Domenica 14 maggio 2000 – Roma, stadio Olimpico – Lazio-Reggina 3-0


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La partita della Juventus a Perugia

14 maggio 2000 - 2.902 - Campionato di Serie A 1999/00 - XXXIV giornata - inizio ore 15.00

LAZIO: Ballotta, Pancaro (54' Sensini), Negro, Couto, Favalli, Nedved, Simeone, Veron, Mancini (74' Conceição), S.Inzaghi (65' Almeyda), Salas. A disposizione: Concetti, Lombardo, Stankovic, Ravanelli. Allenatore: Eriksson.

REGGINA: Taibi, Oshadogan, Stovini, Giacchetta (51' Possanzini), Cirillo, Brevi, Baronio (59' Vargas), Morabito, Cozza (46' Pirlo), Bogdani, Kallon. A disposizione: Belardi, Foglio, Bernini, Reggi. Allenatore: Colomba.

Arbitro: Sig. Borriello (Mantova).

Marcatori: 33' Inzaghi (rig), 37' Veron (rig), 59' Simeone.

Note: giornata calda, terreno in perfette condizioni. Ammoniti: Fernando Couto per proteste, Giacchetta per gioco falloso, Brevi per fallo di mano. Angoli 6-1 per la Lazio. Recuperi: 1' p.t., 1' s.t.

Spettatori: 65.000 circa, con 2.500 tifosi ospiti. Intorno alle 17.00 sono stati aperti i varchi d'ingresso e moltissimi tifosi sono entrati nello stadio.

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Una giornata indimenticabile, da batticuore, per tutti i tifosi biancocelesti. Alle ore 18.04, in seguito alla sconfitta della Juventus a Perugia per 1-0, la Lazio scavalca i bianconeri in classifica e vince lo Scudetto (il secondo della sua Storia) dopo un pomeriggio vissuto con fortissime emozioni. Nel testo che segue ripercorriamo quei momenti e anche quanto successo nei giorni immediatamenti precedenti la partita.

Un momento della manifestazione
La prima pagina del Messaggero del 12 maggio
I tafferugli scoppiati nel corso della manifestazione
Un momento della contestazione nei primi minuti della gara
Il calcio di rigore battuto da Simone Inzaghi
L'esultanza del bomber piacentino dopo la rete
Il penalty calciato da Juan Sebastian Veron
Diego Pablo Simeone colpisce la palla di testa...
... che si insacca alla destra del portiere reggino
L'esultanza del "Cholo"
Roberto Mancini saluta il pubblico: per lui oggi è l'addio al calcio giocato
L'attaccante biancoceleste portato a spalla da Attilio Lombardo
Un altro momento del saluto ai tifosi di Roberto Mancini
Il pubblico biancoceleste scende in campo
Un'altra immagine dell'invasione del prato dello Stadio Olimpico
L'attesa del pubblico sceso in campo
Il tabellone mostra il vantaggio del Perugia sulla Juventus
L'attesa trepidante del risultato di Perugia da parte del pubblico biancoceleste che ha invaso lo stadio sia nel prato che nelle tribune al termine della gara vinta con la Reggina
Una panoramica del pubblico in campo e sugli spalti dell'Olimpico
"Sono le diciotto e quattro minuti del quattordici maggio del duemila, la Lazio è Campione d'Italia!". Così Riccardo Cucchi sancisce la fine della gara di Perugia in radiocronaca
L'epilogo della stagione calcistica 1999/00
Juan Sebastian Veron e Marcelo Salas festeggiano il tricolore biancoceleste
Il popolo biancoceleste scende in piazza per festeggiare
La folla invade il Circo Massimo
Ore 18,20 i tifosi festeggiano increduli

Giovedi 11 maggio, la manifestazione dei tifosi biancocelesti in Via Allegri a Roma

La settimana che precede l'ultimo incontro della stagione è avvelenata dalle polemiche contro l'arbitro Massimo De Santis per la rete annullata a Cannavaro nel turno precedente. Anche la Società, per bocca del patron Sergio Cragnotti e di alcuni giocatori come Luca Marchegiani e Alessandro Nesta, lamenta il torto subito gridando allo scandalo. Una manifestazione di protesta, organizzata dai tifosi, sfocia in violenti tumulti. Alle 14.00 in Via Allegri a Roma, davanti alla sede della F.I.G.C., è indetto un sit-in per protestare contro i fatti della domenica precedente, ma la situazione degenera ed iniziano scontri tra la Polizia, che spara numerosi lacrimogeni, ed i supporters. Molti vengono feriti, la zona Salario-Pinciano diventa un campo di battaglia con gli automobilisti in fuga, il traffico è paralizzato ed gli uffici vengono chiusi per precauzione. I telegiornali aprono le loro edizioni con la descrizione di questi fatti che fanno eco anche sulla stampa estera. Il bilancio è pesante, con molti arresti e parecchi danni, oltre a feriti fra le forze dell'ordine e manifestanti.


La Repubblica titola: "Degenera la manifestazione per il "caso De Santis". Cori e lanci di oggetti, poi scattano le cariche. Lazio, davanti alla Figc scontri tra polizia e tifosi. Gli Irriducibili: "E adesso fermeremo il Giro". Cragnotti: "Non giustifico, ma la polizia ha esagerato".

L'articolo così prosegue: Ci mancavano solo gli incidenti con i tifosi a completare il quadro disastroso di questo finale di campionato. Gli incidenti sono arrivati e si sono trasformati lungo la giornata diventando una vera e propria in guerriglia urbana, che è andata avanti per parecchie ore con un bilancio di 18 agenti feriti e cinque tifosi contusi. La miccia è davanti alla sede della Federcalcio, in via Allegri a Roma, dove si riuniscno duecento, forse trecento ultras della Lazio per protestare contro il gol annullato al Parma domenica contro la Juve, contro "lo scippo" subito dalla loro squadra nella corsa allo scudetto. La polizia carica una prima volta i tifosi dopo che dal gruppo è partito un fitto lancio di uova, arance, sassi e, secondo alcuni testimoni, anche bottiglie molotov. Le forze dell'ordine, che presidiano la zona da questa mattina presto, rispondono con decisione sparando anche qualche lacrimogeno. Gli scontri sono violenti, tanto che due persone rimangono ferite in modo lieve e sono state ricoverate per controlli all'ospedale San Giacomo. Anche un fotografo viene colpito e alcune auto parcheggiate nella strada sono state danneggiate in modo serio. Non ci sono arresti, ma la polizia effettua qualche fermo per individuare i responsabili dei tafferugli. Altri fermi ci saranno nel corso della battaglia.

