Prini Maurilio


Maurilio Prini
(Dono del sig. Fabrizio Postiglioni)

Attaccante, nato a Sieci di Pontassieve (FI) il 17 agosto 1932, deceduto il 29 aprile 2009.

Inizia nelle giovanili del Pontassieve e nel 1950/51 passa nell'Empoli dove rimane per due stagioni in serie C. Viene notato da un osservatore della Fiorentina che lo porta nella società viola. Rimane a Firenze per sei stagioni e gioca sempre da titolare. Gioca anche nella finale di Coppa dei Campioni della stagione 1956/57. Nel periodo di permanenza tra i viola gioca anche tre volte in Nazionale.

La Lazio lo acquista nel 1958 dalla Fiorentina. Di lui scrive Luca Giannelli nel libro "I Magnifici 11" (ed. Scramasax) che racconta la conquista del primo Scudetto dei viola: "Può essere considerato la prima ala-tornante del calcio italiano. Era arrivato in viola nel 1952 dall'Empoli. Nella stagione dello scudetto l'allenatore Bernardini lo utilizzò all'ala sinistra in seguito ad un infortunio di Bizzarri e divenne inamovibile, fornendo un'interpretazione del ruolo all'epoca del tutto 'originale' giocando in pratica da mediano laterale. Grazie al suo dinamismo e alla generosità ed ai grandi polmoni percorreva su e giù senza sosta la fascia sinistra aiutando l'attacco e quindi andando a coprire in qualità di difensore aggiunto qualsiasi compagno si sganciasse. La sua importanza tattica fu fondamentale per la vittoria del primo scudetto viola"

Disputa cinque stagioni in maglia biancoceleste. Suo il goal, proprio contro la sua ex squadra, che permette alla Lazio di vincere la sua prima Coppa Italia nel 1958. Nel 1962 viene ceduto al Prato. Con la Lazio colleziona 69 presenze e 7 goal in Campionato. Terminata la carriera di giocatore, intraprende con buoni risultati quella di allenatore. E' stato, fino al giorno della sua scomparsa, Presidente onorario del Sieci. Partecipa il 24 settembre 2008 alla celebrazione, presso lo stadio Olimpico, del cinquantesimo anniversario dalla conquista del prestigioso trofeo nazionale insieme a Bob Lovati e Franco Janich.

Palmares

  • 1 Coppa Italia.png Coppa Italia (Lazio) nel 1957/58
  • 1 Coppa delle Alpi.jpg Coppa delle Alpi (per nazioni) nel 1961





Per l'occasione, rilascia un'intervista a Daniele Magliocchetti, per Il Messaggero:


Maurilio Prini, classe 1932, attaccante della Lazio dal ’58 al ’62, per lui 84 presenze e 9 reti, tra cui quella segnata il 24 settembre del 1958 alla Fiorentina. Una leggenda, insomma.

«Non scherziamo, sono stato una buona ala sinistra e ho giocato a un discreto livello sia con la Fiorentina sia con la Lazio», dice Prini.

Ha contribuito al primo trofeo della storia biancoceleste.

«Una grande soddisfazione: vincere in una città come Roma e in una società di calcio tra le più antiche d’Italia ma che non aveva vinto nulla, almeno fino a quel giorno. Ma poi anche perché..».

Continui.

«Grazie a quella vittoria riuscii a comprare l’appartamento dove vivo tutt’ora. Il presidente Siliato, persona meravigliosa, diede a tutti noi un assegno di settecentomila lire, trecento per la semifinale e quattrocento per la finale. All’epoca erano davvero tanti soldi».

Domani saranno cinquanta anni da quella vittoria.

«Me lo stanno ricordando un po’ di amici e la Lazio stessa, che mi ha invitato all’Olimpico domani sera. Sono orgoglioso e felice di festeggiare con la Lazio».

Racconti di quel 24 settembre.

«L’Olimpico pieno di gente impazzita appena l’arbitro Marchese fischiò la fine e Bernardini, il nostro mister, in mezzo al campo che piangeva con un cestino di uva in mano. E noi che festeggiavamo come bambini».

Alla mezzora del primo tempo, lei di testa beffò Sarti. Una rete che bastò alla Lazio per vincere.

«Ho settantasei anni, ma ricordo bene quel momento. C’era Pozzan, mio compagno e gran giocatore, che stava per calciare una punizione dal vertice sinistro dell’area. Battè una palla tesa, io ero in corsa, entrai in area e in tuffo riuscii a battere il portiere della Fiorentina. Ma la verità è che la presi male quella palla, molto male. La spizzai di lato, forse entrò proprio per questo. Sarti, che si accorse di questo, ogni volta mi ripete: che fortuna che hai avuto quella volta lì. Non gli è andata giù».

Lei è fiorentino e arrivava proprio dalla società viola.

«Il giorno della finale esultai perché ero contento, ci mancherebbe, ma sinceramente dentro di me rimasi un po’ così così. Sa, erano stati miei compagni fino a due mesi prima, normale».

Cosa ha rappresentato la Lazio per lei?

