Domenica 18 ottobre 1992 - Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 5-3


Stagione

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18 ottobre 1992 - 2536 - Campionato di Serie A 1992/93 - VI giornata - calcio d'inizio ore 15.00

MILAN: Rossi, Tassotti, Maldini, Albertini, Costacurta, Baresi, Lentini, Donadoni, Van Basten, Gullit (76' Massaro), Papin (76' Simone). A disp.: Antonioli, Gambaro, Nava. All. Capello.

LAZIO: Fiori, Luzardi, Favalli, Bacci, Gregucci (36' Bonomi), Cravero, Fuser, Doll, Winter, Gascoigne, Signori. A disp.: Orsi, Sclosa, Stroppa, Neri. All. Zoff.

Arbitro: Sig. Stafoggia (Pesaro).

Marcatori: 13' Gullit, 15' Papin, 21' Winter, 34' Van Basten (rig), 52' Fuser, 61' Van Basten (rig), 65' Signori, 80' Simone.

Note: ammonito: Signori. Controllo antidoping: Antonioli, Gambaro, Cravero, Sclosa

Spettatori: paganti 4.257, incasso di L. 270.980.000; abbonati 73.034, quota partita di L. 2.007.578.000

Tifosi laziali a Milano
Aron Winter in azione di contrasto su Gullit
Paul Gascoigne con Van Basten a termine gara

Si può cambiare senza premeditazione, senza scandalizzare gli altri, e soprattutto, senza violenza verso se stessi. Ma generalmente quando si cambia ci si toglie qualcosa. Il Milan, per esempio, è cambiato da un anno e forse non lo sa ancora, però sta cominciando ad accorgersene. Senza conseguenze dirette e immediate anche se non per questo sottovalutabili a medio e lungo termine. Si è tolto il pressing, si è ridotto il fuorigioco, ha rinunciato a stare aggrappato a sé stesso come se fosse un tutto ovunque: venti metri più su, o cinquanta più giù , non faceva differenza. Rispetto al Milan di Sacchi vince di più e perde di meno (il record di imbattibilità uguagliato lo dimostra), però subisce così tanti gol da non sembrare compatibile con quel che sarebbe voluto diventare, cioè una squadra pratica, meno spettacolare e comunque munifica, che sapesse tesaurizzare il proprio potenziale offensivo senza dilapidarlo con rischi inutili e dannosi. Questa razionalizzazione delle risorse, felicemente avviata con il campionato stupefacente della stagione scorsa, e disinvoltamente riproposta nel convincente avvio di questo campionato, finisce ribaltata dalla sconvolgente forza dei numeri intorno ai gol: venti fatti, a dimostrazione dell'esplicita vocazione offensiva della squadra; dieci subiti, a sostegno della tesi che il cambiamento non è stato rapportato al nuovo bisogno. E' chiaro, infatti, che in una schematizzazione dei reparti più rigida e meno omogenea, la squadra si sia come fratturata. Da una parte la propria capacità offensiva consegnata all'estro e al genio dei singoli, dall'altra il declino sempre meno occultabile di una retroguardia senza alternativa. Agitare il pressing in ogni zona del campo, anche nella metà avversaria, era un modo per proteggerla, così come il fuorigioco diventava un automatismo per non esporla a dei recuperi sempre più dispendiosi e sempre meno possibili. Ma il pressing lo può attuare una squadra corta e molto fitta, in grado di riprodursi nei raddoppi e liberarsi negli smarcamenti. Forse tutto ciò avrebbe comportato un maggiore spreco di forza e concentrazione (quindi con risultati inferiori al disegno), ma certamente rinunciare ad essere il Milan di Sacchi non ha contribuito a diventare automaticamente il Milan di Capello.

Perciò 4-3-3 non sono solo i numeri per identificare una collocazione tattica ma anche quelli per concentrarsi su una preoccupazione incipiente. In compenso, il Milan segna molto, ma anche in quello è diverso. Al gol, infatti, la squadra non arriva più come prima, cioè attraverso un'elaborazione a volte maniacale della manovra e delle sue alternative. Il Milan adesso segna spesso in contropiede o, come è accaduto ieri in tre occasioni, utilizzando la battuta lunga e sfrontata che salta di netto il centrocampo avversario, cioè l'arma che, le volte che potevano, gli oppositori più deboli sfoderavano proprio contro i rossoneri. A vincere così, con tanta autorevolezza e indubitabile merito, non si fa peccato. L'importante è prendere coscienza che con sé si sta cambiando anche il prodotto e, forse, che si impone una modifica al gusto del pubblico: la spettacolarità è assicurata dal gol, quasi sempre al culmine di un gesto tecnico e atletico notevole, e non più dal gioco che - proprio come i cultori dello 0-0 teorico enunciano - può essere bellissimo anche senza l'appendice della realizzazione. Quello che il Milan non si potrà togliere mai, e che probabilmente gli appartiene oltre i meriti e i limiti di Sacchi, è l'olfatto per la vittoria. Ieri, meritevole di segnalazione dopo molte perplessità è sembrata la decisione di Capello di cambiare, a un quarto d'ora dalla fine, entrambi gli attaccanti. Una scelta di linea e finalmente una scelta in linea.

Fonte: Corriere della Sera