Gli ultras dopo questa prima ondata si spostano in via Pinciana, paralizzando ulteriormente il traffico, bloccato da questa mattina. Davanti alla sede negli stessi istanti arriva anche Guido Paglia, portavoce del presidente della Lazio Sergio Cragnotti, che cerca di riportare la calma. La missione non riesce e la contestazione continua. Saluti romani e slogan contro Luciano Moggi, "il nemico storico" si sprecano e la tensione rimane alta. Tanto che un'altra miccia si accende poco dopo le 16 con un gruppo di ultras biancazzurri che carica con manganelli e bastoni un'autoradio della polizia in via Raimondi. Anche qui la risposta è immediata con altre cariche e altri spari di lacrimogeni. Il corteo si sposta verso il palazzo dove risiede l'Associazione degli arbitri, che sta a pochi passi da via Allegri. La polizia crea un nuovo sbarramento. Ma il problema maggiore rimane nei dintorni della Salaria dove il serpentone degli ultras prende a calci motorini e auto parcheggiate e sposta al centro della carreggiata i cassonetti dell'immondizia, paralizzando anche in questa zona il traffico. E' il panico, gli automobilisti non sanno cosa fare.

Succede di tutto e gruppi di ultras si tuffano, inseguiti dalla polizia, giù dalla scalinata di piazza di Spagna confondendosi in mezzo ai numerosi turisti, che osservano la scena a bocca aperta. Gli Irriducibili, l'area dura del tifo biancazzurro annunciano che il loro prossimo obbiettivo sarà il Giro d'Italia: "Da Roma non faremo partire più nulla". A fine serata arriva il commento di Sergio Cragnotti: "Chi mi conosce sa che non ho mai giustificato i comportamenti violenti da parte di certe frange della tifoseria, ma in questa circostanza temo si sia scelta una linea dura di cui forse si poteva fare a meno". Poi aggiunge: "Sono profondamente amareggiato per quanto accaduto. Ho parlato con diversi giornalisti presenti ed ho ricevuto informazioni concordanti sulla dinamica degli incidenti. Ne ho tratto l'impressione che se è vero che le forze dell'ordine sono state bersagliate da uova e arance, è anche vero che poliziotti e carabinieri hanno reagito in maniera sproporzionata alla gravità delle intemperanze".


Sabato 13 maggio, il Giro d'Italia boicottato

Parte da Roma il Giro D'Italia e si sparge la voce che alcune frange della tifoseria laziale vogliano bloccare la corsa per protestare sia per i fatti di Torino, sia per gli incidenti di due giorni prima. Le forze dell'ordine si mettono in assetto antisommossa sebbene la protesta avvenga solo con l'esposizione di pacifici striscioni per manifestare lo sdegno per quanto accaduto.


La Gazzetta dello Sport così riporta la cronaca di quei momenti: A poco più di 24 ore dalla grande festa del Giro d'Italia, Roma si appresta a vivere l'ultima domenica del campionato. E non sarà una domenica qualsiasi: gli scontri di giovedì tra forze dell'ordine e tifosi laziali e la minaccia, poi saggiamente rientrata, di ostacolare la cronometro del Giro sono alcuni degli elementi che stanno a testimoniare l'esistenza di una situazione dall'equilibrio molto precario. Per questo oggi Roma vivrà una giornata all'insegna della massima attenzione: per prevenire gli incidenti sono state prese misure di sicurezza eccezionali. Lo stadio Olimpico è presidiato già dalla notte scorsa e il traffico sarà proibito nel centro storico. Un contingente di 2500 uomini controllerà l'afflusso, soprattutto l'uscita, del pubblico che raggiungerà lo stadio. Sotto sorveglianza anche le stazioni ferroviarie, quelle della metropolitana, il Grande Raccordo e le autostrade perché si scongiurerà un eventuale tentativo di raggiungere Perugia da parte dei sostenitori laziali. A questo compito sono stati mobilitati poliziotti e carabinieri, ma è previsto anche l'impegno dei volontari della protezione civile. Decine di ambulanze sono state dislocate lungo le strade interessate. Tutti questi sforzi - come ha confermato il questore Cavaliere - tendono a mandare a tutti un messaggio di serenità ma anche di fermezza. Oltre che delle misure che coinvolgeranno la circolazione, il prefetto di Roma, Mosino, si è preoccupato anche di vietare, da mezzogiorno a mezzanotte, la vendita di bibite in lattine e in bottiglie nei dintorni dello stadio Olimpico sia nei bar che nelle rivendite ambulanti. I leader del gruppo di tifosi che sono stati coinvolti nei fatti di via Allegri hanno preparato una sorta di cerimoniale che verrà messo in scena prima della partita.

