Olimpicus - Cinque rasature e un taglio


La rocca di Castel di Glieri
Sevincenzo e Gregorio
Il Gigio
La Zibellona

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Cinque rasature e un taglio


Gregorio B. osservò con sorpresa la macchia scura che sporgeva lateralmente dallo spazzolino. Le setole, bianchissime, avevano frusciato meravigliosamente fino a quel momento, ma ora aveva scoperto quella cosina nera. Agganciò col pollice e l’indice lo scovolino nella vaschetta che fungeva da kit dentale. Cominciò a frugare nel cuore dello strumento, per capire cosa fosse quell’infamia. Incredibile! Sul fondo, alla radice delle setole, brulicavano vermi di sporcizia accumulati nel corso di innumerevoli lavate. Quel che pareva uno spazzolino candido, asettico, pulito e quindi perfetto per la sua igiene personale, era in realtà una roba sudicia e infetta. Disturbato, prese a rimuovere con attenzione il nerume: di punta dall’alto o con movimenti rotatori, entrando di lato, scostando le setole alla ricerca di una via. Ma si accorse che quello resisteva alle grattate, stava attaccato quasi fosse cemento. Dovrò inventarmi un altro modo... – fu la considerazione finale di Gregorio. Il tempo, infatti, stringeva, e poteva rimandare l’incomodo a un’occasione migliore. Per intanto, doveva tenersi buono quell’unico spazzolino.

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Era un bella domenica mattina di un avvio di estate che si preannunciava fresco, almeno alla quota 834 di Castel di Glieri (misurata al Municipio). Borgo medievale sui monti nordoccidentali dell’Equitalia. Spirale di case di tufo, granito, malte, briciole di cose passate e sepolte e tetti rosso ardesia, col maniero dei Balengo Forzano piazzato in cima. La gente del luogo amava vantarsi che, osservato da lontano, il paesino pareva una mammella col capezzolo sporgente, tipo chiodo brunito allorché la femmina si eccita e le sue fantasie convergono in un desiderio insopprimibile di nutrimento. – Eh sì, qui c’è da mangiare per tutti, si può campare tranquilli e in salute fino a cento anni, se si rimane in un angolino di paradiso come questo! – rimuginava fra sé Gregorio, mentre accostava, fino allo schiocco della serratura, il massiccio portone della vetusta magione dove viveva da gran signore, nel torrione esposto a levante. Quindi si avventurò sul pavé in discesa senza curarsi di chiudere a chiave. L’appuntamento era con Sevincenzo, il barbiere giù in piazza. – Buongiorno Don Gregorio – lo salutò, toccandosi la berretta di lanina, Sebastian, il riparatore di elettrodomestici ma ora anche esperto, attraverso il nipote Malucillo, di smart phone e roba del genere. Ci vediamo stasera da Rianni: gli è arrivato il Pernod, sai, quello nuovo!

Gregorio fece di sì col capo, tirando una strizzatina d’occhio al compagno di partite a dama e scacchi. Poi toccò alla sora Cesira, che innaffiava i fiori e le piantine di stramonio ed elleboro sul davanzale. Cantava "sarò una farfalla colorata per sempre" – la masca Cesira, che sfiorava i settanta ma manteneva la pelle rosea ed elastica come una pulzella; e che, a quell’auspicio di note squillanti, ballanti la giga a caval dell’aria, sembrava crederci con tutto il cuore. Seguì la solita sequela di buongiorno, i miei rispetti, si sta bene oggi, no? come va la schiena, come sta l’incantevole pupo Bissi?, e il suo ammirevole consorte Stelindo?, e la fiorente figlia Genziana?, state andando alla messa? – e convenevoli indagatori similari, tipica di ogni giornata a Castel di Glieri; quasi un cruciverba incrociato che coinvolgeva, e attivava alacremente, i cervelli di metà della popolazione. L’altra metà stava da un pezzo nei campi o fuori le mura, ingolfata a divertirsi o a curare i propri affari. Zum, zum zum zum zum, zum... – cantilenò a mezza voce Gregorio. Quello era giusto il suo motivetto preferito: la musica del buon umore. Non c’era anima buona che, al paese, non avesse un motivetto ispiratore: "I castellani sono gente canterina" – si diceva nella valle e tra gli abitanti dei campanili sparsi nel circondario. "Quelli sanno spianarle con filosofia, le rughe della fronte!"

La musica folcloristica, semplice e popolare, ma anche "alta", sognante nei fiati soprattutto, aleggiava alle otto e cinquanta antimeridiane nei vicoli ancora umidi di Castel di Glieri. Quattro volte all’anno si istruivano i concerti grossi. Ma a costituire il clou era la sagra della "Tartufina Canora", organizzata in pompa magna per l’Ascensione. L’altra passione dei castellani non brillava di ottoni dorati e non profumava di tuberi inferi, scovati che fossero dai poderosi maiali neri locali o dagli smilzi e ricciolosi lagotti importati dalla Tortellonia, bensì aveva le fattezze di un pallone rotondo. Una "balla" di ottimo cuoio cucito a mano dal calzolaio Roseppe. (Per procura speciale della Federballa, in sostituzione degli standard plasticati made-in-chissà-dove: roboante successo politico del defunto sindaco Calabretelle Talamone Forzano). In effetti, il Campo Sportivo del Chiù la domenica pomeriggio, da settembre a maggio, rigurgitava di folla. La Tribuna Grande veniva riservata agli indigeni. Una turba tanto placida e obbediente sei giorni la settimana, quanto ribelle e strafottente il Settimo Giorno. I castellani, per direzionare meglio gli "assioli jaunnoir" nei loro tentativi di "infilare" gli avversari di turno, si scatenavano con pifferi, ocarine, clarinetti, trombe e perfino tromboni, flicorni e sassofoni. La Tribuna Schippettoni, l’eroe della prima Guerra, rimaneva invece destinata ai tifosi ospiti. Essa era orientata a imbuto per radunare "alla Benita" il freddo vento di tramontana. Ospiti sì, ma che almeno battessero i denti!

Il dlin dlon secco e rapido, misto allo sberleffo solenne e prolungato di una lingua di Menelicche (invenzione di Sevincenzo, amante degli scherzi in guisa di "pastiche" sonici), accolse Gregorio nella tana odorante di essenze. L’atmosfera planimetrica si presentava come da programma: Zordi l’Assertore seduto a destra, nell’angolo portaombrelli. Asas il Contraddittore all’estremo opposto, sotto il quadro del pittore Michelangelo Giottuso Talamone, quello famoso che illustrava il gol del centrattacco Melantonio Melinsegna ai nemici eterni del Castel di Oggi. Il gol in rovesciata sghimbescia, con tanto di peto tonante, segnato nel derby-spareggio del 25 maggio dell’Otto. In mezzo, dirimpetto alla specchiera Liberty che occupava l’intera parete con le due poltrone vintage Barber-shop, sedevano Martinanselmo e Giusmanfredi. Costoro erano due arbitri assai noti in paese. Utilizzati spesso nei concorsi di canto e musica perché sapevano alzare le palette del Si e del No, convertendo un qualsiasi ondivago mormorio generale in uno stabile giudizio finale; oppure anche elevando all’unisono le palette del Si-e-No e del Se-Mai, per sbrigliare qualche raro caso di disputa indecifrabile all’intelletto umano. All’ingresso del vestibolo, sbucanti come funghi in mezzo ai camiciotti stazzonati del barbiere, stavano assiepati una trentina di spettatori, tra cui tre bambini, due donne giovani e una anziana. Tutti attratti, come mosche sul miele, dalla notizia – girovagante qua e là ma confermata dai volantini appiccicati ai muri – che l’argomento in discussione, quella prima domenica di giugno, era "il palietto della Rubentus del Trentuno". La prima di una serie di sei "Tenzoni del Gigio".

