Il caso Ignazio Mesones


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La notizia del ritrovamento del cadavere su L'Idea nazionale del 5/01/1918
La notizia sulla Stampa del 31/01/1920
La notizia sul Messaggero del 1/02/1920
Ignazio Mesones sulla foto segnaletica
La vittima: Bice Simonetti
Maria De Angelis sulla foto segnaletica


In questa pagina raccontiamo la Storia del Caso Ignazio Mesones, fratello del fondatore Alberto Mesones, che fece scalpore a Roma per molti anni


Dalla Stampa del 31 gennaio 1920

Un delitto scoperto dopo due anni? La sig.Bice Simonetti Mesones sarebbe stata assassinata. Roma,30 gennaio, notte.

Una lunghissima narrazione del Giornale d'Italia, viene alla luce un efferato delitto che impressionerà vivissimamente sia per la sua diabolica preparazione sia per le persone che sono coinvolte nel tragico fatto. Scomparve nel gennaio del 1918 una giovane signora, Bice Simonetti, moglie del pittore Luigi Ignazio Mesones, romano. La signora, figlia del comm. Attillo Simonetti, proprietario di una galleria d'arte in Roma, fu assassinata, in mentre si credette che essa fosse scomparsa da Roma. L'ipotesi della scomparsa venne accreditata dalle false indicazioni di un cadavere rinvenuto sulla rive del Tevere.

Si credette allora che il cadavere fosse quello di una profuga certa Maria Rotellini. Due anni trascorsero. Nessuno pensava più alla signora Mesones, allorché notti or sono, in un caffè dei Prati di Castello un guardiano notturno udì la confessione del delitto. Di qui nuove indagini della Questura e della magistratura. In seguito a tali indagini sono stati spiccati due mandati di cattura. Questa la sintesi del fatto sensazionale. Ecco ora i particolari salienti.

Il Mesones era un tipo scellerato. Il comm. Simonetti non voleva dargli in sposa la figlia, perché il Mesones aveva un'amante. Il Mesones rapi la fanciulla e fece comunicare al padre della Bice che era pronto a restituirgli la figlia purché avesse acconsentito al matrimonio e per evitare fatti incresciosi e gravi, il comm. Simonetti dava il permesso per le nozze. Alla signorina Simonetti veniva pure assegnata una cospicua dote.

Pare che il Mesones non mutasse sistema di vita, spendendo allegramente il denaro. Il padre della sposa, che amava molto la figlia, veniva ancora in aiuto della coppia assegnandole una somma ogni mese per le spese di casa. La serenità però esulò nuovamente dall'animo di Bice ed un giorno, nel gennaio del 1918 la signora Mesones scompariva di casa misteriosamente. Il Mesones, disse che la sposa era andata in Perù da un suo fratello per occuparsi dell'eredità che aveva lasciato suo padre, morto di una malattia che lo straziava da tanto tempo. Recatasi a Napoli e ritirati un paio di orecchini con brillanti impegnati prima, si era imbarcata per l'America. L'annunzio sorprese molto il comm. Simonetti. Trascorsero varie settimane. Il Mesones affermò essergli pervenuta la notizia del naufragio del vapore sul quale si era imbarcata la sposa: cosicché non vi era più da nutrire speranze. La poverina era perita e il suo corpo si trovava in fondo al mare.

Il comm. Simonetti e i parenti tutti furono costretti a piangere la perdita, della figlia e a ritenerla come morta. Ma di quando in quando terribili sospetti li assalivano. Intanto si rinveniva sul Lungo Tevere il cadavere, di una giovane donna che fu identificato, dopo l'esposizione del cadavere alla Morgue, come la profuga Maria Rotellini. Due anni trascorsero. Nella notte del 4 gennaio 1920, in un caffè di via Fabio Massimo, angolo via Cola di Rienzo, due individui parlavano fra di loro alquanto misteriosamente. Tendendo l'orecchio, il guardiano notturno afferrò varie frasi molto gravi.

