La rivolta dei tifosi biancocelesti alla cessione di Giuseppe Signori al Parma


Giuseppe Signori
Sergio Cragnotti
Calisto Tanzi e Sergio Cragnotti
Via Umberto Novaro n. 32 a Roma, sede della Società biancoceleste
Un momento della contestazione dei tifosi laziali
Scritte sui muri
Beppe Signori resta alla Lazio

Stagione

L'11 giugno 1995 il patron biancoceleste Sergio Cragnotti intavola una trattativa con il Parma di Calisto Tanzi per la cessione di Giuseppe Signori agli emiliani in cambio di 25 miliardi di lire. Oltre 5.000 persone sosteranno sotto la sede biancoceleste di Via Novaro per tutto il giorno, protestando vivacemente ma civilmente. Nel tardo pomeriggio il Presidente laziale Dino Zoff, sotto la spinta dei tifosi, annuncia l'annullamento della trattativa e conseguentemente il calciatore resta a Roma. E' la prima volta nella storia del calcio che la passione popolare costringe una Società a trattenere un calciatore vista la ferrea volontà dei tifosi.

In questa pagina ripercorriamo, dagli articoli di vari organi di stampa, la cronaca di "una sommossa popolare" che ha di fatto impedito la cessione del bomber idolo dei tifosi biancocelesti.


La Repubblica dell'11 giugno 1995 titola: "Roma si ribella. Signori non parte".

L'articolo prosegue: La rivolta della Roma biancoceleste ha fermato la mano di Sergio Cragnotti. Al termine di una convulsa giornata, scandita da cortei di protesta che hanno attraversato la città, mentre un assedio dei tifosi circondava la sede della Lazio, e dopo che a Parma Calisto Tanzi aveva già rivelato l'accordo, è arrivato l'annuncio di Dino Zoff: Giuseppe Signori era ritirato dal mercato, era stato tutto un brutto sogno, l'atleta più amato dai laziali restava a Roma. "Non siamo stati capiti" è stata la prima giustificazione del presidente, che in questa vicenda sembra avere recitato un ruolo di moderatore sugli slanci di vendita dell'azionista di riferimento. "Tutto è successo così in fretta che, prima di avere il tempo di pensare è scoppiata la bomba". Ma una volta saltato l'accordo, mentre il bilancio della piazza si limitava a esigui danni, a esplodere era l'irritazione di Cragnotti. "Vendo, mi dimetto da tutte le cariche. Sono molto amareggiato e non intendo più occuparmi di sport" è stato il suo commento, seguito da un comunicato ufficiale della Cragnotti & Partners, la holding che detiene il 100% del pacchetto azionario della Lazio. "A seguito dei gravi e intollerabili fatti - spiegava il comunicato - avvenuti dopo la divulgazione da parte della SS. Lazio delle notizie in merito alle trattative per la cessione del giocatore Giuseppe Signori, la C&P darà mandato a un Istituto specializzato per la cessione del pacchetto azionario della Lazio, non ritenendo di poter subire limitazioni nella gestione della propria partecipata, sin qui condotta con ingenti investimenti. La Cragnotti & Partners sospende pertanto da questo momento qualunque coinvolgimento diretto nella gestione della società".

Composta la reazione a Parma alla notizia del ribaltamento della trattativa. "C'è delusione, ma nella vita c'è anche questo" commentava Calisto Tanzi, costretto a rimangiarsi in serata le dichiarazioni delle 15,30. Ora la società deve ripensare le sue strategie di mercato, dopo il "no" incassato anche da Roberto Baggio, e dopo il rifiuto ricevuto da Cecchi Gori per un'offerta da 35 miliardi per Batistuta, secondo quanto lo stesso presidente della Fiorentina ha ieri rivelato. Sono sospese per ora le cessioni che dovevano procurare il contante necessario per l'operazione-Signori. Analoghi problemi di mercato si riaffacciano per la Lazio: le ragioni economiche che avevano spinto Cragnotti a liberarsi di Signori, lo costringono a rimettere in vendita Winter e Casiraghi. Minacce e furore, quattromila in corteo. Quattro sono stati gli elementi che hanno giocato nella clamorosa decisione di rimangiarsi la cessione di Signori: la protesta dei tifosi, una riunione con i dirigenti della Banca di Roma, la perplessità di Zoff e l'ostilità dello stesso giocatore.

