Perrella Cafiero


Cafiero Perrella con la maglia della Lazio,1938.

Atleta e allenatore della Lazio Pallacanestro, nato a Roma il 19 marzo 1918 e ivi deceduto il 22 maggio 2014.

Studente dell'Istituto Commerciale Nathan, milita tra i cadetti della Giovane Italia, squadra affiliata all'YMCA della palestra di Piazza Indipendenza a Roma. Agli inizi del 1933, allorché la squadra bianco-turchina cessa l'attività, insieme a tutti i suoi compagni, entra nei quadri della Lazio che da qualche mese ha messo su la sezione di pallacanestro. E' capitano della formazione A che si aggiudica il Campionato laziale di II° divisione. Il suo rendimento cresce stagione dopo stagione così come quello della squadra biancoceleste che nel 1936 riesce a raggiungere la Divisione Nazionale. Insieme a Tambone costituisce una coppia difensiva eccellente e il suo tiro dalla distanza spesso risulta determinante. Nel 1937 la Lazio, unica rappresentante del basket capitolino nella massima serie, conquista un ottimo quinto posto. Dopo sette stagioni a Roma si trasferisce nel 1940 a Napoli per giocare con la squadra universitaria. L'anno successivo entra a far parte della Virtus Bologna con la quale sfiora la Scudetto cogliendo in due stagioni un secondo e un terzo posto. Parte quindi per il fronte russo dal quale ritorna fortunosamente tra mille avventure . Dopo la Liberazione di Roma nel 1944 è tra i protagonisti delle sfide al campo Apollodoro contro le squadre di militari statunitensi di passaggio o di stanza nella Capitale.

In seguito milita nella Libertas con la quale si aggiudica diversi tornei come quello della Città di Teramo. Nel 1946 inizia a scrivere sulle pagine del Corriere dello Sport. Gioca la sua ultima stagione a Napoli per poi cominciare ad allenare. Viene assunto dall'INA, ma continua la sua attività come giornalista e allenatore. Guida l'Italcable e poi nel 1953 la Cestistica Civitavecchia con la quale si toglie parecchie soddisfazioni. Passa quindi sulla panchina della Roma ai primi passi nella pallacanestro. In questo periodo scoppia la sua passione per l'ippica: è gentleman driver per poi diventare in seguito proprietario di una scuderia denominata "Basket" . Nel 1956 la Lazio lo chiama alla guida tecnica. Con due consecutive promozioni porta la squadra dalla serie C al massimo campionato, un traguardo raggiunto dopo ben 17 anni di attesa. Immediata è la retrocessione per una squadra che naviga tra mille problemi di ordine economico, ma il ritorno nell'élite è veloce e sino al 1964 la squadra riesce a mantenersi nel basket di eccellenza. Un rocambolesco canestro a fil di sirena decide lo spareggio a favore della Petrarca e la Lazio retrocede subendo psicologicamente la beffa del campo. Seguono così buie e melanconiche stagioni. Al termine della stagione 1966-1967, dopo undici campionati, lascia la panchina biancoceleste. Allenerà in seguito la squadra femminile della Bumor di Roma e la Sebastiani Rieti . Per l'attaccamento ai colori sociali, la tempra, l'intelligenza cestistica, prima come giocatore e poi come coach, rimane il personaggio più significativo della lunga storia della Lazio Pallacanestro.

Un commosso ricordo di Perrella tratto da www.basketnet.it

Se n'è andato nella notte, serenamente, a conclusione di una vita lunga e ricca di gioia, ma forse ha cominciato a spegnersi un anno fa, quando lo ha lasciato Anna Maria Fiorentini, consorte adorata e suo prezioso e irrinunciabile sostegno che aveva conosciuto a Civitavecchia allenando la locale squadra di basket, togliendola presto dal campo per diventare sua moglie.

