Domenica 14 maggio 1989 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-Pisa 1-0


Stagione

Turno precedente - Turno successivo

14 maggio 1989 - 2411. Campionato Italiano di calcio Divisione Nazionale Serie A 1988/89 - XXVIII giornata - Inizio ore

LAZIO: Fiori, Monti, Piscedda (69' Greco), Acerbis, Gregucci, Gutierrez, Di Canio (81' Beruatto), Dezotti, Muro, Sclosa, Sosa. A disposizione Martina, Marino, Rizzolo. Allenatore Materazzi.

PISA: Grudina, Cavallo, Lucarelli, Boccafresca, Elliott, Bernazzani, Piovanelli, Cuoghi, Severeyns, Been, Fiorentini (79' Martini). A disposizione Bolognesi M., Dianda, Dolcetti, Gazzaneo. Allenatore Giorgis.

Arbitro: Pezzella (Frattamaggiore).

Marcatori: 72' Gregucci.

Note: ammoniti: Severeyns, Lucarelli, Piscedda, Piovanelli, Greco, Boccafresca.

Spettatori: paganti 16.543, incasso di 276.929.000 lire; abbonati: 11337, quota-partita di 363.745.000 lire.

Il biglietto (celeste) in "Curva Nord"
Il biglietto (beige) in "Curva Ridotti"
Una fase della partita
Di Canio in azione

Un telecronista giapponese in tribuna-stampa, l'arbitro preso a calci. E' successo proprio di tutto. Persino la vittoria della Lazio, evento di cui si serbava un ricordo lontano. Era il 15 gennaio 1989 e un giovane, straordinario campioncino aveva atterrato con un gol meraviglia la più brutta Roma della stagione, in un derby che fino a ieri sera rappresentava per i tifosi laziali l'unico momento goloso di una stagione grigia, punteggiata dagli inesauribili pareggi messi in fila dagli anemici fanciulli di Materazzi. Da allora il successo era diventato una spada nella roccia che nessun laziale riusciva ad estrarre. E' quindi toccato di nuovo a lui, al giovane eroe di quel giorno lontano, indossare i panni di re Artù e rompere l'incantesimo. Il nostro tipo si chiama Paolo Di Canio: che fosse bravo l'avevamo capito da un pezzo. Ma che del grande campione avesse anche il carattere, questo è diventato chiaro soltanto ieri.

Mancano diciotto minuti alla fine di Lazio-Pisa quando Paolino, la più riuscita imitazione di Franco Causio e Bruno Conti attualmente in commercio, entra in area con il pallone fra i piedi. Da più di un'ora Di Canio è l'anima, il polmone e il cervello di una squadra che sta giocandosi il futuro in questo scontro-diretto che molto assomiglia a un play-out del basket: chi perde va fuori. E forse anche chi pareggia. Il ragazzino ventenne che piace a tanti ma a Boniperti un po' di più è dunque li, dentro all'area del Pisa. Lo fronteggia Bernazzani, affannato baluardo di una retroguardia fatiscente. Di Canio lo salta come Girardelli farebbe con un paletto dello slalom e arriva là dove nessun giocatore italiano osa più andare: sulla linea di fondo. Approdarci, nel nostro campionato, è impresa improba, concessa soltanto ai campioni veri. Bisogna superare selve di gambe, resistere al fuoco incrociato delle batterie difensive. Però, una volta arrivatici, si è nelle condizioni di confezionare il più irresistibile assist che il gioco del calcio abbia mai inventato. L'importante è non perdere l'equilibrio. E la coordinazione. Solo i talenti ci riescono.

Ma Di Canio è un talento e infatti eccolo recapitare verso il centro dell'area un pallone che chiede solo di essere sospinto in gol. Su quell'appetitoso bocconcino si avventa Gregucci, lo stopper che non doveva giocare. Un infortunio a Marino durante il riscaldamento prepartita (il classico «colpo della strega») ha rimesso in pista il gigantesco Greg, l'uomo del destino: la palla viene colpita in corsa e la rete si gonfia, manco l'avesse investita uno squalo: 1-0! E' la fine di un incubo e metà Lazio corre sotto le gradinate per liberare una gioia antica, arretrata, repressa per ben quattro mesi. Il cuore della partita è tutto qui.