Alla vista di Gregorio, i presenti salutarono arcicontenti. Gregorio era uno dei tre giudici del Tribunale del Gigio (con Sevincenzo e il Gigio medesimo), motivo per cui senza di lui non si sarebbe potuto dare il là alla sarabanda. Una cinquantina di occhi famelici e qualche paia di occhiali puntarono rapidamente da Gregorio a Sevincenzo, cui da protocollo spettava di aggiornare la questione. Il Figaro ricordò subito agli astanti che la loro era una vera e propria "ricerca": la ricerca della Verità con la vi maiuscola; quella che normalmente non si abbassa a frequentare i tribunali veri. E che il Gigio li avrebbe aiutati a trovarla. Ma il Gigio, per valutare i pro e i contro nel suo cervellino naturalmente computerizzato, aveva bisogno di una spiegazione plausibile e onesta degli avvenimenti. Gigio conosceva la Legge, conosceva a menadito lo spartito della mente umana, per via del suo peregrinare incessante per il mondo, in posti che a Castel di Glieri fino a ieri neppure si pensava esistessero veramente. Il Gigio aveva volato su quasi tutti i campi di battaglia, le arene, i circhi massimi e gli stadi del pianeta, visto moltissime partite di gladiatori o di footballisti, ascoltato innumeri discorsi esoterici ed essoterici. Gigio sapeva come andavano le cose quaggiù. E aveva tutto il diritto di giudicarle. A queste parole, convincenti perché sempre uguali, la mezza centuria di occhi converse in simultanea verso la gabbia del pappagallo. Che, a sua volta, scosse un attimo le piumette superficiali verde smeraldo e arancione corniola, screziate di geroglifiche puntinature stracciatella, si pulì il manto col becco, fissò attentissimo il volto rubizzo dell’oratore, concludendo il rito con un ronzio suo speciale che, da protocollo, dava il via ufficiale alla tenzone.

Ricevuto il placet, Sevincenzo si produsse in un inchino di profondo rispetto, quindi lasciò la parola a Zordi. L’Assertore era un omino di un metro e cinquanta scarsi, tondetto ma in possesso di due occhi neri verdastri come il petrolio del Texxas. Occhi squaloidi che avevano dentro un qualcosa che ti sottometteva e soggiogava, se li guardavi troppo a lungo. Giravano dicerie sulle sue qualità di ammaliatore di femmine incaute, se per caso la sera s’azzardavano, le tapine, ad avvicinarsi a certi lavatoi pubblici appena fuori le mura. Quella fama, vera o fasulla che fosse, aveva di molto aumentato l’efficacia dei suoi discorsetti. Zordi ne era giustamente fiero. L’homunculus, che aveva il difetto di tenere in piazza al viso un nasetto da clown butterato di crateri che ricordava una pallina di pingpong, si alzò in tutta la sua statura, il braccino corto appoggiato all’altezza del gomito alla spalliera della seggiola. Fulminò l’ombra trepidante, con le sue pupille iridescenti-inquinanti da diavolaccio Barnum, ed espose il fatto. Sintetico e al punto, fedele al suo stile:

- Cari concittadini, signore e signori, vi parlerò oggi del campionato federale del Trentuno: il primo che venne impunemente rapinato dal Rubentus Footballa Club. La sua vittima fu la Associazione Sportiva La Lupazza, appena costituita, peraltro, ad onore della Capitale. La Rubentus, quella stagione, aveva fior di giocatori fatti arrivare dalla Pampasenna del Borges, da oltre oceano cioè; gente che dava del tu alla sfera e ci ballava il tango per soprammercato. La giravano come volevano, i rubentini, e te le facevano girare. Poi ti sussurravano all’orecchio che avevano altre sorprese per te, se solo un momento andavi all’hotel Finoccio a vedere la collezione di tappini di birra dopo la partita. Si chiamavano Fofi, Mumo, Renatino, Luis, Serghio con la ghi, e roba del genere. Sbarcati al porto col bastimento e la valigia vuota, ma che tosto avevano riempito con i lenzuolini verdi della Fabbrica Vitelli, proprietaria della Rubentus ieri come oggi. (Un mormorio di disprezzo corse per l’uditorio: il Gigio si espresse con un verso che, ai più, parve non proprio di benevolenza per la potente Famiglia Vitelli). I volfi imperiali della Lupazza, dal canto loro, contavano su alcuni nazionali sciroccosi come il "Fuffo", "Faele" e "Accilio". Fuffo Orsettini, un uomo colto e fine sia di fisico che di animo, laureato in Scienze Spenderecce, era il regista orchestratore della squadra. Accilio Lamborghinis, detto l’ammazzatressette, era il capitano e giocava davanti alla linea di difesa. Forte come un toro della Valera, saltava come uno stambecco del Gius, capriolava per aria che pareva una zanzara scampata a una frustata di strofinaccio e obbligava i compagni a fare, in ginocchio, un particolare giuramento di sua invenzione, avanti ogni battaglia.

Una formula che diceva così: "Se oggi in campo nun date il fritto, nun me viene ritto / e se nun me viene ritto, uno di voi finisce fritto!" (Pausa ad effetto dell’Assertore, cui rispose il Gigio, esplodendo in una esuberante scatarrata ad alto contenuto di decibel che fece tremare i decori floreali della specchiera molata doppia). Quelli della Rubentus partirono in quarta e staccarono tutti i competitori; compresi i rubroprussia balanzoni di Tortellonia, loro acerrimi rivali. Solo la Lupazza, incarognita, resistette allo sprint. Vincevano come volevano a destra e a manca, la radio trasmetteva al pomeriggio le notizie delle loro gesta e i giornalisti magnificavano gli "schemi algoritmici" della Rube, le qualità inimitabili dei suoi "balleggiatori cul-americani", la facilità con cui andavano in gol e l’impenetrabilità della difesa comandata dal nobile capitano Puberto Callifughis. Ma un bel giorno, in pieno marzo nel girone di ritorno, i negrocandidi a striscioni zigozaghi della Rube scesero al Campo del Peraccio, temuta tana dei volfi imperiali. Scoprirono, così, che l’Ammazzatressette aveva preparato per loro uno scherzo brutto assai: s’era preoccupato di far restringere le dimensioni del terreno di gioco in maniera da impedire i dribbling culisti e le fughe a matrici multiple verso le fasce laterali, dove le manovre fantasiose, e quasi oscene nella loro libertà mentale, dei zigozaghi si esprimevano al massimo: un quinto quarto escogitato coll’aiuto di 'Zi Checco, il guardiano del Peraccio. Il capitano Fuffo, inoltre, all’abbrivio della partita si piazzò al centro di ogni crocevia possibile (era bravo in matematica), dirigendo come un vigile urbano il traffico all’ora di punta. Gli altri volfi, fedeli all’ordine intimidatorio del feroce Accilio, pistarono i tanghisti rubentini come le uve a ottobre nella tinozza; al punto che Callifughis, scocciato assai, provò a reagire passando dal gioco leale di piedi al gioco baro di mani, ma l’arbitro l’espulse. Morale della storia: l’incontro terminò cinque a zero per i padroni di casa.

Indispettito, nonché desideroso di far capire alla gente di Equitalia, ai tantissimi ammiratori e ammiratrici sparsi per la Penisola e nelle Isole adiacenti, che in quel di Luponia non era successo un bel niente, il portiere della Rube, il nazionale pluridecorato Pierpiero Pombi, disse alla stampa che la Lupazza aveva giocato male, e che solo la stordente voce del pubblico volfista, cafone e ignorante, che infestava il Peraccio aveva impedito alle zibellone zigozaghe di uscire dalla trappola infernale con undici pelliccette nuove di zecca da regalare alle fiancée. Fatto sta che i rubentini tornarono nella città di Gianduglino con un paio di punti di vantaggio rimasti da gestire, ma anche con la sensazione, acuta nei denti e fitta nel fegato, di avere un branco di bestiacce sbavanti alle calcagna. E sapete cosa fecero?