Si trattava di importanti rivelazioni sulla scomparsa misteriosa della signora Bice, la quale scomparsa aveva stretto rapporto col rinvenimento della giovane, profuga suicidatasi gettandosi dal Lungo Tevere. Da quanto aveva inteso, la signora Simonetti e la giovane ritenuta profuga, di nome Maria Rotellini, non formavano che una persona sola. Non solo, ma che la povera signora era stata uccisa. Il guardiano andò allora alla Morgue chiedendo all'addetto Capezzuoli, dell'istituto di medicina, due copie della fotografia dell'infelice che per circa due settimane era rimasta in una gelida celletta in attesa di essere riconosciuta. Il guardiano notturno si recò poi in Questura, il commissario Cadolini invitava nel suo ufficio i parenti della signora Bice Simonetti. Venne prima il signor Pietro Gentile, di anni 59 romano, possidente, abitante in via Campo Marzio. N. 24, zio materno, il quale, osservando i due ritratti, riconobbe subito la sventurata nipote. Poi giunsero il comm. Simonetti e la signora Gentile ed altri congiunti e tutti, guardando la fotografia e notando i fini e gentili lineamenti dell'infelice, dichiararono fra viva commozione che era assolutamente la povera Bice.

In seguito a ciò, veniva presentata denunzia di omicidio. Nella denunzia di omicidio presentata all'autorità giudiziaria è detto: « Il 27 febbraio 1918 veniva segnalato al Commissario di Pubblica sicurezza di Prati la scomparsa della giovane signora Simonetti Bice, maritata Mesones, di Attilio e di Gentile Augusta, di anni 22, di Roma, abitante in via Crescenzio, n. 13. Fu in proposito interrogato il signor Mesones Ignazio, fu Emanuele, nato a Roma l' 11 luglio 1880, il quale, il 27 febbraio 1918 fece una dichiarazione nel quale il Mesones asserisce che la moglie, Simonetti Bice, si allontanava da Roma il 31 dicembre 1917 per recarsi a Napoli a ritirare degli orecchini impegnati.

Essa sarebbe poi ritornata a Roma il primo di gennaio 1918 senza gli orecchini, riportando indietro la somma di lire 2.500 destinati allo spignoramento. Dopo qualche giorno sarebbe ripartita per Napoli per imbarcarsi per Barcellona, e quindi per l'America diretta in Perù per liquidare una eredita. Il Mesones non firmò detta dichiarazione perché malato negli occhi. Va tenuto presente che la Simonetti Bice fu riconosciuta nella fotografia del cadavere della sedicente profuga Rotellini.

Appare strano come risultasse priva di mezzi proprio nei primi di gennaio 1918, quando avrebbe dovute avere £ 8.500. di cui accenna il Mesones, e il cadavere della giovane donna venne appuntò rinvenuto il 1 gennaio 1918, quando il Mesones asserisce che la moglie partiva per Napoli diretta in America nei giorni che la sedicente profuga Rotellini vagava negli alberghi del Montenegro e Iride (riga di giornale illeggibile)

Secondo le dichiarazioni del Mesones, la Simonetti doveva invece trovarsi a Napoli a ritirare gli orecchini. Tutto questo il 2 gennaio 1918. Tutto questo appare come un trucco allo scopo di far sparire le tracce della Simonetti ed impedire che fosse identificata nelle mentite spoglie della profuga Rotellini. Non risulta, del resto, che la Simonetti si fosse fatta rilasciare il passaporto per l'estero, mentre risulta che il 14 luglio 1917 richiese il passaporto per l'interno. La Simonetti tenuto conto del periodo eccezionale della guerra, non avrebbe potuto recarsi all'estero senza il passaporto e gli altri documenti che le erano assolutamente necessari per le pratiche di riconoscimento. Tutto fa ritenere essere una manovra predisposta per nascondere l'identificazione del cadavere. Nell'atto di denunzia dell'omicidio si accenna alla condotta tenuta dal Mesones e della sua inclinazione per il gioco. Si risale a quando il pittore risiedeva a Milano ed a Bordighera, nella quale ultima città si faceva chiamare col titolo di conte e si spacciava come addetto dell'Ambasciata d'Italia a Pietrogrado. In seguito alla denunzia, l'autorità giudiziaria ha spiccato due mandati di cattura. La famiglia Simonetti è profondamente turbata. Tanto è lo strazio provati dal comm. Attilio Simonetti che ha voluto mettersi a letto malato. Il Mesones si troverebbe ora in una casa di salute. E' stata arrestata una delle persone, dalle quali l'agente Pellegrini avrebbe ricevuto la confidenza sul presunto assassinio.

