Capanno di Pippanera


Sotto Ponte Margherita, dove oggi si vedono le scale, sorgeva il capanno "Pippanera". Sullo sfondo Piazza della Libertà (Foto © F. Bellisario)
Il regolamento comunale dell'epoca
L'otto senior della Lazio di ieri...
...e quello di oggi. Dopo 114 anni scafi biancocelesti solcano il Tevere sempre in nome dell'antico ideale sportivo (Foto © F. Bellisario)

ER TEVERE DE FIUME


Il "Capanno di Pippanera" era un luogo di ritrovo di fiumaroli posto sulla riva destra del Tevere proprio sotto Ponte Margherita. Il capanno, fatto di vimini, canne e rampicanti, non aveva nulla a che fare con gli aristocratici circoli natatori e remieri che popolavano le sponde del Tevere frequentati dall'aristocrazia e dall'alta borghersia. Sono leggendarie le rivalità che contrapponevano i rematori ai rudi fiumaroli tiberini. Era un misero recinto dove studenti e lavoratori potevano spogliarsi prima di fare una nuotata nel fiume. Il capanno era frequentato, tra i tanti, da Luigi Bigiarelli, sottufficiale dei Bersaglieri, reduce dalla sventurata spedizione italiana sulle alture del Tigrai, che abitava in Vicolo degli osti, 15, dietro Piazza Navona. Al capanno conobbe alcuni giovani sportivi con i quali fondò la Lazio il 9 gennaio 1900.

Sull'argine vi era un muro con una fenditura che divenne una sorta di cassetta delle poste dove i giovani popolani lasciavano avvisi per gli amici. Il capanno era frequentato soprattutto d'inverno e, dopo il nuoto e il podismo, lo "sport" preferito dai ragazzi era una gara volta a rompere a sassate il maggior numero di lampioni. Nella stagione estiva il gruppo si trasferiva al prospiciente Bagno Talacchi che si sviluppava per circa 200 metri dal Ponte Margherita verso valle ed aveva attrezzature balneari più confortevoli e funzionali. Il nome "Pippa Nera" fu dato al capanno in funzione icastica e popolana per sottolinearne l'estrema modestia delle attrezzature e derivava dall'essere stato sede, nel 1897 o 1898, di una libera associazione di nuotatori, priva di statuto e che fu chiamata Nera, probabilmente da uno dei nomi dell'Aniene, Nera appunto, che faceva capo al gestore dell'area golenale situata proprio sotto Ponte Margherita in cui vi era una baracca e una sorta di barcone. Di questo gestore non si conosce il nome ma era chiamato da tutti "Gamba di Legno" e i frequentatori erano conosciuti come "La tribù della Pippa Nera".


LazioWiki crede di fare cosa gradita a tutti i sostenitori biancocelesti, a chi è interessato alla nascita della Lazio e agli storici dello sport, pubblicando una fotografia, risalente al 1906, presa da un aerostato. In essa si vede Piazza della Libertà come la vedevano i nostri padri Fondatori e i pionieri della nostra Società Podistica. Spoglia, senza le attuali aiuole, priva del monumento oggi presente e della casina rimasta (Sede della Fondazione G. Sandri) che un tempo era un manufatto di servizio della Ferrovia Roma-Viterbo. Poi è visibile Ponte Regina Margherita inaugurato nel 1891 e privo di traffico. Infine, e secondo LazioWiki è l'elemento più importante, sul fiume, appena a valle del ponte sulla riva destra, dalla parte dei Prati, è nettamente distinguibile il barcone del Pippa Nera, laddove nacque la Lazio. Esso ha la prua rivolta a monte e una copertura al centro. Vicino si intravedono una spiaggetta e una ripida scaletta che portava sulla sovrastante piazza. Probabilmente questo barcone non era altro che il traghetto che da decenni faceva servizio tra le due sponde del Tevere collegando la zona di Ripetta con le aree a canneto della riva destra, laddove vi erano numerose e frequentate trattorie. Questo barcone era legato a una lunga fune e veniva governato con una pertica.

