Olimpicus - Un giallorosso molto simpatico


Alberto Sordi
Foto Reporters Associati & Archivi
Giorgio Chinaglia con Alberto Sordi nel 1971
Foto Geppetti
Alberto Sordi, negli anni '70, immortalato da Marcello Geppetti
Alberto Sordi, Silvana Mangano e Vittorio Gassman
Alberto Sordi durante un suo viaggio a Hollywood
Alberto Sordi in "Crimen"
Un articolo di Alberto Sordi pubblicato sul Corriere Sportivo del 27 ottobre 1957 inerente un derby.
Si noti la data errata (1597 in luogo di 1957) scritta sulla pagina di giornale

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15 giugno 1920 - 15 giugno 2020: cento anni fa nasceva Alberto Sordi

UN GIALLOROSSO MOLTO SIMPATICO di Olimpicus


Mozambico, estate del 1980. Il nostro fuori pista giapponese, assolutamente spartano e mezzo scassato, si avvicina lentamente al posto di blocco sulla strada Maxixe-Inhambane, trenta chilometri a nord di Maputo: uno dei tanti controlli per chi si avventura lontano dalla capitale. Mio padre mi indica la sentinella mezzo addormentata alla garitta, poi dice: Osserva con attenzione.... Il tipetto si accorge della macchina, forse svegliato dal rumore, e viene verso di noi. Zoppica leggermente. Ergo, è uno dei tanti che s'è sparato sugli alluci col vetusto fucile Simonov di ordinanza (la formula calcistica "piedi fucilati", in quel lembo d'Africa sovietico, aveva un senso). – "Documentos, faz favor". Il babbo marchigiano, "ingenheiro agronomo" della FAO incaricato del progetto per il grano nel sud del paese, gli mostra un cartoncino plastificato dove campeggia la foto di lui in giacca e cravatta e la scritta: S. S. Lazio - Tribuna Monte Mario. C'è pure lo stemmino con l'aquila al centro. Il milite si tocca la visiera verdolina stinta, con la mano metà bianca e metà nera, un flash argenteo gli allarga il viso tondo e insonnolito. Capisco i sintomi: è imbarazzato. Infatti, non sa leggere. Il babbo lo guarda di sottecchi con piglio severo, da funzionario statale. Il poveretto si rigira tra le mani il cartocino, forse pensa di chiamare il collega ma quello dorme beato e non vale la pena disturbarlo: la sigla biancoazzurra ONU è ben visibile sulle fiancate dell'auto. Ancora un attimo: "Pode ir, senhor. Boa viagem!" La sbarra si alza, siamo passati.

A volte, la finzione cinematografica ispira la realtà. Ho pochi dubbi sul fatto che mio padre prese spunto da Finché c'è guerra c'è speranza, il film del 1974 in cui Pietro Chiocca, mercante d'armi rampantissimo, passa una frontiera africana mostrando la sua tessera di "abbonato della AS Roma": Associazione Sanitaria Roma. In effetti, trascorrendo molte estati in Africa negli anni settanta, vi posso assicurare che di tifosi romanisti non ne ho visto l'ombra, sotto i baobab accanto ai leoni. Mentre di supporter laziali sì: in Algeria per esempio. Oggi Roma celebra i natali del suo più grande bardo dopo il Belli. Direi proprio un Poeta: l'Albertone nazionale. Perché additare, con ironia e senso della misura, alla comune coscienza vizi e virtù dei romani e degli italiani in toto, come ha fatto Sordi nel corso dell'intera sua lunghissima carriera di attore, significa avere una sensibilità mimica al livello della penna di Elsa Morante. Non era del Testaccio ma di Trastevere, Albertone. E da ragazzino s'arrampicava sul Monte dei Cocci, seduto per terra a gambe incrociate, o magari su certe sedioline pieghevoli in legno pitturate giallorosse che ci è capitato di vedere. A gustarsi le prodezze di Fulvio Bernardini. L'ha ripetuta tante volte, e in innumeri occasioni, la sua giallorossità: "Perché sono romanista? Che domanda! So' romano e quindi romanista!".

Non starò qui a riepilogarvi le mille finestre di Derby che si aprono, inserite nella trama dei suoi film: forse solo "Lo Sceicco bianco", pensato da un personaggio alieno al mondo del calcio come Federico Fellini (amava gli specchi antichi, il Maestro – ci rivelò un giorno un barbiere ai Monti –, e da bambino ne aveva rotto uno con una palletta di caucciù), ha un'atmosfera che dista mille anni luce dalla passione febbrile. Sordi tifoso? Sì e no. Mi spiego: non un tifoso "malato", come quello presentato dal comico Maldacea su una rivista sportiva già nel 1913: che si agita e sta male quando la sua squadra perde. Seppure, in parecchie scene, è giusto il tipo del supporter inabissato nella sua illusione di riscatto, che Albertone ci porge: il romanista sfegatato, magari non necessariamente di bassa estrazione sociale, che la domenica altro non vede e di null'altro si cura (al diavolo la famiglia, priva del contagio...) che della partita di football. La caricatura in questione, così come mille altre – penso al medico della mutua Guido Tersilli, all'americano a Roma Nando Mericoni, al borghese piccolo piccolo Giovanni Vivaldi, al presidente del Borgorosso Foootball Club Benito Fornaciari –, serve unicamente a porre sotto il microscopio il bacillo umano: a farcelo amare in un processo catartico che scende giù nel tempo fino alla commedia greca. Ci riconosciamo indissolubilmente nelle macchiette interpretate da Sordi. E, di conseguenza, ci perdoniamo: ad esempio, la colpa grave di essere tifosi della Lazio.

