Boselli Paolo


Paolo Boselli

L'Eccellenza Paolo Boselli, nato a Savona l'8 giugno 1838 dal notaio Paolo e da Marina Pizzorno, fu tra i cervelli economico-finanziari del Regno d'Italia. Eletto deputato per la destra storica nel collegio di Savona nel 1870, rimase alla Camera ininterrottamente fino al 1921. Svolse un’intensa attività parlamentare dedicandosi in prevalenza a temi finanziari ed economici. Sostenne la tutela del lavoro delle donne e dei bambini, l’abolizione della tassa sul sale, la gestione statale delle ferrovie, schierandosi, anche volendo restare un liberista, tra quanti propugnavano un intervento regolatore dello Stato in campo economico e sociale. Dal 1888 al 1891 ministro della Pubblica istruzione nel governo Crispi, quindi, dal 1893, ministro dell’Agricoltura, industria e commercio e dal 1894 al 1896 alle Finanze, sempre con Crispi capo del governo. Ministro del Tesoro (1899-1900) nel secondo governo Pelloux, di nuovo ministro della Pubblica istruzione (1906) nel governo Sonnino.

Favorì l’istituzione del Museo del Risorgimento a Roma, sostenne la fusione del Museo industriale di Torino con la scuola degli ingegneri e la creazione del Politecnico, avvenuta nel 1906 con una legge della quale fu relatore. Dal 1907 fino alla morte presidente della società Dante Alighieri, cui assegnava «i fini supremi dell’italianità». Nel 1910 presidente triennale dell'Accademia delle Scienze di Torino, di cui era diventato socio nazionale nel 1888. Il 20 maggio 1915, come decano della Camera, fu relatore del disegno di legge che dava al governo poteri straordinari in caso di guerra. La breve relazione, che sarebbe stata affissa in tutti i Comuni del Regno, plaudiva alla guerra come rinascita degli ideali del Risorgimento, come «compimento dei destini nazionali e la difesa del diritto di nazionalità». Nel 1916, caduto il governo Salandra, fu incaricato di formare il nuovo governo; non riuscì nell'intento e nel 1917, in seguito alla disfatta di Caporetto, presentò le sue dimissioni.

Nel 1906, viene nominato Presidente onorario della Società Podistica Lazio dallo stesso Presidente e amico Fortunato Ballerini. Fu anche Presidente del Consiglio dei ministri alla caduta di Salandra e rimase in carica per sedici mesi tra il 18 giugno 1916 e il 30 ottobre del 1917. Si dimise da questo incarico dopo la rotta di Caporetto. Rimase sempre socio della società biancoceleste e fu lui che scrisse il testo della dedica sulla lapide che fu posta nel rinnovato campo della Rondinella, in memoria degli atleti laziali caduti durante il 1° conflitto mondiale, il 21 maggio 1925. Fu anche il fautore, insieme a Ballerini, dell'erezione della Lazio ad Ente morale il 2 giugno 1921. Negli anni Venti, ammirati D’Annunzio e Mussolini come incarnazione dell’«anima della vittoria», aderì con convinzione al fascismo. Morì a Roma, dove è sepolto, il 10 marzo 1932. Ebbe la benedizione apostolica, la visita del Re, funerali pubblici a spese dello Stato, solenni onoranze.


Onoreficenze italiane

- Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata (1915) - Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (1915) - Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran cordone e Cancelliere dell'Ordine della Corona d'Italia (1915)


Onoreficenze straniere

- Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dell'Aquila Rossa (Impero tedesco) - Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine di Scanderbeg (Regno d'Albania) 1928 - Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine reale di Alberto di Sassonia (Regno di Sassonia) - Grand'Ufficiale dell'Ordine di Leopoldo (Belgio) - Commendatore di Numero dell'Ordine di Carlo III (Spagna) - Commendatore dell'Ordine della Corona di Prussia (Impero tedesco) - Ufficiale dell'Ordine della Legion d'Onore (Francia) - Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica - Cavaliere dell'Ordine dell'Immacolata Concezione di Villa Viçosa (Portogallo)





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