Cafiero Perrella era l'ultimo di una incredibile generazione di allenatori che aveva imposto in Italia la scuola tecnica romana: Carmine Paratore, Giancarlo Primo, Carlo Cerioni, Dido Guerrieri, Giancarlo Asteo. Era nato il 19 marzo 1918, se ne è andato a 96 anni, testimone di quasi un secolo di vita italiana e di crescita e di esplosione della nostra pallacanestro di cui Cafiero è stato uno dei più importanti artefici...

Giocatore (Lazio, Partenope Napoli, Virtus Bologna), allenatore (Civitavecchia, As Roma, Lazio, Sebastiani Rieti, Bumor Roma), giornalista (Corriere dello Sport), funzionario dell'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, driver gentleman e proprietario della scuderia Basket: uomo dai molteplici interessi, punto di riferimento costante dell'intero basket nazionale.

Lo voglio ricordare, da suo allievo, da suo collega, da suo fraterno amico, con le parole scritte per un'opera di prossima uscita che ricordano in particolare la sua lunghissima esperienza alla Lazio Basket, da lui fondata e portata ai livelli più alti. Un racconto che ora, con profondo dolore per il vuoto incolmabile che lascia, dovrò riscrivere nelle righe iniziali ma che ancora non voglio modificare per rispetto alla sua grande figura che mi riesce difficile pensare non esista più.

Cafiero Perrella al Bar Isonzo

Ha compiuto 96 anni a marzo del 2014 ed è ancora robusto come una quercia. Il patriarca del basket romano ha una memoria di ferro. Trascorrere un'ora al suo fianco significa immergersi nella leggenda delle origini del basket. Cafiero Perrella, classe 1918, ha giocato a Roma, Brescia, Napoli, Bologna, la sua carriera è stata spezzata dalla tragica Campagna di Russia nella seconda guerra mondiale, ma non la passione per la pallacanestro che ne ha fatto un personaggio pressoché unico nella storia del nostro sport. Con un grande merito: aver contribuito a fondare la sezione basket della Polisportiva Lazio. Questo il suo racconto.

"Ricordo bene come fosse oggi quel giorno, alla fine del 1931. Aldo (Tambone) ed Evans (Casini) mi dissero: basta con l'Ymca, andiamo da Barisonzo. Io avevo solo tredici anni, loro erano già sui diciannove-venti. Pensavo: mi stanno portando, chissà perché, al Bar Isonzo a bere un cappuccino e mangiare un maritozzo. E invece Barisonzo era una persona, addirittura un onorevole, ed era il presidente della Polisportiva Lazio. I miei amici gli dissero che era ora di fondare una sezione pallacanestro: è così che cominciò la storia della Lazio Pallacanestro, costituita, come primi effettivi, da due ventenni e un tredicenne".

Ed è anche così che comincia la storia di Cafiero, che a tredici anni ne mostrava qualcuno in più e che, tecnicamente, era già largamente avanti ai suoi coetanei "perché all'Ymca di Piazza Indipendenza, che allora era una sorta di albergo per ragazzi statunitensi e che al pian terreno aveva la palestra, anni dopo spostata all'ultimo piano, avevo come istruttori due italo-americani, Miele e Colosimo, che mi insegnarono i fondamentali. Nel 1933 vincevamo il campionato di seconda divisione. In Serie A esordii nel 1936, tre anni più tardi andai a Napoli, poi a Brescia e così via. La guerra mi ha spezzato la carriera ed anche la possibilità di andare in Nazionale. Avevo ricevuto un invito a dare la mia disponibilità alla convocazione ed avevo risposto positivamente. Finita la guerra, tornato dalla Russia nel modo avventuroso che è facile immaginare, giocai ancora nella Libertas Roma, poi cominciai ad allenare. Ed ora eccomi qui".

Cafiero Perrella, novantasei anni il 19 marzo 2014, portati splendidamente, è la memoria storica del club biancazzurro. Prese la panchina della Lazio nel 1956, dopo aver guidato anche la AS Roma nella brevissima presenza nel basket della società giallorossa, e in soli due anni la portò dalla Serie C alla Serie A.

Ma cominciamo dall'inizio.

