Mazzola (II) Ferruccio


Ferruccio Mazzola
Ferruccio Mazzola
Ferruccio Mazzola e Tommaso Maestrelli
Ferruccio Mazzola in una foto da giovanissimo
Il calciatore al Venezia
Con il fratello Sandro nel 1970/71
Ferruccio Mazzola con il fratello Sandro festeggiano la primogenita di quest'ultimo, Valentina
Una foto di Ferruccio Mazzola
Ferruccio al termine di Lazio-Fiorentina 0-0 del 19 aprile 1970
Un'immagine del calciatore
Una foto del calciatore
La copertina del suo libro
Mazzola con la maglia del Venezia
Ferruccio Mazzola durante una gara

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Centrocampista, nato a Torino il 1° febbraio 1945 sotto i bombardamenti, scampato miracolosamente dallo scoppio di una granata esplosa proprio appena nato. Deceduto a Roma il 7 maggio 2013.

Figlio del grande Valentino e fratello di Sandro, è stato un calciatore dotato di grande classe ma di carattere poco accomodante. Gli anni migliori dal punto di vista professionale li ha vissuti in maglia biancoceleste. E' stato uno degli artefici della promozione della Lazio in Serie A al termine del campionato 1968/69. Cresciuto nelle giovanili dell'Inter, viene mandato a farsi le ossa nel 1963/64 nel Marzotto Valdagno, dove disputa 22 gare realizzando 6 reti. L'anno seguente è al Venezia, in Serie B, dove realizza 13 goals e totalizza 50 presenze in due campionati, nel primo dei quali centra la promozione in A. All'inizio della stagione 1967/68 rientra all'Inter, gioca una partita in campionato insieme al fratello Sandro l'8 ottobre 1967 contro il L.R. Vicenza. Viene ceduto il 2 novembre al Lecco in Serie B (18 presenze ed una rete), nonostante l'Inter lo avesse promesso alla Lazio.

Viene acquistato nel 1968 dal presidente Umberto Lenzini, smanioso di riportare la Lazio nella massima serie. Disputa 5 stagioni in maglia biancoceleste, di cui 3 consecutive, e due dopo la parentesi in prestito alla Fiorentina nel 1971/72, dove disputa 16 gare segnando una rete. Nel periodo d'oro della Lazio gioca solo una gara di campionato, nella stagione 1972/73. Non è molto amato da Tommaso Maestrelli. In quegli anni assume il ruolo di "sindacalista" della squadra biancazzurra e ciò spesso lo farà entrare in conflitto con la dirigenza. Nel 1974 viene ceduto al Sant'Angelo Lodigiano dove rimane fino al 1977, anno in cui conclude la carriera, non prima di aver provato un'esperienza negli Usa con l'Hartford. Con la Lazio colleziona 85 presenze e 12 reti in Campionato. Terminata l'attività agonistica continua il suo impegno nella agenzia ippica aperta da tempo insieme a Carlo Galli e Nello Governato ed inizia quella di giornalista sportivo. Dopo una esperienza con la Nazionale femminile di calcio, nel 1981 inizia la carriera di allenatore professionista con il Cynthia Genzano. Da segnalare le promozioni in serie C1 con il Siena alla fine della stagione 1984/85 e con il Venezia nel 1987/88. Allena inoltre: SPAL (1986/87), di nuovo Siena (1988/89), Perugia (1989/90), Spezia (1990/91) e (1991/92), Alessandria (1992/93), Modena (1994/95) e Aosta (1995/96).

Nel 2004 scrisse il libro autobiografico dal titolo Il terzo incomodo, denunciando un presunto uso di sostanze dopanti nell'Inter ai tempi in cui l'allenava Helenio Herrera. A causa di queste accuse, fu querelato per diffamazione dall'Inter e ruppe ogni rapporto con il fratello Sandro. L'anno seguente ribadì e rincarò le accuse in un'intervista alla prestigiosa rivista "L'Espresso", asserendo che Herrera scioglieva delle pasticche dal contenuto sospetto nel caffè che tutti i giocatori dovevano prendere negli spogliatoi prima di ogni gara. Secondo Ferruccio Mazzola si trattava probabilmente di anfetamine. Egli stesso mise in relazione il presunto uso di queste sostanze dopanti nell'Inter con le morti premature di alcuni giocatori come Armando Picchi, Marcello Giusti, Carlo Tagnin, Mauro Bicicli e Ferdinando Miniussi e con la grave malattia di Enea Masiero. Mazzola si è occupato molto di problematiche legate al sociale: era membro dell'associazione vittime del doping e si occupava di atleti con disagio sociale.


Nota

Riportiamo, qui di seguito, l'intervista rilasciata all'Espresso nel 2005 in cui Ferrucco Mazzola parlò di un presunto uso di sostanze dopanti.

Pillole nel caffè. Che Herrera dava ai giocatori. Molti dei quali sono morti. Un ex racconta il doping della Grande Inter. E chiama in aula tutti i campioni di allora il colloquio con Ferruccio Mazzola. Sono campioni che hanno fatto la storia del calcio italiano quelli che passeranno, uno dopo l'altro, in un'aula del tribunale di Roma a parlare di doping. Come Giacinto Facchetti, splendido terzino sinistro e oggi presidente dell'Inter; o come Sandro Mazzola, Mariolino Corso, Luis Suarez. E ancora: Tarcisio Burgnich, Gianfranco Bedin, Angelo Domenghini, Aristide Guarneri. Tutti chiamati a testimoniare da un loro compagno di squadra di allora, Ferruccio Mazzola, fratello minore di Sandro, che vuole sentire dalla loro voce - e sotto giuramento - la verità su quella Grande Inter che negli anni '60 vinse in Italia e nel mondo. "Non l'ho cercato io, questo processo: mi ci hanno tirato dentro. Ma adesso deve venire fuori tutto", dice Ferruccio.

