Olimpicus - Il raggio color berillio


Il monte Somma ed il Vesuvio a Napoli
Il Corriere dello Sport del 5 marzo 1962
Gianni Seghedoni
Per gentile concessione del Sig. Fabio Riddei
Adelmo Eufemi mostra il buco nella rete
Per gentile concessione del Sig. Fabio Riddei
Un disegno inerente il racconto di Olimpicus

OlimpicusEagle.jpg RUBRICA LETTERARIA "I racconti di Olimpia" di Olimpicus per LazioWiki



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IL RAGGIO COLOR BERILLIO

Era una mattina del 2000, subito dopo la vittoria dell'ultimo scudetto, quello buggerato alla Juve grazie ai rossi grifoni perugini e allo scivolone dei bianconeri sulla grande pozzanghera d'acqua benedetta del "Curi". Evento eccezionale, neh, ché fregare uno scudetto ai signori Agnelli non è cosa da tutti i giorni. Neanch'io ci credevo fino in fondo, allo Stadio Olimpico insieme a mio zio Mario mentre ascoltavamo, col cuore sospeso a un filo, la cronaca dell'extra-time da Perugia rilanciata dagli altoparlanti. Anzi, a dirla tutta, quel pomeriggio indimenticabile è come circonfuso, nei miei ricordi, da un alone magico, tipo la leggenda del Santo Graal, i Cavalieri della Tavola Rotonda, Excalibur e roba del genere. Insomma, le mie letture preferite all'epoca. A proposito, mi presento: sono Roberto, "Reddy" per gli amici. Per via che ho i capelli rossi come una carota. Adesso un po' più scuri, certo, ma quell'estate li avevo ancora rossi rossi. E nove anni e mezzo avevo, anche. Giocavo a pallone in una squadretta di amici con la maglia del Matador Marcelo Salas numero nove, mentre come riserva tenevo nel cassetto del comò quella del Cholo Diego Simeone numero quattordici, che usavo esclusivamente per le partite più toste. Sudare sui libri manco a pensarci: il resto del tempo lo passavo alla consolle, impegnato a giocare a Transformers, Mortal Kombat e Toy Commander.

Con lo zio Mario e il mio cane Lola, quella bella mattina di fine giugno, stavo camminando su per un costolone del Vesuvio. Lo zio era un appassionato di storia romana antica. Già durante il viaggio in macchina, prima di arrivare alla biglietteria del Parco Naturale, mi aveva raccontato nei dettagli la vicenda dell'eruzione e di come gli abitanti di Pompei e di Ercolano fossero finiti arrostiti come galletti spluga, e poi conservati pietrificati sotto la cenere per venire ammirati dai posteri. Scherzando, ma con l'aria molto seria (e io abboccavo, tordo com'ero...) di un professore di ginnasio e di liceo, aveva buttato là che dentro il calderone del vulcano, forse, con un pizzico di fortuna, avremmo visto i draghi dalla pelle verde che sguazzavano nella lava bollente, per poi rituffarsi giù nelle viscere dove vivevano dai tempi di Ulisse e della Maga Circe. Mi piaceva bearmi dei racconti delo zione, che leggeva un sacco di libri e sapeva tutto, neanche avesse il wikipedia incorporato nella testa. Camminavamo così, tranquilli con Lola al fianco e di buona lena, su per il Vesuvio. Con le scarpe da trekking, una camiciola di flanella a scacchetti indosso, i jeans che ci riparavano poco dall'aria fresca e il sacco in spalla per la colazione. Non eravamo gli unici: turisti dietro e davanti a noi, una scia di formiche piccole e grosse che filavano qualcosa di colorato sul nastro grigio e riarso del sentiero.

