuovo e auspicato recupero della monumentalità classica, dopo le devianze trasgressive e sconvolgenti delle avanguardie primo-novecentesche. I rappresentanti di questa corrente rispondono ai nomi altisonanti di Sironi, Casorati, Severini, Carrà e di altri rappresentanti della migliore figurazione italiana. Pur con molte eccezioni in "Novecento" si trovano quegli artisti che, non sempre dichiaratamente fascisti, appartengono comunque a quell'"area di consenso" che il regime apprezzava e gratificava con commissioni e prebende.


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M. Sironi
La famiglia - 1927
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F. Casorati
Daphne a Paravola - 1934
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C. Carrà
L'attesa - 1923
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G. Severini
Natura morta con ruderi e pesce - 1930


Chiarismo lombardo

È un mondo leggero, fatto di fanciulle delicate, paesaggi in fiore quello del Chiarismo, dove la materia ha la consistenza dei sogni e il colore si appoggia sulle cose soavi come un sentimento. Siamo a Milano nel 1935 ed è proprio all'ombra di Brera e della sua Accademia che nasce e si sviluppa questo movimento artistico (il termine fu coniato da Leonardo Borgese) caratterizzato da una pittura di colori chiari e dal segno leggero e intriso di luce, che oltrepassa il chiaroscuro, il volume, i canoni codificati di un certo tipo di classicismo in nome di un colore carico di sentimento e di inquietudine.

Ed è proprio in opposizione al rigido neoclassicismo del Novecento che i chiaristi cominciarono ad esprimersi attraverso una tecnica più libera, basata su un tratto sciolto e cromie luminose. I suoi esponenti furono Francesco De Rocchi, Pio Semenghini, Renato Birolli, Angelo Del Bon.


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F. De Rocchi
Figura del concerto - 1931
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P. Semenghini
Riposo - 1932
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R. Birolli
Il taxi rosso - 1932
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A. Del Bon
B. Schermidore - 1934


I Sei di Torino

I Sei di Torino sono un gruppo di artisti formatosi appunto in Torino nel 1928, sotto l'influenza teorica di Edoardo Persico e di Lionello Venturi che fece conoscere profondamente l'Impressionismo e Cézanne. La posizione dei Sei fu, nell'ordine di tempo e per l'Italia, il primo, in un certo senso, movimento di carattere europeo e internazionale.

Gli artisti di questa corrente si distanziano dalla politica culturale imposta dal regime fascista e dal recupero della tradizione nazionale del Novecento, concentrandosi invece sulla continuità dell'arte moderna europea nel panorama italiano.

I Sei di Torino traggono ispirazione da Manet e Dufy, dai Fauves francesi e dagli impressionisti tedeschi, considerando tuttavia gli esempi italiani della pittura ottocentesca e di Modigliani. La pittura dei Sei di Torino si esprime con delicati rapporti segnici e cromatici, in schemi compositivi semplificati, improntati dall'espressione di un sentimento antieroico. Gigi Chessa, Carlo Levi, Jessie Boswell, Nicola Galante, Francesco Menzio ed Enrico Paulucci.


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G. Chessa - Ottavia seduta - 1927
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C. Levi – Moravia - 1932
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J. Boswell – Interno - 1928
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F. Menzio – Natura morta - 1928


La Scuola Romana

"Scuola romana" o "Scuola di Via Cavour", è il nome che un critico francese quant'altri mai "passatista", Waldemar George – assegnò nei primi degli anni Trenta a un gruppo di pittori "tonalisti" in trasferta a Parigi (Cagli, Capogrossi, Cavalli e Sclavi). Il critico Roberto Longhi già nel '29, vede irrompere sulla scena della prima Sindacale di Cipriano Efisio Oppo quelle che chiama "misture più esplosive", ovvero gli espressionisti di via Cavour: Mario Mafai, Antonietta Raphael, Scipione. Seppure certe deformazioni non formalistiche, ma liriche, condotte con una tavolozza scura e pastosa fossero in parte già state annunciate due anni prima, nel maggio del '27, da una mostra di tre giovani (Capogrossi, Cavalli, Di Cocco), che cadde come un primo momento di frattura rispetto ai saggi, variegati ma conformisti assetti della pittura romana del tempo. Capogrossi e Cavalli, presto indirizzati altrimenti (e in particolare, in unione con Cagli, verso quella pittura tonale che costituirà il linguaggio dominante, primordiale e astratteggiante, della metà degli anni Trenta), cederanno comunque, sul finire del Venti, oneri e onori della rivolta antinovecentesca ai tre di via Cavour che, aizzati quasi dalla Raphael a una pittura scapigliata, visionaria, eccitata ed esplicitamente citante le fonti dell'espressionismo parigino di ceppo slavo ed ebraico, scardinarono di fatto ogni precedente convenzione della cultura artistica romana.