Dopo essersi limitati a un sit-in nei pressi di piazza Venezia, a poca distanza dalla pedana di partenza del Giro, dove hanno esposto uno striscione che protestava per il "campionato truccato" hanno manifestato l'intenzione di mandare alla tifoseria segnali di distensione. I quattro coordinatori degli "Irriducibili" sono stati convocati dal capo di gabinetto della Questura, Francesco Tagliente, e hanno reso noto il loro programma per la giornata di oggi. Dopo un raduno a Villa Borghese, previsto per mezzogiorno, i tifosi della curva nord si concentreranno a piazzale Flaminio. Da qui, alle 13.30, partirà un "corteo funebre" che si incamminerà verso lo stadio. L'estinto, secondo il laziali che hanno affisso già da ieri dei manifesti che ne annunciano la "definitiva morte", è il calcio italiano. Una volta raggiunto l'Olimpico i tifosi resteranno fuori dagli spalti della curva nord, ma probabilmente anche dagli altri settori, per i primi quindici minuti della partita. Durante questo primo quarto d'ora non ci saranno né cori né tifo ma solo striscioni di protesta. Trascorso questo intervallo dovrebbe far ingresso in curva la bara, un rituale preso di peso dai dopo derby di molti anni fa che però aveva un sapore di allegro sfottò molto lontano dall'atmosfera di questi giorni. All'appello dei responsabili delle forze dell'ordine si è unito quello del presidente della Lazio, Cragnotti, che ha invitato tutti i tifosi ad evitare ogni forma di violenza nella speranza che l'ultima giornata del campionato si svolga senza incidenti. "Non vogliamo il caos - ha detto uno dei leader dei tifosi -, in Italia ci sono ben più gravi motivi per scendere in piazza, i fatti dell'altro giorno sono la conseguenza del comportamento sbagliato di alcuni funzionari di polizia. Abbiamo sollevato un polverone contro questa Federazione perché vogliamo avere chiarezza. Noi ci riteniamo la parte pura del calcio. Da parte di tutti noi c'è il buon proposito di non fare accadere nulla. Anche perché sogniamo lo spareggio, crediamo ancora che sia possibile un miracolo".


Domenica 14 maggio, uno Scudetto da infarto

Alle 13 parte da Piazzale Flaminio un finto funerale con una bara di legno che simboleggia la morte del calcio. La manifestazione, pacifica, si snoda fino all'Olimpico, dove i tifosi della Curva Nord entrano sugli spalti solo a gara iniziata. In questo clima arroventato, i biancazzurri scendono in campo contro la Reggina, che non ha più nulla da chiedere al Campionato (ma che si presenta con oltre 2.500 tifosi al seguito che iniziano a inneggiare alla Juventus e sventolano diverse bandiere facenti riferimento ad un'altra squadra della Capitale), e con la testa a Perugia dove si gioca la gara tra Perugia Juventus. Le due squadre sono infatti divise da 2 punti e solo un miracolo può mutare la situazione. All'Olimpico la gara inizia con i biancazzurri all'assalto del muro amaranto, ma solo al 33' riescono a passare su rigore magistralmente realizzato da Simone Inzaghi. Quattro minuti più tardi è Pancaro a procurarsi un secondo penalty realizzato da Veron. Sul 2-0 il pubblico si concentra sulla cronaca trasmessa dalle radioline che danno ancora in parità la gara di Perugia. Al momento sarebbe spareggio, ma ci sono ancora 45 minuti da giocare. Mentre sull'Olimpico splende un sole estivo, improvvisamente a Perugia si scatena un violentissimo temporale che allaga il campo di gioco rendendolo di fatto impraticabile. Le due partite, per ordine dei vertici calcistici, dovevano iniziare contemporaneamente, ma a Perugia è attualmente impossibile e si decide di dare inizio ugualmente al secondo tempo della gara di Roma con 15 minuti di ritardo sulla tabella canonica.

Ormai la partita non la guarda nessuno, i tifosi biancocelesti sono concentrati su quello che accade 200 km più a nord e non sono poche le battute ironiche su quello che sta succedendo a Perugia. Intanto al 59' Simeone porta a tre le marcature con un abile colpo di testa. La gara scivola via, senza grosse emozioni, eccezion fatta per la sostituzione al 74' di Mancini che vuol dire l'addio al calcio giocato del grande campione ora in biancazzurro. Mancini sarà poi portato sulla schiena da Lombardo fin sotto la Curva Nord per un giusto tributo di applausi. Verso il finale della gara il pubblico inizia a scavalcare il recinto di gioco per un'invasione pacifica, ma scambia un fischio dell'arbitro per un fallo di gioco per quello finale ed inizia ad entrare in campo. Ci vogliono 5 minuti per far ritornare la gente sugli spalti e riprendere così il gioco. La maggior parte dei giocatori ha maglie con numeri doppi o strappate dai tifosi in cerca di un cimelio. Ma la gara può terminare regolarmente ed i giocatori prendere la via degli spogliatoi, mentre da Perugia arriva la notizia che dopo 45 minuti di sospensione si può riprendere la gara per le condizioni del campo che appaiono migliorate. Intanto il prato dell'Olimpico è preso di nuovo d'assalto dalla folla che, radioline alla mano, cerca di capire cosa stia succedendo nello stadio umbro. Alle 17.17 un boato scuote lo stadio perché il perugino Calori porta i grifoni in vantaggio decretando il momentaneo sorpasso in classifica della Lazio. I tabelloni dello stadio Olimpico riportano però erroneamente il nome di Cappioli quale marcatore.

Le radio private romane passano così dall'Olimpico a Perugia collegandosi in diretta audio con l'emittente pay-tv "Tele+" senza tener conto dei diritti televisivi. Lo speaker annuncia ai tifosi che entro pochi minuti anche il tabellone dell'Olimpico trasmetterà l'incontro, ma il collegamento non arriva e si formano capannelli di tifosi vicino a chi ha una radio. Il tappetto verde dello stadio è coperto dai supporters che hanno aperto a forza i cancelli, mentre dalla città arrivano altri sostenitori richiamati dall'evento. I minuti passano lentamente e la paura del pareggio bianconero aleggia su ogni azione descritta dai radiocronisti, anche la più innocua. Si va avanti fino alle 17.57 quando, improvvisamente ed a tutto volume, dagli altoparlanti viene irradiato Tutto il calcio minuto per minuto, proprio nel momento in cui la Juventus si mangia una preziosa azione da rete che più di qualcuno scambia per gol fatto con conseguenti malori. Ormai è il delirio, in tutta l'area dell'Olimpico non si trova più una bottiglia d'acqua, la tensione ed il caldo si fanno sentire. Ogni tentativo di servizio d'ordine è saltato, Polizia e Carabinieri nulla possono davanti alla marea di gente che sta aspettando la fine della gara perugina. Sono le 18.04 quando il radiocronista Riccardo Cucchi sancisce la fine della gara della Juventus e finalmente un secondo, immenso, paradisiaco boato sconquassa l'Olimpico, Roma e tutta la Regione. Finisce la gara al Curi e la Lazio si laurea Campione d'Italia 26 anni dopo il suo primo titolo.

