D'Aleo Mario


Mario D'Aleo
Lapide in memoria
20 giugno 2008
Un tabellino di una gara delle giovanili della Lazio dove è presente D'Aleo in squadra
L'Unità del 14 giugno 1983: Il suo assassinio
L'Unità del 14 giugno 1983
Dall'Unita del 15/6/83: lo sdegno del mondo politico
d'Aleo in uniforme
L'Unità del 15 giugno 1983
Dall'Unità del 16/6/83 I suoi funerali
L'Ora del 15 giugno 1983

Nato a Roma il 16 febbraio 1954, deceduto a Monreale (PA) il 13 giugno 1983. Disputa una stagione nelle giovanili della Lazio nel 1970/71.

Giovane di carattere vivace, allegro e spensierato, viene apprezzato e stimato dai suoi coetanei, dagli amici e conoscenti. Si mette in evidenza per le sue capacità agonistiche quale rappresentante della squadra calcistica parrocchiale del Quartiere Appio Latino ove ben figurava. Tale attività sportiva gli darà anche successivamente buoni risultati. Frequenta il liceo scientifico "Cavour" della Capitale e dopo aver conseguito la maturità nel 1973, inizia la carriera militare entrando all'Accademia di Modena. Viene nominato sottotenente dell'Arma dei Carabinieri il 20 ottobre 1975 e trasferito alla Scuola di Applicazione in Roma. Il 14 settembre 1977 viene destinato alla Scuola Sottufficiali Carabinieri di Firenze per il 1° Battaglione in Velletri. Promosso Tenente continua nello stesso Comando di Corpo e quindi, in tale grado, viene trasferito in data 28 maggio 1980 all'allora Legione Carabinieri di Palermo, ove assume il Comando della Compagnia Carabinieri di Monreale. In attesa di imminente matrimonio, perde la vita il 13 giugno 1983 - unitamente all'Appuntato Giuseppe Bommarito e al carabiniere Pietro Morici che l'accompagnavano - in un agguato mafioso a seguito di colpi d'arma da fuoco.

Mercoledì 15 giugno 1983. "Come al solito". Sono state queste le uniche parole che il cardinale Pappalardo ha rivolto alle autorità nella camera ardente allestita a Monreale per il capitano Mario D'Aleo e i carabinieri Giuseppe Bommarito e Pietro Morici massacrati in via Scobar. Poi, al funerale di Stato, una gran folla trattenuta a stento dietro le transenne, ha applaudito solo Sandro Pertini oltre ai feretri delle ultime tre vittime della mafia. Forse da tempo designate tali dalle "cosche perdenti" che, alleate con certa malavita statunitense, avrebbero voluto dare così un'agghiacciante prova d'ulteriore vitalità. Alla sua memoria, il 31 agosto del 1983, viene conferita la Medaglia d'Oro al valor Civile. Il 13 giugno 2008 un articolo de La Repubblica ricostruisce i drammatici eventi di quei giorni. Il 20 giugno 2008 il Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri, Gen. C.A. Gianfranscesco Siazzu, ha depositato una corona d'alloro al busto commemorativo del Cap. Mario D'Aleo, Medaglia d'Oro al Valor Civile, alla presenza dei colleghi di corso d'Accademia dell'Ufficiale, appartenenti al 155° Corso di applicazione. Al Capitano Mario D'Aleo è stata intitolata l'aula che ospita il seminario per i Comandanti di Regione.

Scrissero della strage su La Repubblica nel 2011

Tre vite spezzate: Mario D’Aleo, Giuseppe Bommarito e Pietro Morici

La storia dimenticata di tre Carabinieri uccisi il 13 Giugno 1983 a Palermo: Il Capitano Mario D’Aleo, 29 anni, l’Appuntato Giuseppe Bommarito, 39 anni, e l’autista Pietro Morici, 27 anni; Tutti e 3 sono stati insigniti della Medaglia d'oro.