- No, che fecero? – domandò Sevincenzo usando un tono da teatro piacevolmente sorpreso, come quando rivelava ai clienti che avevano diecimila cinquecento ventitré capelli in più in dote dall’ultima volta che aveva applicato sulla cute il suo "Balsamo di Cagliostro". Nello stesso tempo, il barbiere venuto da lontano fece scintillare a mezz’aria il rasoio Micima con cui stava sbarbando le gote blu-di-puffo di Gregorio.

- Beh... è proprio questo il punto che va ora in discussione: si comprarono l’arbitro del derby con i crematurchesi della Nobile Adleria; più alcune delle restanti partite in trasferta che i volfi disputarono al nord. In quelle regioni dell’Equitalia dove i tifosi – per ragioni sia fiscali che storiche e morali – li amavano nella misura in cui una puzzola può amare lo Chanel Numero Uno sulla pelle di un cacciatore di puzzole. E di tutto ciò ho le prove! (quasi ululando). Guardate!!

- Al che, l’omino molto ben vestito dal naso a pallina lunare, mostrò ai presenti un vecchio giornale della Capitale, dove si malignava, in una rubrica faceta ma seria, di alcuni imbrogli orditi ai danni dei volfi. Maneggi per nulla ossequienti alle leggi federali, ma fatti ben benino e con classe, perfino: il celebrato "stile Rubentus". Una esplosione indignata di Ma guarda! Che faccia tosta! Non ci credo!! Lo sapevo! e Me l’aspettavo! si levò nell’ambiente odoroso di tropici e sudori montani. Il Gigio starnutì di botto, scomponendosi in equilibrio sul trespolo, ma nessuno comprese il significato reale di quel gesto improvvido. Solo Sevincenzo fece di sì col capoccione, lentamente e con intenzione, mentre un ghigno gli si disegnava a sud-ovest e gli occhi gli si velavano di una parvenza d’orgasmo. Nello stesso momento, col garbo avvolgente di un toreador, tolse il tovagliolino candido dal petto di Gregorio, dandogli cortesi schiaffetti di colonia sulle guance. La scenetta si chiuse coll’invito ad accomodarsi su una seggiola davanti alla specchiera. L’uditorio, intanto, s’era diviso in due: una parte aveva seguito i movimenti da fandango della coppietta Sevincenzo-Gregorio, l’altra aveva continuato a occuparsi del Gigio che, perso ormai del tutto l’equilibrio, stava sviluppando una serie impressionante di volteggi alla Cocaneci: uno, due, tre, quattro... fino a 19 consecutivi. (Nuovo record omologato).

A quel punto, la campanella suonò. Immediatamente, le giovani donne dai capelli biondi, arrotolati a coroncina sulla nuca secondo la tradizione assiolana, emersero dal retrobottega dove s’erano rifugiate con i bambini, a impicciarsi delle faccende loro. Entrarono sorridenti nell’aula, a servire i tramezzini al formaggio piccante e i cetriolini sott’olio: quelli della Cesira conditi all’estratto di mandragora. La ricreazione durò venti minuti. Era anche l’occasione per i primi liberi commenti. Quindi toccò al Contradittore parlare. Aveva la metà del minutaggio concesso a Zordi, perché così imponeva il regolamento stabilito da Sevincenzo: un codice luogotenenziale che non poteva essere alterato né ignorato. Pensando forse a questo, il Contraddittore infranse con cattiveria la ricreazione. Si servì della sua voce impostata e suadente, dai suoni solo un poco gutturali, per sedare il brusìo. Il Contraddittore era l’opposto dell’Assertore: al rimirarlo dal basso in alto, alla pari, oppure dall’alto in basso, pareva, ed era in effetti, un uomo alto, segaligno, bruno, il naso grosso e gibboso, con una rosea quanto misteriosa cicatrice a mezzaluna sul mento. Ulteriore neo: rispondeva al nome foresto e mediorientale, anche un tantino inquietante, di Asas. Partì con la sua concione, il dotto saracino:

- Amici, onoratissimi concittadini, servi dell’Amore per la Verità, che Lallà vi protegga sempre! L’Assertore è stato convincente, lo vedo, e non me ne sorprendo affatto. Ammiro la sua facilità di parola. La sua abilità e la compiacenza con cui l’ascoltate. Di me, lo so, avete un’idea diversa: di me dubitate. In qualche modo, rappresento la parte oscura che abbiamo tutti; così come più scura è la mia carnagione, più scuri i miei capelli, neri i miei occhi a mandorla, e un poco dissonante, rispetto al borbottio del rio Talamone, il mio accento esotico. Eppure, la Verità non ha colori né accenti, è lineare e splendente nella sua nudità, per quanto la si possa vestire, incartare, imbrogliare o nascondere alla vista. L’Assertore vi ha messo sotto il naso un foglio sudicio che pretenderebbe essere la prova documentale di quanto va vaneggiando. Un giornale vecchio di quasi cento anni, che vi ha riassunto senza nemmeno leggerlo. Ma analizziamo nel dettaglio quanto afferma. Leggiamolo, 'sto articolo. Riveliamone il significato ambiguo, la punteggiatura malferma, il sottinteso evanescente. Esso dice, letteralmente (inforcando gli occhialetti tondi di radice di piume di corvo): Un consiglio: la lingua a posto. Specialmente in treno, e quando viaggiano i signori della Capitale, che hanno le orecchie fine. Dicevano due giocatori del Pippo Arsizio in trasferta, domenica sera, in viaggio per la metropoli di Panettonia: "Che guaio aver perduto! Così ci siamo lasciati sfuggire quei cinquecento scudi zigozaghi!" Che vuol dire questo? Un po’ di maggiore prudenza, non guasterebbe, signori chiacchieroni!"

Amici, è tutto qui. Cinque righette miserrime. Solo un pettegolezzo, raccolto in uno scompartimento di un vagone ferroviario da un reporter di partito. Un professionista che non ha il coraggio e l’onestà di apporre la sua firma; lo conosciamo, infatti, come "Fantacone". Fantacojone, lo chiamerei piuttosto! Io non credo a una sola parola scritta da Fantacojone. La rubrica in oggetto è leggera e mendace. Somiglia alle feicnius di oggi. Volete davvero condannare una società nobile, amata e onusta di gloria, come il Rubentus FC, sulla base di un pettegolezzo inventato di sana pianta? Buttato là per far contenti gli spregevoli tifosi volfisti? Spero proprio di no... E considerate un’altra cosa: un anno dopo quel 5 a 0, a Luponia fecero un film cui parteciparono i giocatori stessi della Lupazza. Si girarono scene al Campo del Peraccio. Ebbene, in quella pellicola nessuna voce venne avallata riguardo a un supposto "fixing" di partite da parte della Famiglia Vitelli. Il titolo del Trentuno fu conquistato, nella realtà storica, dalla Rubentus di Gianduglino con 4 punti di margine, 55 a 51; e all’epoca ci volevano due vittorie per totalizzare 4 punti. Abbiamo poi sentito parlare, in quegli anni dominati dal kuce Strepitazzo, di similari offerte a vincere ai danni dei balanzoni o dei bissioni? O contro la stessa Nobile Adleria? No! Mai!! Ergo, codesta che ci presenta Zordi è carta straccia. Signori, è carta logora, ingiallita e buona per un focherello lungo il perimetro orientale delle mura. (Qualche colpo di tosse, di alcuni uomini tra i più anziani e importanti, sottolineò la battuta). Io confido, in base a quel che avete udito e visto, cari compatrioti, che la vostra capacità di giudizio non sia offuscata da alcunché di disonesto, o ancor peggio di precostituito. In modo che le nostre coscienze escano limpide da questa tenzone così come vi sono entrate. La calunnia è una fastidiosa sorellina / con cui far bisboccia la domenica mattina...