Al termine di due giorni di choc generalizzato, con interventi disperati alle radio private, sulla vaga indicazione di recarsi comunque davanti alla sede, da ieri mattina cominciava il pellegrinaggio e già in mattinata un centinaio di tifosi presidiava il portone, dietro il quale, inizialmente c'era solo Zoff. Venivano appesi dei manifesti, con accuse a Cragnotti di essere un Giuda, e iniziavano cori ostili degli Irriducibili. A mezzogiorno usciva Zoff, per avviarsi al summit dell'Eur, con Cragnotti e con Geronzi, grande orchestratore di vicende finanziarie romane e alleato di Cragnotti in tanti affari. C'era ancora la prenotazione sul volo Alitalia per il Sudamerica, mentre la folla cresceva e continuava il tam tam radiofonico. C'era da fare la valutazione finale sull'affare, capire cosa comportava in termini tecnici ed economici la conclusione della vendita o la rinuncia ai 25 miliardi. Dal Brasile intanto arriva la voce infuriata di Giuseppe Signori, che ha percepito come la protesta stia montando e comincia a preoccuparsi che, alla fine, la responsabilità ricada su di lui. "Non voglio casini. A Roma sto bene, ho una bambina piccola, non me ne voglio andare. Sono deluso: pensavo di essere in sintonia con questa società, invece hanno fatto tutto loro. E' assurdo che io sia l'ultimo a sapere le cose. Comunque deciderò io". Appena dopo le due un migliaio di tifosi davanti alla sede: la strada è stretta, a ridosso, del muro dei vecchi studi della Rai di via Teulada.

L'assemblea si spacca: una metà decide di iniziare un esodo per le strade di Roma, l'altra metà rimane, a fare gli onori di casa agli ultrà ritardatari. Il corteo inizia una marcia piuttosto rapida che in un paio di ore lo porterà fino a piazza Barberini e ritorno. C'è un motivo per arrivare fin là, ci sono gli uffici della Cragnotti & Partners, sotto i quali, sin da domenica c'è l'invito a Cragnotti ad andarsene: dove non arrivò la voce, poté lo spray. E' un corteo animato, i negozianti abbassano le serrande al passaggio, ma i danni sono limitati: un agente è ferito leggermente e ricoverato, vengono rovesciati dei cassonetti. Gli Irriducibili lanciano un paio di fumogeni, la polizia fa una carica dietro al parlamento, viene rotta una vetrina che esponeva una maglia della Juventus, qualche macchina ammaccata. Sulla via del ritorno verso la sede, il corteo ramazza per Roma gli altri tifosi sofferenti, quando si ripresentano davanti alla Lazio sono quasi quattromila, sotto un'unico striscione, un telo dipinto raffigurante un Signori incoronato. C'è rabbia, furore, l'imprevedibile conclusione della vicenda non è minimamente pensabile. Nel frattempo, lontano dagli scudi dei poliziotti e dagli elicotteri che appaiono in alto, comincia la riunione decisiva dei dirigenti laziali, assistiti, per così dire, dalla copertura di Geronzi.

Cragnotti ribadisce la sua volontà di vendere, ma Zoff inizia la sua opera per illustrare realisticamente il significato di questa cessione, soprattutto dal punto di vista tecnico. In fondo al contratto ci deve essere la sua firma e il presidente, il Mito, si accorge che è una firma difficile da apporre, soprattutto in mancanza di un programma chiaro per sostituire efficacemente il capitano che se ne va. Il presidente è a metà strada, tra le esigenze del suo azionista e i dubbi tecnici che devono essere affiorati anche in Zeman, che Zoff in seguito confesserà di aver sentito più volte, e dal quale deve avere incassato delle esitazioni. Clamorosamente il summit si conclude con la decisione di tenere Signori. A confortare Cragnotti c'è la certezza di avere comunque l'appoggio del Banco di Roma, così da tamponare eventualmente i buchi che andavano riempiti con i 25 miliardi del Parma. Dall'altra parte Zoff avrebbe anche manifestato l'intenzione di dimettersi se Cragnotti avesse insistito nella cessione. E' lui il grande vincitore della giornata, tanto più che è lui che deve annunciare la buona novella all'assemblea dei tifosi che continua il sit in divorando gelati. Zoff riappare in sede attraversando la folla come un messia. Si porta dietro una delegazione e rivela agli Irriducibili l'avverarsi del sogno: di solito queste favole non si concludono così.