Il proprietario era chiamato "Toto er bigio", detto "Bucalone", e costui gestì questo trasporto fluviale fino al 1879, quando, con l'inaugurazione del ponte-passerella in ferro di Ripetta, il collegamento divenne inutile. E' probabile che, una volta dismesso, il barcone possa essere stato acquisito e destinato a disagiata sede della "Società Nera". Di questo barcone che attraversava più volte il Tevere ne parla anche G.G. Belli nel sonetto "Er diluvio univerzale". Una foto di questo barcone da traghetto è in possesso di LazioWiki che lo mette a disposizione dei lettori. Si fa presente che l'imbarcazione mutò nel tempo il suo aspetto, tanto che nel 1900 fu munita di una vera e propria cabina in sostituzione del telo che proteggeva dal sole e dalla pioggia i suoi fruitori. Ecco come lo scrittore e storico dello sport Marco Impiglia nel suo "Le origini sportive del Tevere e la Società Podistica Lazio" tratta di tale struttura:

Marciare, correre e nuotare, ecco cosa volevano fare i primi laziali. E non è sbagliato affermare che la Podistica nacque all'insegna di queste attività: gli unici sport praticati nel suo anno inaugurale di vita. Orazio, in una delle satire, parlò di traversate del Tevere in piena nella stagione fredda. Luigi Bigiarelli, non molto prima di fondare il sodalizio, aveva partecipato ad Anguillara al IV Cimento Invernale del 1899 organizzato dai rari nantes, dichiarandosi esponente della "Gioventù Cristiana", associazione per la quale aveva anche vinto, in maggio, il campionato regionale di corsa veloce. Bigiarelli non fondò una "Società Laziale di Nuoto" perché, nel gennaio del 1900, la sua testa era completamente assorbita dal podismo. Si era accorto, poi, che nel nuoto non riusciva a sopravanzare i migliori campioni tiberini; e questo lo aveva ancora più convinto a darsi anima e corpo alla marcia. Alla fine del 1899, egli apparteneva alla "Cristiana" e ad un altro sodalizio: la "Nera". Ed è qui, scavando nelle vicissitudini della Società "Nera", che si possono mettere a nudo le radici della S. P. Lazio. La "Nera" fu una delle prime forme di associazione di patiti del Tevere distinte dai canottieri. Sorse sul finire del secolo. I suoi appartenenti erano quasi tutti minorenni, e non aveva uno statuto che la regolarizzasse. Ebbe la sua culla in un barcone male in arnese, pomposamente chiamato "lancia da mare", poiché la leggenda voleva fosse una ex lancia pontificia. Il battello aveva una baracchetta al centro e possedeva un nome, "Pippa Nera", che gli era stato affibbiato dal proprietario "Gamba-di-legno". Nulla si sa sull'identità del personaggio. Fu lui, comunque, a rendere disponibile per i fiumaroli quella specie di Arca di Noè in sedicesimo, che venne attraccata ad un pilone a valle di ponte Margherita, dalla parte dei Prati; così piazzata, rimaneva giusto di fronte ai Bagni Talacchi, che si stendevano per 200 metri lungo la banchina dal ponte al nuovo porto fluviale. I frequentatori del barcone, facilmente raggiungibile da piazza della Libertà tramite delle scalette, si fecero presto conoscere come la "tribù della Pippanera".

I dati storici, pertanto, coincidono con quelli iconografici. Di seguito l'immagine, e un suo particolare ingrandito, reperita da LazioWiki.



