Lenzini Umberto


Umberto Lenzini
In questa cronaca del 28 ottobre 1931, che riporta un incontro del Campionato di 2^ Divisione tra Lazio II (rinforzata da alcuni titolari) e Juventus Romana, Lenzini, attaccante di quest'ultima squadra, è giudicato in maniera lusinghiera
Uno scorcio di Walsenburg, località di nascita di Umberto Lenzini
Con Bernardini e Maestrelli a Pievepelago
Lenzini con l'allenatore Renato Gei
La planimetria di un garage della famiglia Lenzini a Walsenburg 1927
Umberto Lenzini e Tommaso Maestrelli
Palazzine sulla Cassia costruite dai Lenzini
Assieme a Pino Wilson
Durante un giro d'onore
Un giro d'onore di Lenzini
Le grane estive dei reingaggi
Tommaso Maestrelli, Umberto Lenzini e Luis Vinicio
Insieme a Giorgio Chinaglia
Lenzini ad una manifestazione
Il giorno dello scudetto
Un'immagine del Presidente biancoceleste
Lenzini in un momento di relax
(gent.conc. sig.Andrea Lenzini)
Lenzini e Re Cecconi nel 1973

Biografia

Presidente, nato a Walsenburg (Colorado - U.S.A.) il 20 luglio 1912 e deceduto a Roma il 22 febbraio 1987.

Era figlio di emigranti originari di un paesino ai piedi dell'Abetone, andati in cerca di fortuna negli Stati Uniti dove, vicino a Colorado Springs, a Huerfano, gestivano un classico emporio dove si poteva trovare dalla farina alla pistola Colt. L'attività fruttò bene e la famiglia rientrò in patria: Umberto aveva 15 anni e conservò il passaporto statunitense. Mentre i suoi genitori investivano i dollari guadagnati col duro lavoro in America acquistando diversi terreni nella zona alle spalle dell'attuale Piazzale degli Eroi fino alla Valle dell'Inferno, Umberto Lenzini terminava con ottimo profitto i suoi studi di Ragioneria presso l'istituto "Duca degli Abruzzi" a piazza Indipendenza. Nella sua permanenza negli States, da piccolo cadde in un fiume e fu salvato per miracolo da un indiano che lo riportò a riva. Di quella brutta esperienza porterà sempre il ricordo con una vistosa cicatrice in testa.


Amante dello sport

Amante dello sport e del calcio in particolare, cercò di praticare il suo sport preferito, ma a causa del suo status di cittadino americano non poteva essere tesserato. Finalmente venne aggregato dalla Pistoiese come libero e inizia a giocare vere partite. In questa squadra militavano ottimi giocatori come Ferrero e Nekadoma. Passò poi alla Rondinella, alla Fortitudo ed infine alla Juventus Roma, dove nel 1931 incontrò in una gara la Lazio che vince 5-1. E fu proprio Lenzini a segnare la rete della bandiera della sua squadra. Dopo un provino negativo sostenuto con la Lazio dove fu scartato da Dino Canestri, su pressante invito della sua famiglia si trasformò da discreta ala sinistra in un ottimo atleta centometrista, conquistando il titolo italiano dei giovani fascisti e militando per nove anni nella società Borgoprati.

Amava ricordare che sui 100 metri aveva un personale di 11 secondi. Questo tempo non è però verificato perchè non presente su alcuna fonte. Finita la guerra, la famiglia Lenzini si dedicò alle costruzioni e pian piano, grazie ad accurati investimenti, Umberto, insieme ai fratelli Aldo ed Angelo, iniziò ad accrescere il patrimonio familiare. La famiglia Lenzini edificò molte zone di Roma nord, dalla Balduina alla Pineta Sacchetti, fino alla Tomba di Nerone, costruendo un impero finanziario non indifferente che le aprì le porte dell'alta finanza romana.


Presidente della Lazio

La passione per il calcio però non era stata dimenticata da Umberto che, il 29 ottobre 1964 entra nel Consiglio di Amministrazione della Lazio con la carica di Vicepresidente assieme ad Angelo Miceli e con il Generale Giorgio Vaccaro come Presidente. Venne formato un ampio consiglio in cui, oltre a lui, vi erano ben 17 persone: Fabiani, Angelo Miceli, Alfredo Covelli, Giovanni Gilardoni, Giorgio Vaccaro, Casoni, Ercoli, il Marchese Antonio Gerini, Italo Liberatori, Luciano Ciolfi, Tamilia, Roberto Antonelli, De Santis, De Acutis, Tribiori, Aladino Minciaroni ed Gerardo Agostini.