Questa è una ben strana società se invece Signori riesce a restare, se pensava di poter vendere il suo capitano senza contraccolpi e se ha desistito per le proteste dei suoi tifosi. Non ci sono spiegazioni convincenti del putiferio accaduto: "Sarebbe stato un sacrifico, non una smobilitazione. Era un'offerta allettante, meritava che la studiassimo, ma non eravamo andati molto avanti". Un'happy end che ha del miracoloso, una conclusione disneyana. Sullo sfondo resta solo l'ira di Cragnotti, e l'eterna ombra di Benetton alle spalle. "Spero che non lasci e che ci ripensi" è la voce di Signori, l'ultima nel giorno in cui Roma lo ha stretto a sé.


Il Corriere della Sera dell'11 giugno 1995 titola: "Signori non si tocca. E Cragnotti lascia. Manifestazioni e incidenti: i tifosi laziali obbligano la società al clamoroso dietro front. L'affare in fumo. La vendita al Parma del cannoniere per 25 miliardi scatena la rabbia. Cortei in centro, vetrine rotte e fumogeni. Poi Zoff annuncia: "Non lo vendiamo". E l'azionista di maggioranza si arrabbia e abbandona".

L'articolo prosegue: Tutto vero, anzi tutto ad un tratto capovolto, dopo troppe scene di massa per evitare il "tradimento", che l'imprenditore Sergio Cragnotti definiva "pura operazione finanziaria da 25 miliardi", sottovalutando questa lazialità ripristinata tre anni fa attorno a Beppe Signori. Tutto assurdo: l'accordo lungo la "via lattea", perfezionato dall'azionista di riferimento senza informare né Zoff né l'atleta ceduto; le motivazioni incentrate sul "sacrificio necessario" senza nessun ridimensionamento tecnico; le paure davanti all'ira dei tifosi; i rimorsi; la retromarcia che Tanzi non dimenticherà. Insomma, mentre tremila innamorati si mobilitano fra via Novaro e via dei Cappuccini, mentre certi isterismi riesumano desolati scorci d'altri tempi, sopraggiunge l'insperato colpo di scena. Cosa convince Cragnotti? Le ventilate dimissioni del proprio presidente? Lo smarrimento di Signori, capitano diventato parmigiano almeno per tre giorni e comunque risoluto nel rivendicare dal Brasile sentimenti laziali a prova di qualsiasi ingaggio miliardario? L'intercessione dei politici (Rutelli, Fini e signora) su piazza? Dino Zoff affronta una muraglia di cronisti con disagio: "Posso comunicarvi che Signori viene tolto dal mercato e rimarrà qui almeno fino al giugno '98, secondo scadenza contrattuale. Cragnotti è rimasto deluso dall'atteggiamento dei sostenitori, che non riescono a capire i suoi sforzi. La rinuncia al bomber gli sembrava utile al futuro rafforzamento della squadra. Amarezza comprensibile e il "patron" sta addirittura pensando di lasciare il pacchetto azionario".