Anche l'indulgere in epiteti scagliati come sassi ai nemici biancazzurri (il gorilla "K2" che indica i poliziotti normali ed esplode: "Quelli? Quelli so' burini laziali!"), nella filmografia sordiana ha un tocco lieve e mai incline alla villania: è piuttosto lo sfottò di antico pelo, da fratello a fratello, il gusto di fronteggiare il prossimo attraverso un tatuaggio che marchia a vita la pelle. Quel che dobbiamo capire, nella lezione di Alberto Sordi "sindaco di Roma per un giorno" (accadde con il laziale Rutelli), è che le due specie devono convivere in pace perché sono l'una la faccia inversa dell'altra: Romolo e Remo ma senza omicidi: permesso solo un pallone che fa urlare al gol. Moralismo? Sì, e ne abbiamo più che mai bisogno. Ma non un falso moralismo patriottico da pubblicità televisiva (davvero... non se ne può più). Sordi non ci ha mai venduto nulla di diverso dall'immagine di noi stessi: direi, piuttosto, che abbiamo ricevuto "aggratise" la classica patente pirandelliana. Il suo sano moralismo, senza retorica e senza sofismi, piano e diretto, "rugantino", il popolo l'ha capito e accettato, decodificandolo come "suo genetico". Col tempo, ha finito per amarlo visceralmente. Intuendone la preziosa lezione di stile e di vita. Di aneddoti, su Albertone e il suo rapporto Roma/Lazio, ve ne sono che tutta notte canta. Inutile qui ripeterli: vi bastano pochi clic del mouse e li trovate belli sparsi che veleggiano sullo schermo di casa; al pari delle scenette indimenticabili che You Tube ci offre. Sembra, anzi, e fino a ieri non lo sapevo ma l'amico Fabio me l'ha prontamente indicato, che Sordi sia stato perfino un tifoso laziale. La mosca sul pane e burro rimane nel film a episodi Le coppie, scritto insieme a Mario Monicelli e Vittorio De Sica.

Trattasi di un operaio metalmeccanico che, nelle occasioni importanti, indossa una cravatta bianca e celeste. Riccardo Viola mi disse, una volta, che Sordi non si vedeva mai in trasferta al seguito della Roma del padre Dino: neanche per i trionfi. E raramente andava allo stadio Olimpico, con la scusa – non di comodo – di "non avere tempo". Potete immaginare la ragione che lo spingeva ad evitare l'arena sportiva: la canea sa essere trista. Ma sempre, ai giornalisti se sollecitato, rammentava la fede certa e incrollabile: il primo vagito Forza Roma! Che è poi un altro cliché, un memento buono per rassicurare la gente. Alla vigilia dei Derby, anche i più "fatali" che spaccavano in due coorti l'Urbe, il messaggio sordiano suonava invariabilmente la stessa nota: accapigliatevi pure, cari concittadini, ma senza violenze: siamo comunque fratelli gemelli. Fu mai introdotto in un ambiente di marca biancazzurra, il nostro? Bella domanda. Per un puro caso, sappiamo rispondervi. Ma, attenzione!, c'è il trucco sotto. Accadde il 27 giugno del 2001, quando l'uomo più amato fece capolino al Circolo Canottieri Lazio. Arrivò su un macchinone americaneggiante, sfavillante di cromo in stile Cinecittà, puntuale come un broker londinese. Salì le quattro scalette bassette dell’ingresso sul lungotevere Flaminio e lesse subito a voce alta: "Circolo Canottieri Lazio. Anvedi! Ma non m’avevi detto che mi portavi al Circolo Canottieri Roma?" (rivolto alla press-agent, con i dirigenti del club già a due passi, cerimoniosamente sorridenti e compunti). Erano i giorni in cui lo scudetto passava, non metaforicamente, dalle maglie della Lazio di Mancini a quelle della Roma di Totti.

Potete immaginare l'atmosfera, un cuscinetto d'aria, e Albertone che ci galleggiava sopra come un angioletto malizioso. Con la scusa di ricevere un premio, nella saletta cinema del Circolo biancoceleste, l'Albertone si andava a rivedere l'episodio La Camera, dove appunto lui era – rara avis – un "laziale". L'altra frase d'acchito che si udì proferirgli quel giorno memorabile, all'indirizzo del lazialissimo Fulvio Lucisano, fu invece di stampo filosofico: "Ma sì, ho detto che non serve festeggiare così a lungo, addirittura due settimane... Ora che abbiamo capito come si fa a vincere il campionato, dobbiamo fare festa un giorno all’anno, tutti gli anni". Lo scudetto tutti gli anni. Ma per chi? Dovete sapere che quasi la metà urbana dei soci del Circolo dei canottieri "Lazio" è di fede regolare, ma il restante, voglio dire la parte inurbana, è irregolare. Infatti, la metà degli astanti sorrisero all'istrione, deducendo pro domo sua, mentre l'altra metà ingoiò il rospo facendo finta di niente. Ma allora, non è stata codesta la filosofia spicciola di Alberto Sordi? La sua lectio magistralis durata oltre mezzo secolo? La maniera con la quale ha bonariamente consigliato di prendere le cose? Un pallone che sfiora il palo può finire la corsa dentro la rete, ma anche rotolare fuori. La nostra caotica vita di "romani de Roma" – suggeriva il cattolicissimo campione – sta in mano a Dio Padre per intercessione del Papa. È legata a un Destino che non possiamo controllare. Al massimo, si prega a mani giunte e si fanno, di nascosto, i debiti scongiuri. Non so a voi, ma a me tutto ciò ricorda Gioacchino Belli. Le situazioni e le tematiche sono simili. La cura non cambia: fustighiamo per migliorare, ragazzi. Un bello scappellotto e il ricordo resta...






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