Non lontano, si vedeva l'azzurro intenso del mare e s'intuivano, seminascoste da paffute nuvolette che sembravano uscite da un dipinto di Botero, isole brune e misteriose. Ma non era come una delle passeggiate nei boschi del Lazio alle quali lo zio-escursionista mi aveva abituato. Questo perché mancava completamente il sottofondo dei rumori degli animali: niente sibili, schiocchi o scarti improvvisi nel folto, solo il brusio monocorde della gente che aveva mutato la montagna in un maxi-formicaio McDonald all'aperto. Quella volta, però, lo zione rimuginava qualcosa. Lo avevo capito perché era rimasto in silenzio da quando avevamo parcheggiato la Opel nel piazzale. A un certo punto, finalmente ruppe il suo strano riserbo. Iniziò un dialogo:

- Sai che la prima partita che ho visto è stata quando la Lazio giocava in Serie B?

Lo disse continuando a guardare fisso davanti a sé. Ma con la coda dell'occhio colse il mio atteggiamento sorpreso, si girò di novanta gradi e mi avvidi del divertimento che lampeggiava nei suoi occhi. Mi ripresi subito ed elaborai la più virile risposta che mi venne in mente:

- Siamo stati in B? Ma quando? Davvero giocavamo col Cittadella e quelle squadre lì?

- Beh, c'erano squadre con nomi diversi, alcune delle quali oggi giocano in Serie A: il Genoa, il Verona, il Modena, il Parma, il Simmenthal Monza, la Pro Patria di Busto Arsizio, il Napoli...

- Urca! Pure il Napoli, e che partita era?

- Proprio Lazio-Napoli. Durante il girone di ritorno, una domenica di marzo mi pare. La partita si disputava allo Stadio Flaminio, quello dove ora si fa il rugby. L'Olimpico era riservato alla Roma, che militava in Serie A. Noi, invece, eravamo la "Lazietta", società povera di grana e ricca di tradizione, non la grande Lazio del Presidente Cragnotti che tu hai avuto la buona sorte di conoscere. Comunque, si trattava di una squadra che si faceva amare, grintosa e con tipi dentro che non scherzavano: Zanetti, Morrone, Seghedoni, Landoni, il mastino Carosi, il portiere Idilio Cei, e ottimi giovani come Nello Governato e Mario Maraschi. Io avevo la tua età e ricordo che, giusto quella stagione di campionato, uscì il primo album di figurine Panini, quelle che compri pure tu. Una fantastica raccolta, col milanista Nils Liedholm in copertina e tutti i campioni – Bulgarelli, Hamrin, Suarez, Corso, Sivori, Charles, Altafini, Rivera, Manfredini, Law, Skoglund – che ti sorridevano a mezzo busto, come le "signorine buonasera" alla Tv. Mancavano solo i celesti aquilotti della Lazio, tra le figu. Mi turbava il sonno, quel piccolo dettaglio...

Zio Mario mi fissò un attimo con le sue iridi d’un blu un po’ da matto (lui era nato in Trentino e la nonna materna era di Mutters, un paesino sopra Innsbruck). Valutò che la cosa m’interessava un frego e continuò, riprendendo il passo-spinta che ci doveva portare sull'orlo del cratere, a quota mille e duecento metri:

- Quel pomeriggio pioveva a dirotto e il Flaminio, che comunque era un ottimo impianto tirato su per le Olimpiadi e perfetto per me, che il campo e i giocatori li vedevo vicinissimi, mentre allo Stadio Olimpico, essendo miope, mi ci sarebbe voluto il binocolo... il Flaminio, dicevo, era pieno zeppo di spettatori. Due terzi laziali e un terzo napoletani. Mio padre me li aveva fatti notare già entrando ai cancelli, quei tifosi del "ciuccio" che facevano un casino incredibile. Portavano addosso sonagli e corni rossi, tricche-tracche e trombette di metallo, bizzarri cappelli da ammiraglio navale, bandieroni e cestini colmi di cibarie e in mezzo spiccava perfino un somaro vero, che sfilò sotto l'acqua come portafortuna. Vedevo manciate di sale partire per aria dalla loro curva, la Sud, e riversarsi come farina sul manto color smeraldo dell'erba inzuppata, dove si impastava in una sorta di pizza nel giro di pochi minuti. Purtroppo, la tribuna coperta rimaneva off-limits per noi, che ci bagnavamo al pari dei folcloristici pulcinelli. E così stavo rintanato sotto il grande ombrello nero di mio padre, con una tela cerata sulle ginocchia per ripararmi dallo sgocciolìo costante intorno. Andare ad assistere a una partita di calcio, quando ero ragazzino io, non era esattamente come oggi: se non arrivavi almeno un'ora o due ore prima del fischio d'inizio, rischiavi di vedertela in piedi.