Il barcone di Toto Bigio, detto Bucalone (Baccellone), in una foto del 1870 ormeggiato sotto Ripetta, e quindi precedente all'inaugurazione di Ponte Margherita nel 1891. E' ancora adibito a trasporto persone. Una volta venuta meno la sua utilità nel traghettare clienti, il natante fu venduto a tale Gamba di Legno e poi usato come sede della Società Pippa Nera (o Pippanera) da cui scaturì la Lazio. Nella foto è visibile a poppa un corto palo dove veniva fissata la fune



Il Capanno di Pippanera visto da un aerostato nel 1906


Un particolare ingrandito del "Capanno di Pippanera" tratto dalla foto precedente



"ER TEVERE DE FIUME"

I fiumaroli esistevano già quando, ai primissimi del 1870, i fondatori del "Tevere" - la più antica società romana di canottaggio - scesero a fendere coi remi il seno al padre Tebro; ed esistevano anche prima, quando cioè alcuni soci della Società Ginnastica Serny, in gita per fiume con le loro maglie rosse, vennero scambiati per ribelli garibaldini e presi a schioppettate dalle sentinelle pontificie ai Sassi di S. Giuliano o a Ponte Sisto (secondo un'altra versione). I primi fiumaroli crediamo siano stati i gemelli di Rea Silvia e certo dai cespugli donde partirono i vagiti dei fondatori di Roma, un richiamo atavico ne spinge sin da allora i lontani figli a cercare asilo di serenità e refrigerio sulle brevi sponde e nelle acque sacre. Non ai bagni del Tevere dovette perciò alludere Marziale quando scriveva che "Balnea, vina, venus corrumpunt corpora nostra"; né riteniamo avesse serio fondamento la credenza che il Tevere fosse "equis salubris sed hominibus noxius" ché, anzi, era comune opinione che le sue acque fossero altamente salutari specie ai malati di fegato. Se anche perciò la superstizione e, più ancora, la... sleale concorrenza dei numerosissimi "balnea" con tutte le decantate loro attrattive, poterono per qualche tempo distrarre dal fiume la gioventù romana, certo la rovina delle monumentali Terme ricondusse gli abitanti dell'Urbe alle spiagge e al corso del Tevere. Pare, piuttosto, che, nonostante il passare del tempo, perdurasse qualche cattiva abitudine contratta appunto nei secoli precedenti, tanto che a un certo momento le autorità si videro costrette ad intervenire energicamente con editti e bandi per impedire la "poca honestà" di andare a fare il bagno nudi. Ecco, ad esempio, come agli albori del '700, il Vice-gerente passava ai cittadini di Roma l'ordine datogli "a bocca" da S. Santità: "Comandiamo a tutti di qualsivoglia stato e condizione che di giorno (e la notte?) non vadino a fiume nudi né per bagnarsi, né per notare, né per qualsiasi altra causa (?) senza le mutande, con le quali andandovi, si guardino dal fare atti o dir parole contro l'onestà e la modestia".

Si noti poi che la mai abbastanza deplorata usanza di bagnarsi senza le mutande non doveva essere prerogativa delle acque del Tevere perché gli editti contemplano pure le "conche, vasche e il lago che si suol fare a Piazza Navona e la fontana di S. Pietro Montorio"; in questi luoghi, tuttavia, il divieto era esteso alla notte. Alle donne, infine, per quanto protette da mutande (e mutande femminili dell'epoca!), era proibito di bagnarsi ovunque, con l'aggravante che, invece dei tre tratti di corda o dei cento scudi previsti per i trasgressori maschi, all'altro sesso era minacciata la "frusta da darseli in pubblico". E non è specificato se con o senza mutande. Nonostante questa severità, il rappresentante della squadra del buon costume del tempo non poteva cogliere sul posto il trasgressore appostandosi - come più tardi il Pizzardone - dietro le spallette dei Ponti o rincorrendolo per le banchine, con grande sollazzo degli spettatori; e ciò perché le rive del fiume erano allora "sacre" e, come tali, al pari delle Chiese e dei Monasteri, godevano del diritto d'asilo. Si vede però che le acque del nostro fiume sono particolarmente invitanti a bagnarsi in costume adamitico perché l'usanza che, salvo sospetti casi sporadici, sembrava abbandonata, tornò di moda in forma, diremo così, epidemica, una ventina d'anni fa ai Polverini dove il Sindaco della Tribù della Tintarella - il pittore e dicitore di versi romaneschi Aristide Capanna - e il suo Pro Sindaco Passerini la elevarono addirittura a legge, comminando severe pene per i contravventori; ma la più pronta e stretta sorveglianza dei fuori-bordo governatoriali rintuzzò ogni velleità naturista.