La gioia è indescrivibile sia fra i tifosi che negli spogliatoi. Alcuni giocatori riescono ad arrivare in tribuna scatenandosi assieme alla folla. Cragnotti è sommerso da abbracci e bagnato dallo spumante spuntato chissà da dove. La festa si sposterà così in città ed al Circo Massimo dove, a tarda serata, oltre 300.000 tifosi attendono la squadra che non riuscirà letteralmente a scendere dal bus che li aveva portati sin lì a causa della marea umana presente. La Lazio ha così vinto lo Scudetto dell'anno 2000 e Roma si colora di biancoceleste.


La Gazzetta Dello Sport titola: "Delirio Lazio: campione! A Perugia: diluvio e Calori-gol. La Juve annega nell'amarezza. Cragnotti: "Il sogno è realtà, scudetto meritato". Tensione davanti alla tv, poi l'urlo laziale. Arrivano i complimenti di Agnelli e Moggi. Festa Milan-Shevchenko. Quattro gol rossoneri all'Udinese e Champions League sicura: l'ucraino è re del gol con 24 reti davanti a Batistuta. Campioni: spareggio Inter vs Parma (le due società sembrano d'accordo per una partita secca e oggi conosceremo la data). Coppa Uefa: un posto per Inter o Parma, Roma e Fiorentina. Intertoto: si sono qualificate Udinese, Verona e Perugia. Solo il Verona non ha ancora deciso se partecipare. Giovedì sul campo di San Siro (salvo un possibile slittamento) si disputa la finale di ritorno di coppa Italia: Inter vs Lazio (andata 1-2)".


Altri articoli tratti dal quotidiano sportivo:


"Sì, Lazio. E' scudetto! Da Simone Inzaghi al diluvio di Perugia fino a Calori: mai tante emozioni. Una domenica indimenticabile. Con l'impossibilità di mantenere la contemporaneità per la pioggia di Perugia. Così la Lazio vince e aspetta: dopo il gol di Calori è campione. E lo resta fino alla fine, festeggiando in un Olimpico rimasto in attesa".

Un giallo di Agata Christie, un film di Alfred Hitchcock, uno di quei paradossali racconti a base di pallone firmati da Osvaldo Soriano. Sommate e otterrete un pieno di fantasia che però non basterà a spiegare questo stadio, questo pomeriggio, questo scudetto a scoppio ritardato che ha deciso dopo un folle itinerario di scegliere la Lazio, questo gioco incredibile che si chiama calcio. Un gioco che ha il suo segreto in una massima semplice e irresistibile: una storia non è mai eguale a quella che l'ha preceduta. Ci abbiamo pensato durante il maxi intervallo: cos'avrebbe inventato il dio del pallone? Semplice: finita una partita, ne ha fatta disputare un'altra, senza squadre più in campo, con i cuori senza più freni a correre all'impazzata. L'Olimpico è diventato un'arena surreale e schizofrenica, oscillante tra un incredibile silenzio e una scarica di boati liberatori. L'ultimo, alle 18.05, alla fine di Perugia-Juventus, ha salutato il secondo scudetto della storia della Lazio. Forse in Curva stava scritto un pezzo di copione già all'inizio. Uno striscione ci faceva leggere: "Avanti contro il destino". Un invito che stava dentro la storia vicina e lontana di una tifoseria, sempre schiava di un vorrei ma non posso, di un fatalismo da incubo duro a morire, come se oltre alle avversarie ci fosse da battere quasi una specie di maledizione, la stessa che per esempio aveva praticamente sfilato lo scudetto dalle maglie della squadra di Eriksson un anno fa. Anche dopo il primo tempo, se non altro in una situazione di spareggio virtuale, mentre la squadra si teneva calda con un torello a centrocampo aspettando notizie dai cieli di Perugia, il sarcasmo romanesco ammazzava qualsiasi fiducia: "Vabbé, vorrà dire che almeno per due giorni saremo primi in classifica", si ascoltava in tribuna immaginando un rinvio dello scontro del "Curi" per colpa del temporale.

Si correva ancora indietro col pensiero, a De Santis, all'assurdo giovedì di violenze romane, alla collezione di veleni raccolti da questo campionato. Il pomeriggio è impazzito più tardi, mandando in corto circuito ogni previsione. Proprio mentre un'incredibile invasione anticipata paralizzava il gioco di Lazio e Reggina con Simeone e Sensini già a torso nudo e Almeyda in mutande, costretti ad aspettare i "rinforzi" dagli spogliatoi per riprendere il gioco, una specie di frustata ha percorso lo stadio. Tra radioline e telefonate il passaparola è diventato immediato: si gioca, si gioca. A Perugia, ovviamente. Intanto Stream e Tele+ provavano un'impossibile santa alleanza per far arrivare le immagini all'Olimpico. La gente s'era già trasferita in campo e si viveva in una bolgia scaramantica in mezzo alla quale succedeva di tutto: Cragnotti che faceva il giro delle sette chiese dello stadio senza riuscire a star fermo, Eriksson "rapito" nei corridoi dell'Olimpico da alcuni tifosi, Enrico Montesano trasformato in eroe nazionale, una selva di striscioni, tra cui brillava un azzeccatissimo: "Soffri e conquista". Il gol di Alessandro Calori è arrivato 17 minuti dopo le 17. Ma nella calca e nella più totale confusione sul tabellone è comparso il nome dell'ex romanista Cappioli, che a Perugia era in panchina. E l'equivoco sull'"eroe" di Perugia è proseguito fino a sera. Ma torniamo a quel minuto. A Franco Cordelli, scrittore in bilico tra l'amore per il ciclismo e quello per la Lazio, che ci incrocia e dice: "Stiamo assistendo a qualcosa di inimmaginabile". A Pierluigi Formiconi, allenatore dell'Ina Assitalia di pallanuoto nonché vicino di casa di Simone Inzaghi, che fa il capo tifoso giù nei posti vip. A questo stadio che vaga dentro sé stesso alla ricerca di notizie, come si faceva nelle piazze tanti anni e tanto calcio fa, con la gente appiccicata alle radioline che sfornavano Nicolò Carosio. Già, la radio. Tramontata l'ipotesi tivù, è lei che s'impossessa del conto alla rovescia. Zambrotta è già stato espulso, la voce di Cucchi viene "sparata" in occasione di una conclusione di Esnaider. Ancora una volta la paura è quella di una curva parabolica all'ultimo minuto e allora quando il radiocronista dice che "la Lazio è vicina al suo secondo scudetto" la frase è salutata più o meno come un rigore per la Juve.