La rima finale era un classico dell’oratoria di Asas, per cui non fece effetto più di tanto; il Gigio, anzi, ci scatarrò sopra. Spettava ora a Sevincenzo, e anche a Gregorio, il compito di emettere il primo responso. Che sarebbe stato condizionato dalle palline bianche o nere (ironia del caso) che già i bravi castellani, sotto lo sguardo ispettivo di Martinanselmo e Giusmanfredi, stavano infilando nel raccoglitore cubico. Trascorsero alcuni burocratici minuti, e il risultato esatto della votazione, come da regolamento, non venne reso pubblico. Si seppe, però, che Gregorio aveva optato per l’assoluzione della Rubentus, e Sevincenzo per la condanna. Eppure, anche tutto questo poco o nulla contava, giacché il giudizio definitivo, la "cassazione", toccava solo al Gigio. Risuonò la campanella. Parsifalio Perinetti, il Mastro di Gabbia, nel silenzio più totale si avvicinò al volatile, mostrando davanti a sé la mano destra (l’altra l’aveva persa indagando su una granata alla leva militare del Settantasette) chiusa a pugno. Aprì la porticina e, dopo, il giudizio dipendeva da quel che avrebbe fatto il Gigio: sarebbe uscito per arraffare la nocciolina celata nel palmo, oppure avrebbe detto di no, che gli andava di rimanere al sicuro a casa? Fu un attimo: il pappagallo infilò il collo oltre la luce della gabbia e, delicatamente, un po’ in bilico, agganciò la spagnoletta; cominciò subito a trottolarsela fra gli artigli per meglio eviscerarla. Fu così che la Rube risultò colpevole di corruzione. Un Urrah! fragoroso si levò dalle ugole dei tre quinti dei presenti. La Prima Tenzone era finita.

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Puntuali come il treno della stazioncina di Duefumaioli giù a valle, le tenzoni del Gigio numero due, tre, quattro e cinque si consumarono nelle domeniche successive. La seconda venne dedicata al "Sorpasso del Settantatré", che pure aveva coinvolto la Lupazza. La vicenda, nei suoi risvolti quasi da fantascienza, era nota. Leggendaria anzi. I vecchi castellani la ricordavano bene, perché la vittima di turno era stato il Satan di Panettonia, club per il quale non pochi in paese simpatizzavano. Un campionato tiratissimo, giocato a tre come nelle love-story più interessanti, tra la Rube di Roby Zucchete, il Satan di Giannetto Balera e la Nobile Adleria di Giorgione Mitraglia. Pareva proprio che i satanassi rubronegri di Balera, il centrocampista "Ballone d’oro" dal tocco prospettico e negromantico, che te la piazzava laggiù perché laggiù il centrattacco doveva stare, quasi lui possedesse la balla di cristallo ialino, ce l’avessero fatta a beffare di un punto le zibellone zigozaghe. Ma, all’ultima giornata, i paladini della fumigante Panettonia erano caduti sul campo di Pandoria, battuti a suon di reti dai prodi gialloturchesi locali. Un capitolo della storia poi almanaccato come "la fatal Pandoria". Incredibilmente, anche la Nobile Adleria veniva atterrata sul Campo San Gennaro di Vesuviopolis. Stesa a pallettoni dai pulcinelli marini del Pizza’emuzzarelle, che avevano inteso vendicarsi di talune escandescenze verbali di Mitraglia. Fu così che la Rube, quel pomeriggio ospite al Molimpicco di Luponia, passò 2 a 1, scavalcò il Satan, staccò di due punti la Nobile e si aggiudicò il palietto. Il dibattito, ovviamente, si concentrò sul come i rubentini erano riusciti nell’impresa, alla vigilia ritenuta impossibile.

E ancor più sui tempi attraverso i quali l’impresa era maturata. Una vittoria conquistata nel finale di partita, a tre minuti dal triplice raschio. Quando si sapeva l’andamento degli altri due match, e occorreva imbucare il gol del sorpasso. Un tiraccio sferrato alla spera-in-Dio, giusto al centro della porta di Mituffi, da Turtureddu, l’aborigeno isolano dalle ciglia unite a ECG piatto. Solo un "caso" – aveva detto Asas – cui questa volta era toccato di parlare per primo. Ma Zordi l’aveva inchiodato portando una testimonianza viva e incontrovertibile. Quella dell’ex presidente della Lupazza, Benito Fornaciari; addirittura una registrazione digitale segreta procacciata da Sevincenzo (il Gigio, di cui si sapeva la lunga militanza nei servizi segreti, doveva saperne qualcosa...). Clamoroso momento in cui, in un silenzio drammatico da sospensorio pugilistico mal posizionato, si udì, solo un poco contrastata dai rumori di fondo di uno scarico di cesso, la voce del presidente Fornaciari rivelare a Carcarlo Pinotto, cronista del Mezzaggero di Luponia, quel che veramente era accaduto: Il primo tempo fu normale, col caldo che faceva quel maledetto 20 maggio, e stavamo giustamente in vantaggio per uno a zero. Perfetto era stato l’arbitraggio di Lo Brutto. Ma il secondo tempo fu molto diverso, strano assai: indecoroso direi. Così che loro ribaltarono il risultato e si aggiudicarono il palietto. E il tutto a casa nostra: al Molimpicco! Beh, vuoi sapere 'na cosa? Valerio Pipponi, uno dei pochi dei nostri che si impegnò fino al novantesimo, ad un certo punto venne da me, che seguivo la partita in panchina coll’allenatore Quattriciani, e mi disse, tra l’allarmato e il sorpreso: Presidente, ma a che gioco giochiamo? Infatti, qualcuno in campo, nella ripresa, lo stava esortando a frenare...

Rubentus condannata, ça, va sans dire. Ma Asas si rifece alla grande nella tenzone numero tre, che mise sotto mira il campionato dell’Ottantuno, quello buggerato "per una questione di centimetri". L’Assertore, in ottima forma, riassunse benissimo la storia. Quell’anno – disse, esibendo una cannetta d’avorio con cui indicava le cose – le zibellone avevano il fiato grosso, allorché la truppa di Nils Ghiacciololm, l’allenatore che t’intortava quasi dicendo nulla, salì al Campo Comunale di Gianduglino. Sfida quanto mai decisiva e caratterizzata, fin dai secondi iniziali, dagli interventi violentissimi del capitano rubentino Furetto Temeno, esercitati con sadica perseveranza su Miomao, il giocoliere cul-americano che orchestrava le manovre volfiste. Se non che, temendo di essere radiato dalla categoria delle giacchette-da-prete, l’arbitro Pergamo di Trigliorno, tipo serissimo, ad un certo punto del secondo tempo espulse l’incarognito Temeno. Come conseguenza, arrivò una pressione finale dei volfi imperiali che produsse una marcatura sullo zero a zero: evento quasi miracoloso, rarissimo al Comunale, e che, nella sostanza, avrebbe assicurato loro il palietto. Gol dapprima convalidato dal direttore di gara, e indi annullato su indicazione del guardialinee, il signor Intaschini di Tortellonia. Non c’era ancora la SAR, la Sorveglianza Anti-Rapina, ma la moviola avrebbe dimostrato ad abundantiam, al popolo ballista equitalico, l’inesistenza dell’offside di Mauricio "Ramon" Topone. Facendo pure rimanere incacchiato, fino agli ultimi giorni della sua vita proprio, il povero presidente volfista, l’industriale Dino Mammola.

Dopo la presentazione del caso da parte di Zordi, in aula venne riproposta, su uno schermo al plasma ad alta risoluzione, l’azione contestata: avanti e indietro e dai e dai: tutto l’uditorio rimase stregato e come ipnotizzato. E lì sembrò che lo Zordi, grazie a quell’apparecchiatura di valore prestatagli da Sevincenzo, avesse avuto la meglio. Ma poi, Asas, presentò la questione sotto un punto di vista naturale, pane-e-vino, con dentro briciole sparse di filosofia alchemica. Tra l’altro, disse una frase, pare coniata da un tale Apicenna nei secoli lontani, che nessuno capì e che però fece un grosso effetto: "Se una cosa non è necessaria in rapporto a se stessa, bisogna che sia possibile in rapporto a se stessa, ma necessaria in rapporto a una cosa diversa." E il dotto saracino terminò anche meglio: "Amici, compaesani habibi, luce dei miei occhi, ... il segnalinee fa parte del gioco, come negarlo? Può sì sbagliare, ma lo fa in buona coscienza. Potete dimostrarmi che non sbagliò in buona coscienza, il guardialinee di quel Rube-Lupazza, ma azzeccò la martingala?" Tutti risero e la vittoria arrivò di conseguenza: il Gigio rinunciò a malincuore alla nocciolina.