Intorno ad esso c'è la storia di una Lazio non sempre lucida, di un Dezotti che continua ad esplorare con successo gli illimitati confini della mediocrità, di un Pisa tutt'altro che sprovveduto, forse penalizzato nel primo tempo dalla mancata concessione di un rigore, dopo un sospetto contrasto fra Monti e Severeyns, lo straniero ritrovato, davvero bravo nei suoi assolo palla al piede con i quali metteva in affanno l'intera difesa di Materazzi. Il buon Anconetani, sfruculiato sull'argomento rigore ha estratto dal suo vocabolario un linguaggio da trapezista, perennemente in bilico fra l'ironia e la voglia di esplodere: «Il rigore? Non l'ho visto. Prometto che lo guarderò in tv, non certo alla moviola, visto che quella a noi ci ignora sempre...»' Naturalmente il marpione ha visto fin troppo bene e lo ammette col sorriso sulle labbra: «Qualche bugia, ogni tanto, la posso dire anch'io, no ?». Poi il gran finale con una battuta presa in prestito dal «violese» più ostico: «Sapevo già da molto che di primi tempi come questo ce ne sarebbero stati tanti».

Allude forse a una congiura per spedire il suo Pisa in B ? Se ha davvero sbagliato, l'arbitro ha già comunque ricevuto la punizione: pochi attimi prima dell'intervallo, il collo del piede di Pezzella si è trovato sulla traiettoria dei tacchetti di Been, centrocampista pisano. L'impatto, assolutamente involontario, ha costretto l'arbitro a trascinarsi per il campo fino allo scadere del tempo. Negli spogliatoi i sanitari della Lazio lo hanno poi rimesso a posto con una borsa di ghiaccio e una fasciatura. Uno a zero. Decisiva vittoria.

Mentre i giocatori della Lazio, combattono per la sopravvivenza in serie A, dietro le quinte si sta giocando un'altra partita il cui esito influenzerà in maniera decisiva il destino di questa società e, nel caso finisca per prevalere una certa ipotesi, l'intero calcio italiano. L'azionista di maggioranza. Renato Bocchi, è disposto a cedere il suo 51%. L'operazione costa sette miliardi e vede intorno al tavolo tre acquirenti, in lotta per il possesso della Lazio. La prima pista conduce a Calleri: l'attuale presidente dei biancocelesti ambisce a diventarne anche il padrone. Piccolo problema: e i sette miliardi ? Calleri si sta dando da fare per trovarli e secondo alcuni li avrebbe già depositati in banca, al fine di assicurarsi un diritto di prelazione sul «pacchetto» di Bocchi. Quei quattrini sarebbero il frutto della cessione di Gregucci e Rizzolo a un grande club del Nord (si fa il nome della Juve), ma Calleri smentisce tutto. Il secondo aspirante alla poltrona presidenziale è Luciano Gaucci, ex dirigente romanista, ma di purissima fede laziale, noto alle cronache sportive per essere stato il proprietario di Tony Bin.

Adesso che ha venduto il cavallo, vorrebbe comprarsi la squadra del cuore. Ha dalla sua un legame particolare con Bocchi: entrambi appartengono alla corrente di Giulio Andreotti e si sa che da tempo il ministro degli Esteri, tifoso giallorosso con figlio laziale, cerca di dare un assetto più solido ai due club. Eccoci, infine, alla terza e più clamorosa ipotesi, che porta il nome di un «star» della finanza: Raul Gardini. L'imprenditore ravennate non ama il calcio e nei giorni scorsi aveva ribadito, tramite i suoi collaboratori, il suo totale disinteresse per il pacchetto azionario di Bocchi. Ma non tutto il vertice della Montedison la pensa come lui: i gardiniani di stanza a Roma delirano per la Lazio e stanno cercando di convincere il loro patron ad avallare un'operazione che dovrebbe ricalcare, per certi versi, quella appena portata a termine nel basket.

L'acquisto della Phonola (che il prossimo anno si chiamerà «Messaggero», il giornale della Montedison) è stato effettuato dagli uomini del gruppo, senza che Gardini si esponesse in prima persona. Perché non ripetere lo stesso copione anche nel calcio? Sergio Cragnotti, vicepresidente dell'Enimont (una delle tante province dell'impero di Gardini) è laziale dalla nascita e assumerebbe di buon grado l'onere della presidenza. I tifosi attendono col fiato sospeso e il cuore gonfio di speranze. Un simile evento rivoluzionerebbe le gerarchie del calcio romano e segnerebbe l'ingresso nel calcio, dopo Fiat e Berlusconi, di un terza grande forza economica. E a quel punto mancherebbe soltanto De Benedetti.

Fonte: La Stampa