La nascita della Lazio

Sono gli ultimi mesi del 1931, ed è proprio in quei giorni - come ci ricorda Cafiero Perrella - che un gruppo di giocatori dell'Ymca va a bussare alle porte della S.S. Lazio, presieduta dall'onorevole Riccardo Barisonzo, la polisportiva che, già allora, con i suoi trentuno anni di vita, è nella Capitale il sodalizio più ricco di prestigio.

Barisonzo non rimane sordo all'appello del giovanissimo Perrella e di personaggi sportivi che sono già di grande spessore come Aldo Tambone (in seguito olimpionico a Berlino) ed Evans Casini, fratello di Ildebrando, arbitro internazionale, successivamente presidente dei veterani di basket laziali e presidente della Lazio Pallacanestro tra il 1969 e il 1974, un uomo al quale la società biancoceleste deve molto per l'importante apporto dirigenziale offerto nel corso di tantissimi anni di fattiva presenza.

C'è anche la Federazione che preme affinché nascano nuova società. Viene così costituita nell'ambito della casa madre una specifica Sezione ed allestita la prima squadra biancazzurra che prende parte al campionato di seconda divisione regionale e sostiene il 5 giugno 1932, capitanata da Raoul Rabaglietti, la sua prima partita ufficiale, al Muro Torto sul campo della Ginnastica Roma, affrontando il Collegio Internazionale Monte Mario: le cronache ricordano che venne sconfitta per 25-17.

L'amaro esordio convince Barisonzo a potenziare organizzativamente la società. Nomina vicepresidente Giuseppe Ercoli e fa costruire all'interno dello Stadio Nazionale (poi Torino ed attualmente Flaminio) un campo in terra battuta davanti alla Curva Nord che la Lazio divide insieme ad altre sei società. Si gioca con tabelloni di legno e palloni di cuoio, non di rado gli stessi usati anche nel calcio. La crescita della squadra, che al termine della stagione 1934-35 è promossa in Serie A, viene fermata dalla seconda guerra mondiale, quando la maggior parte dei suoi giocatori parte sotto le armi. Senza Casini, Perrella, Fichera, Macor, la Lazio nel 1940 retrocede e l'anno successivo manca di un soffio il ritorno nella massima Serie perdendo gli spareggi di Monfalcone: si apre il primo periodo di crisi.

La guerra ha sconvolto il basket romano. La stessa Ginnastica Roma ha perduto la sua identità. Nel '37-38, la Lazio era stata l'unica squadra a rappresentare la Capitale nel massimo campionato, chiudendo la stagione, vinta dalla Borletti Milano, al quinto posto, suo migliore piazzamento di sempre, alla pari con la Reyer Venezia, avendo in squadra gente come Ezio Varisco e l'oriundo Mike Pelliccia, due nazionali.

Le fila biancocelesti si rinserrano alla fine del conflitto. Il nuovo presidente Magliocchetti tenta di riorganizzare la società, che fin dalla nascita ha mantenuto una larghissima autonomia nei confronti della casa madre, senza peraltro riceverne particolari tutele. Il lavoro di Magliocchetti non è tuttavia dei più felici, al punto che nel 1954 la squadra scende addirittura in Serie C, in coincidenza con il periodo più nero del basket romano che ha visto scomparire la Ginnastica Roma ("rinata" nel '46 e sostituita - dopo avere sfiorato lo scudetto nel '48 e nel '51 - nel '53 dalla A.S. Roma, ma con scarsa fortuna: breve vita per i giallorossi, appena cinque anni in Serie A), mentre crescono le emanazioni dei collegi romani (De Merode, nel torneo di vertice con la Stella Azzurra dal '54, e Massimo).

La crescita con Perrella

Alla presidenza subentra Rodolfo Bevilacqua. Il suo primo provvedimento è quello di richiamare in società Cafiero Perrella, valente giocatore della Lazio anteguerra, che, tornato indenne dalla tragica - per tantissimi italiani - campagna di Russia al termine di incredibili peripezie, si era fermato dapprima a Brescia, per poi scendere, da primo autentico professionista del basket (per quanto lo consentiva la pallacanestro di allora), a Bologna, Napoli e approdare infine nell'AS Roma. "Bandiera" dei colori biancocelesti negli anni trenta, Perrella, dalla panchina, ricostruisce la squadra selezionando un gruppo di giovanissimi di 17-18 anni (Coccioni, Cannone, Marzi, Bernabei, Pica, Donati, Di Stefano, Capitani, Galli, Scarpati).