Ma cinque minuti dopo le 18 la Lazio è campione d'Italia per la seconda volta e spunta un segnale premonitore non sufficientemente interpretato: anche nel 1974, anno del primo titolo, il Giro d'Italia partì da Roma con la benedizione di un Papa, Paolo VI... Ormai è champagne. Cragnotti abbraccia il figlio Massimo e poi sommerge un Eriksson cui qualche stregone deve aver imposto un voto: non provare a toglierti giacca e cravatta neanche con trenta gradi. Il microfono è di Nesta: "Facciamo durare questa festa tre mesi". Mihajlovic insulta la Juve ed è tutt'altro che una bella trovata. Poi la lunga attesa per un giro d'onore che non si farà. Quasi un altro surreale aspettare, come se la gente laziale avesse bisogno di tempo per chiedersi reciprocamente: è un sogno? A un certo punto compare sul tabellone l'ennesima scritta: "Grazie Perugia". Pure la tribuna stampa si svuota e resta un mazzo di fiori. Sta lì perché lì, fino all'ultima partita, s'appassionava di calcio un giornalista che ha fatto bene il suo mestiere seguendo tanti palloni, tante Lazio e diverse altre cose: Mimmo De Grandis. Lui non c'è più e viene da pensare a come avrebbe raccontato questa domenica. Come avrebbe raccontato per esempio un bambino che si siede proprio vicino al suo mazzo di fiori. Si chiama Naty, è nato a Roma ma la sua pelle nera e le origini della sua famiglia dicono che viene dall'Eritrea. Ha la maglia di Veron e agita una bandiera del Cile. Anche il calcio "globalizzato" a volte ha una sua tenerezza.


La cronaca della partita, sempre tratta da La Gazzetta dello Sport:


"Una partita lunga tre ore: dopo il 90°, la sofferenza via radio. Due rigori, poi tricolori. Si è deciso tutto nei minuti finali del primo tempo, quando l'arbitro ha concesso due rigori: netto il primo, un mezzo tuffo di Pancaro il secondo. Poi la testa si è trasferita altrove, a Perugia... Inzaghi e Veron dal dischetto, Simeone in chiusura: per la Lazio una pura formalità".

Una partita lunga tre ore. Il gol più importante all'ultimo minuto, via vecchio e caro Tutto il calcio, con l'annuncio che anche a Perugia, finalmente, era tutto finito. Un urlo collettivo da brividi, capace di cancellare quelli che in precedenza avevano accompagnato le reti di Simone Inzaghi, Veron, Simeone e Calori, erroneamente scambiato per Cappioli dai megaschermi dello stadio romano. Nella domenica del secondo scudetto della storia della Lazio che coincide coi suoi 100 anni di vita, la partita con la Reggina, la partita del più incredibile dei sorpassi (dieci punti divorati alla Juventus in otto giornate, una mostruosità), diventa quasi un episodio di secondo piano. Una pratica che viene evasa sul finire del primo tempo, con due gol in quattro minuti, entrambi realizzati su rigore. Episodi sui quali i calabresi protestano, ma non troppo: il fallo di mani (gomito) di Brevi sul colpo di testa di Inzaghi è netto e se pure la distanza è ravvicinata quel braccio scomposto sta per aria, dove non dovrebbe essere. Piuttosto, la moviola mostra come il successivo atterramento di Pancaro ad opera di Morabito è in realtà un mezzo tuffo del terzino, toccato pochissimo o forse per niente, Borriello viene tratto in inganno come l'intera tribuna. Fin lì la Lazio non s'era sprecata più di tanto, consapevole anche della remissività della Reggina dei miracoli. Il caldo atroce (mentre a Perugia, 150 chilometri più in là, avrebbe diluviato) dava al match connotati balneari, e la serena consapevolezza che le sorti dello scudetto in realtà si sarebbero consumate altrove smorzava i toni forti della contesa. Eriksson si consentiva uno schieramento che contro avversari più motivati avrebbe potuto avere forti controindicazioni. Due punte (Inzaghi e Salas), un centrocampo sbilanciato in avanti (Nedved-Simeone-Veron-Mancini) e una difesa rabberciata causa contemporanee assenze di Marchegiani, Nesta e Mihajlovic, ma nobilitata dal buon rientro di Favalli, assente nientemeno che dal 30 gennaio.

Colomba rispondeva con tre punte, Cozza a destra era stabilmente in linea con Bogdani e Kallon, che tuttavia non pungevano se non con tiri da lontano. L'inerzia della partita teneva la Lazio costantemente nei dintorni dell'area reggina, senza tuttavia che la buona intonazione di Veron, Simeone e Nedved, i più tonici, i tre che più di ogni altro hanno tirato la carretta in queste ultime settimane, procurassero seri grattacapi a Taibi. La Reggina subiva, ma si batteva, con particolare citazione di merito per Giacchetta, Baronio e Cirillo, i più motivati. Simeone faceva le prove generali per il secondo tempo, ma i primi due gol arrivavano per altre vie. Mancini si accendeva quel tanto da lasciare in surplace Cirillo, sul cross Inzaghi andava più su di tutti e procurava l'assist per il... braccio di Brevi. Rigore netto che Simone Inzaghi toglieva letteralmente a Veron e andava a trasformare (in barba al fratello Pippo) con un tiro centrale e con Taibi spiazzato. Replica quattro minuti dopo, col tuffo di Pancaro che ingannava tutti. Stavolta Veron non concedeva deroghe. Cominciava a questo punto la vera cronaca di un pomeriggio pazzo e indimenticabile, e Lazio-Reggina diventava una specie di sit-in. L'ultimo bagliore lo riservava Simeone, con l'ennesima zuccata (quarta rete consecutiva in campionato) sulla punizione di Veron. La giostra dei cambi riservava momenti di gloria a Pirlo, Possanzini, Vargas, Sensini, Almeyda e Conceiçao, mentre l'uscita di Mancini veniva celebrata come si conviene per un grande al passo d'addio. Tutto avveniva, sospensioni incluse, in un clima di festa spensierata, fino al fischio finale di Borriello, che arrivava più che tempestivo, due minuti prima del gol di Calori a Perugia. La festa, quella vera, doveva ancora cominciare.