E' proprio così: Cragnotti è furibondo. Durante il vertice dirigenziale dice: "Tenetevi Signori, me ne vado io". E più tardi conferma: "Ho appena abbandonato la Lazio, separandola dalla Cragnotti and Partners. Interverrà un istituto specializzato per l'intera vendita del pacchetto azionario. Non intendo subire limitazioni, i fatti accaduti sono gravi e intollerabili. Non si può condurre senza completa autonomia una sana gestione imprenditoriale". Intanto lo sgomento si trasforma in euforia. La riconquista di Beppegol, 66 reti in maglia biancoceleste, appare irreale almeno come l'annuncio quasi ufficiale d'addio. Però Zoff, preoccupato dai danni d'immagine, incalza: "Esisteva l'offerta da capogiro, giustamente verificata. No, niente di concluso, di definitivo! Per arrivarci sarebbe servita la mia firma, al di là d'ogni consenso reciproco. Diciamo che è capitato tutto all'improvviso. Come quando ti propongono di vendere la tua macchina, con una valutazione allettante. Uno riflette, soppesa i vantaggi e le complicazioni, poi decide... Il paragone rende l'idea: si può vacillare, immaginare alternative egualmente valide in senso tecnico, salvo superare i dubbi conservando quanto già costruito. Ecco, proporremo nella prossima stagione più o meno lo stesso gruppo, fermo restando l'unico problema Casiraghi da risolvere alle buste". Ore turbolente, dopo una notte insonne. La città laziale tempesta radio private: c'è chi piange e chi lancia appelli paventando lo sfascio del club che ha introitato quasi ventotto miliardi durante la stagione appena conclusa. La mattina prelude all'assedio laziale nei dintorni della sede presso il quartiere Prati e sotto gli uffici della "Cragnotti e Partners Capital Investment".

Importa nulla qua attorno d'una battaglia referendaria da poco scavalcata. Prevale Signori, la sua storia. Prevale l'esempio tramandato del povero Umberto Lenzini, che seppe resistere alle sirene nordiste, trattenendo Chinaglia. E Signori, attraverso ribadite dimostrazioni d'amore, ne sta ripercorrendo l'epopea. Lo sa, Sergio Cragnotti? Quale obbligo d'alta finanza gli impone d'accontentare Tanzi, disattendendo precisi proclami? Non aveva parlato di Milan del 2000? S'accavallano ipotesi sul tormentone del sopraggiunto impoverimento "cragnottiano", dopo avventure Enimont, poli chimici, acrobazie manageriali su sfondo internazionale. Insulti via fax e cori stradaroli: "Cragnotti p..., l'hai fatto per la grana" o "E urgente, un nuovo presidente". Accorrono agenti di polizia con caschi e scudi. Viene promesso d'accogliere una delegazione per placare gli animi. E ronza un elicottero sopra viale Mazzini. E le strade della contestazione diventano un tappeto di pomodori schiacciati e monetine di disprezzo. E subisce danni la vetrina d'un negozio. E serve un fumogeno per disperdere al Tritone alcuni scalmanati, che vorrebbero catapultare contenitori d'immondizia. Zoff sfuma: "Teniamo sostenitori passionali, ma chi gestisce non può dare retta solo al cuore. Occorre rispettare sempre un sano rapporto costi-ricavi". Adesso, soccorritore forse Cesare Geronzi, direttore generale della Banca di Roma, arrivano applausi. Adesso si può sgomberare inalberando cento immagini incoronate di Signori. Il feticcio non si muove.

Dal Brasile, dove si trova in "tournée" con la Lazio, rimbalza l'ira di Beppe Signori. Parole pesanti a corredo del suo "no" deciso all'ipotesi Parma. "In tutta questa vicenda non ho responsabilità. Io, Beppe Signori, non voglio casini perché non sono stato certo io a chiedere di andarmene. Desidero restare a Roma, ho appena comperato casa, ho una bambina piccola, ormai conosco tutti, mi sono ambientato e mi trovo benissimo. Ripeto per evitare fraintendimenti: io voglio rimanere". Beppe gol non ha digerito il comportamento di Cragnotti, tanto decisionista da scordarsi di contattare lui, il diretto interessato: "Hanno fatto tutto loro e l'ultimo a saperlo sono stato proprio io - denuncia l'attaccante , volevo vincere qualcosa a Roma, con la Lazio, e comunque quello che decide sono io, non certo l'azionista di maggioranza o il presidente". Forte della sua lazialità riconquistata, Signori si è poi avventurato in un appello alla tifoseria: "Non posso che essere contento di rimanere alla Lazio, ha concluso, sono certo che ora i tifosi confermeranno con gli abbonamenti l'affetto dimostrato nei miei confronti. Ricordo che il nostro traguardo è sempre stato quello delle 40.000 tessere. Sarebbe un altro segno dell'affetto per me e della gratitudine per Cragnotti".