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Il palazzo di Via Cavour n. 325 dove è nata la Scuola romana
Ezio Sclavi - Scipione (G. Bonichi).jpg Scipione (Gino Bonichi) Mario Mafai Ezio Sclavi - Mario Mafai.jpg


Mario Mafai


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Tramonto sul lungo Tevere - 1929

Scipione


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Il cardinale decano - 1930


Antonietta Raphael


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A. Raphael – Natura morta con chitarra - 1928
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A. Raphael - Autoritratto


Ezio Sclavi e il suo sodalizio artistico con Corrado Cagli

E' in questo contesto variegato e stimolante che si inserì la personalità artistica di Ezio Sclavi. Fu molto influenzato da Corrado Cagli (Ancona 1910 – Roma 1976), cui fu legato da un rapporto personale e professionale strettissimo. Cagli, personalità vivace ed irrequieta, animata da un'intelligenza fantasiosa e critica, impostò la sua indagine su un persistente sperimentalismo tecnico ed espressivo. Secondo lui l'artista è colui che si esprime attraverso un concetto globale dell'arte e che congiunge e giustifica la sua specifica operatività all'interno di un contesto culturale e ideologico. La sua opera fu caratterizzata da scelte poliedriche che lo videro spaziare dal figurativo all'astratto, dall'espressionismo all'informale, dal geometrico allo spaziale e al realismo magico. Si cimentò nelle più disparate tecniche artistiche ampliando il suo interesse anche verso la scultura e la scenografia. Questa sua febbrile varietà di ricerca non va considerata come improduttivo ecclettismo, ma come coerente applicazione di un credo etico-creativo che impone all'artista di percorrere tutte le strade che lo possano condurre all'unità dell'assoluto.

Nel 1932 Cagli tenne la sua prima mostra personale insieme ad Adriana Pincherle nella "Galleria d'arte di Roma". Tra le altre cose, espone fotomontaggi di soggetto sportivo. Nello stesso anno si avvicina a Giuseppe Capogrossi ed Emanuele Cavalli. Formato insieme il gruppo della "Nuova pittura Romana", alla fine del 1932 a Roma, i tre artisti espongono nella "Galleria d'Arte di Roma" e nel 1933 a Milano nella galleria "Il Milione". Verso la fine dell'anno mentre stilavano il "Manifesto del Primordialismo Plastico", da pubblicarsi in occasione della loro mostra a Parigi nella "Galerie Bonjean" (dicembre 1933), litigano a causa di divergenze teoriche e questioni pratiche e sciolgono definitivamente il sodalizio. Vicino a Cagli rimase, per una consonanza artistica ed esistenziale consolidata, Ezio Sclavi.

Sebbene nei primissimi anni trenta Cagli, che era di famiglia ebrea, avesse eseguito lavori coerenti con il pensiero fascista, soprattutto pitture murali, progressivamente maturò sentimenti liberi ed antagonisti che culminarono con il suo trasferimento a New York, anche a causa della politica razzista attuata dal regime. Prese la nazionalità statunitense e partì soldato per combattere i nazifascisti tanto da partecipare allo sbarco in Normandia. Tornato in Italia nel 1948, fu uno dei protagonisti di sperimentazioni neometafisiche, neocubiste ed informali caratterizzate sempre e comunque da un percorso coerente e severo.


Corrado Cagli


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Corrado Cagli in una foto degli anni trenta
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Corrado Cagli al centro con Massimo Bontempelli
a Frascati - 1932


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Corrado Cagli – 1931 - Portiere Ezio Sclavi

Corrado Cagli ritrae Sclavi nell'opera "Portiere", di grande ed epica intensità, in cui però lo stesso viene rappresentato con un'improbabile maglia giallorossa. Ma nell'opera hanno sicuramente inciso scelte di tipo cromatico e quindi giustificabili.



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Carlo Carrà – La partita di calcio - 1934
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Giacomo Manzù – Il portiere – Terracotta - 1938


Parte prima - Le vicende sportive di Ezio Sclavi

Selezione di opere di Ezio Sclavi

Appendice

Parte terza - Cenni biografici, giudizi critici, immagini

Galleria di immagini sulla Mostra/conferenza

La scheda di Ezio Sclavi

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