Ai tempi di Gregorio XVI non solo era ancora viva l'usanza di bagnarsi nel Tevere, ma esistevano pure le capanne e precisamente tre se ne contavano: alla Renella, presso S. Anna de' Bresciani e di fronte al Porto di Ripetta; ma solo per queste ultime era dovuta "una lieve retribuzione da soddisfarsi ai proprietari". Lì presso, prima ancora del 1870, un certo Toto Bigio, assillato dal problema della casa (a quanto pare sempre di difficile soluzione), aveva eletto domicilio prendendo stanza in una rozza barca ove visse a lungo e poi morì. Agli inizi del secolo rimontano quelle di Nino Talacchi, come quelle di Domenico Tulli discendente da Ciceruacchio e capostipite della dinastia omonima che, prima di trasferirsi a Ponte Umberto, ebbe i suoi stabilimenti all'"Acqua Fresca" (di fronte al Ministero della Marina, non ancora costruito a quel tempo). A Ponte Molle vi erano quelle gestite da Zi' Paolo e Zi' Ambrogio della stirpe dei Docci; ai Polverini quelle di "Carabusone" (l'ex carabiniere Annibale Batticalli), affiancate alle altre di "Silvano er lampionaro" e, in epoca più recente, quelle "der Panza" (al secolo Pietro Rossi) sulla riva opposta. Ed esistevano anche fiumaroli famosi tra cui un tale Domenico Ricci, detto Memmo, che passava per il più forte nuotatore dei suoi tempi e si vantava di aver traversato a nuoto il Niagara.

A prescindere dalla priorità delle origini, certo si è che una diversa psicologia distingue il canottiere dal fiumarolo: il canottiere rimane tale sia a fiume che a mare o al lago; il fiumarolo a Ostia o a Castello diventa un comune bagnante; il canottiere ha molte esigenze per sé e la sua barca; il fiumarolo ha solo bisogno di uno straccetto attorno ai fianchi e poi di sole e di acqua. Acqua; e non importa se limpida come quando "er fiume sta che je se vede er fonno", o torbida che trascini tronchi e magari carogne d'animali, come quando "er fiume cresce che Ripetta è un mare", diceva il Belli. Occorre, infine, che il canottiere sappia vogare; sarà magari un "cioccolattaro", ma il remo in mano bisogna pure che lo sappia tenere: il fiumarolo, a rigore, può anche non reggersi a galla e se vuole staccarsi dal passone che lo ha sorretto in lunghi semicupi, può affidarsi a una cucuzza: oggi non se ne vedono più per fiume ché la motorizzazione le ha sostituite con le camere d'aria delle automobili, ma allora il principiante con "due bajocchi" ne poteva affittare una dal capannaro, lasciando in pegno una scarpa; e se non aveva i due bajocchi se ne stava a panza a l'aria sur porverino rivoltandosi dall'altra parte quand'era ben cotto, come S. Lorenzo sulla graticola; salvo a buttasse quando non ne poteva più dalla callaccia, ma non andava più in là de indove ce se tocca perché la cronaca del Messaggero ogni giorno d'estate parlava di qualche imprudente sparito nei gorghi dell'Albero Bello.