Per le esigue casse della Lazio fu una boccata di ossigeno ed infatti appena un anno dopo, il 18 novembre 1965, Umberto Lenzini venne eletto dall'assemblea dei soci nuovo Presidente della Lazio Calcio, ricevendo la guida della società dal reggente Gian Chiarion Casoni. Lenzini non entrò in un momento felice per la gloriosa società biancazzurra che si dibatteva nelle parti basse della classifica e che nel 1967 retrocesse per la seconda volta in Serie B. Intanto il 27 aprile 1967 la Lazio, su indicazione della F.I.G.C., si trasformò in società per azioni, elevando il capitale sociale da 1 milione a 400 milioni di Lire. Lenzini liquidò tutti e promosse segretario Fernando Vona, un fedele dirigente che faceva parte della Polisportiva dal 1947. La retrocessione nei cadetti fu un colpo molto duro e, per uscire dalla difficile situazione, Umberto chiamò in società Roberto Fiore, un giovane ex presidente del Napoli, presentandolo ufficialmente il 12 giugno 1967.

Questi licenziò Maino Neri e assunse Renato Gei come allenatore, ma i risultati furono sconfortanti e addirittura i biancocelesti rimasero coinvolti nella lotta per la retrocessione. Lenzini ebbe l'intuizione di richiamare Juan Carlos Lorenzo alla panchina della Lazio, dimenticando così il burrascoso divorzio del 1964. Don Juan aveva idee chiare e finalmente nel 1968/69 la Lazio poté festeggiare la promozione in Serie A. Nel frattempo Lenzini rafforzava la sua quota azionaria divenendo padrone assoluto della società e promuovendo sia il tecnico Lorenzo che Guido Giambartolomei come consiglieri personali. La promozione in Serie A venne festeggiata in pompa magna il 23 giugno 1969 a Villa Miani e durante la festa il presidente biancazzurro annunciò alcune importanti operazioni di mercato: il definitivo ingaggio di Mario Facco e di Ferruccio Mazzola (II), provenienti dall'Inter e pagati ben 275 milioni di lire. Inoltre annunciò l'acquisto di tre ragazzi che andavano ad infoltire la rosa ma che nessuno allora conosceva e che molti snobbavano: Franco Nanni dal Trapani, Giuseppe Wilson e Giorgio Chinaglia dall'Internapoli.

La campagna acquisti per la stagione 1969/70 venne completata successivamente con l'acquisto del portiere Michelangelo Sulfaro e di Giuseppe Papadopulo, più i due giovani Gaetano Stellone ed Ivan Chiossi. Lenzini non era del tutto convinto della bontà delle scelte ma Lorenzo lo tranquillizzò manifestando l'intenzione di voler puntare tutto sul giovane Chinaglia.


Chinaglia e Lorenzo

La stagione 1969/70 sembrò iniziare nei migliori dei modi per Lenzini. La scoperta di Chinaglia da parte di Lorenzo sembrò essere giusta, perché il giovane attaccante si mise subito in mostra segnando diverse reti. Ad ottobre si dimise Giambartolomei ed il consiglio di amministrazione subì un rimpasto. Alla fine del girone d'andata la Lazio navigava nella media-bassa classifica e tra Lorenzo e Lenzini cominciò a serpeggiare un crescente malumore, potenziato da atteggiamenti e da alcune dichiarazioni inopportuni del tecnico argentino. Comunque la squadra chiuse il campionato con un dignitoso ottavo posto, il miglior piazzamento da quando Lenzini era in carica. Intanto venne nominato segretario generale Carlo Galli. Nel'estate 1970 tra Lenzini e Lorenzo calò il gelo a causa di alcune operazioni di mercato fatte dal presidente e non avallate dall'allenatore. Sopratutto l'acquisto del giovane portiere Castellini e di Pierpaolo Manservisi scatenarono aspre polemiche, tanto che l'estremo difensore non verrà più acquistato. Nel ritiro estivo Lorenzo fece, inoltre, delle esternazioni che offensero Lenzini e il campionato 1970/71 fu un autentico calvario.