- E dai! In piedi in Serie B?!

- Sì Chicco, anche in Serie B. Una volta, qualche anno dopo, mi capitò di vedere un Lazio-Foggia sotto la neve, col Caffè-Borghetti durante l'intervallo come unica fonte di calore. E perdemmo!

- Quanti glie ne famo al Foggia se li incontriamo mo', eh zi'? Solo il Mancio glie ne infila due di tacco e uno in sforbiciata...

- Panta rei... Chicco, tutto scorre. Lo ha scoperto un filosofo dell'antica Grecia più di duemila anni fa, quando la SS Lazio ancora non era stata fondata. La vita è un fiume e il calcio idem. L'importante è galleggiare, epperò... senti: 'sta storia mi sa che non te la racconto più: è troppo strana, troppo pazzesca, troppo difficile da capire per uno come te, che conti solo nove primavere.

- Ma faccio molti gol – aggiunsi indispettito, cercando di pizzicargli le gambe lunghe e bianche completamente prive di peli, mentre mi spettinava i capelli col manone.

- Sì, sei un cannoniere tu – disse convinto –, come il Matador. E riattaccò:

- Veniamo al dunque, tigre, perché voglio dirti del gol. Che fu speciale. Molto speciale. Specialissimo. Giunse a un quarto d'ora dal termine. Si stava sullo zero a zero – risultato "inchiodato", come dicevano i cronisti bravi alla radio – e, nonostante tutti gli attacchi e l'impegno profuso, i nostri azzurri non riuscivano a segnare quella rete che avrebbe permesso di battere i bianchi del Napoli e superarli in classifica. Ma poi, quando ormai quasi nessuno ci sperava più, e forse solo mio padre che aveva tirato giù nel suo linguaggio ostrogoto i maggiori santi del paradiso, accadde l'epifania: su un calcio di punizione di Gianni Seghedoni, un difensore tra l'altro, vedemmo la palla infilare la rete. Ricordo che balzai su come una molla carica e colpii con la sommità della testa l'ombrello zuppo d'acqua, che cadde a cascata sullo spettatore che mi stava seduto di fronte. Un attimo dopo, volavo nelle braccia di mio padre: il momento più bello di tutta la settimana! Gioia che durò lo spazio di un secondo: la palla non rotolò all'interno della luce della porta bensì balzellò fuori: il tiro era stato evidentemente sbagliato, e il gol solo un'illusione ottica, dovuta all'eccessivo stress accumulato in quelle tre ore e mezza di attesa. L'arbitro, che era della zona di Venezia se non erro, in un primo momento indicò il centro del campo ma, subito dopo, accorgendosi del segnalinee rimasto fermo con la bandierina alzata, si fidò dell'evidenza che la palla l'aveva in braccio un raccattapalle dietro la porta, e che quindi non era entrata e si doveva riprendere il gioco con la rimessa dal fondo. I nostri protestarono a lungo, chè la maledetta sfera l'avevano ben vista entrare a fil di palo e non era possibile che, ora, se ne stesse bella bella fuori e non in prigione. Ma non ci fu nulla da fare. Arbitro e guardialinee rimasero sulla loro posizione. Risero dei laziali che mostravano loro il buco tra le maglie della rete, attraverso le quali la palla era sgusciata come un Houdini fatto di cuoio. I giocatori del Napoli, furbi, imbastirono la loro melina per impedire alle giacchette nere di far funzionare il cervello. I loro tifosi esultarono come avessero fatto gol nella porta difesa dal nostro Cei. Pure lui, povero, grande Idilio, accorso dall'altra parte del campo per partecipare ai "colloqui". Chicco, che sfiga! Alla fine del campionato, quel gol-fantasma ci impedì di tornare in Serie A. Per un punto, ci andò il Napoli, ci andò...

