Estate 1975, Chinaglia vuol lasciare la Lazio


La diatriba con Lenzini
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Il ritorno a Roma
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Nell'estate del 1975 Giorgio Chinaglia aveva raggiunto la moglie Connie nel New Jersey, dove si era trasferita definitivamente con i figli, stufa della vita a Roma, dove anche fare la spesa era diventato difficile per le continue angherie di alcuni facinorosi. Chinaglia aveva condiviso l'idea e anche lui meditava di stabilirsi dopo la carriera negli States. Il calcio negli Stati Uniti era a livello dilettantistico, ma alcuni club avevano provato ad alzare il tono e l'interesse, allora scarso, per il Soccer. Tra questi club c'è il Cosmos New York che ha ingaggiato addirittura Pelè e sta creando una squadra di vecchie e nuove glorie ancora in grado di giocare divinamente.

Una mattina Chinaglia viene raggiunto da una telefonata di Peppe Pinton, consulente della squadra dell'Hartford, che gli propone di giocare un'amichevole con la maglia di quella squadra contro una selezione polacca. Chinaglia accetta e la Lazio dà l'autorizzazione previa assicurazione contro gli infortuni di ben 2 milioni di dollari. Per Giorgione giocare quella gara è un successo mediatico. Infatti stampa e Tv si erano occupati di lui con servizi e trasmissioni inusuali per un calciatore di soccer. Intanto per l'esordio di Pelè nei Cosmos, Chinaglia, desideroso di assistervi, si era rivolto al Presidente della squadra Clive Toye per ottenere un biglietto. Questi lo invitò ad assistere alla partita assieme a lui.

Durante la gara i due si parlano e Chinaglia esprime inaspettatamente il desiderio di giocare con i Cosmos, anticipando così il rientro definitivo negli Usa e potendo quindi stare di più con la famiglia di cui sentiva molto la mancanza. Fissato un appuntamento per l'indomani nella sede della Warner Bross, Chinaglia apprende della volontà di Toye di trovare un accordo. All'indomani i due si recano dal presidente della Warner, Steve Ross, anch'egli entusiasta della faccenda. L'unico ostacolo è rappresentato dalla Lazio e sopratutto da Lenzini che va su tutte le furie e nega ogni possibilità di accordo. Chinaglia arriverà ad acquistare un'intera pagina del Corriere dello Sport per spiegare ai tifosi il suo desiderio di tornare dalla famiglia, ma anche questo servirà a poco.

Il 1° luglio partono per gli Stati Uniti il vicepresidente Aldo Lenzini, il General Manager Lovati ed il dirigente Agostino D'Angelo per convincere Chinaglia a tornare. Ma sarà una missione inutile. La querelle va avanti tutta l'estate, per la gioia dei giornalisti e dei giornali che hanno ottime tirature per il periodo. Il Direttore del Corriere dello Sport Mario Gismondi riceveva, nel pomeriggio del 23 agosto, una davvero inattesa telefonata intercontinentale: dall'altro capo del filo, in prima mattinata laggiù nel nuovo mondo, dopo l'ennesima notte insonne, con inusuale tono di voce flebile, timido e contrito, accentuato dalle difficoltà tecniche del collegamento, c'era Chinaglia che lo pregava, affinché intercedesse di persona, con un appello rivolto a società ed ambiente biancocelesti, perorando la causa di un suo pronto, integrale rientro nell'ovile.

Il 29 agosto Giorgio deve fare ritorno in Italia per non incorrere in sanzioni e nelle squalifiche che il Presidente della Lazio aveva minacciato di effettuare, in caso il centravanti non si fosse presentato. Il club lo accolse, è ovvio, freddamente, mentre i compagni lo riabbracciarono contenti. Fra i tifosi, invece, fu il delirio: a migliaia, il giorno del suo arrivo, presidiarono dall'alba Fiumicino, causando un caos mai visto in aeroporto. Una fiumana umana, commossa, imbandierata e variegata, attendeva felice lo sbarco del suo alfiere, già bello e perdonato, alla faccia del fresco, tentato tradimento. Era tornato il loro paladino, l'eroe incontaminato ed invincibile, l'immenso condottiero di ogni sfida. Giorgio Chinaglia, almeno entro il rettangolo di gioco, significava, per il popolo aquilino, il trascinatore intrepido, il cavaliere senza macchia e impavido, regalato alla Lazio dal destino. Insaziabile di gloria e di successi, perseguiva ogni volta rabbioso la vittoria, trasformandosi in belva famelica la domenica quando, ingobbito e sgraziato ma furente, caracollava inarrestabile sul campo, avendo issato, sulle spalle possenti, la squadra tutta intera più lo stadio.

Long John equivaleva, per i cuori biancocelesti, a riscatto, orgoglio, fede incrollabile, alla luce più vivida dopo il buio tetro. Il suo nome, gridato in coro a squarciagola dalla gente, echeggiava nell'aria acre adottato quale fiero, ossessivo, grido di battaglia. Il ritorno non risulta però felice: molti dei suoi compagni non ci sono più, la squadra del 1974 è stata smembrata. Lui vorrebbe scendere subito in campo in Coppa Italia ma il nuovo mister Corsini non glielo permette. Inizia così una guerra fra i due che porterà solo guai per i biancazzurri.

Fonte: Corriere dello Sport



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