Dopo la trasferta di Cagliari nel febbraio 1971 con la Lazio fanalino di coda, Lorenzo venne esonerato ma i tifosi costrinsero Lenzini a revocare la sua decisione. Il presidente, da parte sua, dichiarò la sua intenzione di voler lasciare la Lazio a fine campionato. L'apice delle polemiche si ebbe dopo un Lazio-Foggia, quando i due si scontrarono davanti agli increduli giocatori. In realtà Lenzini non aveva nessuna voglia di lasciare e anzi, in segreto, contattò un ex arbitro internazionale, Antonio Sbardella, che mostrava velate simpatie per la Lazio. A campionato finito, con la Lazio penultima e retrocessa, Lenzini annunciò l'esonero di Lorenzo e conferì l'incarico di Direttore Sportivo allo stesso Sbardella, sorprendendo così squadra, stampa e tifosi. Giorgio Chinaglia, legato da amicizia a Lorenzo, chiese di essere ceduto, ma la reazione di Lenzini e soprattutto di Sbardella fu durissima: Chinaglia venne deferito alla Lega e multato. L'aria stava cambiando: la disciplina e l'ordine divennero un imperativo programmatico primario per la società.


La scelta di Maestrelli

La prima decisione fu quella di assumere un allenatore capace di rompere con il passato e qui Sbardella ebbe un'intuizione avallata da Lenzini, sia pure con qualche perplessità. Un giovane allenatore che, pur retrocesso con il Foggia in quella stagione, aveva ben fatto negli anni precedenti con la Reggina e con gli stessi pugliesi, arrivando a conquistare il premio "Seminatore d'Oro" in Serie C e in Serie B: era Tommaso Maestrelli. Sbardella contattò quindi Maestrelli, che non senza qualche remora per il futuro ambiente, accettò l'incarico. Appresa la notizia, molti tifosi andarono contro Lenzini perché il nuovo allenatore aveva un passato da giocatore della Roma e non accettarono di buon grado la decisione. Comunque il presidente stavolta tirò dritto e affidò la squadra al quarantanovenne tecnico toscano. Che il vento fosse in qualche modo cambiato lo dimostrò il fatto che la Lazio conquistò la Coppa delle Alpi, primo trofeo della gestione Lenzini.

Maestrelli dettò subito delle condizioni-base per il futuro della Lazio, due delle quali erano le conferme di Chinaglia e Giuseppe Massa per la stagione successiva. Lenzini, per tenere fede alla parola data, arrivò a rifiutare 500 milioni per l'attaccante. La vigilia del nuovo campionato non fu facile, le casse erano pressocchè vuote e la squadra arrivò addirittura a scioperare prima della trasferta di Terni. La Lazio inoltre deludeva, barcamenandosi tra il terzo e il quinto posto, e Lenzini dovette subire pressanti contestazioni da parte dei tifosi riunitosi sotto il gruppo "Coscienza della Lazio", alle cui spalle c'era sempre Juan Carlos Lorenzo, bramoso di riprendersi la panchina della Lazio. Ma il presidente non cedette di un passo e confermò la fiducia incondizionata a Maestrelli. La squadra alla fine lo ripagò con la promozione in Serie A.


Dalla beffa allo scudetto

La promozione saldò ancora di più la stima reciproca fra Lenzini e Maestrelli, mentre a Milano all'Hotel Gallia, sede del calciomercato, Sbardella, di concerto con gli altri due, compiva una campagna acquisti che lasciò di stucco i tifosi. Venne ceduto l'idolo Massa all'Inter per 300 milioni più Mario Frustalupi e Massimo Silva e fu ingaggiato il giovane portiere Felice Pulici dal Novara. Una sconosciuta ala, Renzo Garlaschelli, arrivò in comproprietà dal Como e il biondo centrocampista Luciano Re Cecconi venne preso dal Foggia su espressa richiesta dell'allenatore. Venne anche ceduto Michelangelo Sulfaro alla Roma in cambio di Sergio Petrelli e 18 milioni. Ciò scatenò ancora una volta le ire dei tifosi che accusarono Lenzini di aver acquistato un romanista. In realtà Lenzini conosceva bene i grandi problemi economici che affliggevano la società ed inoltre Chinaglia, che aveva un ottimo mercato, fu blindato e furono rifiutate offerte vicino al miliardo di Lire. La squadra intanto era stata eliminata dalla Coppa Italia e Lenzini cominciò a pensare ad un esonero dell'allenatore, forse poco adatto al palcoscenico della massima serie.

