Tre vittorie in un giorno





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► Il Campionato Interregionale Centrosud
Tratto dal quarto capitolo del libro "Lazio Patria Nostra" di Mario Pennacchia, proponiamo in questa pagina il racconto della leggendaria impresa dei calciatori biancocelesti che in un giorno disputarono, nell'arco di poche ore, tre incontri con formazioni toscane vincendoli tutti. Come indicato nella stagione di riferimento risultano tuttavia delle incongruenze sull'effettivo anno di disputa del torneo. Tale tesi è avvalorata da alcune ricerche esperite in merito e dai giornali d'epoca rinvenuti. LazioWiki, pertanto, ritiene opportuno spostare l'anno di svolgimento del Torneo al 1908 considerate l'assenza di notizie specifiche riferite al 1907 e la corrispondenza di tre squadre avversarie. LazioWiki seguiterà comunque le sue ricerche per dirimere i dubbi su questa leggendaria impresa della squadra biancoceleste.
... Si delinea intanto la Lazio-meraviglia che arriverà a disputare e vincere tre partite in una sola giornata. Ma la Lazio non è solo calcio, il suo respiro è polisportivo, il suo entusiasmo nato sul Tevere, sul Tevere ritorna in ogni stagione calda. Olindo Bitetti è l'Ancherani dei nuotatori e dei pallanotisti. Ballerini, che su tutti impera, coltiva l'atletica leggera, fa all'amore con la ginnastica, sollecita l'atletica pesante. Questa non è più una semplice Società, ma sta diventando una piccola patria, piena di purissimi palpiti. E il nuotatore sa essere podista, come il podista sa essere calciatore. Ecco un altro esempio che infiamma. Appena torna la primavera, rifiorisce l'atletica e si moltiplicano le gare. Una classica è a sei chilometri da Porta Pia a Sant'Agnese e ritorno. Oltre ai premi individuali ce n'è uno che sarà attribuito alla Società con il maggior numero di arrivati in tempo massimo. Quando gli atleti si schierano alla partenza i laziali sgomenti si accorgono che le magliette biancocelesti sono ventinove, quelle della Virtus trenta. Subito si raccolgono intorno a Ballerini. Ancherani, il solito spregiudicato, accetta di spogliarsi e di partire.
Così anche la Lazio ha trenta concorrenti. Bitetti, che sotto la sua indole leonina nasconde anche una di quelle nature che paiono sempre ribelli perché costantemente alla ricerca del meglio se non proprio del perfetto, domanda a Santino se non abbia voglia di scherzare dal momento che al traguardo non arriverebbe mai, avendo da tempo sacrificato il podismo al calcio. Santino quasi dsi impermalisce: "Per la Lazio si può anche rischiare: sono pronto a sacrificarmi". Partono settanta atleti. Bitetti disperde ogni avversario, resiste al contrattacco di Corbellini, l'uomo di punta della Virtus, affretta il ritmo, domina, vince. Corbellini è secondo. Ora quel che conta è il numero dei classificati. Bitetti, stremato, non si allontana dal traguardo. Lo staff laziale è al completo. Aspettano, aspettano. Soprattutto sono curiosi di conoscere la sorte di Ancherani. Tutti gli sguardi si perdono sullo sfondo della via Nomentana. Improvvisamente un grido: "Ma quello è Santino!". E un'eco irridente: "Ma quale Santino, se finora ne sono arrivati solo due!". Ci scappano perfino le scommesse. Molti fremono. Qualcuno che non sa resistere corre incontro a quel piccolo atleta che da lontano sembra un fantasma che si contorce.
I lineamenti pian piano si precisano: è vero, è vero, è proprio Sante Ancherani, l'ultimo iscritto, il meno preparato, che arriva addirittura terzo! Bitetti per poco non lo stritola nell'abbraccio quando Santino, esausto ma felice, stamazza al traguardo. Primo Bitetti della Lazio; terzo Ancherani della Lazio; maggior numero di classificati della Lazio, Lazio, Lazio, Lazio: è un nome che ormai rimbalza, echeggia in tutta Roma, nella regione, al Nord e al Sud. Tanto si espande la popolarità del club biancoceleste che fioccano proposte da altre regioni. Ecco la Lazio che assume un nuovo ruolo, quello di Società cardine dello sport centromeridionale e ovviamente del fiorente gioco del calcio. Chi vuole misurare il proprio valore in ogni sport, chiama, sfida la Lazio, che a Roma non ha più rivali. I tempi del favoloso exploit sono maturi. Arriva la proposta di prendere parte al primo torneo calcistico interregionale che si disputerà a Pisa. L'invito proviene dal Comitato Toscano che, dopo le eliminatorie regionali vinte dal Pisa, dal Lucca e dal Livorno, conosciuta la fama della Lazio, propone ai biancocelesti di intervenire alla fase finale della competizione per poterle conferire l'etichetta di primo campionato centromeridionale. Siccome siete tutti studenti - precisa la lettera, e non potreste pagarvi le spese per i quattro giorni delle finali, venite a Pisa domenica e incontrerete per il titolo la nostra finalista.