Ancora dalla "rosea":

"Lazio, con un anno di ritardo. Ha vinto lo scudetto proprio come lo aveva perso contro il Milan. La Lazio più bella si era vista due anni fa, ma crollò nel finale. L'anno scorso il sorpasso rossonero alla penultima giornata. Stavolta Eriksson ha coronato un furioso inseguimento quando si è affidato agli uomini migliori. La cessione di Vieri aveva lasciato perplessi, invece si è rivelata un ottimo affare per l'arrivo di Simeone, autore di gol decisivi. Nesta l'uomo più importante, Veron ha girato a tratti, Nedved è stato determinante nel girone di ritorno".

Fu catalogato come un evento eccezionale quello che portò al sorpasso della Lazio ad opera del Milan l'anno scorso. Sette punti di vantaggio a sette turni dal termine non bastarono alla squadra di Eriksson per conquistare lo scudetto. Alla penultima giornata i rossoneri misero la freccia e si lasciarono alle spalle un avversario incredulo e avvilito. Sembrava un fatto impossibile e comunque irripetibile. Sembrava... Non sappiamo se il calcio contempli la pratica del risarcimento. Certo è che la Lazio è stata ripagata in tutto, stavolta: con la concretezza di un titolo e con la levità di un'emozione sia pur intensa. Nel breve volgere di una stagione da vittima a carnefice, con uno scudetto che viene posto in bacheca accanto a quello lontano del '74 e con un sorpasso ancora più rocambolesco. Nove punti di distacco dalla Juve a otto giornate dalla fine e sorpasso agli ultimi minuti. Sia chiaro che questo successo, sia pure acciuffato per i capelli, non è da considerarsi casuale. Ad agosto la Lazio era la grande favorita di tutti i pronostici soprattutto per meriti pregressi che vanno fatti risalire al '97-98, quando il progetto Cragnotti-Eriksson sembrava essere già approdato a traguardi mirabili. Dopo due magnifiche vittorie a Udine in campionato e a casa dell'Atletico Madrid in coppa, la Lazio aveva a portata di mano la possibilità di scavalcare la Juve in classifica affrontandola all'Olimpico. Venne invece una sconfitta discutibile (Collina non giudicò volontario un fallo di mano di Iuliano in area bianconera) che produsse un crollo spaventoso dei biancazzurri in ogni competizione. Eppure quella per molti versi resta la Lazio più bella delle ultime stagioni. Un meccanismo quasi perfetto, con una manovra efficace e spettacolare insieme. Poteva rimanere una meteora per come era sparita e per la pervicacia di Cragnotti nello smontare ogni reparto della formazione. Ma Eriksson riuscì a ricomporre una squadra altamente competitiva dopo qualche inevitabile esitazione iniziale. Lo smacco finale ad opera del Milan non intaccò però la potenzialità di un complesso che ormai non poteva più rientrare fra le quinte. La potenza economica della società assecondava ormai al meglio le ambizioni di tutto l'ambiente laziale. Si continuava a cambiare sul mercato, ma i pezzi pregiati in arrivo superavano nel numero e nella qualità quelli in partenza.

In realtà l'unica cessione che ha lasciato tutti perplessi è stata quella di Vieri. Salas restava e non esisteva una precisa indicazione per il suo compagno di reparto. Questo si pensava all'inizio, anche se da un punto di vista economico l'affare era indiscutibile. A conti fatti invece quell'operazione è da considerarsi addirittura vincente: Vieri in questa stagione per una serie infinita di infortuni non ha quasi mai giocato nell'Inter, mentre Simeone che arrivò a Roma come saldo tecnico dell'affare, è risultato addirittura determinante con il suo ardore agonistico e i suoi gol. Ne basterebbe uno per tutti, quello segnato alla Juve al "Delle Alpi", che costituì la prima vera picconata al primato juventino. L'argentino venne considerato all'inizio un doppione di Almeyda, ma meno mobile, e quindi gli fu preferito spesso anche Sensini. Quando invece la Lazio ebbe bisogno di un guerriero capace di gettarsi nelle mischie roventi dell'area di rigore avversaria, non ci furono più ballottaggi. Vinsero la sua grinta e la sua capacità di far gol di testa in situazioni impossibili. In realtà l'organico della Lazio era indubbiamente il più ricco del campionato, da un punto di vista numerico, ma anche tecnico. Si trattava di tirarne fuori una formazione competitiva al massimo. Eriksson impegnato su tre fronti (campionato, Champions League e coppa Italia), si è preoccupato anche eccessivamente di non bruciare troppo in fretta la riserva di energie di ogni suo giocatore affidandosi a un turnover che riguardava soprattutto le gare delle due coppe. Il ricordo bruciante dei due precedenti campionati gli ha suggerito di partire con molta prudenza per evitare crolli nel finale. La sua formazione di riferimento non poteva non essere quella che prevedeva davanti a Marchegiani Negro, Nesta, Mihajlovic, Favalli (o Pancaro) in difesa, Conceiçao, Almeyda, Veron e Nedved a centrocampo, Salas e Boksic in attacco. Da questa partivano le sue divagazioni per una rotazione che a volte ha giocato brutti scherzi. Sarà anche per questi continui rimescolamenti che sono pochissimi i biancazzurri che possono essere indicati come elementi fondamentali e insindacabili nel loro rendimento per tutto l'arco della stagione. Forse si può citare Nesta, la cui assenza ha costituito sempre grossi problemi per la difesa e l'intera squadra. Gli altri hanno vissuto momenti splendidi e momenti di offuscamento. Come Veron, il cui rendimento ha condizionato il cammino della squadra. Quando girava, esaltava la Lazio, altrimenti ha rischiato di trascinarla a fondo. Un giocatore di indiscusso talento che non sempre è riuscito a dare l'impronta voluta al gioco dei biancazzurri.