Più forte dei referendum. Della vittoria di Berlusconi. La notizia di Signori al Parma ha sbancato Roma e fatto il giro della città in pochi minuti. Gianfranco Fini, leader di Alleanza nazionale, e Francesco Rutelli, sindaco di Roma, sono laziali dichiarati e hanno consumato prima della colazione le righe di tutti i giornali che riportavano la confessione di Sergio Cragnotti, il proprietario della società biancoceleste. "Manca solo la firma, ma ho venduto Signori al Parma per 25 miliardi. Ecco perché". Fini è laziale, ma più laziale di lui è la moglie, signora Daniela, immancabile la domenica nella tribuna d'onore dello stadio Olimpico. La reazione dell'uomo politico è sembrata pacata e poco sentimentale. Naturalmente prima di essere raggiunto dalla notizia che l'affare era saltato. "Quando una tifoseria vede ammainare una bandiera è logico che scatti il malcontento - ha detto Fini - comprensibili quindi le proteste dei tifosi laziali, ma evidentemente le esigenze societarie in questo momento sono diverse dai desideri del pubblico".

Più rabbiosa, invece, pare sia stata la reazione della signora Daniela, che secondo alcune voci si sarebbe addirittura mossa per cercare di convincere la dirigenza laziale a non portare a compimento l'operazione. "Se mia moglie ha partecipato alla manifestazione dei tifosi? Può darsi - ha detto ancora Fini - visto che l'ho cercata e non l'ho trovata in casa...". Ironico, invece, era stato Rutelli. Di un'ironia amara. "E una questione di latte..." ha commentato il sindaco, alludendo agli stretti rapporti imprenditoriali tra Cragnotti (proprietario della Polenghi Lombardo) e Tanzi (proprietario del Parma e della Parmalat). Ma altro non ha voluto aggiungere. "Aspettiamo. Vediamo più tardi", come fosse stato colto da un presentimento. Sospettoso infine Guglielmo Loy, segretario generale della Uil di Roma e del Lazio. "Non posso non pensare al possibile legame tra la cessione di Signori e i rapporti tra Cragnotti e Tanzi. Magari Cragnotti ha dato via libera all'operazione ottenendo in cambio dal patron del Parma la promessa di ritirarsi dalla corsa per la centrale del latte di Roma".


La Stampa del 13 giugno 1995 titola: "Tifosi biancazzurri scatenati dopo che il Parma si era assicurato il bomber per 25 miliardi. Scoppia la rivolta, Signori non parte più. Cragnotti cede: ma venderò la Lazio, basta col calcio".

L'articolo prosegue: I consigli di Zoff, il no di Signori (ripetuto per telefono dal Brasile), il no di Zeman, soprattutto la rabbia di duemila tifosi scatenati nelle vie del centro: è saltato cosi, ieri, il grande "colpo" del mercato. Cragnotti ha dovuto piegarsi. Pomodori, pietre, insulti: troppo, per l'azionista di maggioranza che ora è deciso a lasciare. "Frutto della delusione: io credo e spero che non lo faccia" dice Zoff. Ma alle 20 arriva il comunicato: "La Cragnotti & Partners darà mandato a un istituto specializzato per la cessione del 100% del pacchetto azionario della SS Lazio. La C&P e il suo presidente Sergio Cragnotti sospendono qualunque coinvolgimento nella gestione interna della società di calcio". Il comunicato afferma pure che "i gravi e intollerabili fatti avvenuti dopo la divulgazione delle notizie in merito alla trattativa per la cessione di Signori determinano l'impossibilità a condurre una sana gestione imprenditoriale, a conservare l'irrinunciabile autonomia delle scelte, anche tecniche". Mentre dalle radio romane continuano a piovere insulti e sembra che ci siano state anche minacce ai figli di Cragnotti, il finanziere ribalta la situazione. Senza di lui la Lazio andrebbe incontro a una pesante crisi economica, rischierebbe di non essere iscritta al campionato. C'è un buco, in Lega, e c'era un piano per risanarlo: ma con Cragnotti. Sembra che la Banca di Roma vanti crediti per 60 miliardi.