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Le tenzoni n° 4 e n° 5 rullarono le domeniche del 23 e 30 di giugno. Erano forse le più attese, perché riguardavano scontri diretti della Rube con le rivali storiche di Panettonia: il Satan e, soprattutto, l’Interfecale. Lo sapevano tutti che a Castel di Glieri si tifava forte per gli assioli. Epperò, quello non bastava, perché c’era anche una "Lista A" a calamitare attenzione e suscitare emozioni. Come un po’ nel resto dell’Equitalia, le simpatie andavano a chi aveva vinto di più: due quinti erano rubentini, un quinto satanassi, un quinto bissioni, e il resto si orientava secondo il vento. Sevincenzo l’aveva capito in un batter d’occhio, al momento di aprire bottega. E per questo aveva pensato bene di impinguare gli affari inventando la storia delle Tenzoni del Gigio. La sua "anti-rubentinità", d’altronde, era apparsa palese ai primi avventori, scatenando un interesse che era cresciuto nel tempo. Il programma affisso sulla vetrina del negozio, giù in piazza, parlava chiaro: "Oggi tutti qui ad assistere alla Quarta Tenzone: IL BOTTO DI MARAMALDO". (Bello il disegnino, opera dello stesso, estroso, Figaro: un gatto nero a rigoni turchesi che saltava in aria su una mina zigozaga). Il giorno fatidico, una piccola folla compatta si assiepò davanti al Barber-shop già alle otto, all’ora di apertura: ci si voleva assicurare i posti migliori. Gregorio arrivò alle nove, con la calma ereditata dai suoi avi, dopo il caffè-e-ciambella da Trombettoni. Dentro, l’atmosfera era quella delle grandi partite: un chiacchiericcio fitto, punteggiato da esclamazioni, interiezioni, precisazioni, dimostrazioni (lo sgambetto era così...), accenni a cori da stadio. Un’accozzaglia straniante di suoni e gesti che ricordava le prove della Banda Nazionale del Chiù prima dei concerti grossi. Ad un dato momento, sopra la cacofonia tifosa, si erse la voce tenorile di Sevincenzo. L’omone, in tali occasioni, usava marcare l’accento esotico del mondo da dove proveniva: la lontanissima e solare Ficodindia.

"Signori, vi prego, prendete posto, prestate un attimo di attenzione! So che aspettavate questa disfida da tempo, perché ve l’avevo promessa. Ma ciò non significa che non dobbiamo preparare ogni cosa con la dovuta calma. E soprattutto procedere da protocollo. Il Gigio ha qualcosa da dirvi..." Cento occhi conversero sul pappagallo, sul quale era stato puntato un riflettore che metteva in risalto la sua fosforescente verdaranciosità. Il Gigio produsse tre capriole sul trespolo, si bloccò un attimo, aprì leggermente le alette, come per spiccare un volo pindarico, e disse un’unica parola, ma piena di promesse: "Bum!". Entrò allora in scena lo Zordi, elegantissimo in uno smoking da primo mattino color cromo, con frange western sulle righe del giacchino e dei corti pantaloni di tweed Manchester:

- Amici, fedeli amici di queste nostre belle riunioni, vi vedo più carichi che mai... Ebbene, sono carichissimo anch’io, perché quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare, come disse una volta il filosofo Costalunga. (Applausi). Sevincenzo ci ha donato un titolo perfetto: il Botto di Maramaldo. Perché di questo, in effetti, andremo a trattare: uno scontro doloso di un difensore rubentino, al volante di un’auto di grossa cilindrata e, per di più, in evidente stato di alterazione da drogaggio metodico continuato, con una sprintosa giulietta dotata di freni Pipelli "speed plus control": il Maramaldo per l’appunto. Lo stupido, arrogante Vuv, che investì il povero Maramaldo, fu Mak Culiano. L’asciascin – direbbe l’amico Asas (sorrisetto parathulino). Uno stiloso killer pagato per distruggere un sogno d’amore onesto e a lungo cullato: il palietto dell’Inter di Mister Remigio Timoni. (Altri applausi, ma anche una salva di fischi e due pernacchie). Ma veniamo al dunque, signore e signori. Correva la domenica del 26 aprile del Novantotto. Di scena, allo stadio delle Nocciole di Gianduglino, la partitissima stagionale Rube-Inter. Mancavano quattro turni alla chiusura del torneo, e le zibellone mantenevano un punticino di vantaggio sui bissioni. Dirigeva il match Pierpiero Ciucciarini di Trigliorno. (Commenti a bassa voce dell’uditorio). Nel primo tempo, l’attaccante-artista della Rubentus, il nazionale pluridecorato Uzellin "Pinturiccio" Delpero, portò sull’uno a zero i padroni di casa. (Vivi applausi di parte rubentina, tre pernacchie e un peto in risposta).

Ma, durante la ripresa, la musica cambiò. Salì in cattedra il campione dell’Interfecale, il goleador ciarocia Maramaldo, detto "o Fenomenal". Un autentico funambolo che, all’epoca dei fatti, era considerato dalla stampa il più forte fubballista sul pianeta: paragonabile a Pepè e a Maracoca. Pagato un monte di sghei dalla Famiglia Gasolinatti, il cul-americano li valeva tutti. E infatti, a venti minuti dalla fine, s’impossessò di una balla vacante nell’area rubentina e diresse, velocissimo, verso il portiere Giangiugigi Rutton. Avrebbe senz’altro fatto gol, cari amici, se non che, se non che... intervenne il Destino. Il Fato contro il quale nulla possiamo, e che assunse le fattezze di un giocatore astuto quanto bugiardo, il killer Culiano, e di un arbitro orbo quanto fifone, il federale Ciucciarini. Boato del pubblico. Asas si alzò infuriato per protestare. Il Gigio emise flatulenze sonore da accendere un fiammifero di quelli lunghi. Sevincenzo fu costretto a suonare due volte la campanella. Finalmente, l’Assertore venne messo in grado di riprendere il discorso:

- No, cari compaesani, non dovete fare così. Ritiro il "fifone" e "l’astuto", ma il resto no. Fai partire il filmato, Sevincenzo, per favore... Ecco, osservate bene l’azione. Come Maramaldo acchiappa la balla sul vertice dell’area e, di esterno, un tocco di gran classe nevvero, la direziona verso il disco del rigore, scartando il difensore zigozago che gli viene incontro. Ma quello fa di più: si sposta all’ultimo momento dalla linea scelta, che avrebbe mancato l’attaccante, e lo impatta in pieno di fianco, destinandolo a rotolare per le terre. Il dolo è plateale, intenzionale, non mi si venga a dire che si tratta di sfondamento o di un normale body-check da hockey su ghiaccio. Perché fiondarsi addosso all’avversario con tutto il peso del corpo, nel gioco del calcio, non è un movimento di contrasto ammesso.