Nedved, quando nel girone di ritorno ha ritrovato salute fisica e grande condizione di forma, è stato al solito decisivo; il giovane Inzaghi è diventato fondamentale quando il tecnico ha puntato a rinsaldare il centrocampo aggiungendovi un uomo (spesso Simeone) lasciandolo solo in avanti. Persino Mihajlovic non è stato all'altezza della sua precedente stagione in biancazzurro. Lo stesso dicasi per Conceiçao, Salas, Almeyda. Forse Pancaro si è rivelato più utile con qualche gol pesantissimo. Quindi è l'efficienza complessiva del gruppo più che un singolo ad aver gettato le basi di questa conquista. Le eccezioni, l'abbiamo detto, possono esser considerate Nesta e Simeone quando l'argentino è stato inserito stabilmente in squadra. Al resto ci ha pensato Eriksson, un allenatore duttile per eccellenza. Anche quando la Juve, dopo un bel duello spalla a spalla a metà del percorso, si è involata, il tecnico svedese ha saputo mantenere la freddezza necessaria per organizzare l'inseguimento. Non si è arreso mai e i suoi alla fine ci hanno creduto. E poi al momento cruciale, "favorito" anche dall' uscita dalla Champions League, il tecnico svedese ha puntato ragionevolmente sugli uomini migliori. La formazione non ha più cambiato volto, se non nella variante tattica tra le due punte o quella sola. Un rush finale con la vera Lazio ha prodotto sette vittorie e un pareggio in otto gare. La Juve è stata bruciata sul filo di lana. E il ricordo dei vari De Santis è stato spazzato via. Uno scudetto arrivato in ritardo di un anno, e forse per questo più apprezzato.


Il ritratto dell'allenatore

Quello svedese gentiluomo che ti incanta quando parla di psicologia o letteratura ha il merito di aver convinto la squadra a non mollare mai, anche quando la situazione sembrava disperata. Di grande disponibilità e senza pregiudizi, ha perso un po' di quella sua flemma nordica esultando a volte con entusiasmo sanguigno. C'è un verbo che a Sven Goran Eriksson è molto simpatico. Si chiama cambiare. Cambiare come atto di forza e non di debolezza, cambiare non come dimostrazione d'incoerenza, piuttosto come lucidità nell'interpretare fatti sempre più in movimento. Per questo lo svedese, che ha vinto ieri con la Lazio il suo primo scudetto italiano dopo un lungo inseguimento, ha cominciato spesso e volentieri con questo incipit il percorso della sua biografia calcistica: "Sono molto cambiato". Cambiato non soltanto rispetto agli integralismi di quindici anni fa, quelli di quando cominciò ad assaggiare l'Italia dopo la prima esperienza all'estero al Benfica, quelli del suo calcio tutto schemi e non troppa fantasia. Cambiato forse anche nei confronti di certe indulgenze recenti, cambiato perché più netto nelle sue scelte, anche se queste più di una volta hanno provocato musi lunghi, messo in crisi rapporti tecnico-professionali consolidati da anni, creato potenziali corto-circuiti nei rapporti con il suo datore di lavoro.

Cambiato al punto giusto, almeno a giudicare dalla classifica finale del campionato. Cambiato perché il calcio sta cambiando e se resti fermo rischi davvero di non capirlo più. Per carità, Sven Goran Eriksson non ha vinto lo scudetto da solo, ci mancherebbe. Nella sua miscela di elasticità e decisionismo però c'è un marchio di fabbrica della sua Lazio, capace di sposare il turnover, soprattutto a inizio di stagione, per arrivare alla stretta finale però con una intercambiabilità diversa e molto più contenuta all'interno della rosa, la possibilità di distinguere in maniera molto più chiara i titolari dalle riserve. In un colpo solo, si fa per dire, in qualche mese, le accuse di mancanza di coraggio che aveva perennemente incassato con la solita eleganza, le ha rispedite al mittente con i fatti: chi gli diceva che era Mancini a fargli la formazione ha dovuto incassare diverse sostituzioni che lo stesso pupillo non ha fatto mistero di non gradire per niente (ricordate Verona?). Le spinte di Cragnotti per l'impiego di Boksic sono andate molto spesso deluse. Senza pregiudizi. Ma non è soltanto questo. Eriksson ha dimostrato di non avere pregiudizi, di saper dosare il materiale umano a disposizione con la sola forza dell'interesse comune. Pensate a un giocatore come Diego Simeone: per un bel periodo il tecnico gli ha preferito Sensini, più adatto tatticamente al ruolo di gregario principe di un Veron libero di svariare. Quando Eriksson si è accorto però che con la formula 4-5-1, e più tardi non soltanto con quella, la pedina Simeone era una specie di jolly da giocare il più in fretta possibile, Sven ha schierato l'argentino ringraziandolo non soltanto per i suoi gol ma pure per la sua capacità di aspettare, di non mettersi a fare il piagnisteo di chi non gioca. Di fronte a certi teorici dell'infallibilità tecnica, che pure abitano su diverse panchine in Italia e nel mondo, Eriksson ha ammesso a volte l'esistenza del dubbio, dell'insicurezza, del momento in cui al sabato sera hai deciso una cosa e la domenica mattina non ne sei più convinto. Certo, la Lazio fino a ieri è stata la squadra dei tanti se, se Simone Inzaghi... Neanche Eriksson ne ha negato la legittimità: l'errore non è un delitto, neanche nel calcio.