La prima forma di associazione di patiti del Tevere, distinta dai canottieri, ebbe la sua culla, sullo scorcio del secolo scorso, in un barcone male in arnese pomposamente chiamato lancia da mare e che la leggenda voleva fosse già appartenuto a un Papa; questa specie di Arca di Noè in 48° era attraccata a un pilone del Ponte Margherita dalla parte di Prati e i suoi pochi frequentatori costituivano la Società Nera (probabilmente - come la Società di Canottaggio "Aniene" - dal nome dell'affluente del Tevere), ma venne da tutti conosciuta soltanto come "La Pippa Nera". L'esiguo manipolo di questi pionieri era capeggiato da Giggi Bigiarelli (detto "er puntale"): erano con lui Nelli, Grifoni, Balestrieri, Venarucci, Aloisi (detto "Onta"), il lungo Tito Masini (detto "Pizzarda"), Alberto Mesones (detto "il Poncio") e suo fratello Ignazio, divenuto più tardi tristemente celebre per l'uccisione della moglie Bice Simonetti. Attorno alla "Pippa Nera", come alla "Società Romana di Nuoto" e alla "Rari Nantes", si raccolsero i primi appassionati fiumaroli, molti dei quali gustose macchiette di cui si è perduto lo stampo. I fondatori della "Rari Nantes" furono: Achille Santoni, vero apostolo del nuoto, l'Ing. Sebastiani, Attilio Tomassini, Giuseppe Campiotti, Galileo Massa, Enrico Gualdi, Arturo Noci, Enrico Venier e pochi altri fra cui quell'Oreste Martini che, a seguito di una polemica giornalistica, traversò a cavallo il Tevere per dimostrare che i cavalli sanno nuotare anche in acqua corrente.

Alla "Romana" - fondata nel 1889 dai tre B (gli On.li Bissolati e Bonomi e il Prof. Bastianelli) - pontificava Cesare Gismani "er dio de l'onna"; er cavajere, come era meglio conosciuto, aveva la specialità di fare er braccetto più polito de fiume e di nuotare con gli stivaletti; accanto a lui, lungo e ossuto come Don Chisciotte, arrancava con le sue gambette corte e grasse, Sancio Pancia, l'anzianotto cav. Gustavo Papi a tempo perso cronista del "Messaggero"; dietro, tra qualche persona seria, ma ringalluzzita per l'occasione - come i professori Postemscki e Nuvoli, il benefico e poi senatore avv. Carlo Scotti, i commendatori Pratesi e Mantovani - un codazzo turbolento di giovanottelli e maschietti, i quali davano giornaliere tangibili prove della labilità delle lezioni di civile educazione apprese in famiglia. Nell'attesa che la comitiva rientrasse alla base, Vincenzo Macchini dava, dal trampolino, gratuito spettacolo di tuffi: memorabili quello col caduceo in mano, pétaso in testa e talari ai piedi, che gli valse da Gabriele d'Annunzio l'appellativo di "sublime fiumarolo", e l'altro, non meno perfetto, con la corona d'alloro in mano, immortalati dal collega fiumarolo e fotografo pontificio Felici. Frattanto "Bucale" (al secolo Ettore Martelli) alternava le sue funzioni di bagnino-custode del Galleggiante con quelle di maestro di nuoto e certamente a lui e al suo irriverente e colorito eloquio trasteverino dovette ispirarsi Cesare Pascarella nel dettare i tre noti sonetti intitolati appunto "Er maestro de noto".

Se la "Rari Nantes" produsse campioni di nuoto che ebbero il loro momento di popolarità, come Cencio Altieri Vincenzo Altieri (N.d.R.), Roberto Basilici, Ferdinando Retacchi ed altri, la "Romana" contava fra i suoi assi il pittore Lello Montalboddi, Ernesto Immelen, oggi pensoso proprietario della libreria antiquaria Nardecchia, Vincenzo Bronner, più volte campione del Tevere, Carletto Serventi, passato poi agli allori della equitazione. Il vero vivaio però dei fiumaroli erano le "Capanne de Nino" piantate prima a valle e poi a monte di Ponte Margherita; lo stabilimento balneare Talacchi fu per molti anni una autentica istituzione della Roma di mezzo secolo fa e, per quanto interessante, troppo lungo sarebbe passare in rassegna gli habitués di questo ambiente caratteristico; tuttavia non si può avere un'idea della vita che per qualche ora del giorno si conduceva all'ombra e al fresco di quelle gialle stuoie o al sole sull'antistante piatta-forma, senza rievocare almeno le figure più tipiche di quel mondo originalissimo. Emergevano fra tutti lo stesso titolare dello stabilimento, l'apollineo Nino Talacchi, figlio del "Dragone", sempre affaccendato dinanzi al comò che serviva da cassa presso l'ingresso, ma sempre pronto a tutte le buriane; e poi "Lallo" Ruggeri, atleta veramente eccezionale, che solo qualche veterano ricorda ancora, quando, ritto sul parapetto del Ponte Margherita, prendeva lo slancio per tuffarsi a "Caposotto" nel fiume, tenendo le braccia conserte sull'ampio torace che si compiaceva gonfiare in modo spettacoloso. È, invece, ancor viva l'eco della rinomanza acquistata ai suoi bei tempi da Augusto Pompa-Pacchi, detto "Testa lucente".