Il calendario prevedeva le sfide con Inter, Fiorentina e Juventus nelle prime tre giornate: il presidente, convinto che la Lazio non avrebbe fatto nemmeno un punto, avrebbe avuto carta bianca per il cambio di panchina. Ed invece la Lazio si trasformò arrivando a lottare per lo Scudetto. L'euforia travolse tutto l'ambiente e Lenzini per primo. Trionfali furono i suoi giri di campo prima di ogni incontro in cui ringraziava la folla laziale che, a sua volta, riversava fiumi di denaro nelle asfittiche casse biancazzurre facendo registrare sempre il "tutto esaurito" e battendo ogni record di incasso. Lenzini, istintivo ma capace, legò a meraviglia con Tommaso Maestrelli commettendo un solo errore quando, infastidito dai loro giochi, cacciò i piccoli figli gemelli del tecnico dagli spogliatoi prima dell'inizio del derby di ritorno, mandando così su tutte le furie il padre Tommaso. Il giorno dopo il "Presidentone" si scuserà con i bambini, donando loro una costosissima enciclopedia per ragazzi.

Per tutti diventò il "Sor Umberto" o "Lo Zio D'America", la tifoseria lo adorava, la stampa lo esaltava. La Lazio, la sua Lazio, a 90 minuti dalla fine del campionato 1972/73 ebbe la possibilità di vincere il torneo all'ultima giornata ma a Napoli, in un ambiente ostile, arrivò la fine del sogno tanto agognato. Qualcuno in verità, in settimana, aveva provato a consigliare Lenzini di ammorbidire i partenopei con un premio a "perdere" ma il presidente, ligio ai suoi ideali dello sport, aveva rifiutato. Alla fine furono forse altri a dare un premio a "vincere" ai campani, che si imposero per 1-0 giocando una partita alla morte che fece sfumare i sogni tricolori della Lazio. Lenzini nei giorni seguenti denunciò le tante stranezze avvenute a Napoli, ma tutto fu messo a tacere e ancor oggi, pur con le tante ammissioni di diversi protagonisti di allora, non si è mai chiarito bene ciò che avvenne quel 20 maggio 1973. Lenzini, superata presto la delusione, portò tutti in gita premio negli U.S.A., dove si giocarono una serie di amichevoli.

La stagione 1973/74 vide la conferma di tutti eccetto quella di Antonio Sbardella, reo di aver svolto un ruolo oscuro nella tentata cessione della società a una cordata capeggiata dal neo consigliere Riccardo Riva. Il campionato ricominciò un po' in sordina per i biancocelesti, ma già a Natale la Lazio si collocò in testa alla classifica e stavolta non ce ne fu per nessuno. Il presidente era superstizioso e prima della gara compiva sempre i soliti rituali: i biglietti omaggio ai giocatori, i rigori da segnare a Pulici e la partita a poker col tecnico. Si arrivò così al 12 maggio 1974, quando un boato immenso lo accoglie nel giro del campo, accolto da oltre 90.000 tifosi per quello che è il suo trionfo. Alle 17.45 l'arbitro fischiò la fine della gara vinta sul Foggia per 1-0 e Umberto Lenzini diventò così il primo presidente Campione d'Italia della sezione Calcio. I festeggiamenti si accavallarono per giorni e giorni, ormai era da tutti considerato "Papà Lenzini". Venne premiato persino in Campidoglio e la stampa era tutta con lui.


Gli anni travagliati

Lenzini, nell'estate seguente, fu ben felice di sapere da Maestrelli che non si sarebbero dovuti fare grossi acquisti per la stagione 1974/75, visto che l'U.E.F.A. aveva ratificato la squalifica in Coppa dei Campioni per la Lazio. Arrivò solo Roberto Badiani dalla Sampdoria, e più tardi Pietro Ghedin. Il campionato iniziò bene, ma poi la squadra progressivamente si smarrì. A febbraio Lenzini venne informato di alcuni disturbi fisici accusati dell'allenatore e amico Maestrelli, ma non ci badò molto. Poi a marzo 1975 l'allenatore ebbe una serie di malori che ne consigliarono il ricovero. Il verdetto fu atroce: si trattava di cancro al fegato. A Lenzini crollò il mondo addosso. Maestrelli venne momentaneamente sostituito da Roberto Lovati, sperando in una miracolosa guarigione dell'allenatore campione d'Italia.