Ballerini convoca subito il consiglio. All'unanimità si decide di partecipare. Ma bisogna organizzare la formazione più agguerrita e nello stesso tempo trovare i soldi, trenta lire a testa. Ancherani tiene rapporto. E, fatta la più scrupolosa e aggiornata valutazione delle forze, propone questi uomini: goal-keeper, cioè portiere: Gugliemo Bompiani, figlio del generale Giorgio e fratello di quel Valentino che diventerà famoso editore; terzino destro: Francesco Marrajeni, che diventerà generale; terzino sinistro: Egisto Federici, un milanese che ha giocato nel Milan AC e che si trova a Roma per il servizio militare; mediano destra: Prospero Omodei, futuro chimico in una industria del Nord; centromediano: Dos Santos; mediano sinistro: Augusto Faccani, fruttivendolo, dal temperamento di ferro, uno dei pilastri biancocelesti fino al 1923 (la fortuna lo aiuterà a raggiungere un'agiata posizione come grossista e poi brutalmente lo tradirà, facendogli perdere la vita tragicamente, nell'estate del 1944, investito da una camionetta militare americana); centravanti: Sante Ancherani; mezz'ala sinistra, Fernando Saraceni, il cucciolo della brigata, micidiale per il suo tiro (resterà con Faccani una bandiera della Lazio e anch'egli, come Faccani, perderà immaturamente la vita nel secondo dopoguerra); ala sinistra: Fernando Pellegrini, altro giovane avviato nel commercio.
Quando Ancherani finisce l'elenco, lo guardano tutti meravigliati: ma non s'è accorto che mancano l'ala destra e la mezz'ala destra? Ancherani sorride sotto i baffi: certo che se n'è accorto ed ecco la sua temeraria proposta: "A Roma per questi due ruoli i più bravi sono i fratelli Corelli. Invitiamoli a venire con noi". Altra sorpresa generale: "Ma Corrado e Filiberto Corelli sono due virtussini, due feroci rivali!". Ancherani insiste, finisce per persuadere tutti. Una commissione si reca a casa dei Corelli. I laziali parlano con Corrado. La seduzione è irresistibile. Corrado accetta con entusiasmo e garantisce anche per il fratello. E' il primo clamoroso trasferimento del calcio romano: giugno del 1907. Quando quelli della Virtus vengono a saperlo, gridano allo scandalo e al tradimento. Ma ormai la spensierata brigata biancoceleste, compresi Corrado e Filiberto Corelli, sta viaggiando verso Pisa. Già, il viaggio. Un'avventura che sarebbe piaciuta a Daniel De Foe ed avrebbe fatto invidia al suo celeberrimo, immortale Robinson Crusoe. Si ritrovano tutti alla stazione. Augusto Faccani ha portato la caffettiera perché, si dice, si sa quando si parte e non si sa quando si arriva e perciò durante il tragitto una tazza di caffè può resuscitare eventuali moribondi.