Era Pompa, con l'aiutante "Gran Pedalino" (alias Vittorio Espositi) (in realtà Vittorio Spositi N.d.R.), il capo riconosciuto e accettato della "Tribù dei pelle rossa" e i suoi fedeli accoliti, impiastricciati di creta e incoronati di verdi erbacce, dopo aver celebrato ai "Polverini" i sacri riti - a base di commende e toppate (ubriacature N.d.R.), cori orripilanti e danze fantasiose - proteggevano dai profani il "sonno del Gran Sacerdote", mentre "veniva giù pe' curente facenno er morto". Né va dimenticato l'ing. Vassalli, animatore geniale della incoronazione di "Tricheco" (al secolo Filippini-Lera) a Imperatore dell'Isola di Ladispoli: una isoletta affiorata e poi sparita a valle del costruendo "Ponte de coccio" (per gli stranieri Ponte del Risorgimento) poco più giù dell'altra, sorta più tardi e pure inghiottita da un'alluvione, detta "der zibibbo" od anche "de li cornuti" per essere stata prescelta a nido di estemporanee espansioni crepuscolari da qualche irregolare coppietta del tempo. Alla incoronazione di Tricheco, oltre il solito corteo di battane infiorate e ragazzini camuffati da indiani, partecipavano le 21 concubine dell'Imperatore rappresentate da altrettanti maschietti indecentemente truccati da procaci odalische; maschietti, perché di bagnanti femminili allora non si vedeva neppur l'ombra per fiume e solo qualche straniera o qualche peripatetica si azzardava di prendere il bagno oltre Ponte Molle, nell'interno delle Capanne loro riservate e alle quali guai a solo avvicinarsi, che il Pizzardone arrostito lì sulla sponda anche lui a rispettosa distanza dall’Harem, vi invitava bruscamente a prendere il largo.

Ventuno impudiche concubine, guidate da Giggi Serventi nelle vesti, pochissime in verità, di favorita del Sultano, al quale un angelo (Lello Montalboddi) con tanto di ali bianche appiccate, non si sa poi perché, alle spalle di un vecchio frak, venendo giù a volo dal pilone del Ponte, portava gli auguri del suo potente Iddio. Ben noti alle prime generazioni dei fiumaroli furono pure l'indimenticabile Felice Tonetti e i giganteschi fratelli Castellani: Bruto (il famoso "Ursus" del primo "Quo vadis?") e Achilletto (chiamato così perché alto due metri); e Corrado Venturini, che faceva venire la pelle d'oca ai passanti quando se ne andava "in verticale" sui muraglioni o sul parapetto di Ponte Margherita; e "Romeo la pezza", padre dei fratelli Tofini, che seguirono degnamente l'esempio paterno; e Alberto Schiavi (più noto come "Tigellino"), nuotatore formidabile anche lui, che, al pari der Ciriola, nelle parate sfoggiava sulla maglia una collezione di medaglie al valore per aver ripescato non si sa quanti candidati al suicidio o inesperti bagnanti. Ma non è a credere che "Tigellino" o il "Ciriola" avessero la privativa di questi atti di valore: essi non sono che i degni eredi delle gesta veramente epiche di un Cesare Ronconi che nel 1881, ancora giovinetto, iniziò la serie dei suoi vantati 400 salvataggi, e di Massimo Cupellini - decorato con più di 20 medaglie e più di 100 salvataggi all'attivo, compreso l'ultimo compiuto a 78 anni - che era stato compagno di banco, alle elementari di S. Salvatore in Lauro, del futuro Pio XII.