Con questi ragazzini, Cafiero, che alterna gli allenamenti serali alla "Cavallerizza" con l'impiego mattutino all'Istituto Nazionale delle Assicurazioni, trovando anche il tempo per esercitare con successo la sua passione per i cavalli (driver gentleman prima, e poi proprietario di scuderia, chiamata ovviamente "Basket"), in soli due anni sale dalla Serie C alla Serie A, denominata allora Prima Serie, dando corpo alla più esaltante avventura biancoceleste in quel primo dopoguerra.

La prima esperienza nel campionato maggiore dura tuttavia appena una stagione: troppo giovane ed inesperta - ed unica a giocare senza lo straniero - la squadra per reggere il confronto con le stelle consolidate della pallacanestro nazionale. In Serie B nel '59-60, l'anno delle Olimpiadi di Roma, con lo straordinario fermento di interesse che sa creare il formidabile spettacolo di canestri (per la prima volta diffuso in televisione) offerto dal funambolico squadrone statunitense tra il Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano e il Palazzo dello Sport dell'Eur, vede la Lazio tornare in Prima Serie, ottenendo anche il primo abbinamento della sua storia: Migas.

Nel frattempo a Roma si è consolidata un'altra realtà cestistica, la Stella Azzurra. Espressione dell'esclusivo Collegio De Merode di Piazza di Spagna, i "ricchi" nerostellati del mitico Fratel Mario, allenati da Costanzo, già pivot della Nazionale, danno vita con i "poveri" laziali ad una rivalità cittadina paragonabile a quella che divide nel calcio i sostenitori di Roma e Lazio. Ed è proprio questa rivalità a fare la fortuna del basket nei primi anni sessanta.

La Lazio mantiene le sue radici più popolari, godendo di un buon pubblico che la domenica pomeriggio si reca in corteo dalle curve dell'Olimpico alle tribune del Palazzetto di Viale Tiziano. E, per i derby, è necessario trasferirsi al Palazzo dello Sport perché la capienza del piccolo impianto al Flaminio non è sufficiente per ospitare tutti i tifosi né garantisce le misure di sicurezza necessarie per tenere ben separate le due opposte e agguerrite tifoserie.

Perrella ha messo su una gran bella squadra: da Cannone che avrebbe vinto la classifica dei "bomber", onorando il proprio nome, se già allora ci fosse stato il tiro da tre punti, a Donati definibile una sorta di Myers d'epoca per la spettacolarità del gioco e le qualità atletiche, a Coccioni e Bernabei elegantissimi interpreti di una pallacanestro da manuale, a Galli e Scarpati generosissimi e inesauribili nel gioco difensivo, infine a Gianfranco Santi. L'arrivo di Rolando Rocchi, cresciuto nella Fortitudo di Piazza Adriana e affermato nella Stella Azzurra, probabilmente il più forte giocatore romano di tutti i tempi (almeno fino ad Enrico Gilardi), nazionale, porta alla Lazio un notevole tasso di qualità in più, che si unisce alle buone individualità già presenti, ma soprattutto all'acceso agonismo che anima la squadra, rendendo per anni il Palazzetto praticamente inespugnabile.

Restano però i problemi economici, mai risolti. Non esistono mecenati per il basket a Roma, e per una società che non ha alle spalle un'istituzione come il De Merode o il Massimo (i suoi "ex allievi", presieduti da Aldo Vitale con Marcello Ticca in campo e Giancarlo Asteo che si divide tra campo e panchina, raggiungono anch'essi la Prima Serie nel '62, l'anno più bello per il basket romano: addirittura tre squadre nel massimo campionato), trovare le risorse per andare avanti si fa sempre più difficile. Per far quadrare i conti, Perrella è obbligato ad autentici salti mortali: più di una volta è costretto a pagare di tasca propria per onorare gli impegni della stagione, oltre ad imporre tecnicamente la sua particolare filosofia di gioco, costruita sugli insegnamenti di Ferrero, il grande maestro della pallacanestro capitolina: velocità, ritmo, grande difesa e, nei momenti di difficoltà, la famosa zona "a bottiglia", in pratica una "due-due-uno" che mette in serie difficoltà più di uno squadrone.