La giornata stava volgendo al termine e gli ultimi raggi di sole illuminavano Palermo, quando nella via Cristoforo Scobar due uomini d' onore, giunti dinanzi al civico 22, camminando tranquillamente, estrassero le pistole e cominciarono a sparare. Un altro killer munito di fucile - improvvisamente sceso da una Fiat 131 di colore arancione scuro, rubata, che si era avvicinata - supportò la loro azione. Una pioggia di colpi investì tre carabinieri in divisa, appena giunti a bordo di un' auto di servizio Fiat Ritmo, per consentire a uno di loro di recarsi dalla fidanzata. Non ebbero nemmeno il tempo di rendersi conto di quanto stava accadendo e di impugnare le armi, trovate poi riposte nelle fondine. Due di loro avevano fatto in tempo a scendere dall' autovettura. Morivano così il capitano Mario D' Aleo, l' appuntato Giuseppe Bommarito e il carabiniere Pietro Morici (autista che grazie alla sua professionalità e serietà si era conquistato la fiducia di Basile prima e D’Aleo poi). Era il 13 giugno 1983. Sono trascorsi venticinque anni da quel triplice omicidio e il sacrificio di quei servitori dello Stato va ricordato e commemorato. Quel delitto non è rimasto impunito. Il movente mafioso è stato accertato, la decisione fu deliberata dalla commissione provinciale di Cosa nostra e molti responsabili sono stati arrestati e condannati.


“… il Capitano Mario D’Aleo era subentrato, nel comando della Compagnia dei CC. Monreale, al Capitano Emanuele Basile che era stato ucciso da Cosa Nostra il 4.5.1980. Fin dal momento del suo insediamento, il Capitano D’Aleo aveva proseguito, con lo stesso zelo, l’attività di polizia giudiziaria del suo predecessore, volta a contrastare gli interessi mafiosi nel territorio ove imperversava la potente cosca di San Giuseppe Jato, comandata da Brusca Bernardo ed avente come referente, a Monreale, Damiani Salvatore. L’ufficiale aveva, pertanto, avviato una serie di indagini indirizzate a colpire le iniziative economiche riferibili ai suddetti esponenti mafiosi ed alla cattura dei latitanti che si nascondevano nella zona, fra i quali lo stesso Brusca Bernardo, avvalendosi a tal fine anche della collaborazione dell’Appuntato Bommarito, il quale aveva già operato a fianco del Capitano Basile. L’Appuntato Bommarito, con il Capitano Basile, si era occupato di penetranti indagini nei confronti di Damiani Salvatore, nel corso delle quali i militari avevano sorpreso il boss mentre teneva una riunione con altri soggetti ritenuti appartenenti ad associazione mafiosa e ne era scaturito un conflitto a fuoco. E tali precedenti avevano indotto il Capitano D’Aleo a ritenere che il Damiani fosse coinvolto, quale mandante, nell’omicidio del suo predecessore; sicché l’ufficiale non aveva mai distolto la sua attenzione su quel boss, sottoponendolo fra l’altro ad un fermo in quanto indiziato di essere coinvolto in alcuni episodi di “lupara bianca” verificatisi nell’82 e proponendolo per l’applicazione della misura di prevenzione, sia personale che patrimoniale. Contemporaneamente, il Capitano D’Aleo si era attivato, anche mediante una serie di perquisizioni, al fine rintracciare il latitante Bernardo Brusca.”….

“…Il Capitano D’Aleo, al pari del suo predecessore, non si era limitato a ricercare quei pericolosi latitanti mediante un’azione pressante anche nei confronti dei loro familiari (come il giovane Brusca Giovanni), ma aveva sviluppato indagini dirette a colpire i ramificati interessi mafiosi nella zona. Nel portare avanti quest’attività, anche tramite fermi ed arresti, l’Ufficiale aveva dimostrato pubblicamente di volere compiere il suo dovere, senza farsi condizionare dal potere mafioso acquisito dai boss e dal pericolo delle loro ritorsioni.”….