Purtroppo, di fronte all'evidenza dei fatti, fu necessario pensare ad un sostituto per la stagione successiva. Intanto Giorgio Chinaglia desiderava andare a giocare un'amichevole con i Cosmos di New York, sperando di essere ceduto per ricongiungersi con la famiglia che si era trasferita negli States. Lenzini accettò di fargli giocare l'amichevole ma non volle cederlo definitivamente. Nel frattempo scelse il nuovo allenatore: Giulio Corsini. Questi, definito un sergente di ferro, smembrò la squadra-scudetto e fece acquistare dei giocatori di suo gradimento. Quando finalmente Chinaglia tornò alla Lazio, ritrovò pochissimi compagni vecchi e vide molti volti nuovi e non pensò di meglio che attaccare il presidente. Il campionato iniziò con la rete di un giovanotto trasteverino arrivato dalla Primavera: si trattava di Bruno Giordano, che regalò un momento felice in una stagione che sarà da dimenticare. Lenzini è al corrente di liti furiose tra Chinaglia e Corsini, la squadra precipitava in classifica con il rischio concreto di retrocedere in Serie B. Per di più la Lazio fu al centro di un caso politico senza precedenti: in Spagna il regime del dittatore Francisco Franco ebbe una recrudescenza repressiva e la Lazio, per conto del suo presidente Lenzini e anche sotto la spinta della stampa e dell'opinione pubblica, si rifiutò di ospitare il Barcellona nella gara di andata di Coppa U.E.F.A., perdendo a tavolino per 0-3.

Tutta Italia applaudì la decisione del presidente che si sentì fiero del gesto fatto davanti al mondo intero. Intanto, dopo un'ennesima sconfitta, decise di esonerare Corsini, anche perché Maestrelli era miracolosamente migliorato. Affidare di nuovo la squadra a lui fu automatico. E con Maestrelli sofferente, ma di nuovo in panchina, la Lazio si salvò all'ultima giornata, anche se il campionato ebbe una coda disciplinare a causa di un pretestuoso ricorso dell'Ascoli su un presunto tentativo di illecito messo in atto dalla Lazio prima della gara col Cesena. Qualche settimana prima Lenzini, sebbene controvoglia, aveva ceduto Chinaglia ai Cosmos, stremato dalle innumerevoli pressioni del giocatore che era arrivato a minacciare di smettere l'attività con conseguente ingente perdita economica per la Lazio. Prima della fine del campionato "Long John" lasciò la squadra e per Lenzini fu solo la prima fitta al cuore di una lunga serie. La vendita di Chinaglia portò nelle vuote casse biancocelesti 650 milioni di Lire. Questi soldi verranno spesi per acquistare nuovi giocatori voluti dal nuovo allenatore Luis Vinicio, mentre Maestrelli rimase nello staff come supervisore.

Lenzini non riesciva ad entusiasmarsi più di tanto nonostante quella Lazio giocasse bene e dimorasse costantemente nelle parti alte della classifica. La squadra possedeva tre ragazzi che promettevano grandi cose: uno è Bruno Giordano, gli altri due Lionello Manfredonia ed Andrea Agostinelli, prodotti del vivaio, ma il pensiero era costantemente rivolto a Maestrelli, visto l'aggravarsi delle condizioni di salute del grande allenatore che il 2 dicembre 1976 morirà dopo una breve agonia. Era la fine di un periodo d'oro per la Lazio, forse irripetibile. E non si era ancora ripreso quando la sera del 18 gennaio 1977 gli arrivò una telefonata agghiacciante: Luciano Re Cecconi era stato colpito da un colpo d'arma da fuoco, dopo uno scherzo mal riuscito ad un amico gioielliere. Solo il tempo di correre all'ospedale che il giocatore era già morto. Un altro colpo durissimo per lui e per tutta la Lazio.