L' 11 maggio 1922 al termine di un processo, il Mesones, ormai cieco, verrà riconosciuto colpevole di omicidio ed estorsione e condannato a 23 anni di reclusione. La sua presunta complice, Maria De Angelis a 10 per complicità. Da notare che nel periodo dei fatti: Dicembre 1917-Maggio 1922, il fratello Alberto Mesones, secondo la corrispondenza intrattenuta con la famiglia Corelli, non era più in Italia.

Tutti gli atti di questo processo ed i reperti relativi sono conservati all'Archivio di Stato di Roma


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Dal Sito del Museo Criminologico di Roma.

IL CASO MESONES - LE PENOMBRE DI UN DELITTO NELLA ROMA DEGLI ANNI VENTI

(Assunta Borzacchiello)


Il caso della morte di Bice Simonetti sembrava potesse essere risolto in poco tempo e con certezza fu stabilito che ad ucciderla fosse stato suo marito, Ignazio Mesones, personaggio ambiguo e corrotto, con alle spalle una vita losca e avventurosa. Invece, il processo che si aprì poco tempo dopo, mostrò una realtà molto più complessa e con tante ombre che non furono ma chiarite.

Il personaggio chiave dell’oscura vicenda era un giovane di origine peruviana, Ignazio Mesones, nato a Roma nel 1880, figlio dell’ambasciatore peruviano, un uomo che aveva fatto molto parlare per l’eccentrico comportamento, morto in età giovanile, come suo fratello, morto in manicomio. La madre, una donna molto religiosa, apparteneva a una delle migliori famiglie del Lazio. Fin da piccolo Ignazio Mesones, come suo padre, aveva mostrato stranezze nel carattere. All’età di quindici anni, nel 1895, lasciò la casa paterna e iniziò a vagabondare per l’Europa. Per dieci anni visitò molti paesi, conobbe un giovane russo che diventò il suo amante e che lo portò con sè in Russia. Tornato a Roma, incontrò un americano che si invaghì di lui e col quale andò in America. Rientrato in Italia dopo un po’ di tempo iniziarono le frequentazioni nel mondo dell’aristocrazia cosmopolita e, durante un soggiorno nella riviera di Sorrento, grazie al suo fascino ambiguo e seducente, divenne l’amante della moglie del granduca Sergio, parente dello zar di Russia. Durante un convegno amoroso i due amanti furono sorpresi dal granduca il quale, anziché adirarsi per il tradimento, propose un menage a trois. Con l’aristocratica coppia Ignazio si trasferì in Russia e vi rimase fino al 1906, quando i primi venti della rivoluzione, che nel 1917 porterà al crollo dell’impero zarista, iniziano a mietere le prime vittime, una delle quali fu proprio il granduca Sergio. Costretto dagli eventi rivoluzionari, Mesones fece ritorno in Italia, a Milano, dove divenne assiduo ospite di salotti frequentati da personaggi di varia provenienza, aristocratici, artisti, truffatori, cocottes, cocainomani. A Milano si innamorò di una canzonettista, forse l’unico vero amore della sua vita, Lea Walter, un amore che gli sarà fatale. Da Lea, infatti, venne contagiato dalla sifilide che in breve tempo gli procurerà terribili conseguenze, portandolo alla cecità e all’impotenza sessuale. Inquieto, sconvolto dalla malattia, menomato nello spirito e nel corpo, Mesones rifiutò anche di curarsi, continuando la sua vita disordinata. Costretto dalla malattia ritornò a Roma, dalla madre vedova che lo accolse a braccia aperte.