“….Alla stregua di quanto fin qui rilevato, può dunque affermarsi che l’omicidio del Capitano D’Aleo e degli altri due militari che lo accompagnavano, è da ascriversi a Cosa Nostra. Si volle così fermare l’azione di un coraggioso Carabiniere che avrebbe potuto ledere gli interessi ed il prestigio del sodalizio nel territorio del mandamento di San Giuseppe Jato, in quel periodo divenuto uno dei più importanti di Cosa Nostra. Addirittura, il Capitano D’Aleo stava mettendo in pericolo la latitanza di due boss del calibro di Bernardo Brusca e Riina Salvatore.”




Articolo de La Repubblica del 13 giugno 2008:

Salvatore Biondino e Domenico Ganci si avvicinarono e spararono, con l'ausilio di Angelo La Barbera che scese dall'autovettura guidata proprio da Anzelmo; sul luogo del delitto e nelle vicinanze erano presenti per supporto e copertura Raffaele e Calogero Ganci, oltre a Giacomo Giuseppe Gambino. L'obiettivo era il capitano D'Aleo: l'ufficiale che voleva fare luce su Cosa nostra, scoprire i responsabili dell'assassinio del capitano Emanuele Basile (al quale era subentrato nel comando della compagnia di Monreale), ricostruire l'organigramma del nuovo vertice corleonese e arrestare il crescente dominio della cosca dei Brusca e dei loro accoliti. Sin dal momento del suo insediamento l'ufficiale aveva proseguito, con lo stesso zelo, l'attività del suo predecessore. D'Aleo voleva contrastare la cosca di San Giuseppe Jato, capeggiata da Bernardo Brusca e avente come referente a Monreale Salvatore Damiani. Aveva avviato indagini per colpire le iniziative economiche dei boss e a catturare i latitanti che si nascondevano in quell'area, fra i quali lo stesso Bernardo Brusca e Salvatore Riina (in quel periodo in contrada Dammusi), avvalendosi anche della collaborazione dell'appuntato Bommarito, che aveva già operato a fianco del capitano Basile.

Aveva portato avanti la sua attività tramite perquisizioni, fermi e arresti, fra i quali quello per favoreggiamento personale di Giovanni Brusca, sospettato di aver dato alle fiamme un automezzo nella zona di San Giuseppe Jato. Non valsero a scoraggiarlo le parole sottilmente minatorie del nonno di Giovanni, Emanuele Brusca, che lo accusò di perseguitare la loro famiglia. L'appuntato Bommarito con il capitano Basile si era occupato di indagini che consentivano di sorprendere Salvatore Damiani, mentre teneva una riunione con altri soggetti ritenuti appartenenti alla mafia e ne era scaturito un conflitto a fuoco. Tali precedenti avevano indotto il capitano D'Aleo a ritenere che Damiani fosse mandante nell'omicidio del suo predecessore. Aveva compreso quale fosse il peso mafioso della famiglia Brusca e quando incrociava qualcuno di loro non mancava di fermarlo e di sottoporlo a controlli, dimostrando di voler compiere il suo dovere senza farsi condizionare dai boss e dal pericolo delle loro ritorsioni. Quel giovane ufficiale aveva, perciò, il destino segnato. La mafia disponeva di una forza immensa e aveva alzato la mira contro uomini politici, magistrati, funzionari di polizia, ufficiali dei carabinieri, mostrando di avere un disegno politico ben determinato.