E dovrebbe essere proprio l'istituto romano a gestire la vendita. Difficile trovare un nuovo padrone. Ma Cragnotti sembra assolutamente deciso e ribadisce, duro: "Mi dimetto da tutte le cariche. Sono molto amareggiato e non intendo occuparmi più di sport". Sono stati due giorni duri per la società biancazzura. I cori ("Se Signori se ne va, bruceremo la città") risuonavano ieri davanti alla sede laziale stretta d'assedio. Colpo di scena alle 19: Cragnotti manda avanti il presidente Zoff. Tratti lui con i tifosi e la stampa. E arriva, così, un'altra prova di debolezza: Zoff parla prima con i caporioni, poi affronta i giornalisti e annuncia: "Signori resta alla Lazio, e fuori mercato". Si arrabbia il Parma che nel pomeriggio aveva dato per scontato l'arrivo di Signori, fa una brutta figura la Lazio anche se Zoff si dimostra abile diplomatico: "Cragnotti è molto deluso, arrabbiato. Credeva che i tifosi avrebbero capito. La cessione di Signori era una sacrificio, ma con quei 25 miliardi si sarebbe potuto rinforzare la società. Non è stato possibile e ora Cragnotti ha in mente di vendere le azioni. Ha fatto molto per la Lazio, non si è voluto capire che si trattava di un sacrificio, non di una smobilitazione. Spero che la cessione delle azioni sia una possibilità remota, che non si realizzi mai". Viaggio in Brasile ovviamente annullato. Ma che credibilità può avere adesso la Lazio? La società sembra in mano ai tifosi.

Era tutto fatto, lo ha detto lo stesso Cragnotti, poi la rivolta ha forzato la mano. Ancora Zoff: "Non ci siamo arresi ai tifosi. Certo la protesta ha avuto un peso, ma sono state considerate tante cose. Tra finanzieri si fa presto a intendersi, capisco Tanzi e Cragnotti, ma il calcio è cosa più complicata degli affari. Per spiegare come è saltata la cessione di Signori, vi faccio un esempio: arriva un amico e per la vostra macchina offre una cifra superiore alle aspettative. Rimanete sorpresi, vi entusiasmate, poi cominciate a pensare: a quanto resterete senza macchina, se andrete a piedi o in taxi e quanto vi costerà l'auto nuova. E alla fine rinunciate. Così sono sfumati 25 miliardi per Signori. I tifosi non sono stati determinanti, e non era questione di soldi: se la cosa doveva per forza essere fatta, si sarebbe fatta". E la squadra? Ci saranno altre cessioni? "Non ci saranno grossi acquisti. C'è da risolvere il problema Casiraghi, alle buste con il Milan. E il caso Winter che non vuole firmare il rinnovo; se non arriva una maxi-offerta, resta. Con un anno in più alle spalle, Zeman e i giocatori potranno lottare ugualmente per lo scudetto. La squadra è competitiva, ma Cragnotti è molto demoralizzato: io credo gli si debba riconoscenza". E Signori, dal Brasile: "Sono molto contento, ma adesso mi aspetto quarantamila abbonamenti". Ma che Lazio sarà?


Sempre dal quotidiano torinese riportiamo la cronaca dei momenti di protesta dei tifosi biancocelesti:

A Roma è quasi guerriglia. Vetrine sfondate, aggredito un agente. Urla, slogan, pugni alzati. E dall'altra parte blindati, elicotteri, volanti, manganelli, elmetti. S'è sfiorata la guerriglia metropolitana, ieri, nel salotto buono di Roma. Polizia e carabinieri hanno fronteggiato a lungo una manifestazione di tifosi laziali che protestavano per la vendita del loro idolo, il centravanti Beppe Signori. Uno solo il colpevole, l'azionista Sergio Cragnotti. E infatti gli slogan erano tutti per lui: "Cragnotti come Gardini", "Cragnotti puttana, lo hai fatto per la grana", "Signori resta con noi". Erano ultrà da stadio, che per una volta si sono visti di lunedì e hanno accarezzato l'idea di mettere a ferro e fuoco non lo stadio, ma il centro. "Se Signori se ne va, noi bruciamo la città". Non era una minaccia campata in aria. Quasi duemila, a quel punto, assediavano la sede della Lazio, dietro via Teulada. E si sono sfogati, grandi e piccini, con cori velenosi e lancio di monetine. Poi, velocissimi e imprevedibili, in quattrocento hanno attraversato il Tevere c si sono diretti verso palazzo Chigi.