E’ il 1911 e Ignazio Mesones, a soli ventisei anni, si avvia verso il tragico epilogo della sua esistenza. Abitava nella zona dei Prati del castello (oggi zona Prati) e qui conobbe le ultime due donne che segnarono la fine di una vita disperata e con le quali condivise il duplice ruolo di carnefice e vittima.

Bice Simonetti aveva diciotto anni e abitava con la madre in via Muzio Clemente. Figlia naturale di Attilio Simonetti, ricco commerciante e Augusta Gentili, conobbe Ignazio Mesones quando questo era ormai già devastato dalla sifilide, eppure se ne innamorò e, irretita dal fascino ambiguo dell’uomo, sfidò i divieti imposti dai genitori che si opponevano al legame e scappò dalla casa materna per raggiungere Ignazio. I genitori della ragazza ne denunciarono la comparsa, ma la fuga di Bice, però, era stata accolta da Mesones con molta freddezza, che della ragazza apprezzava soprattutto le ricchezze paterne, per cui non esitò a rivelare alla polizia dove si trovava Bice e rimandarla dai genitori.

Bice pregò i genitori di acconsentire alle nozze con il giovane e il padre, che sapeva della malattia di Ignazio, affidò al prof. Mingazzini, noto luminare della psichiatria, l’incarico di visitare Mesones. Il luminare riferì ad Attilio Simonetti che aveva trovato il giovane affetto da una grave infermità mentale. Nonostante ciò, Bice continuò a frequentare Ignazio che la convinse a rubare un paio di orecchini di brillanti alla madre (era il 15 novembre 1915) che Mesones pignorò insieme a un altro paio di orecchini della ragazza, ottenendo poi altro denaro dalla vendita della polizza di pegno.

La sifilide, però, non era l’unico problema che angosciava Ignazio Mesones. Il suo grande problema era trovare soldi per comprare la cocaina, che lui stesso acquistava a Bologna e Milano e rivendeva a Roma, con la complicità della stessa Bice. La giovane, quindi, serviva a Mesones solo come complice per i suoi loschi traffici, perché intanto l’uomo aveva perso la testa per un’altra ragazza di diciott’anni, che abitava in via Germanico, tale Maria De Angelis, amante di Emilio Benucci, dal quale aveva avuto un figlio nato il 21 marzo 1916. Mesones aveva intenzione di sposare la giovane, ed era disposto anche ad attribuirsi la paternità del bambino, nonostante il Benucci lo avesse riconosciuto come suo, ma i genitori della De Angelis, come quelli di Bice, si opponevano al matrimonio, nonostante lui inviasse lettere in cui prometteva che avrebbe migliorato la sua condizione economica e si diceva pronto a tutto. Tra i suoi progetti c’era lo studio di procurarsi una cospicua somma di denaro attingendo al patrimonio del padre di Bice.

Maria, nel frattempo, manteneva entrambe le relazioni, sia col Benucci che col Mesones, e non dava alcun segnale di volere sbloccare l’ambigua situazione, trascorrendo una vita licenziosa. Intanto Bice, divenuta maggiorenne, nel 1917, quando ormai Mesones era divenuto completamente cieco e debilitato nelle sue funzioni sessuali, riuscì a farsi sposare da questo, ottenendo dal padre la dote di duemila lire. Nel giorno del matrimonio Maria De Angelis, pur non essendo innamorata di Mesones, presa dall’ira per il tradimento, aspettò che i novelli sposi rientrassero a casa e schiaffeggiò Bice, la quale non solo non fu difesa dal marito, ma fu costretta ad accettare di dividere Ignazio con l’altra donna.