Ma c'è un'altra qualità importante che ha dato a Eriksson una dimensione diversa di quella che molti di noi gli avevano cucito addosso. L'allenatore non ha mai mollato. Anche quando pareva che tutto fosse finito, che Batistuta avesse scritto la parola fine, con un editto (vedi punizione) controfirmato da Kovacevic e con il partito degli scettici ormai diventato maggioranza assoluta. Le sue parole pubbliche davanti a intervistatori un po' perplessi, anche quando i punti di distacco dopo Verona erano diventati addirittura nove, nel privato della squadra sono diventate un cemento che ha impedito ogni sbandata. Altroché il disastro di due stagioni fa, quando in poche partite la Lazio da potenziale candidata allo scudetto era finita settima! Questo è stato il suo capolavoro perché quei distacchi in classifica, quelle pressioni della piazza, quell'ambiente sempre avvelenato da una sorta di sfiducia cronica rischiavano di dichiarare un rompete le righe, tutti sconfitti e tutti alle prese con un futuro da cercare o da immaginare, che invece non è mai arrivato. Via i fantasmi. In realtà il non mollare è stato necessario non soltanto alla fine delcampionato, ma pure, soprattutto, all'inizio. Perdere uno scudetto per un punto taglia le gambe a un toro, perdere il giocatore che ti ha portato più vicino a quello scudetto è un colpo proibito nonostante tutti i proclami rassicuranti di quei giorni. Eppure la Lazio ha saputo scordare, soprattutto in autunno, nel suo momento migliore, la rimonta del Milan, i fantasmi di quel finale. Forse soltanto una domenica tutte queste presenze si sono materializzate all'Olimpico: quando il Milan è tornato per la prima volta e allora la Lazio erikssoniana, magari il suo stesso allenatore, avrebbero voluto spaccare il mondo per vendicarsi e dovettero "accontentarsi" di un fragoroso quattro a quattro. Sven Goran Eriksson ha vinto anche un altro scudetto. Ma qui l'albo d'oro portava già diverse volte il suo nome. Ha vinto il titolo dell'educazione, che non è disponibilità fessa ma capacità di comprendere le ragioni dell'altro, sia esso tifoso, giornalista o giocatore. Non si è mai sottratto alle domande dopo le sconfitte, non è mai diventato borioso dopo le vittorie nei confronti di certi suoi critici assidui. Ha abbozzato anche quando è diventato quasi un luogo comune il considerare la Lazio come una sorta di squadra ad handicap, dove l'handicap era la presunta mancanza di grinta del suo allenatore. E così il disco "ci voleva Capello, serviva Lippi" s'è messo a girare a vuoto per poi uscire da qualsiasi hit parade in primavera. Una sola volta Eriksson s'è concesso un rifiuto. Un giornale s'era messo a scrivere di una sua crisi privata quasi entrando con parole di carta nella sua camera da letto. Troppo. Ma lo svedese non ha chiuso la saracinesca con il mondo, con durezza e semplicità ha detto che il non voler rispondere alle domande dei giornalisti di quel quotidiano era uno strumento di difesa, niente di più, niente di meno. Difficile dargli torto.

D'altronde l'allenatore campione d'Italia non ha mai fatto mistero di voler vivere oltre il pallone e di considerare tutto questo una virtù e non un difetto. Un tecnico che lavora nel calcio, e che dal calcio è lautamente pagato, non è per questo un monaco e ha tutto il diritto di uscire la sera a cena, di giocare a tennis (e di battere il suo vice Luciano Spinosi), di avere le sue idee senza fermarle a vocaboli come zona, centrale, punte, eccetera. Riti propiziatori. Non è un caso che con Eriksson si può parlare di psicologia e di letteratura scandinava, di una vacanza in Grecia o dei tempi in cui da ragazzino sognava di diventare campione di salto dal trampolino con sci piuttosto che allenatore di calcio. E non è stata allora una sorpresa quando il tecnico di Torsby ha preso a schiaffi con parole pesanti quelle frange di tifoseria laziale becere protagoniste a suon di cori razzisti in curva nord durante alcune partite. Dunque elasticità ma anche decisione delle scelte, voglia di pallone ma anche coscienza dell'esistenza di altro. In più una spruzzata di sana e in qualche modo nascosta scaramanzia. Nella stagione scorsa i suoi riti propiziatori, fatti di sigari, canzoncine e presenze radiofoniche, erano diventati di dominio pubblico. Questa volta se n'è parlato meno, quasi che l'effetto scaramantico soffrisse di troppa pubblicità e avesse bisogno per funzionare davvero di influire a fari spenti sulle fortune calcistiche della sua squadra. In effetti, un po' è cambiato anche il suo comportamento in panchina, certa flemma nordica è definitivamente scomparsa e più di qualche gol è stato salutato con un entusiasmo sanguigno e in qualche modo insolito per un uomo delle sue parti. Forse però c'è qualcosa di ancora misterioso nella storia di questo svedese un po' napoletano (definizione del suo datore di lavoro ormai universalmente accettata). Dietro la cortina della sua grande disponibilità e di un personaggio senza pregiudizi, c'è una specie di impenetrabilità, un punto interrogativo che vorrebbe forzare una barriera che Eriksson ha saputo costruire dentro di sé. Fatta anche di orgoglio. Un giorno gli chiedemmo se non gli dava fastidio questa storia del perdente di successo e di quella casellina, alla voce scudetti italiani, dove il suo curriculum era ancora inchiodato allo zero. Rispose all'istante dicendo: "Io so quanto valgo". Molti, invece, hanno dovuto aspettare ieri per saperlo. Ma questo è un altro discorso.

Aveva già vinto un campionato in Svezia e tre in Portogallo. Sven Goran Eriksson, svedese, 52 anni, ha cominciato la sua carriera nel Degerfors, con cui ha ottenuto il primo successo, la promozione alla serie B svedese. Dal '79 all'82 ha allenato il Göteborg (vincendo campionato, due coppe di Svezia e coppa Uefa), poi per due stagioni il Benfica (due scudetti e una coppa del Portogallo). Arrivato in Italia nell'84, dopo tre stagioni alla Roma (una coppa Italia) è passato alla Fiorentina per due anni. Quindi ancora Benfica (scudetto e Supercoppa), poi cinque anni alla Sampdoria (una coppa Italia) e dal '97 eccolo alla Lazio: coppa Italia, coppa Coppe, le due Supercoppe e, ora, lo scudetto.




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