L’azione venne rimandata più volte, fotogramma dopo fotogramma e con le dovute accortezze tecniche. Lo Zordi aveva preparato durante la settimana, coll’aiuto di Malucillo, un balletto di linee variamente colorate che comparivano e scomparivano sul video. Ragnatela tesa a dimostrare come la geometria dei movimenti dei due giocatori parlasse a sfavore del difensore rubentino. Mentre era chiaro che l’interfechista aveva preso, per così dire, la linea migliore: come in una prima curva alla partenza di una gara di Formula Uno. Eppure, la "squalifica" dai box per Culiano non era arrivata. Anzi, l’azione era stata fatta proseguire e, nell’area opposta, il negro-e-basta Tibidabo East aveva commesso fallo su Pinturiccio, con Ciucciarini questa volta prontissimo a fischiare il penalty. La concione di risposta di Asas puntò tutto sulle dichiarazioni, anche rilasciate postmortem, dei due protagonisti in stato d’accusa: Culiano e Ciucciarini. Entrambi sicuri di aver fatto la cosa giusta, e soprattutto mai pentiti. "La SAR – disse il Contraddittore – anche oggi darebbe ragione all’arbitro trigliornese, e si sa che in quel di Trigliorno forgiano le migliori giacchette-da-prete del mondo: dai giorni di Strepitazzo almeno". (Forti dissensi: cinque castellani si unirono a spernacchiare, modulando "Bella Ciao" con un discreto accompagno di battimani). Quindi il dibattito si spostò, diventando rovente, sulle strategie rubentine di "frollatura arbitrale" (ottimo esercizio di logopoiesi sofista) promosse negli anni Novanta dalla "Banda dei Tre". Sortirono fuori i nomi di Fortunino Maneggi, il famigerato manager lupantino, e del designatore arbitrale Benligio Zibetto. Poi, qualcuno tentò di dirigere il dibattito sulla triste vicenda di Ballonzopoli.

Fatto sta che gli animi si scaldarono ogni secondo di più, in un crescendo di frizzi, lazzi, pizzicotti e mezzi spintoni. Fino a quando non intervenne l’unica creatura, dentro lo "stadio", che poteva riacciuffare il senno perduto nell’ampolla: il Gigio. Il suo strillo, emesso poco al di sotto degli ultrasuoni, si udì fino in piazza. Dove due matrone sussultarono, spaventate, e scivolarono di fianco, sporcandosi il davanzale con la crema di pistacchio dei cannoli di Trombettoni. Allora, come in un ralenti al rovescio, le tessere del domino si rimisero ritte. Le balle di cuoio riemersero dalle reti di filo. Le squadre riscivolarono all’indietro dall’erba del campo alle scalette del tunnel. Fino a ricollocarsi nelle viscere della terra, per di nuovo sedersi sulle panche di legno degli spogliatoi. Suonò la campanella. Martinanselmo e Giusmanfredi iniziarono a raccogliere le palline bianche e nere. Era tornata la calma dopo la tempesta; ma una calma strana, come quando il capitano della nave si avvede che si trova nell’occhio del ciclone. Tutti si guatavano l’un l’altro in cagnesco: non si ricordava una Tenzone del Gigio così elettrica, nella storia bimillenaria di Castel di Glieri. Alla fine, comunque, il Gigio trangugiò la sua bramata spagnoletta. Mentre rimase a becco asciutto la domenica dopo. Allorché si discusse, ma con minore vivacità, del Gol fantasma del Dodici: quello del rubronegro Motenchiappettari non visto dall’arbitro Pisolo Tagliabrodo. Dopo cinque "rasature", che avevano assommato un tre a due a favore degli antirubentini, ora c’era il gran finale del "taglio": Gregorio rapato e la Zibellona nel ruolo inedito di vittima. La tenzone del Gigio numero sei si prospettava ad alto contenuto emotivo. Giacché era facilmente prevedibile che i sostenitori zigozaghi, dopo un mese intero di inaudite torture e attacchi in serie giunti da ogni dove, si sarebbero presi la loro vendetta.

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Quel mattino del 7 luglio, Gregorio B. osservò, con sorpresa, il candore dello spazzolino: ogni traccia di sporco era sparita, quasi per magia. Le setole frusciavano lievi ed elastiche come betulle al vento. E perfino, nell’aria, sentiva una fragranza di lenzuola fresche di bucato che gli ricordò la mamma persa nella prima infanzia. Si stirò per bene con le punta delle dita i lembi della giacca. Aveva scelto un Balenciaga anni Settanta-Ottanta (i migliori...), dalle tenue sfumature vanigliate; la camicia aveva i bottoni di madreperla e i gemelli d’oro massiccio, recanti lo stemma dei Balengo. Eh sì, era il gran giorno del Taglio. Di sicuro, già mezzo paese l’aspettava, giù in piazza. L’avrebbero "corteggiato" mentre prendeva la sua colazione da Trombettoni. Gli avrebbero posto domande vibranti di ansia, tipo: ce la faremo, oggi? (i colleghi zigozaghi). Oppure: vedo all’orizzonte un scacco matto da urlo! (Gli invidiosi anti-rubentini). Don Gregorio chiuse il portone e s’avviò, di buon passo in discesa, verso il popolo. La mattina era bella ma afosa. O almeno, si sentiva che sarebbe stata afosa, dalle undici in poi di sicuro. Fischiettando Zum zum zum, transitò davanti alla casa della Cesira, indaffarata la signorina tra farfalline e apette e bombi ronzanti, a curar piante, germogli e fiori. Scaramantico com’era, gli venne in mente di farsi "benedire". Ebbe la sua brava benedizione sotto la forma di un "ossa di morto, sangre di vipera o di pipistrello, fammi turner el Balo in un omo bello". Che forse non voleva dire nulla, o magari era una formula magica medievale usata dalle sue amichette volanti del Paroldo: chissà! Rincuorato, fidente nella sua doppia nobiltà, Don Gregorio scivolò giù: dal castello al Barber-shop.

L’atmosfera, da Sevincenzo, era ancora una volta quella delle grandi occasioni. In più, tutti s’erano cortocircuitati in una volontà espressa di vestirsi come a un matrimonio, o come al Concerto Grosso di Mezza estate. L’eleganza di ciascuno dimostrava quel che era: panni coloratissimi o tinte tenui, pantaloni a zampa d’elefante, tirati fuori da qualche baule in soffitta, severi coordinati in stile Broker londinese, hot-pants di jeans sdrucito (due ragazzine) che inducevano a distogliere lo sguardo per non cadere nella tentazione di toccare per credere. Zordi indossava un completino da ufficiale dei Dragoni di Meklempurgo, che un poco stonava con la sua non eclatante struttura umana. Asas, dal canto suo, s’era avvoltolato in un caffetano candido da danzatore sufi rotante. Che infatti roteava di tanto in tanto, con la scusa di prendere quel certo pasticcino alla crema della nonna o bere quella certa spremuta di zenzero e mele. Trombettoni, per farsi pubblicità, aveva offerto il suo migliore tavolo ricolmo di "leccornie del buon mattino"; e di questo neppure Gregorio era stato edotto; e chissà quali altre sorprese riservava oggi il sulfureo Sevincenzo. Il Figaro, pure, era imbrillantinato alla Valentino. Spiccò due passi da Gargantua al centro della sala e squadrò, con enorme soddisfazione, la moltitudine risonante sparsa in ogni angolo del suo regno. Fuori, c’era chi continuava a lamentarsi di voler entrare, ma il "tutto esaurito" era palese. L’ultima a farcela fu una zanzarona ben nota – la Luisona Poiré – insetto non molesto che ricompariva ogni estate e lo si riconosceva per il volo radente e il ronzio inceppato. Naturalmente, la nobile Luisona non si trovò bene nei 22 gradi centigradi del condizionatore d’aria "Pinguino Raffreddato" del Barber-shop; epperò, anch’essa non volle perdersi la festa.

Entrata che fu la Luisona, la campanella suonò due volte. Sevincenzo presentò il programma: "Il Diluvio del Duemila: dibattito libero". Seguì la recita del regolamento del "taglio". Che differiva dalle "rasature" per via che, dopo una sintetica doppia esposizione dell’Assertore e del Contraddittore, il pallino passava a Don Gregorio, in cortese dialogo col pubblico. Ognuno poteva dire la sua, alzando la mano, una paletta o un piede (o muovendo le orecchie, chi sapeva farlo) e tenendo la posizione fino a che Giusmanfredi non l’avesse considerata. Non un sistema perfetto, certo, ma il massimo che un regime democratico consentiva, quando si discuteva di fubballa, di vino o nocciole, di musica o tartufi. Avuto il placet dal Gigio, attaccò pertanto Zordi:

- Amici, ho la pancia che mi scoppia di zucchero e mi sento più dolce del normale. (Risatine, ma già una piccola pernacchia). Oggi, la nostra amata Zibellona non è qui presente in veste di imputata, bensì di accusatrice. Così, essendosi i ruoli invertiti (sorriso maligno ed insinuante), non mi dilungo oltre e lasciò la parola al compaesano Asas. Sarà lui a introdurvi nella storia.