Maria amava il lusso e la bella vita, esigenze che gettarono Mesones in una grave situazione economica cui cercò di fare fronte inducendo Bice a farsi rilasciare una procura generale con ampie facoltà su una somma, datole dal padre, di 2.500 lire, adducendo la scusa di volere pagare la polizza per gli orecchini a loro tempo pignorati. Convinse poi Bice ad annunciare ai genitori che sarebbe partita per l’America. La sera del 31 dicembre 1917, vestita dimessamente, Bice uscì dalla casa della madre accompagnata dal marito e non vi fece più ritorno. Da quel giorno più nessuno la vide e a chi glielo chiedeva Mesones rispondeva che Bice si era recata a Napoli, mostrando una lettera datata 18 gennaio 1918, col timbro postale della città. Nel frattempo Maria, che aveva trascorso un periodo di detenzione perché accusata di furto, fu posta in libertà e il 27 dello stesso mese andò a vivere con Mesones. Interrogato dal Procuratore del re nel luglio 1918, Mesones sostenne che la moglie aveva sì fatto rientro a Roma, ma che era ripartita verso la metà del mese di gennaio per l’America, e che da quel momento aveva fatto perdere le sue tracce. Aggiunse poi che gli era stato riferito che in realtà sua moglie era stata vista in Svizzera, dove si era unita ad un ufficiale. Infine, ammise che non aveva alcuna intenzione di cercarla perché non provava alcun sentimento per la donna che aveva sposato.

Il caso della sparizione d Bice Simonetti, quindi, sembrava essere chiuso e la dimostrata volontà di allontanamento volontario della donna sembrava aver posto fine ai dubbi dei genitori della donna, che avevano sospettato una fine violenta della ragazza.

La mattina del 4 gennaio 1917 sul lungotevere Marzio, nei pressi del villino Borghese, era stato rinvenuto il cadavere di una giovane donna, identificata come Maria Rotellini. Nella borsetta alcuni oggetti tra cui una rivoltella di 5 mm con una sola cartuccia e un biglietto con l’indirizzo Maria Rotellini Albergo del Montenegro via di Monte Brianzo di Roma e una lettera intestata allo stesso albergo indirizzata a Giovanni Rotellini a Udine, in cui la donna, presunta profuga, scriveva con toni drammatici della sua condizione a uno zio residente nella città friulana. Che legame poteva dunque esserci tra il ritrovamento del cadavere della profuga e la scomparsa di Bice? Il legame lo rivelò l’amante di Maria, il Benucci, al Procuratore del re. L’uomo aveva ricevuto le confidenze della donna che aveva confessato di non poter lasciare Mesones perché unita a lui da un terribile segreto, l’uccisione di Bice, svelando il piano, architettato insieme, per sviare le indagini attribuendo alla vittima una falsa identità, quella della profuga, appunto, prima di uccidere Bice. Su insistenze di Attilio Simonetti fu riaperta l’istruttoria e gravi sospetti si addensarono su Mesones, che aveva cercato di estorcere grosse somme di denaro ai Simonetti minacciandoli che, in caso di rifiuto, non avrebbero più rivisto la figlia. Mesones venne arrestato e confessò subito che Bice non si era mai allontanata da Roma, mentre aveva preso alloggio in un albergo di infimo ordine per cercare il modo di uccidere la rivale, Maria de Angelis, avendo lui fatto credere che l’avrebbe appoggiata nel suo piano omicida. Bice, però, secondo la prima confessione di Mesones, comprendendo di essere stata ingannata, si sarebbe uccisa con un colpo di rivoltella sul lungotevere Marzio.

La versione dell’uomo, però, cambiò due volte nel corso delle ore successive e la mattina del 20 novembre 1920, dopo una notte agitata e insonne, confessò dapprima di avere ucciso la moglie, ritrattando però la confessione davanti al giudice istruttore, riconfermando l’uccisione della moglie poco dopo.

Fu riesumato il cadavere di Maria Rotellini e messo a confronto con le foto di Bice. I due periti, Ottolenghi e Ascarelli, stabilirono con una certezza alquanto generica, che si trattava della stessa persona.