In quello stesso momento, ospiti di Lamberto Dini, dentro il palazzo erano arrivati i ministri dell'Interno e della Giustizia, più una decina di procuratori antimafia. Fuori c'era la solita sorveglianza, un po' ciondolona, ma non distratta. I tifosi, noi frattempo, si erano divisi in gruppetti. Urlando a squarciagola, sono passati per le stradine laterali. E nulla sembrava fermarli. Li hanno visti attraversare in un lampo via del Leoncino: quando hanno incontrato una macchina, gli sono saliti sopra in tre come niente fosse. Gli stessi, poi, hanno incontrato un malcapitato fotoreporter, che andava cercando ispirazione. L'hanno malmenato ben bene e gli hanno anche portato via le macchine fotografiche. Sono finalmente sbucati in via del Corso a non più di cinquanta metri dal palazzo Chigi. E a quel punto è scattato l'allarme. I poliziotti sono usciti precipitosamente dal palazzo con i manganelli in mano. E loro, sempre urlando slogan da curva, hanno deviato per via del Tritone non senza lanciare altre invettive e rovesciare i contenitori dell'immondizia. Per un momento hanno anche provato a fare resistenza. "Vogliamo un decreto salva-Signori". Magari speravano nell'intervento provvidenziale di qualche politico-tifoso. Di Gianfranco Fini, ad esempio, che nelle stesse ore commentava: "E' naturale che una tifoseria quando vede ammainare la bandiera protesti. Ma le esigenze della società, si sa, sono diverse". Oppure del sindaco Franceso Rutelli: "Sì, lo so. La Lazio ha venduto Signori. Però non è una questiono politica, ma di latte...". Tensione, dunque, sotto le finestre di Dini. Poi so ne sono andati verso il loro vero obiettivo, poco distante: lo studio privato di Cragnotti.

Ma anche lì, in via dei Cappuccini, li aspettavano con i manganelli in mano. Non li hanno nemmeno fatti avvicinare. Così si sono limitati a lanciare qualche altro urlo. E sono tornati verso la sede della società. A questo punto, però, i quattrocento ultras erano molto più arrabbiati di prima. E così si sono sfogati contro le vetrine di via Margutta. Quando sono arrivati a via Novaro hanno pure aggredito un poliziotto che era lì di guardia. Ma per fortuna la cosa s'è fermata lì. La polizia non ha forzato la mano e ha preferito controllare gli eventi da lontano. I tifosi, intanto, si apprestavano a un lungo assedio. Finché non s'è sparsa una voce che li ha calmati tutti: Zoff si dimette, o rientra la vendita o lui lascia la società. La voce non era vera, anzi. In quello stesso momento il presidente della società incontrava i giornalisti e spiegava le ragioni di bilancio che avevano spinto verso una scelta tanto dolorosa. E poi è arrivata la notizia (vera) tanto attesa. Signori viene tolto dal mercato. A dare l'annuncio, tra il giubilo dei vincenti, più di quel capotifoso che ora stato accolto da Zoff, è stata una radio privata. Gli speaker di "Radio Incontro" e di "Radio Radio", infatti, hanno seguito la protesta in ogni piega. Più da tifosi, c'è da dire, che da giornalisti. E alla fine quelli di "Radio Radio" esultavano: "Ci ha chiamati Giobatta Signori, papà di Beppe. Ci ha detto che suo figlio mai e poi mai avrebbe firmato con il Parma...". Fuori esultano anche di più.