Si alzò dal suo scranno Asas, ringraziando con una canzonatoria giravolta di tunica rivolta allo Zordi:

- Ma sì, amici benedetti, anch’io mi sento più dolce e più buono, verso il mondo intero. E anche nei confronti di coloro che, fino a domenica scorsa, hanno intinto la lingua nel fiele della menzogna. Tentando di trascinare nel fango la purezza indiscutibile di una Dama cui, al contrario, dovrebbe essere cosparso di petali il cammino. (Metà uditorio insorse: peti a raffica frammisti a pernacchie e rutti grotteschi, ché gli zuccheri esagerati, fluiti nel sangue, stavano gassificando gli oleodotti interni: ed erano solo le dieci del mattino).

- Nella sura di Nuh ibn Lumik ibn Mutushalkh, il personaggio biblico che voi conoscete col nome giudaico di Noé, si discute se il diluvio universale sia stato globale o locale. Ma la propensione più recente è per il confinamento a certe zone del Mar Nero. Per certo, posso dirvi che il Diluvio del Duemila riguardò soltanto la cittadina di Cioccovo, dove quell’infausta domenica si disputò la partita finale di campionato della Rubentus, opposta ai "graffioni" dalle casacche rubre. Non so se siete mai stati a Cioccovo. In quella città, sapete, può fare un freddo glaciale o un caldo infernale, perché la valle è una conca che attira tutti i vizi meteorologici della Burinia. Ci ho studiato da giovane e ho contezza di questo. Come ho contezza che quel giorno, allo stadio "Morituri", si perpetrò un crimine odiosissimo contro la Rube. Un assassinio progettato con freddezza e portato a compimento con un cinismo degno di miglior causa. Con una valetudine che, in fondo, sarebbe da ammirare, se non fosse stata agevolata da una buona dose di casualità. Quel pomeriggio – c’ero anch’io sugli spalti a tifar Rube – i novantanove grani del mio rosario non furono sufficienti a impedire il gol che accoltellò al cuore la mia Sissi. Stuprata e lasciata lì agonizzante, davanti a quarantamila uomini trasformati in mostri. Che urlavano, godevano e inveivano come diavoli a un party gin-gin di Pirlusconi. Il calcio, così come la lussuria o la troppa Tv, può fare anche questo, è vero: mutarci in sub-umani; o peggio in spiriti maligni dei deserti. E allora, non c’è scongiuro che tenga, fino a che il vento non soffia in modo diverso. Tutto il resto lo sapete a menadito. Non entro nei dettagli. Ho voluto prendere il mio cuore con la mano destra e mostrarvelo, perché possiate vedere che sanguina ancora...

Il saracino non disse altro. Roteò leggermente all’indietro e si risedette davanti alla specchiera, il volto lungo e triste piegato verso il basso. I castellani tirarono tutti insieme un sospirone intriso di fricolature alveolate. Infatti, avevano trattenuto involontariamente il respiro. La Zilla, la femmina più ambita del paese, tirò su col nasino nel silenzio ora di piombo. Tanto che si udiva lo sgocciolare del rubinetto dove Sevincenzo aveva appena finito di lavare il pelo biondo stoppa del suo cliente del giorno. Fu il Gigio, ovviamente, a rompere l’incantesimo: esplose in un tarì tarì tarìiiii' che era la perfetta imitazione della trombetta da carica di Casimir Viglino, quando le cose in campo per gli assioli si mettevano male e occorreva un riassetto rapido. All’istante, l’atmosfera tornò normale. Il pappagallo, arcicontento, cominciò a svolgere evoluzioni fantasiose sull’altalena jaune. Ne aveva due a disposizione, di trespoli-altalene: una gialla e una nera. Se mai il Gigio poteva dirsi campione olimpico in qualche sport, quello era lo sport della ginnastica artistica, ovvero la specialità delle parallele asimmetriche. Poiché, da protocollo, toccava ora al Gregorio di iniziare le danze, e il suddetto stava sotto il fon che si asciugava il caschetto alla Raffiolella Sciascià, il vecchissimo cavalier Umberto Cavaturaccioli, proprietario da mezzo secolo del bar Trombettoni, diede l’ordine alle sue due "camerierine tutti-i-gusti" Mimì e Lulù, che teneva sempre vicine a sé in qualità di badanti allorché si spostava, di servire al pubblico il Zinzano Sport, la bibita da lui creata e che l’aveva reso popolare sugli spalti del Chiù. Cin Cin! Cin Cin!, e un coretto improvvisato A-i é gnun, ëd pì che noi!, accompagnarono numerosi brindisi alla salute del Cavaliere. Finalmente, avvolto in un fandango di salviettine profumate alla violetta che il Figaro-toreador gli sventolava sulla faccia, il cranio perfettamente tappezzato da un capello artisticamente composto in ottonati nastri color princisbecco che lo facevano somigliare, en pendant con gli occhi cerulei, a un ufficiale delle Sturmtruppen, Don Gregorio si sentì pronto. Il Taglio c’era, il pubblico c’era, la partita c’era (stata). E lui se la ricordava bene...

- Miei cari, in questo modo assai cortese mi avete scaraventato indietro a una delle giornate più brutte della mia vita. Di bello, c’è il fatto che avevo 29 anni, quel 12 maggio, e da pochi mesi il nonno Teobaldo mi aveva lasciato il castello; assieme a un cumulo di debiti che, con non pochi affanni, riuscii a saldare venendo a patti col Municipio. Rammento che accolsi l’invito del marchese Thaon de’ Ravelli a seguire il match della Rube col Cioccovo FC nella sede Rae di Gianduglino. Noi due soli nella saletta insonorizzata, con una bottiglia di spumante da stappare in un frigobar portatile, e un tecnico tifoso della AC Taurisio, nativo di San Salvario per altro, che ci gufò spietatamente contro. Non so ancora come potemmo perdere quella partita. Il Cioccovo non aveva stimoli di classifica e disponeva nelle sue file di un unico campione, il Marco Mirmilloni: giusto quello che poi, sei anni dopo, sarebbe stato protagonista di un’altra impresa: la vittoria del Mondiale in Crucconia. Ah, forse dimentico il loro allenatore, Carletto Grossicojoni, che alla fine scherzò dicendo che c’era voluto un volfista imperiale per far vincere alla Nobile lo scudetto. Il problema fu che arrivammo alla stazione ultima di quella stagione convinti, forse da troppe settimane, di avere la vittoria in tasca. "Il palietto possiamo perderlo solo noi!" – continuava a ripetere il tecnico Giancarletto Anatrotti. E infatti... ma ci mise lo zampino anche Thor, il dio dei fulmini e delle tempeste. Perché un diluvio d’acqua dal cielo come quello che ridusse il Morituri a un’immensa bagnarola, a maggio da quelle parti non s’era mai visto. Il fango impedì ai nostri di far valere la loro superiore cifra tecnica. Per dire, Zizodin Zizane, quel giorno, giocò malissimo. Uzellin Delpero lo si notò per qualche dribbling nel primo tempo e poi scomparve: in pratica, disputammo in nove la ripresa. Il centrattacco Pippetto Volpaghi, pure, fece ridere; o piangere, dipende dai punti di vista.