Lo zio si fermò a una svolta, perché aveva adocchiato uno di quei sassi gialli di zolfo che ci mettevamo nello zaino per utilizzarli poi nei nostri casarecci esperimenti di chimica. Visto che c'era, tirò fuori dallo zaino un panino con la frittata e me ne offerse un morso, strizzandomi l'occhio in un tacito invito. Infine, mi allungò una mela e io gli spiattellai, ruvido e cinico (sono nato per caso a Milano ma cresciuto dalle parti del Colosseo), tutto il mio disincanto per la storiella:

- 'A zì, ma che c’è de specialissimo in questo non-gol del cavolo?

- Il raggio color berillio.

- Chee??

- Ascolta. Ti spiego. Lo vidi come vedo adesso quella grassa turista americana lassù, quella che s’agita per la paura di finire in pasto ai draghi dentro la bocca del vulcano. Una succulenta polpetta sarebbe, no?

- Ah, ah: tira fuori l'osso, zi'!

- Certamente, tigre. Perchè io so chi furono i veri colpevoli di tutto il pasticciaccio. Non l'arbitro, né il guardilinee né un nodo che si sciolse al momento sbagliato. No: la storia è diversa. Sopra la porta del Napoli, sotto il coperchio delle nuvole basse, apparve un fasolone verde di venti metri almeno. Una nave spaziale. Era silenziosa come un ladro nella cascina. Un prodigio tale che rimasi a bocca aperta. Da un lato di quella roba partì un raggio grigio fosforescente che fece sparire il pallone dalla porta mentre stava per addormentarcisi dentro.

- Cheee? Vuoi dire che i marziani se so’ fregati er pallone?!

- Non esattamente. Solo lo sostituirono: incuriositi che lo volevano tutti, se lo sono preso, rimpiazzandolo con un facsimile che elaborarono lì per lì in un millisecondo. Pin pin cavallin.

- E nessuno se n’è accorto?

- Nessuno tranne me, che mi sono trovato là. Ero l’unico bambino di nove anni nello stadio, per cui il mio cervello mi lavorava su lunghezze d'onda YZ, compagne a quelle dei visitatori dell'altro mondo. E ti dirò di più: il loro raggio traente per acchiappare la palla bruciò le corde della rete, ed è così che rovinarono la partita. Per cui possiamo concludere che il campionato di B quella stagione lo decisero i marziani.

- Urchissima, zio! Questo sì che è specialissimo...

- Che t’avevo detto? Ma non andare a spifferarlo in giro, ché tanto non ci crederà nessuno dei tuoi amichetti. Anzi, ne approfitteranno per prenderti in giro e darti del pallonaro. Giuri, tigre?

- Sulla testa di Lola, capo! (Il cane, un bavarese nero che tenevo al guinzaglio, mi guardò speranzoso senza capire il rischio).

Per dare nerbo alla promessa, chiusi il gesto del sacro bacio a indici incrociati. Poi tirai su col naso (il mio orologio Casio da polso, un piccolo mostro fornito di bussola, barometro, altimetro e termometro, segnalava quindici gradi centigradi), diedi uno scossa allo zainetto per assestarmelo meglio sulla schiena e levai gli occhi al cielo turchese: il cratere torreggiava a mancina su uno sperone, contornato da turisti giapponesi che scattavano fotografie a ciclo continuo. Draghi verdi, con fare incredibilmente vanitoso, si mettevano in posa sul fondo rosso del Vesuvio.



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