Dal Tevere al Piave - 1915-1918 - Gli atleti della Lazio nella Grande Guerra



La copertina del libro
Corrsport del 04/11/2015

Autore: LazioWiki - A cura di Fabrizio Munno e Fabio Bellisario

Titolo: Dal Tevere al Piave - 1915-1918 - Gli atleti della Lazio nella Grande Guerra

Anno: 2015

Casa editrice: Eraclea

Pagine: 228

Costo: € 14,90

Recensione: di Vincenzo Cerracchio

Ho finito di leggerlo mezz’ora fa. Me lo rigiro tra le mani. Riguardo le foto, alcune scurite dalla stampa, altre sgranate, tutte bellissime. Rileggo i nomi, per l’ennesima volta. Sono nomi sconosciuti, altri decisamente noti per chi conosce un po’ di storia laziale. I caduti sono i primi, quelli che non hanno potuto raccontarla, la loro guerra. I sopravvissuti – è verissimo questo passaggio – sono andati avanti quasi col senso di colpa di avercela fatta. Mi accorgo, mentre non riesco a staccarmi dalla copertina bianca e blu, di avere nel cuore, al di là delle emozioni, due sentimenti solo apparentemente distanti tra loro: il rispetto e l’orgoglio. Il rispetto è muto per antonomasia: è silenzio. L’orgoglio è qualcosa che ti scoppia dentro: vorresti gridarlo al mondo.

Una cosa è certa: non si è laziali per caso. “Dal Tevere al Piave”, questo libro-inchiesta che è insieme testimonianza e romanzo avvincente, che parla di atleti dell’allora Podistica caduti nella Grande Guerra, ve lo farà capire. Perché la Storia di Roma dal 1900 in poi non ha mai potuto prescindere dalla società sportiva più variegata, più olimpica e ora sappiamo più medagliata d’Italia. Non parliamo di calcio, parliamo anche di calcio. I ragazzi che morirono su per i nostri monti difesi dalle offensive austriache (agghiaccianti le pagine in cui si parla dei vigliacchi attacchi con i letali gas nervini) erano nuotatori, pallanuotisti, maratoneti e marciatori, canottieri e calciatori. Non erano tiratori scelti e neanche schermidori. Erano eroi d’acqua e di terra. Di terra brulla e polverosa, come doveva essere piazza della Libertà dove tutto cominciò. Di Tevere, fiume allegro e infido di giochi e di tenzoni agonistiche. Di aria. Dell’aria che ti sfiora il viso quando corri. A Piazza d’Armi prima, poi lungo le trincee…

L’orgoglio, dunque, di sentirsi parte di un’Idea, quindi di un Popolo. Il rispetto (mai la pena o la pietà) per l’umana sorte di questi eroi sconosciuti. Non troverete un briciolo di retorica in questo libro che avrebbe potuto invece ridondarne. Qui la guerra è presa dal verso che conta: una tragedia immane. E’ una cronaca, meglio ancora, come dicevo, una testimonianza di cent’anni dopo. E in questo racconto si manifesta l’eccezionalità (intesa come superlativo di merito!) di chi questo libro lo ha voluto a tutti i costi. Gli storici di LazioWiki. Tutti insieme appassionatamente, anche se poi sono stati due di loro, Fabrizio Munno e Fabio Bellisario, a curarlo con maniacale, doverosa precisione. Un lavoro immane, va detto. Che li ha portati a loro volta sulle trincee del Carso, a rivivere i luoghi. Che li ha portati a rovistare in tutti gli archivi storici possibili. A consultare tutti i giornali dell’epoca (ce n’è ampia testimonianza nei titoli che troverete fotografati). Soprattutto, la qualità più importante di uno storico, a contattare di persona figli, nipoti e pronipoti, parenti lontani, amici perduti, di quei soldati sconosciuti, molti ufficiali va anche detto. E’ il succo dell’inedito. La strada impervia che li ha portati, purtroppo, a più che raddoppiare il numero dei caduti con l’aquila della Lazio ben impressa nell’anima. Trenta, per l’appunto. E poi i feriti. E poi ancora le medaglie con le loro motivazioni. Troverete tutto nel dettaglio, come conta in un libro di storia patria.

La presentazione di un lavoro così grande non può avere l’ardire di raccontarlo. Ma gli autori hanno scelto la strategia narrativa giusta: non dare niente per scontato. Così anche i giovani che della Grande Guerra non sanno nulla, non l’hanno mai neanche studiata, potranno comprenderne lo sviluppo, che va di pari passo con la storia “romana” della Lazio, cioè di coloro che erano rimasti a rappresentarla sui campi di gioco. E’ la Podistica Lazio dei primi anni, dalla fondazione nel 1900 al primo Dopoguerra, con qualche salto anche in avanti, a raccontare quel che accadde dopo. Inutile dire che le storie dei singoli sono le più struggenti. Un metro o pochi attimi hanno fatto la differenza tra la vita e la morte, come è inevitabile nelle guerre di trincea. Ciascuno, tra tante emozioni, sceglierà la propria. A me ha colpito la pagina dedicata a Giulio Lefevre, che fu uno dei fondatori e in guerra ci andò a una certa età, quasi quarant’anni, con il grado di capitano. L’età in cui dai più valore alla vita. Gli successe di tutto ma riuscì a riportarla a casa, la vita. Grazie solo alla buona sorte. Un senso di colpa che non lo abbandonò mai, che lo faceva sciogliere in pianti dirotti a ogni passaggio di bersaglieri. Perché di una guerra esiste anche un “dopo”, non meno tragico. Che ti fa morire, come accadde, dei postumi di una polmonite o di una ferita malcurata. O che ti deturpa ineluttabilmente il fisico. A Levefre la burocrazia pedante tramutò, chissà perché, una medaglia d’argento al valor militare in due di bronzo. Una beffa che non poteva toccarlo. Perché l’atroce è altrove, era alle spalle! Ma non mancano le storie a lieto fine. Come quella di Omero Chiesa, un fenomeno di nuotatore e podista, che fu ferito gravemente ma tornò, come un eroe eponimo, a prendersi nuovi allori e nuovi record. Con la rabbia dentro. Con l’orgoglio della maglia che portava. Con il rispetto per chi correva e nuotava con lui. Ma che, girandosi per un attimo, non aveva visto più…