VIII^ Coppa Rimet - Inghilterra 1966


Stagione

Torna a Cile 1962 - Vai a Messico 1970

Storia della competizione

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Diciamolo subito, quella inglese fu uno dei peggiori Mondiali azzurri di sempre. La classica spedizione nata male e finita peggio. Senza dimenticarsi del giallo. Che, come sempre accade nella nostra tradizione, quando siamo sull’orlo del baratro ci rifila la mazzata finale. Ma veniamo ai fatti. La scuola italiana è fiorente e produce talenti invidiabili. Dopo la disfatta cilena, il presidente federale Pasquale avvia un progetto quadriennale con la collaborazione di Artemio Franchi. Basta oriundi e Nazionale forte, con precedenza assoluta sulle squadre di club. In panchina va un tecnico emergente (ritornando alla figura del ct unico) come il romagnolo Edmondo Fabbri, l’uomo capace di portare il Mantova dalla quarta serie alla Serie A in cinque anni (con la collaborazione di Italo Allodi, che per poco non lo porta all’Inter).

Dopo anni di lacerante dibattito tra difensivisti e offensivisti, paiono averla spuntata i secondi. Ma presto nasce il compromesso. Le due squadre che dominano in Italia sono molto diverse tra di loro, l’Inter dalla difesa d’acciaio di Helenio Herrera (affidata in fase offensiva a Jair e Suarez, un brasiliano e uno spagnolo) e il Bologna spettacolare di Fulvio Bernardini. Ne nasce una via di mezzo. In difesa spazio a Picchi, Burgnich e Facchetti, mentre Bulgarelli va a fare l’interno insieme a Gianni Rivera, con Sandro Mazzola outsider. E davanti il bolognese Pascutti, oltre a Sormani, l’unico oriundo non epurato. La qualificazione è comoda comoda, grazie anche a un girone facile con Finlandia, Polonia e Scozia.

Ma il pareggino a Varsavia apre le prime crepe. Rivera se la prende con Picchi, libero troppo statico e il difensore interista cede il posto a Salvadore. La linea offensivista pare averla vinta, con Rivera, Bulgarelli e Meroni che fanno la differenza nelle ultime scintillanti amichevoli (3-0 all’Argentina e 5-0 al Messico) in un clima di esaltazione che porta la stampa estera a ritenere l’Italia la terza forza del Mondiale (dopo Brasile e Inghilterra). Ma l’esclusione dai 22 convocati di gran parte della colonia nerazzurra (Sarti, Picchi e Corso) così come di un altro grande come Gigi Riva finirà per pesare molto, alimentando polemiche sotterranee e inesauribili. Gli Azzurri sono inseriti nel Gruppo 4 con URSS, Cile (ancora lui) e Corea del Nord. Il debutto a Sunderland regala la vendetta con i cileni, battuti 2-0 con gol di Mazzola e Barison. Ma Fabbri, logorato da polemiche a livello mediatico non messe a tacere dai risultati, sbotta: "Se giochiamo così, andiamo fuori subito".

Il ct, insolitamente poco supportato dalla federazione, lascia fuori Rivera nel match successivo con i sovietici. E non è nemmeno fortunato, perché l’arbitro Kreitlein nega un rigore netto a Mazzola, mentre Cislenko beffa Facchetti e Albertosi in un colpo solo, dando i due punti all’URSS. Si arriva alla Corea del Nord. Basta non perdere, un gioco da ragazzi. “Sono una banda di Ridolini”, confida Ferruccio Valcareggi, la spia inviata da Fabbri a seguirli. Ma la lotta interna tra ct, stampa e Figc (ormai sempre più divisa tra il presidente Pasquale e il vice rampante Franchi) è giunta al suo apice. Il commissario tecnico nega di “dare la formazione” ai giornalisti, mentre Gianni Brera si permette di suggerirne una tramite intermediario. “Che ci si pulisca il …”, risponde Fabbri, minato da pressioni che furono alla base anche del fallimento azzurro nel 1962. Il ct rimette in campo Rivera, ma si fida troppo di un malconcio Bulgarelli. E tutto va storto. Perani fallisce tre occasioni nitide, Bulgarelli se ne va in barella lasciando i suoi in dieci (i cambi non esistevano) e, alla fine, la corsa dei coreani viene premiata dal gol di Pak Doo Ik al 41’. È il 19 luglio.