Da La Repubblica del 14 giugno 1995:

Finita la rivoluzione adesso si raccolgono i cocci. Aver fatto saltare la cessione di Signori, se ha fatto felici i tifosi, non ha risolto i problemi della Lazio ma ne ha aperti altri. Il giorno dopo l'ira di Sergio Cragnotti non è sbollita, anzi. Ed ora si è fatta difficile la posizione di Dino Zoff, per opzioni divergenti da quelle del padrone. Dalla furibonda giornata di lunedì la Lazio è uscita scollata. I giocatori dal Brasile hanno inviato un fax a Cragnotti per invitarlo a non andarsene. Ma Cragnotti ragiona da finanziere: c'era la possibilità di fare un affare e gli è stato impedito. Dietro di sé ha la Banca di Roma che lo appoggiato. "Se credi che sia un affare, fallo" era stato il consiglio. E Cesare Geronzi, il direttore generale della Banca di Roma, ha precisato ieri, smussando i toni ma confermando la sostanza: "Il calcio è un'azienda anomala ma va comunque gestita con economicità. La dissolutezza porta al crollo: l'azione della Lazio merita rispetto. Comunque è ovvio che l'eventuale uscita di Cragnotti significherebbe la fine della nostra sponsorizzazione".

La Lazio ha un indebitamento di 25 miliardi, proprio la cifra che Cragnotti avrebbe recuperato dalla cessione di Signori. E qualcuno non esclude che l'affare potrebbe riaprirsi clamorosamente, più in là, con acque più calme. Il primo a cadere in disgrazia, comunque, è Zoff, del quale Cragnotti non ha gradito la resistenza (e tutto fa pensare che non sia stato tenuto sempre al corrente delle trattative). Il presidente è stato sensibile agli umori della piazza e ha fatto presente con forza le considerazioni tecniche, i due fattori che sconsigliavano la cessione; ma è stato meno sensibile agli interessi del proprietario del 100% delle azioni. "Sto sempre dalla parte di Cragnotti" ha ripetuto ieri Zoff, dicendosi preoccupato della resa dell'azionista. "Della mia posizione in caso di abbandono da parte di Cragnotti - ha aggiunto - non è il caso di parlare. E' chiaro però che io sono uomo di Cragnotti, legato a lui e quindi totalmente dalla sua parte". L'intendimento di Cragnotti è quello di sollevare Zoff dalle sue responsabilità di presidente, la cui firma è necessaria in calce a ogni contratto. E questo senza licenziarlo, tenuto conto che Zoff avrebbe ancora sette anni di contratto. L'entusiasmo di Cragnotti verso la cessione era dettata anche dal desiderio di dividere una coppia Signori-Boksic, due che non si sono mai amati.

E' arrivata l'offerta del Parma, grande occasione per un divorzio, e questo a prescindere dalla preferenza che Cragnotti ha sempre avuto per il croato. Ora si cerca di capire chi possa essere un potenziale acquirente della società. Il nome che si riaffaccia sempre è quello di Benetton, ma da Treviso arrivano smentite. A Roma c'è lo show del professor Antinori, il ginecologo che si è detto disposto a rilevare la società " avendo alle spalle facoltosi industriali. Non riusciamo però ad avere un contatto con Cragnotti". Ma i tifosi temono che la vicenda non sia chiusa, che presto Cragnotti torni dal Parma per riproporgli Signori: "E noi scenderemo di nuovo in piazza" promettono gli Irriducibili.


Dall'archivio della Gazzetta di Parma:

Beppe Signori verso il Parma nel '95: l'affare saltò. Estate 1995: il Parma vuole un grande bomber e punta su Beppe Signori. La rivolta dei tifosi della Lazio fa però saltare l'affare. L'episodio rischia di scavare un fosso profondo fra Parma e Lazio. L'11 giugno 1995 la Lazio annuncia la cessione del suo capitano Beppe Signori al Parma. La società crociata ha appena vinto la Coppa Uefa ma ha lasciato alla Juve, al termine di un'annata straordinaria, lo scudetto e la Coppa Italia. Tanzi e Pastorello hanno individuato in Signori il tassello che può colmare il gap dai bianconeri. Solo che a Roma i tifosi vanno in strada, e si fanno filmare dalle tv mentre distruggono confezioni di latte Parmalat. Cragnotti fa così marcia indietro, e rinuncia alla cessione, con grande soddisfazione del presidente Zoff. Tanzi incassa con stile e si rifarà (sulla carta) poche settimane dopo, andando a prendere a Barcellona il Pallone d'Oro in carica Hristo Stoichkov.



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