Spesso tuttavia la Lazio arriva all'inizio della stagione senza i fondi nemmeno per cominciare: accade nel '62-63, quando è costretta a rinunciare alla prima trasferta di Pesaro per assoluta carenza sia organizzativa sia economica. Già l'anno precedente il presidente Casoni, subentrato a Capuani, aveva mollato, prima ancora che si iniziasse la stagione. A risolvere la crisi, era intervenuto Roberto Antonelli, un amico personale di Perrella e suo socio nella proprietà della scuderia Basket, garantendo una soddisfacente copertura economica. Anche questa volta si trova una soluzione, ma la penalizzazione di un punto obbliga la Lazio a soffrire fino all'ultimo, salvandosi al termine di un drammatico spareggio a tre, con l'Algor Pesaro e la Partenope Napoli, a Treviso. L'anno precedente aveva chiuso all'ottavo posto, coronando la stagione con un prestigioso risultato internazionale, la vittoria a Parigi contro il Bagnolet, campione di Francia.

Ma questa avventura, così stupenda per chi l'ha vissuta in prima persona, conoscendo le difficoltà di gestione e gli autentici miracoli tecnici, agonistici, di reperimento delle risorse che, quasi quotidianamente, vengono compiuti per garantire un'onorevole sopravvivenza, è ormai agli sgoccioli. Quell'ottavo posto nel '63 è l'ultimo acuto. Al termine della stagione successiva la Lazio Gbc retrocede dopo quattro anni di permanenza nel campionato di vertice, vittima della contrazione da 14 a 12 del numero delle squadre della Prima Serie. Quattro retrocessioni, i biancazzurri, che pure hanno chiuso al nono posto insieme a Petrarca e Fides Bologna, perdono gli spareggi con queste due squadre (rispettivamente di due e di 13 punti), resi necessari per indicare la quarta squadra che scende in Serie B insieme ad Algor Varese, Napoli e La Spezia, passata alla storia per avere consentito a Sandro Riminucci di stabilire il record dei punti segnati in una sola partita: 77. Trascorreranno trentacinque anni e ci vorrà l'introduzione del tiro da tre punti perché Myers migliori questo primato toccando, con la maglia di Rimini, contro Udine quota 87.

A Roma sono arrivati Marchionetti da Pesaro e Melilla da Udine. E' la prima volta che il sodalizio biancoceleste fa ricorso a giocatori provenienti da altre città. Frequentano a Roma l'Isef, il loro ingaggio è dunque estremamente contenuto. I grandi protagonisti di dieci stupendi anni cominciano a cedere: dilettanti purissimi, debbono conciliare un basket che richiede sempre maggiore impegno per mantenere livelli adeguati di competitività, con le esigenze professionali. E intanto la pallacanestro italiana sta cambiando rapidamente: si aprono le frontiere per l'introduzione di uno straniero per squadra, il "basket-mercato" allarga l'estate i suoi confini, i costi di gestione cominciano a lievitare in modo insostenibile.

Tre stagioni in Serie B, l'ultima, nel '66-67, è caratterizzata dall'addio di Antonelli a stagione in corso. Perrella rimane con cinque soli giocatori e non riesce ad evitare la Serie C. A quel punto pone termine ad una collaborazione che è durata oltre trent'anni, pur con l'interruzione forzata durante la guerra e negli anni immediatamente successivi. Lui allenerà a Rieti la Sebastiani che cominciava a puntare con decisione i vertici della pallacanestro italiana per chiudere la sua esperienza tecnica guidando in Serie A femminile la Bumor Roma.