Ballerini, che è venuto a salutarli, fa notare divertito al bollente Faccani che sarà difficile potersi servire della caffettiera, perché non gli risulta che sui vagoni di terza classe ci siano fornelli. "Ce semo tutti?!" Ancherani fa il conto e presenta le forze al capocomitiva Baccani. Ci sono tutti e undici, ma neppure una riserva. Eccoli sul treno. Quando il capostazione fa vibrare il fischietto, i viaggiatori hanno l'impressione che l'accelerato si muova con qualche minuto di anticipo. I laziali dai finestrini hanno fatto scappare la pazienza al capostazione. Il treno si stacca, si muove. "Anvedi cammina!" Una voce, un coro di risate. Così la Lazio parte per la più leggendaria impresa calcistica di tutti i tempi. Il viaggio è lungo, E' noioso. E' fastidioso. E' insopportabile. E' interminabile. E' già notte quando il treno, sbuffando e sferragliando, frena stridendo alla stazione di Pisa. I laziali non sembrano più gli stessi scapigliati, sfrenati viaggiatori: la verità, bisogna proprio dirlo, è che sono emozionati. E si commuovono addirittura quando uno del comitato organizzatore viene loro incontro per accoglierli e informarli che il sindaco ha fatto predisporre i giacigli nel corridoio della Scuola Municipale. "Hai capito? Er Sindaco sa che semo venuti a giocà a Pisa!" E vanno alla scuola, dove effettivamente trovano una dozzina di giacigli, grandi sacchi a forma di materassi e cuscini tutti pieni di foglie di granturco. Letti da re, sono per i laziali, ora che sanno che è stato del sindaco questo delicato pensiero.
Ore 8 di domenica. Tutti in piedi e tutti pronti per dare un'occhiata da turisti a questa città. Stanno per lasciare la scuola quando si presentano due esponenti del comitato organizzatore: E' scoppiato un caso. Voi dovevate giocare la finale alle quattro e mezza contro la nostra finalista. Ma i lucchesi, che sono stati eliminati e che erano d'accordo, ora hanno cambiato idea e pretendono di giocare con voi un'altra eliminatoria". I laziali restano interdetti, poi guasconescamente accettano: "Se è per togliervi dai guai, va bene. Resta stabilito però che non erano questi i patti". Anziché alle 16,30, dunque, Lazio in campo alle dieci. I biancocelesti hanno aderito, ma naturalmente non si lasciano saltare la mosca al naso. Morale: Lazio-Lucca [[3-0. Liquidati i lucchesi, Ancherani e i suoi raggiungono la trattoria prestabilita e si mettono a tavola. Non hanno ancora finito ed ecco di nuovo i due messaggeri del comitato organizzatore: "Pisa ha saputo di Lucca e naturalmente non vuole essere trattata in modo diverso. Sì insomma, anche Pisa vuol giocare un'eliminatoria con voi". Stavolta Augusto Faccani s'infuria: "Ma siete dei mascalzoni, dei vigliacchi senza parola. Abbiamo appena finito di mangiare, alle quattro dobbiamo vedercela col Livorno, a che ora pretendete di farci giocare con questo Pisa? Ormai è chiaro che ci volete far perdere per forza!".
I due balbettano che la partita col Pisa si potrebbe giocare alle due. Minuti di silenzio sdegnato seguono questa inaudita replica. Poi la coppia di ambasciatori si arrischia a chiedere: "Allora che decidete?" Ancherani rompe ogni esitazione e gira la domanda ai compagni: "Che famo?" E Augusto Faccani, ringhiando: "E che volemo fà? Ormai ce semo!" Quando la Lazio torna sul campo, c'è una folla di spettarori mai vista: forse saranno più di cinquecento persone! Ed è anche un pubblico feroce che grida: "Accoppateli, questi romani! Forza Pisa!" Faccani non sta nella pelle. Come un leone in gabbia si aggira fra i compagni e sibila che non si vince questa partita, poi bisognerà fare i conti con lui. Poi si raccomanda ad Ancherani e Santino lo tranquillizza. "Stai sicuro, se pappamo pure questi!". Detto fatto: Lazio-Pisa 4-0. Neanche il tempo, poi, di spostarsi dal campo. Tutti e undici così, sdraiati sull'erbetta del prato, per tirare il fiato, farsi un massaggio, sbocconcellare un'arancia alle 16, di nuovo ognuno al suo posto sempre gli stessi: Bompiani, Marrajeni, Federici, Omodei, Dos Santos, Faccani, Corelli primo e Corelli secondo, Ancherani, Saraceni (I), Pellegrini. Prima dell'inizio Ancherani tiene il solito rapporto: "Ragazzi facciamoli sfogà. Cerchiamo di non sprecare troppe energie, perché ce ne sono rimaste poche. Loro sicuramente partiranno a testa bassa. Noi teniamoci in difesa giochiamo spalla a spalla. Dopo il primo tempo ci daremo una regolata".
