Domenica 25 aprile 1999 - Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria-Lazio 0-1


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25 aprile 1999 Campionato di Serie A 1998/99 - XXX giornata

SAMPDORIA: Ferron, Grandoni, Franceschetti, Lassissi (46' Hugo), Castellini (68' Balleri), Doriva, Pecchia, Laigle (82' Caté), Ortega, Montella, Palmieri. A disp. Ambrosio, Mannini, Vergassola, Sakic. All. Spalletti.

LAZIO: Marchegiani, Pancaro, Negro, Mihajlovic, Favalli, Lombardo (46' Stankovic), Almeyda, R.Mancini (68' Fernando Couto), Sergio Conceicao, Vieri, Salas (53' Boksic). A disp. Ballotta, De La Pena, Gottardi, Okon. All. Spinosi - DT Eriksson.

Arbitro: Bazzoli (Merano).

Marcatori: 60' Vieri.

Note: espulsi Almeyda al 21' s.t. e Ortega al 27' s.t. per doppia ammonizione. Ammoniti: Lassissi, Pancaro e Favalli. Recupero: 1' pt e 3' st.

Spettatori: n.d.

Il biglietto della gara

Almeno nel risultato, è una Lazio in corsa. Vittoria in trasferta, sul campo della Sampdoria squassata dai ricordi, dai rimpianti e dalla contestazione contro il presidente, la cui sedia vuota in tribuna non viene risparmiata dagli insulti. C'è Roberto Mancini che, con sapienza da teatrante, passeggia sotto la gradinata sud dopo la sostituzione per farsi applaudire e acuire, così, la malinconia. Se è stato scongiurato il sorpasso, i dubbi rimangono. La squadra di Eriksson esce raramente dalla paura di sprecare quanto ha costruito finora, è inchiodata alla casualità delle situazioni e alle punizioni di Mihajlovic, ormai attese come intervento taumaturgico. Nel primo tempo "Miha" ne tira tutta una serie, con scarsa fortuna. La migliore è la prima (4'), un astuto lob per il colpo di testa in solitudine di Mancini. Le altre sono tutte buttate sulla barriera o sulla rete che custodisce le porte dal tirassegno degli ultrà. Ferron corre rischi su Salas (deviazione in mischia) e su alcune situazioni difficili su palle ferme. Palmieri tira fuori (29'), poi ci si inabissa in un secondo tempo caratterizzato da nervosismi e proteste. Bazzoli è fiscale con Almeyda, che raggiunge la doppia ammonizione per un'ingenua mano morta, mentre Ortega lo imita con un intervento scorretto e una simulazione. A questo punto la Lazio va in vantaggio sfruttando un errore di Pecchia a centrocampo: Sergio Conceicao trasforma la palla persa dal doriano in un cross per il testone di Vieri (15' s.t.). Alla Samp resta da recriminare per un fallo di mano di Couto su cross di Montella (32' s.t.), ma le proteste sono inutili.

Le contromisure di Sven Goran Eriksson a una prova difficile e asmatica sono state Stankovic al posto di Lombardo, imbarcato nel primo tempo in nome della vecchia frequentazione di queste mura, e, più tardi, Boksic per Salas, sperduto e inefficace. Con il serbo in campo, Sergio Conceicao è andato a destra e, da lì, ha rubato palla a un Pecchia presuntuoso (nella circostanza) per invitare Christian Vieri al colpo di testa, con la difesa doriana presa d'infilata dal rapido rovesciamento della manovra. Non era uno schema né, tantomeno, un'idea tattica vincente: segnato il gol, la Lazio si è blindata, subendo la pressione sterile e senza sbocchi della Sampdoria. La casualità, l'improvvisa realizzazione del talento individuale e l'ottimizzazione della situazione favorevole basteranno per vincere lo scudetto ? Perché, alla fine, Conceicao e Vieri si sono trovati nel posto giusto al momento giusto. Se la Lazio della lunga galoppata da derby a derby (17 partite, 13 vittorie, 4 pareggi, 43 punti) aveva costruito il suo campionato sulle straordinarie doti tecniche dei suoi giocatori, adesso deve appoggiarsi anche sugli errori degli avversari. Non basta più essere migliori con i piedi o più bravi a recuperare palloni e a servirli agli attaccanti; non basta avere un pensiero comune (lo scudetto), se questo non è sostenuto da una comune ideologia (l'organizzazione) e dalla irrinunciabile forza atletica. La Lazio è stata sempre esaltata per la sua capacità di valorizzare i singoli, di privilegiare i giocatori e di "non ingabbiarli". Adesso che la stanchezza si fa sentire, che, individualmente, il sacrificio (pensiamo a quello di Mancini, costretto a centrocampo in una posizione assurda) e la bravura vengono zavorrati dalla fatica di una lunga corsa e dalla paura di sprecare tutto, ci sarebbe bisogno di una coralità che la Lazio non ha. E allora, ecco che deve appoggiarsi agli sbagli degli altri o alla soluzione balistica, privilegiando le punizioni di Sinisa Mihajlovic. Contro la Sampdoria, il gruppo-Eriksson ha sfruttato una palla persa da Pecchia e una certa benevolenza dell' arbitro, fiscale per entrambe sulle ammonizioni, ma verso cui la Samp protesta per un fallo di mano di Couto in area. Genova rappresenta, quindi, un'inversione di tendenza solo nel risultato dopo le sconfitte del derby e con la Juve, ma certamente questa squadra è parente stretta di quella che ha perso malamente con la Roma, e non di quella punita oltre i suoi demeriti da Madama. Eriksson, di qui alla fine, dovrebbe temere il ripresentarsi di uno sfilacciamento della squadra. Si può vincere lo scudetto anche così, ma mirando a qualcosa di meglio, nel gioco, nella tenuta atletica. Non ci sono sempre una palla perduta, un errore individuale, una punizione azzeccata, un arbitro distratto ad agevolare il cammino. Anche quel poco che resta.

Fonte: La Repubblica