«Un momento bellissimo della mia vita, Roma è una città fantastica, noi ci allenavamo a Tor di Quinto e c’era tanta gente che veniva a sostenerci, soprattutto quella famosa settimana. Ma concedetemelo, il cuore è alla Fiorentina. Sono nato e vivo attualmente a Sieci, a dieci km da Firenze e lì ho giocato per sei anni».



Un'intervista rilasciata a Fabrizio Stramacci nel Marzo 2008:


Cosa ricorda del suo arrivo a Roma nel giugno 1958 e quali furono le prime sensazioni nell’approdare alla Lazio?

La trattativa fu molto breve e in poche ore si può dire passai dalla maglia viola che avevo indossato per sei anni a quella biancoceleste. Le prime settimane furono complicate per trovare un alloggio, tanto che feci spesso la spola per tornare a Firenze. Il problema era che mia moglie era in attesa del nostro primo figlio ed ero così un po’ preoccupato. Poi trovai un appartamentino in via Gualdo Tadino e riunita la famiglia mi sentii sollevato. Roma la trovai subito una città accogliente e con un tipo di vita davvero adorabile. Ho trascorso così quattro anni indimenticabili della mia vita.

Il fatto di essere presentato come “il cocco di Bernardini” le dava fastidio?

Assolutamente no, anzi la cosa mi rendeva orgoglioso. Per me il dottore non era solamente il mio allenatore, ma un padre per me. Questa non è solo una frase fatta, ma io avevo perduto papà quando questi aveva appena 50 anni e mia madre si era raccomandata a lui per seguirmi come un figlio. Il sostegno e l’affetto che ho ricevuto da Bernardini in tanti anni è stata una delle cose più significative per me.

Con quali compagni di squadra legò maggiormente?

Ho avuto un rapporto ottimo con tutti, ma oltre a Claudio Bizzarri che conoscevo da quattro anni e con il quale ne trascorsi altrettanti alla Lazio, mi vedevo spesso con Ugo Pozzan e Franco Carradori.

Lei è ricordato come la prima ala tornante del nostro calcio...

Questo è vero e mi fa piacere aver trovato un mio piccolo spazio in questo bellissimo sport. Io ero un attaccante puro in origine, poi un’intuizione di Bernardini, mi portò a giocare avanti e indietro sulla fascia sinistra, rafforzando la mediana e al tempo stesso con la mia velocità di base di affondare all’improvviso anche all’attacco. L’equilibrio tattico espresso dalla grande Fiorentina del ’56 prevedeva lo stesso lavoro anche sulla destra. E con il numero sette giocava Julinho, secondo me il più grande calciatore straniero mai giunto in Italia nel dopoguerra. Era fantastico, pesava quanto il sottoscritto, 78 chili, quindi non era leggerino, ma aveva una rapidità di gambe mostruosa. Per lui era tutto facile, corsa, dribbling, passaggi, conclusioni a rete. Tatticamente poi sapeva stare al punto giusto al momento giusto. Un fenomeno.

A proposito di brasiliani, quando la nazionale verdeoro vinse il mondiale in Svezia furono in molti a raffrontare come tipo di gioco quella squadra alla vostra.

Certo vi erano delle similitudini nello schema adottato, ma quelli erano di un altro pianeta, ce ne accorgemmo quando vennero a Firenze per quell’amichevole prima della partenza per Stoccolma. Qualcuno scrisse che Zagalo era il Prini del Brasile ! Mi viene da ridere ancora…

Ad un certo punto dell'estate,la clamorosa cessione di Selmosson alla Roma creò un mare di polemiche in casa Lazio e la maglia numero undici dello svedese passò a tutti gli effetti sulle sue spalle. Ci fu da parte sua qualche imbarazzo?

I tifosi si sa sono passionali e a Roma poi la rivalità tra le due squadre era fortissima. Qualche fischio di rabbia può esserci stato, ma io risposi sul campo con delle prestazioni davvero buone. Segnai alla prima giornata di Campionato alla Sampdoria e poi quel gol nella finale di Coppa Italia.

Cosa provò a segnare un gol così importante a quella che era stata per anni la sua squadra, oltre al fatto di essere fiorentino?

Ricordo solamente che quando vidi il pallone in rete alle spalle di Sarti non capii più niente dall’emozione e venni travolto dai miei compagni. Ecco forse al momento della premiazione rimasi più composto di altri.

Può descrivere il gol decisivo della finale?

Una punizione ben calibrata di Pozzan dalla sinistra ed io mi butto in mezzo, nel cuore dell’area, come ero solito fare in quelle occasioni. Devo essere sincero? La mia intenzione era quella di colpire il pallone con la fronte e di indirizzarlo sul lato sinistro della porta, invece lo sfiorai con la tempia destra e il cuoio andò nella direzione opposta a quella voluta.

A Firenze glielo ricordano ancora quel colpo di testa?

Accidenti se me lo ricordano. Mi vedo spesso con i vecchi compagni della Fiorentina e Giuliano (Sarti n.d.r.) mi dice sempre “Maurilio hai avuto un culo da far ridere quella volta lì !”.





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