Un funerale di Stato onorò la morte di quei tre appartenenti alle forze dell'ordine, oggi dimenticati. Secondo un copione collaudato, in molti invocarono misure draconiane. Cinque mesi prima, il 25 gennaio, un altro assassinio di mafia aveva scosso le coscienze del Paese: quello del giudice istruttore di Trapani Gian Giacomo Ciaccio Montalto. La promessa di una reazione efficace e tempestiva non fu mantenuta. Tant'è vero che 45 giorni più tardi, il 29 luglio, una strage ancora più efferata venne eseguita in via Pipitone Federico, provocando la morte del capo dell'ufficio Istruzione, Rocco Chinnici, dei carabinieri di scorta Mario Trapassi e Edoardo Bartolotta e del portinaio Stefano Lisacchi. Se oggi le istituzioni sono riuscite in Sicilia a ottenere una credibilità nelle menti dei siciliani - purtroppo ancora imprigionate dalla paura - lo si deve al sacrificio di uomini come D'Aleo, Bommarito e Morici, la cui storia racconta la forza inesauribile dello Stato e la tenacia dei valori positivi che la mafia e i suoi alleati all'interno di alcuni partiti politici (che non ritengono inaffidabili i loro esponenti nemmeno se risultano comprovati i loro consapevoli legami con i mafiosi), delle amministrazioni pubbliche locali e nazionali, di esponenti collusi del mondo economico e delle libere professioni cercano di cancellare. Se dopo un quarto di secolo in una delle regioni più povere d'Italia, Confindustria e alcuni suoi valorosi esponenti hanno trovato il coraggio di reagire e di sfidare il sistema delle estorsioni e del pizzo, numerosi giovani e adulti si sono riuniti per dare vita a comitati (come Addio Pizzo) e ad associazioni (come Libera), portando avanti una campagna in difesa della legalità, un po' di merito va riconosciuto anche a quei carabinieri in divisa troppo presto strappati alla vita. Ricordare il loro tragico destino rappresenta un doveroso tributo alla loro memoria e al dolore dei loro cari.

Articolo a firma di Luca Tescaroli.



Mario D'Aleo nei ricordi di Alvaro Rezzonico

La tomba di Mario D'Aleo al cimitero del Verano (Foto LazioWiki)
La tomba di Mario D'Aleo al cimitero del Verano (Foto LazioWiki)

"Ho un nitido ricordo di Mario D'Aleo. Siamo stati compagni di squadra nella stagione 1970/71. Io ero negli allievi regionali, lui giocava negli allievi romani ma spesso veniva aggregato con noi. Mario era un buon giocatore, un difensore dotato di buona tecnica e di una buona prestanza fisica. Ma prima di tutto era un bravo ragazzo, estremamente serio ed educato. A quell'età a volte è difficile essere così rispettosi, ma non era il suo caso. Restò soltanto un anno con noi e lo ritrovai da avversario qualche tempo dopo in un Lazio-ATAC del campionato juniores regionali. In seguito io rimasi alla Lazio fino ad arrivare in prima squadra mentre di lui, come del resto di altri miei compagni, non ebbi più alcuna notizia. Fino a quel maledetto giorno. Come ogni mattina acquistai Il Messaggero e venni subito colpito dalla notizia dell'ennesima uccisione di un ufficiale dei carabinieri; purtroppo con mia grande sorpresa nella foto riconobbi il mio vecchio compagno di squadra Mario D'Aleo. Era proprio lui, barbaramente ucciso in un agguato mafioso a Palermo insieme ad altri due carabinieri. Non avrei mai immaginato di ottenere nuovamente sue notizie in maniera così tragica. Negli anni aveva intrapreso un percorso totalmente diverso dal mio ed aveva ottenuto dei brillanti risultati. Ma vedere il suo viso sbattuto in prima pagina per un evento così tragico mi lasciò letteralmente senza parole. Eravamo entrambi nati nel 1954 e mentre io ero diventato padre da qualche anno, lui sacrificava la sua vita in nome dello Stato Italiano. La cosa mi rattristò enormemente e per un attimo rividi nella mia mente quel ragazzone serio che con me aveva condiviso la soddisfazione di indossare la maglia biancoceleste della Lazio. Il suo ricordo rimarrà indelebile in me, per quanto ha dimostrato sia come compagno di squadra ma soprattutto come persona. Un ragazzo d'oro sia per lo Stato Italiano che per la Lazio. Ciao Mario".

(Testimonianza di Alvaro Rezzonico - 2009)



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