Insomma, pionieri anche del catenaccio. E comincia lo spettacolo di Bompiani e Dos Santos, di Marrajeni e di Federico. Soprattutto di Faccani, imbattibile. Il Livorno attacca a ondate incalzanti, ma i laziali non mollano un attimo. In area dei romani sembra persino assurdo poter penetrare, sicché i tiri vengono scoccati verso Bompiani tutti dalla distanza superiore ai quindici metri. Finisce il primo tempo senza gol. Nuova rapida e segreta consultazione. Ancherani dice che tutto fila secondo le previsioni: Facciamoli stancà per un'altra mezz'ora e poi gli daremo addosso noi. Sicuramente non se lo aspetteranno. Mi raccomando quando sarà il momento, il solito giochetto nostro: d'accordo Fernà? D'accordo Corrà?". La prima mezz'ora della ripresa è nient'altro che il proseguimento del rapporto di forze stabilitosi nel primo tempo. Livorno all'attacco, ma inesorabilmente declinante come impulso agonistico. Lazio stretta in una difesa arcigna, feroce. Ormai si sta profilando un pareggio bianco, quando i laziali fanno un segnale convenuto. Manca meno di una decina di minuti alla fine. La consegna è di indirizzare sempre il pallone a Saraceni. Appena questi l'avrà ricevuto, Corrado Corelli, detto lo "stambecco", dovrà filare come un razzo. Saraceni dovrà fargli arrivare la palla, Corelli dovrà proiettarsi fino a fondo campo per allargare il più possibile le maglie della difesa livornese, tra le quali Ancherani dev'essere pronto a filtrare di scatto.
Una, due, tre volte il tentativo non riesce. Ma viene ripetuto ad oltranza. Finalmente ci siamo. Faccani lancia Saraceni e ancora lo "stambecco" si butta nella vertiginosa fuga. La palla arriva puntuale. Corrado Corelli è irrangiungibile, arriva al limite dell'area, si spinge fin quasi a fondo campo e poi si ferma. Dà un'occhiata, si aggiusta il pallone e lo rilancia verso il centro. I difensori del Livorno sono sbilanciati, l'uno distante dall'altro. Questo è il momento. Ancherani schizza come un nocciolo di ciliegia premuta tra due dita, aggancia il pallone, lo controlla in un fiat e sempre correndo a perdifiato lo devia nell'angolino a sinistra del portiere. "Gol, gol, gol!" Voci pazze si levano sparute ai margini del campo: sono quelle di Baccani e di un gruppo di soldati romani. Lazio-Livorno 1-0, dopo Lazio-Pisa 4-0, dopo Lazio-Lucca 3-0, tutto tra le dieci e le diciotto di una domenica del giugno 1907. Quando i primi campioni del calcio centro-meridionale tornano a Roma, alla Lazio si fa festa ma alla Virtus succede il finimondo. I fratelli Corelli vengono convocati d'urgenza. Si presenta Corrado, un esempio di romano che per tutta la vita dimostrerà una tempra eccezionale, non solo per robustezza fisica, ma anche per genialità di pensiero e incorruttibile fede.
Gli fanno il processo. Corelli ascolta impassibile e finalmente risponde a metà strada tra la fierezza e l'ira: "Io delle vostre questioni non so niente. Io so soltanto che sono andato a giocare a football. Voi avete trascurato il calcio. Ogni volta che proponevamo una partita, rispondevate sempre che prima bisogna pensare alle corse. La Lazio ci ha offerto signorilmente questa possibilità di giocare, di conquistare un titolo, perché rinunciare?" Dunque, Corelli non solo non si giustifica, ma assume addirittura un atteggiamento provocatorio. Lo stato maggiore della Virtus è scandalizzato e conclude il processo con una solenne punizione ai due fratelli. Corrado Corelli s'infuria ancora di più e reagisce con la massima coerenza: "E' inutile che vi affanniate a punire me e mio fratello. Noi ormai siamo della Lazio. Addio!" Così Corrado e Filiberto tornano nella sede biancoceleste e chiedono ai laziali di poter restare sempre con loro. Festeggiatissimi, i due Corelli rispetteranno religiosamente quel giuramento di fedeltà. E quando dopo più di sessant'anni il curioso farà visita all'ottuagenario, vitalissimo scultore Corrado e impertinentemente gli chiederà: "Ma lei fino a quando è rimasto alla Lazio?" si sentirà rispondere, con la spregiudicatezza intatta dei primi anni del secolo: "Ma io sono sempre della Lazio!". Incisa a lettere di fuoco nella sua storia l'epica impresa delle tre partite vinte tra le 10 e le 18 di un sol giorno, la Lazio si apre ora a nuove responsabilità.
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