Molte erano le ombre che si addensavano sulla vicenda. Il principale imputato, Ignazio Mesones, a parte le varie confessioni e ritrattazioni, aveva dunque tutte le caratteristiche per essere indicato come l’omicida di Bice: perverso, cocainomane, morfinomane e spacciatore di sostanze tossiche, periti, avvocati, pubblica accusa trovavano nella personalità del Mesones la summa di tutti i testi di psichiatria che parlavano del rapporto tra perversione e follia e la difesa citava i testi di giuristi come Romagnoli e Ferri per appellarsi all’infermità mentale dell’imputato. La stessa cecità, che pure era da considerarsi un elemento determinante per stabilire se la mano di Mesones avesse in prima persona commesso l’omicidio di Bice, fu discussa se e fine a che punto potesse avere impedito al Mesones l’atto omicida. La perizia oculistica presentata il 25 marzo 1920 dai professori Parisotti e Neuscheller, incaricati dal giudice istruttore, stabilì la cecità assoluta di Mesones, condizione che i periti facevano risalire fino dalla fine del 1917. Proprio su questo punto si giocava l’accusa: il colpo di arma da fuoco che aveva procurato la morte di Bice / Maria Rotellini era stato esploso dal basso in altro, all’altezza dell’orecchio destro, come avrebbe potuto un cieco colpire con tanta precisione senza che la vittima si fosse resa conto di quanto stava avvenendo?

Ombre ancora maggiori si addensavano sul movente dell’omicidio: Bice aveva ricevuto dal padre 40.000 lire di dote, da cui poteva esigere 166 lire al mese che già metteva a disposizione di Mesones, mentre solo nel 1927 avrebbe potuto riscuotere l’intero patrimonio, né poteva sperare nell’eredità di Attilio Simonetti, già padre di quattro figli, di cui due naturali, la cui quota spettante a Mesones, nel caso di morte di suocero e moglie sarebbe stata solo di 3.000 lire.

Era necessario quindi capire il ruolo di Maria De Angelis nella morte di Bice. Perché Bice aveva accettato di simulare la sua partenza, cambiare identità e rifugiarsi nell’alberghetto romano? La risposta la diede Mesones: Bice era convinta che la De Angelis, durante la detenzione, avesse progettato di ucciderla per gelosia e lei, per difesa, aveva deciso a sua volta di uccidere la rivale che stava per essere messa in libertà. La falsa identità assunta da Bice, quindi, sarebbe dovuta servire ad allontanare ogni sospetto da lei e dal marito. Mesones, però, irretito dalla passione per Maria De Angelis, e da questa circuito, avrebbe cambiato il piano criminoso e trasformato la Bice da carnefice in vittima.

Infine, l’ultima ombra del caso Mesones: il cadavere della donna trovata morta sul lungotevere Marzio, presunta suicida, era con certezza quello di Bice Simonetti? Neppure in questo caso i periti poterono pronunciarsi con certezza. A parte la generica corrispondenza tra il cadavere e le foto del volto di Bice, da cui però, risultava che la fronte di Bice era più bassa della morta e il naso più lungo, la donna ritrovata morta risultò essere vergine. Elemento, questo, che poteva escludere senza dubbi l’identità Bice/Maria Rotellini, in quanto la stessa Bice, dopo la fuga da casa, aveva confidato alla madre il timore di essere incinta.

Il processo si avviava a conclusione e i dubbi, le confessioni, le ritrattazioni, gli ambigui personaggi che giravano intorno ai protagonisti della vicenda, la malattia di Mesones, l’incertezza sull’identità del cadavere lasciavano molti dubbi sulla colpevolezza del Mesones e la difesa giunse a chiedere l’assoluzione per mancanza di prove specifiche: in dubio pro reo, contestò il castello accusatorio che si basava prevalentemente sulla personalità dell’accusato.

L’11 maggio 1922 i giurati emisero il verdetto accogliendo la tesi dell’accusa della colpevolezza di Mesones e della De Angelis, riconoscendo però al primo il vizio parziale di mente e accogliendo quindi la tesi dei difensori dell’uomo. Il tribunale condannava Mesones alla pena di anni 23 anni 9 mesi di reclusione e la De Angelis alla pena i anni 10 e mesi 7 di reclusione.

Il caso fu chiuso e le ombre, anzi, le penombre del delitto, non furono mai chiarite.