E a Middlesbrough l’Italia è eliminata nel più infausto dei modi. Al ritorno, nella notte di Genova, piovono pomodori. Fabbri è quasi un esiliato. Ma non è finita. E a fine estate “Stadio” pubblica tutti i retroscena della disfatta (un’inchiesta prodotta dallo stesso ct), basandosi sulle testimonianze di nove azzurri. “Dopo la partita con la Corea mi tremavano le gambe, non riuscivo a stare in piedi”, parola di Facchetti. Si parla di doping al contrario, sintomo di un complotto latente con la scomoda ipotesi legata a un Franchi voglioso di fare le scarpe a Pasquale in tutti i modi possibili. Anche a costo di causare una nuova disfatta Mondiale. Il medico della Nazionale, Fino Fini, sporge querela. I nove della denuncia fanno un passo indietro e Fabbri perde il posto e finisce sotto inchiesta. Per lui, reo di aver imbastito la tesi complottistica poi apparentemente smontata, ci sarà una squalifica di sei mesi. E un ingiusto dimenticatoio. Il colpevole di tutto non era di certo lui.

Italia a parte, quello del 1966 è un Mondiale grande solo fino a un certo punti. Tutti attendono al varco il Brasile due volte campione, ma i verdeoro rappresentano una delle delusioni più grandi della manifestazione. Alla guida della Seleçao torna Vicente Feola, campione nel 1958. Ma il mix tra i veterani (Gilmar, Djalma Santos, Garrincha e Pelé) e le nuove leve (Gerson, Tostao e Jairzinho) non funziona. Anche perché non sempre chi ben comincia è a metà dell’opera. Il 12 luglio a Liverpool, il Brasile debutta con la Bulgaria. Pelé e Garrincha mettono sui binari giusti la sfida, con le reti che valgono il 2-0 finale. Ma la squadra avversaria non la prende bene. E nei minuti finali i bulgari iniziano a entrare duramente.

Sino a quando Zecev non costringe Pelé a uscire dal campo. Il match successivo con l’Ungheria, senza O Rey, è un capolavoro di sfortuna concluso con un 3-1 a favore dei magiari. Si va alla terza sfida del Gruppo 3 contro il Portogallo dello scatenato Eusebio. Pelé tenta il recupero, ma non è al meglio e si vede. Morais lo punta al ginocchio destro sino a quando non lo mette ko, senza che l’arbitro McCabe (guarda caso inglese) prenda provvedimenti. Finisce 3-1, doppietta di Eusebio e gol di Simoes. E il Brasile esce già nella prima fase, non senza i sospetti dei maligni, secondo i quali la tolleranza dimostrata al gioco duro contro i campioni in carica è il primo passo verso il titolo dei padroni di casa. Perché sì, per l’Inghilterra questa Coppa del Mondo voleva dire troppo. “Il calcio torna a casa” e in terra britannica non poteva che primeggiare una squadra costruita tassello dopo tassello per il trionfo finale a Wembley. La pietra fondante è il ct Alfred Ramsey, che fa il suo esordio promettendo di vincere il titolo.

Lascia perdere il vecchio Sistema in favore di uno schieramento tattico senza troppi orpelli. La base è il 4-2-4 brasiliano, ma rivisto in chiave difensiva. Via le ali classiche e il centravanti di sfondamento. Ramsey punta tutto sulla classe di Bobby Charlton e due punte di movimento come Hurst e Hunt, supportate da Ball, tornante di destra. E, poi, un libero leggendario come Bobby Moore, capace di chiudere (insieme all’armadio Jackie Charlton) e ripartire come primo costruttore di gioco. L’Inghilterra fa lo schiacciasassi nel Gruppo 1, vincendolo davanti all’Uruguay senza subire nemmeno un gol ed eliminando la Francia. La squadra è forte. E ha anche il vento a favore, come testimonia l’1-0 in fuorigioco di Hurst convalidato nel finale dei quarti con l’arcigna Argentina di Juan Carlos Lorenzo, già ridotta in dieci dall’arbitro Kreitlein, che espelle in modo ignobile Rattin (il capitano reo di aver chiesto spiegazioni per il giallo dato a un compagno).

Il capolavoro giunge in semifinale, quando Ramsey mette Nobby Stiles su Eusebio e vince la partita per 2-1 grazie alla doppietta di Bobby Charlton. La finale con la Germania Ovest è poi l’epilogo che racchiude la storia del Mondiale stesso. Haller gela Wembley dopo 12’, ma Hurst sei minuti dopo pareggia i conti sugli sviluppi di una punizione battuta magistralmente da Moore. Peters al 78’ segna il gol che pare valere il titolo. Se non fosse per Weber, che al 90’ approfitta di una dormita difensiva per portare il match ai supplementari. Lì dove a decidere tutto è Hurst, con una doppietta e soprattutto la rete più chiacchierata di sempre, quella del 3-2 con una palla che non varcò mai la linea. “Il calcio torna a casa”. In ogni modo possibile.