Da questa scuola di eroismo sportivo il capitano dei bersaglieri Decio Pontecorvo, romano e fiumarolo autentico, trasse il primo e più numeroso nucleo di quei "Caimani del Piave" che nella guerra 1915-18 si coprirono di gloria leggendaria. A proposito di salvataggi bisogna sapere che in una certa epoca la Società degli Asfittici aveva stanziato un premio di dieci lire (allora non disprezzabili) a favore di chi traeva in salvo qualcuno in procinto di annegare; per qualche tempo la cosa andò liscia, poi la eccessiva frequenza dei salvataggi mise in pericolo il bilancio della Società che elevò sospetti sull'autenticità di tanti atti di valore. Pare risultasse, infatti, che pericolante e salvatore si mettessero d'accordo per eseguire realisticamente la scena e poi dividersi "'no scudo per omo". Il rimedio all'inghippo fu subito trovato: si stabilì che il premio venisse concesso soltanto nel caso che l'aspirante affogato andasse davvero a finire a S. Bartolomeo (dove era la Morgue); le finanze della Società rifiorirono immediatamente, ma vennero meno le sue finalità statutarie; chiuse perciò i battenti e sola ricompensa agli eroi rimase la medaglietta. Fiumarolo per la pelle fu anche Armando Sannibale (detto "Scambiano") che, buttandosi da Ponte Felice, presso Magliano Sabino, per primo percorse 100 chilometri a nuoto nel Tevere e che - come si era sempre augurato - il destino volle chiudesse gli occhi in una barca su quel fiume che era stato la più grande passione della sua vita.

La stagione fiumarola andava dalla metà di maggio ("quanno so bbone le cerase è bbono puro fiume", si diceva) alle prime piogge dopo Ferragosto quando cominciavano melanconicamente a smantellarsi le Capanne; ma la chiusura ufficiale veniva celebrata per la festa della Madonna: il programma comprendeva qualche gara di nuoto popolare o riservata ai cucuzzari, qualche esibizione di tuffi, anche umoristici e, per ultimo, l'attesa caccia all'anitra. La povera bestiola, lanciata con le ali mozzate, nel mezzo di uno stuolo di bagnanti inferociti, diventava proprietà di quello che riusciva ad acciuffarla, e non è facile immaginare la scena selvaggia che ne veniva fuori. Spesso, a render più idilliaca la pace di quelle ore beate, si organizzavano cori solenni: celebri quelli intonati dall'ancor oggi vegeto Enrico Durantini, come il "Pellegrino che venghi da fori co' le scarpe rotte ai piè" oppure "È pesce e nun è pesce..." con quel che segue non adatto a signorine per bene. Non era però difficile che qualche insonnolito dissidente interrompesse attaccando il "Canto de la mosca" non meno famoso e non più castigato.

Ma oltre alla vera e propria passione per il fiume e al desiderio di libertà e spensieratezza che vi si godeva, legava i frequentatori di questo piccolo mondo il linguaggio particolare, le tradizionali usanze, le feste, i riti, l'ammirazione per i suoi uomini più in vista, fossero essi campioni di nuoto o di atletica o soltanto mattacchioni originali e, magari, virtuosi della "pernacchia". È ancor viva l'usanza del bagno invernale, ma dei cimenti indumentali nei quali si sbizzarriva la fantasia dei concorrenti che, in completa tenuta di ciclisti entravano in acqua montati sulla bicicletta, o che si tuffavano vestiti da donna, con tanto di cappellone e ombrellino, ovvero da preti, o col palamidone alla Giolitti, o in frak, chi serba ricordo? E che impressione farebbe oggi veder scendere per corrente una tavola apparecchiata e attorno famelici bagnanti che nuotando ingurgitano succulenti spaghetti e fiaschi di Frascati? Ma tutto questo è ormai dimenticato, ché, purtroppo, la vera vita di fiume oggi si può dire finita.

Tullio Torriani - 1952 -



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