Da Vinicio a Lovati

L'anno tormentato dai lutti finì con la Lazio quinta in classifica. Un ottimo risultato che riporterà i biancazzurri tra l'élite del campionato. Lenzini assunse un nuovo direttore sportivo, Franco Manni, ma la campagna acquisti fu povera come le casse della società. La squadra risentì parecchio del mancato rinnovamento e ritornò ad annaspare nel centro classifica. Vinicio inasprì i rapporti con la squadra, specialmente con i giovani, creando una spaccatura insanabile che inevitabilmente porterà al suo esonero dopo la gara persa a Foggia per 3-1. Lenzini scelse la soluzione interna rappresentata da Roberto Lovati, che porterà in salvo la squadra meritandosi così la conferma per l'anno seguente. Il presidente, sempre alle prese con il bilancio, ad ogni inizio di stagione combatteva con i giocatori delle vere e proprie battaglie per gli ingaggi. Quando la rottura con un giocatore sembrava insanabile, eccolo che trovava comunque una soluzione. Non poche volte, anzi spesso, dovette ricorrere al suo patrimonio personale per sanare un deficit che ogni giorno assumeva sempre più le dimensioni di un buco nero. Con Bob Lovati in panchina passò anche la stagione 1978/79, in cui Bruno Giordano ebbe la soddisfazione di vincere la classifica dei marcatori. Lui e Manfredonia sono i pezzi pregiati di questa squadra, ma Lenzini rinunciò sempre alle lusinghe ed ai soldi degli squadroni del Nord, per non attirarsi le ire dei tifosi.


Uno striscione degli Eagles Supporters contro la presidenza

La rovina del calcioscommesse

La stagione 1979/80 sembrava trascorrere, per Lenzini, come sempre tra il deficit da ripianare e la sua Lazio che stazionava a metà classifica. L'anno nuovo inizia con una sconfitta a Milano contro il Milan per 2-1, un risultato normale visto che i rossoneri erano i campioni uscenti, ma alcune settimane dopo qualcuno avvisò il presidente che quella non è stata una gara "regolare", o almeno così sembrava dalle voci che circolavano nell'ambiente. Dopo qualche approfondimento Lenzini venne a sapere che due commercianti di Ladispoli, Alvaro Trinca e Massimo Cruciani, sarebbero sul punto di denunciare un giro di partite truccate, andate però a male, che loro gestivano e che li avrebbe gettati sul lastrico. Lenzini non voleva credere a tutto ciò: pensava che fosse un ricatto per estorcere soldi e rifiutò una proposta per non fare uscire il nome della Lazio, in cambio della somma persa dai due. Il 23 marzo 1980 scoppiò lo scandalo dopo Pescara-Lazio 2-0.

Fuori dallo stadio, invece dei tifosi, c'era la Guardia di Finanza che arrestò Bruno Giordano, Massimo Cacciatori,Giuseppe Wilson e Lionello Manfredonia, accusati di aver truccato partite a scopo di lucro. Il colpo fu durissimo, Lenzini ebbe un malore e forse temette di non avere la forza di ricominciare daccapo. Per la prima volta pensò seriamente di lasciare. La Lazio venne condannata, dopo essere stata assolta in primo grado, alla retrocessione in Serie B. I giocatori vennero squalificati da 5 anni a 3 anni e 6 mesi. Praticamente ciò determinò il temuto collasso finanziario. Lenzini si indebitò per risanare tutto, chiamò un giovane direttore sportivo, Luciano Moggi, per ripartire da zero assieme al nuovo allenatore, l'emergente Ilario Castagner. Aveva ingaggiato anche il forte centrocampista olandese Renè Van de Kerkhof, ma la retrocessione aveva fatto sì che il giocatore ritornasse a casa. Pochi mesi dopo, ormai stanco, passò la mano ai fratelli che l'anno successivo, il 1981, cedettero tutta la società a Gian Chiarion Casoni facendo così uscire apparentemente la famiglia Lenzini dalla Lazio. In realtà il 35% delle azioni, sino alla primavera 1982, era ancora in possesso di Umberto. Dopo turbolente assemblee e con la mediazione della FIGC finalmente quelle azioni furono cedute e l'ex presidente rimase in società solo in qualità di presidente onorario.


L'annuncio della morte di Papà Lenzini
"Il Messaggero" annuncia la scomparsa di Umberto Lenzini
I funerali di Umberto Lenzini

L'Addio alla Lazio e la sua scomparsa

Piano piano Lenzini si allontanò dalla Lazio: non andava più allo stadio e vi ritornava solo sporadicamente. Apprese con simpatia che il figliol prodigo Giorgio Chinaglia voleva tornare per comprare la società e benedisse l'operazione speranzoso nel definitivo rilancio. Ma anche questa nuova speranza venne delusa. L'ultima uscita pubblica avvenne, nel 1986, in occasione della trasmissione di una tv locale. Il 22 febbraio 1987 Lenzini morì a Roma circondato dai suoi familiari e due giorni dopo vennero celebrati i funerali nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, dove raccolse il riconoscente ultimo saluto dalla sua squadra e della sua gente. Umberto Lenzini riposa al cimitero del Verano nella tomba di famiglia.



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