Domenica 7 gennaio 1996 - Napoli, stadio San Paolo - Napoli-Lazio 1-0

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7 gennaio 1996 - 2681 - Campionato di Serie A 1995/96 - XVI giornata

NAPOLI: Taglialatela, Pari, Ayala (82' Baldini), Cruz, Tarantino, Buso, Bordin, Pecchia, Pizzi (72' Boghossian), Agostini, Di Napoli (68' Policano). A disp.: Di Fusco, Imbriani. All. Sensibile. D.T. Boskov.

LAZIO: F.Mancini, Romano, Favalli, Marcolin, Negro, Chamot, Boksic, Gottardi (10' Nesta, 72' Piovanelli), Casiraghi (52' Rambaudi), Winter, Signori. A disp.: Orsi, Bergodi. All. Zeman.

Arbitro: Ceccarini (Livorno).

Marcatori: 23' Di Napoli.

Note: ammoniti Ayala, Casiraghi, Negro, Favalli. Espulsi: Boksic al 39' p.t. per manata; Tarantino 36' s.t. per doppia ammonizione. Calci d'angolo: 4-3.

Spettatori: 50.000.

Una fase della gara
Il goal di Di Napoli
Una fase della gara
Il biglietto in "Distinti" (arancione)
Il biglietto in "Tribuna Ospiti" (marrone)
Il biglietto del treno speciale per la gara
Una fase della gara

Al San Paolo sono tornati a risuonare i cori di gioia e ad esplodere i petardi dell'esultanza, come non accadeva da più di tre mesi. Ci voleva la Lazio per restituire al Napoli il piacevole sapore di una vittoria casalinga, che mancava dal 24 settembre. Ci voleva una squadra che ha incassato la quarta sconfitta consecutiva in trasferta, dove ha vinto soltanto una volta quattro mesi fa. Ci voleva una squadra che sul proprio campo è capace di strapazzare gli avversari ma che lontano dall'Olimpico ha segnato appena cinque gol. Ci voleva una squadra che possiede evidenti limiti di personalità e di temperamento e una preoccupante fragilità di nervi, testimoniata anche dall'inutile manata che Boksic ha rifilato a Bordin e che ha lasciato la Lazio in dieci dal 39' in poi. Eppure, per una ventina di minuti era sembrato che la Lazio avesse scacciato i fantasmi delle sconfitte di Firenze, Vicenza e Parma e fosse in grado di imporre il proprio gioco al Napoli, nonostante due assenze pesanti come quelle di Fuser e Di Matteo e nonostante l'infortunio che aveva messo subito fuori causa Gottardi. I romani premevano, spingevano, affondavano. Il pressing a tutto campo toglieva spazio e lucidità ai partenopei, che faticavano a scrollarsi di dosso l'intraprendenza di Winter e a controllare le iniziative di Boksic, sul quale Boskov aveva commesso l'errore di collocare Pari, che al croato rende una ventina di centimetri. Una traversa centrata da Signori su punizione e un paio d'interventi di Taglialatela sembravano il preludio al terzo tonfo casalingo del Napoli, che schiumava rabbia, impotenza e paura di fronte al temuto tridente che piace tanto al "patron" Cragnotti. Al primo vero contropiede partenopeo, invece, accadeva il patatrac. Merito del cross di Tarantino, che scavalcava una difesa non proprio impeccabile. Merito di Pecchia, che non è un gigante ma che schizzava più in alto di tutti per una inzuccata che Mancini (preferito al convalescente Marchegiani e al veterano Orsi) respingeva alla meglio, consentendo a Di Napoli di centrare la porta e di festeggiare con il secondo gol in serie A la sua prima apparizione da titolare in campionato. Milanese di Rozzano ma figlio di napoletani, alle spalle undici stagioni nel settore giovanile dell'Inter, Arturo Di Napoli compirà ventidue anni il 18 aprile e finora Boskov lo aveva mandato spesso in panchina o addirittura in tribuna, imputandogli una scarsa applicazione in allenamento. La lezione dev'essere servita, come ha ammesso lo stesso Di Napoli. "I severi messaggi del mister mi hanno fatto tirare fuori gli attributi" ha spiegato il giovanotto, che a Genova aveva realizzato il gol di un rocambolesco pareggio l'antivigilia di Natale e che anche stavolta si è confermato uno spietato opportunista, trovandosi sempre al posto giusto al momento giusto. Incassato il gol, la Lazio usciva virtualmente di scena. C'erano ancora quasi 70' ma se Marcolin dimostrava di non essere Di Matteo, Casiraghi non riusciva a sfuggire ad Ayala e Signori girava invano al largo per schivare il controllo asfissiante di Tarantino. L'illusione di affidarsi a qualche prodezza di Boksic svaniva di fronte allo stupido gesto, sfuggito all'arbitro ma non al guardalinee, che al croato costava l'espulsione. Il resto lo combinava Zeman con un paio di discutibili sostituzioni, peraltro imitato da Boskov, che rimpiazzava consecutivamente tre dei migliori azzurri (Di Napoli, Pizzi e Ayala). Alla fine, se Boskov si dichiarava "più tranquillo e sollevato dopo una vittoria non bella ma importante", Signori accusava l'arbitro di aver ignorato un fallo da rigore su Casiraghi e di aver insultato Romano. Più realista, Zeman ammetteva che la sua squadra aveva peccato di presunzione e di scarsa personalità. "Dobbiamo crescere - sibilava il boemo...Già, ma quando?

Fonte: Corriere della Sera