Zeichen Valentino


Valentino Zeichen, a sinistra, con Alessandro Moscè

All'anagrafe Giuseppe Mario Moses. Poeta e scrittore. Nato a Fiume il 24 marzo 1938, deceduto a Roma il 5 luglio 2016. Affezionato sostenitore della Lazio.


Da uno scritto di Alessandro Moscè riportiamo:

VALENTINO ZEICHEN, LA POESIA E LA LAZIO

Se ne è andato martedì 5 luglio Valentino Zeichen, il poeta esilarante, paradossale, nato a Fiume, di cui non si conosceva l’infanzia, l’adolescenza, se non in parte (arrivò a Roma nel 1954 con il padre che fu giardiniere a Villa Borghese). Un giovane della “prima vita”, senza patria, dandy e marziale, elegante, con un profilo da generale austriaco, del quale qualche <giorno fa avevamo tracciato le linee essenziali della poesia, ironica e colta, che svestiva l’uomo e lo metteva nella condizione di essere un menestrello, gestualmente definibile a prima vista. Valentino Zeichen viveva in un baracca fatiscente al Borghetto Flaminio, in una Roma che amava moltissimo e della quale aveva contrassegnato sia l’aspetto povero e marginale, sia quello borghese e aristocratico. Povero come un vero artista, si interessava di arte contemporanea e sulle sorti della sua Lazio (“Canto la squadra che ha i colori del cielo”). Le nostre discussioni era calcistiche, più che poetiche. Si lamentava perché le donne volevano parlare d’amore ma non gli avevano mai stirato una camicia. Meno che mai erano disposte a dire la loro sugli schemi della Lazio, quella del dopo Chinaglia tra gli anni Settanta e Ottanta, e quella di oggi dell’odiato presidente Lotito. Una poesia la dedicò a Bruno Giordano, il centravanti trasteverino che beffò la difesa più forte d’Europa con un doppio pallonetto (a Morini e al mitico Dino Zoff). Era un freddo novembre del 1977. Da Pagine di gloria (Guanda 1983), A Bruno Giordano: “Un remoto Lazio-Juventus; tre a zero / esplode l’anonimo urlo di trionfo, / sì; ma chi ha recapitato al presente / il nome di quel gladiatore: Bruno Giordano / che si distinse durante i giochi / per l’incoronazione dei titoli di Augusto; / con quale punteggio sconfisse le fiere zebrate / se l’ovazione riservatagli dalla folla / superò i cento decibel, sopravanzando / quella resa di consueto all’imperatore?”. Valentino Zeichen era un passeggiatore, un patriarca catapultato da un’altra epoca. Dall’Impero Romano, dalle guerre dei reggimenti e dalle macerie storiche del secondo conflitto mondiale, dai mezzi d’assalto subacquei della Marina Italiana, fino ai luoghi della capitale: dal Gianicolo al Teatro di Marcello, dall’Appia Antica al Pantheon. Era un uomo-barocco tout court, irregolare e bizzarro, presenzialista del passato e di una stagione culturale filtrata attraverso le pietre scheggiate. Quando lo chiamavo al telefono utilizzava sempre la stessa domanda d’apertura come scioglilingua: “Ci credi ancora al calcio matto?”. Il calcio matto, per il poeta, era quello delle scommesse, del doping, dei giocatori eccessivamente pagati, stereotipati, aggressivi. Per Valentino Zeichen anche la Lazio era un ricordo leggero, come quell’area di rigore, titolo del libro d’esordio, in cui rievocava le divinità nell’Acropoli. Il calcio che gli piaceva era appannaggio dei capitani di ventura dalle origini comuni. Nella sua “rettitudine del tempo” i millenni non passavano mai, continuava a vederli, a scriverne, ad illustrarli, esattamente come un percorso indefinito di vita, quello delle “poesie di avviamento”. “Se la linea / della tua vita / nella mano / ti pare breve, / allungala con la matita / e chissà? che l’innesto / non riesca”. Caro Valentino, ti aggirerai ancora per la Roma notturna di clochard e signore agghindate a festa pensando di tirare un calcio di rigore invece che di scrivere un verso. Non ci resterebbe che dire, tra via Tiziano e Ponte Milvio, che “noi laziali oltre ad essere aquilotti / siamo anche imparentati con la fenice immortale”. E magari ci sembrerebbe di vedere André Breton affacciarsi da una terrazza e sussurrare con tono surrealista: “Invecchiare? Ne vale la pena.