Certo risero i sostenitori cioccovini, quando il loro terzinaccio più grezzo infilò, non sa lui nemmeno come, la porta difesa da Van der Culen. Dopo quell’incredibile intervallo di 85 minuti che l’arbitro, il famigerato Piergiugigi Lampadina – che Odino tonante gli spacchi in due quella sua crapa pelada, la zucca rosa che porta in giro la vorrei vedere appesa a un totem celtico – concesse al Cioccovo, rispettando il regolamento ma contravvenendo a ogni logica di fair play. Mi dissero, poi, che la tifoseria indigena aveva accolto i nostri dirigenti al grido di "Ma Maneggi l’ha comprata anche oggi?". Il che vi fa capire, cari amici, come il crimine fosse stato preparato. Loro avevano un presidente che possedeva cavalli da corsa ed era nato a Luponia. E la Nobile Adleria è la squadra più antica e blasonata della Capitale... Potrei aggiungere mille altri dettagli. Ad esempio, l’atmosfera di sospetto architettata ad arte dalla stampa di Panettonia, nella settimana precedente il match. La stessa Federballa era prossima al commissariamento. Tutti accusavano tutti, la confusione regnava sovrana e la "regina" Rubentus era oggetto di un cahiers de doleances lungo come una notte prima degli esami. Ma quand’è che non lo siamo stati, da cent’anni a questa parte, sotto processo? Rammentate il roscio processatore Biscardo? E i sorrisetti irridenti del Dino Mammola? La verità e che, nel gioco della balla al vento, i tempi del sole e della pioggia sono rapidamente cangianti. Quello fu un momento di pioggia dura, incessante, eterna. O almeno parve eterna; e ci parve che potesse finire solo quando il nemico avesse innalzato sulla picca il nostro scalpo. Fu, ne sono convinto, l’incantesimo di una masca perfida. Era una illusione, una pia illusione, la speranza di spezzarlo col raggio di un gol delle zibellone.

Mentre Don Gregorio parlava, nella sala s’erano alzate, una dopo l’altra, molte palette, quattro mani e un piede. Fu scelto appunto il piede; un bel piede inguainato in una scarpina rossa con fiocchetti d’argento. Il suo proprietario era la signora Margherita Baglierini Piola Belfadel, nota supporter della Nobile Adleria. Disse la dama:

- Ma che bel pianto! E la Rube qui e la Rube là, e la Rube su e la Rube giù. E siamo le vittime di una storica ingiustizia, ce l’avete con noi perché siamo i più forti e la gelosia e l’invidia sono pessime compagne quando si vuol stare sereni. Tutto vero. Come è vero che da un pezzo avete perso il senso della misura. Non siete più avvezzi del fatto che, nella vita e nella buona società, si deve accettare anche la sconfitta; e che non si può scarrozzare sempre nel landau mentre gli altri arrancano a piedi. Un giorno di fanghi fa bene a tutte! (Sorriso splendido, rivolto con un inchino all’intorno, per una battuta apprezzata solo in casa xx). Allora, tanto per rimanere su un piano "tecnico", quello che piace a voi maschi, vorrei ricordare a tutti i signori qui presenti che quella squadra dai colori crema-turchesi, ieri come oggi, era una squadra fortissima. Nei nomi di molto superiore alla Rubentus. C’erano Louto, Balas, Maistankovic, Gambalesta, Peron, il portiere Liuc Mottegiani, Conzeziao, Ingazzovic, Dubbozzic, Rafanelli, il Volpaghi junior (quanto mi piace...!!), Diego Sisoerleone, il Mago Mancio (che tipo elegante...!!!) e, a dirigere in panchina, un certo Sfan Zoran Eticsson: degno erede di Ghiacciololm. Vi faccio notare solo una cosa: un discreto numero di quei superbi giocatori ha avuto una carriera da allenatore di primissimo piano. C’era fosforo, ragazzi, in quella squadra nobilina. Vincemmo perché eravamo più belli e intelligenti, ecco! Il pensiero prevalse sulla forza bruta; sulle mistificazioni e le capacità fumogene della Rube. Per una volta, la "sudditanza psicologica" non funzionò. Piazzarono a dirigere la partita il signor Lampadina, e così, in modo del tutto nuovo, il Lato Oscuro non trionfò. Datemi retta: quella è stata una boccata d’aria. Aria fresca e rigeneratrice, come l’aria di maestrale, che porta il temporale.

Il finale meteo-poetico della signora Baglierini Piola Belfadel lasciò un attimo tutti senza parole. Mai l’avevano sentita imbastire un discorsetto tanto ben congegnato; molto migliore di quelli che faceva quando presentava sul web la maniera tradizionale di cucinare un risotto con le lumasse. Medeo de’ Amedeis, il consigliere più di destra della giunta, cominciò a randellare con metodo la sua paletta sulla zucca del vicino di posto, il consigliere di sinistra Beltrasio Faa di Grumo. Decine di mani e palette si alzarono e si abbassarono, in un trambusto di voci, colpi e suoni contundenti, che rovinarono l’armonia tribunalizia. Il professor Morfesio Abaco, l’esperto di statistica nonché cultore a tempo perso della storia del paese, sventolò nell’aria un foglietto che nessuno capì come fosse riuscito ad avere. Un ciclostilato di vent’anni prima che mostrava, carta canta, come la quota della vittoria del Cioccovo sulla Rube avesse pagato nove volte la posta, tra i bookmakers fuorilegge dell’Anno 2000. "Ve la siete comprata!" – urlò, fuori dai gangheri, il Contraddittore Asas, rivolto all’Assertore Zordi, che tutto era meno che un tifoso nobilino. E gli premette il nasino a pallina, producendo un rumore di clacson di bicicletta. S’ingrandì allora la zuffa generale, da villaggio dei galli senoni, proprio. Parapiglia che andò avanti cinque minuti buoni. Un extra-time. Quindi si udì il segnale anti-aereo del Gigio, quello che ti faceva portare le mani alle orecchie onde evitare la rottura della membrana timpanica. Dopo il Gigio, suonò tre volte la campanella. Tutti, borbottando e ricomponendosi, ripresero diligentemente posto. Quando ogni persona si fu seduta e tranquillizzata, Sevincenzo invitò Parsifalio Perinetti a procedere al rito dell’offerta della spagnoletta. Il Mastro di Gabbia avanzò tre passi verso la creatura misteriosa, che attendeva in una posa appollaiata. Aperse il palmo della mano con un fare cerimonioso da lucumone antico.

Il pappagallo esitò un attimo, come a pensarci su. Saltellò dal trespolo nero a quello giallo, e da quello giallo di ritorno al nero. Spiegò le alette, con un brivido che scosse il magro corpicino. Si pulì col becco almeno sette volte le piume. Scacazzò. Insomma, la tirò per le lunghe. Infine, soddisfatto del silenzio che aveva creato, allungò il collo verso Parsifalio e s’impossessò della nocciolina. Era la conferma che l’Adleria s’era meritato il palietto. (Dopo che glie l’aveva rubato l’anno prima il Satan di Pirlusconi). E che la Rubentus nulla poteva pretendere, a parte forse una scatola di nocciolati di qualità ogni volta che fosse tornata a giocare a Cioccovo. Un applauso di sollievo accolse la sentenza del Gigio. Era vero che le bestie hanno più senno degli uomini – come diceva il Bardo. Gregorio B., un poco deluso, tirò fuori dal taschino interno della giacca lo spazzolino, ché gli era venuta una voglia incontenibile di lavarsi i denti. Lo strumento era candido e splendente. L’acqua se ne uscì liscia dal rubinetto, mentre l’amico Figaro porgeva una speciale pasta alla menta piperita da lui stesso confezionata. Gregorio spazzolò energicamente, in un profluvio di bollicine cremose e rinfrescanti. Il negozio, nel frattempo, si era andato svuotando. Presto, rimasero soli, lui e Sevincenzo. Due mani presero a massaggiargli delicatamente i muscoli del collo, contratti dalla sconfitta indigesta. La specchiera rimandava l’immagine di un uomo ancor giovane, seppure sulla mezza età. Ancora giovane e con tanti palietti da vincere negli anni concessi dal buon dio. A-i é gnun, ëd pì che noi!





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