Cavallera Vindice


Vindice Cavallera nel 1934 con la maglia della Lazio

Mezzofondista della Sezione di Atletica leggera, nato a Genova il 9 giugno 1911 da Giuseppe e Annetta Vassallo, deceduto a Cuneo il 12 novembre 1998.

Il padre fu un medico, legato al Partito Socialista, che, dopo essere stato deputato dal 1913 al 1919, diventerà senatore nel 1948. Vindice, cresciuto in ambiente socialista, si laureò in Giurisprudenza a Roma nell'agosto 1933, dopo aver compiuto parte dei suoi studi all'Università di Torino, dove si era iscritto nel 1930. Fervente antifascista sin da ragazzo, fece parte del movimento "Giustizia e Libertà" di Carlo Rosselli. Giunto a Roma nel tardo 1932 per completare gli studi, già nel gennaio di quell'anno venne denunciato al Tribunale speciale dalla questura di Torino, ottenendo ad aprile l’assoluzione per "non aver commesso il fatto". Nel 1933 si iscrisse alla Sezione di Atletica Leggera della S.S. Lazio che, dopo i successi riportati in epoca pionieristica, era stata sciolta alla metà degli anni '20 per poi riformarsi, grazie alla strenua opera di Olindo Bitetti, nel 1932. Nel 1933 e 1934 Cavallera si mise in luce come uno dei migliori mezzofondisti biancocelesti. Eccellente nei 3000 e nei 1500 metri piani, si impose in molte gare a livello cittadino e regionale. Il suo record sui 3000 m fu di 9',48 sec., mentre sui 1500 m stabilì un tempo di 4',26 sec. Di non alta statura, ma resistente e veloce, fu senza dubbio uno dei migliori podisti regionali. Quando nel 1934 la Sezione, per motivi economici e di gestione, cessò di esistere, Vindice partecipò a numerose gare, organizzate dal regime, con la maglia della Facoltà di Legge. Risultò vincitore sia nei Giochi Goliardi che negli Agonali.

La sua attività sportiva si interruppe nel luglio 1935 quando ricevette, in seguito ad una delazione, un'ulteriore segnalazione da parte della direzione generale di Pubblica Sicurezza. Fu deferito al tribunale di Torino e, in questa sede, nella sentenza emessa in data 28 febbraio 1936, il giovane studente di Filosofia, facoltà alla quale si era iscritto dopo la laurea in Legge, fu condannato a 8 anni di carcere per il reato di "cospirazione politica mediante associazione per commettere delitti contro la personalità dello Stato". Rifiutò di firmare un’istanza di grazia fatta pervenire in suo favore e continuò dalla prigionia la sua battaglia contro la politica liberticida del fascismo. Liberato grazie ad alcuni condoni nel maggio 1940, fu inviato subito con il grado di sottotenente di fanteria al fronte di guerra greco-albanese. Fatto ritorno a Roma, dopo l'8 settembre entrò in clandestinità e divenne uno dei punti di riferimento della lotta partigiana militando nelle file del Partito d'Azione. Da ricordare che nell'agosto del '43 era stato tra i fondatori, insieme ad Altiero Spinelli ed altri intellettuali, del Movimento Federalista Europeo. Nel novembre 1943 fu arrestato insieme alla moglie Iole Vigna e sottoposto a durissimi interrogatori. Per la sua attività nella Resistenza romana gli è stata concessa la Medaglia di Bronzo al V.M. Alla liberazione di Roma tornò in libertà e riprese la sua attività politica, sempre improntata ad un laicismo pragmatico e all'esigenza di osservare comportamenti etici e tesi alla giustizia sociale.

Nel dopoguerra inizialmente continuò ad operare nel Partito d’Azione ma successivamente, dopo lo scioglimento di tale movimento politico, si avvicinò al Partito socialista. Nel 1953, aderì alla lista di Unità Popolare di Ferruccio Parri, che risultò decisiva nell’impedire l’applicazione della cosiddetta "legge truffa" presentata dalla Democrazia Cristiana allora al potere. Nel 1955 contribuì alla formazione del Partito Radicale, condividendone molti punti fondanti. Progressivamente abbandonò la politica attiva pur restando sempre vigile nel percepirne sviluppi e derive. Coerente con i suoi ideali, iniziò un'intensa attività pubblicistica scrivendo libri, articoli, interventi, memorie ecc. Tra i molti testi che analizzano l'opera di Cavallera, si segnala un testo monografico dal titolo "Di padre in figlio: l'impegno civile di Giuseppe, Vindice e Giuseppe Kopeko Cavallera", in cui vengono ricordati l'impegno civile e la coerenza comportamentale della famiglia Cavallera, e pubblicato nel numero 70 de "Il presente e la storia: rivista dell'Istituto storico della Resistenza in Cuneo e provincia".





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