A che cosa si riferisce, Mazzola?

"Sono stato in quell'Inter anch'io, anche se ho giocato poco come titolare. Ho vissuto in prima persona le pratiche a cui erano sottoposti i calciatori. Ho visto l'allenatore, Helenio Herrera, che dava le pasticche da mettere sotto la lingua. Le sperimentava sulle riserve (io ero spesso tra quelle) e poi le dava anche ai titolari. Qualcuno le prendeva, qualcuno le sputava di nascosto. Fu mio fratello Sandro a dirmi: se non vuoi mandarla giù, vai in bagno e buttala via. Così facevano in molti. Poi però un giorno Herrera si accorse che le sputavamo, allora si mise a scioglierle nel caffè. Da quel giorno "il caffè" di Herrera divenne una prassi all'Inter".

Cosa c'era in quelle pasticche?

"Con certezza non lo so, ma credo fossero anfetamine. Una volta dopo quel caffè, era un Como-Inter del 1967, sono stato tre giorni e tre notti in uno stato di allucinazione totale, come un epilettico. Oggi tutti negano, incredibilmente. Perfino Sandro..."

Suo fratello?

"Sì. Sandro e io, da quando ho deciso di tirare fuori questa storia, non ci parliamo più. Lui dice che i panni sporchi si lavano in famiglia. Io invece credo che sia giusto dirle queste cose, anche per i miei compagni di allora che si sono ammalati e magari ci hanno lasciato la pelle. Tanti, troppi...".

A chi si riferisce?

"Il primo è stato Armando Picchi, il capitano di quella squadra, morto a 36 anni di tumore alla colonna vertebrale. Poi è stato il turno di Marcello Giusti, che giocava nelle riserve, ucciso da un cancro al cervello alla fine degli anni '90. Carlo Tagnin, uno che le pasticche non le rifiutava mai perché non era un fuoriclasse e voleva allungarsi la carriera correndo come un ragazzino, è morto di osteosarcoma nel 2000. Mauro Bicicli se n'è andato nel 2001 per un tumore al fegato. Ferdinando Miniussi, il portiere di riserva, è morto nel 2002 per una cirrosi epatica evoluta da epatite C. Enea Masiero, all'Inter tra il '55 e il '64, sta facendo la chemioterapia. Pino Longoni, che è passato per le giovanili dell'Inter prima di andare alla Fiorentina, ha una vasculopatia ed è su una sedia a rotelle, senza speranze di guarigione..."

A parte Picchi e forse Tagnin, gli altri sono nomi meno noti rispetto ai grandi campioni.

'"Perché le riserve ne prendevano di più, di quelle pasticchette bianche. Gliel'ho detto, noi panchinari facevamo da cavie. Ne ho parlato per la prima volta qualche mese fa nella mia autobiografia ("Il terzo incomodo", scritto con Fabrizio Càlzia, Bradipolibri 2004, ndr), che ha portato al processo di Roma".

Perché?

"Perché dopo la pubblicazione di quel libro mi è arrivata la querela per diffamazione firmata da Facchetti, nella sua qualità di presidente dell'Inter. Vogliono andare davanti al giudice? Benissimo: il 19 novembre ci sarà la seconda udienza e chiederemo che tutti i giocatori della squadra di allora, intendo dire quelli che sono ancora vivi, vengano in tribunale a testimoniare. Voglio vedere se sotto giuramento avranno il coraggio di non dire la verità".

Ma lei di Facchetti non era amico?

"Sì, ma lasciamo perdere Facchetti, non voglio dire niente su di lui. Sarebbero cose troppo pesanti".

Pensa che dal dibattimento uscirà un'immagine diversa dell'Inter vincente di quegli anni?

"Non lo so, non mi interessa. Se avessi voluto davvero fare del male all'Inter, in quel libro avrei scritto anche tante altre cose. Avrei parlato delle partite truccate e degli arbitri comprati, specie nelle coppe. Invece ho lasciato perdere..."

Ma era solo nell'Inter che ci si dopava in quegli anni?

"Certo che no. Io sono stato anche nella Fiorentina e nella Lazio, quindi posso parlare direttamente anche di quelle esperienze. A Firenze, il sabato mattina, passavano o il massaggiatore o il medico sociale e ci facevano fare delle flebo, le stesse di cui parlava Bruno Beatrice a sua moglie. Io ero in camera con Giancarlo De Sisti e le prendevamo insieme. Non che fossero obbligatorie, ma chi non le prendeva poi difficilmente giocava. Di quella squadra, ormai si sa, oltre a Bruno Beatrice sono morti Ugo Ferrante (arresto cardiaco nel 2003) e Nello Saltutti (carcinoma nel 2004). Altri hanno avuto malattie gravissime, come Mimmo Caso, Massimo Mattolini, lo stesso De Sisti..."

De Sisti smentisce di essersi dopato.

""Picchio" in televisione dice una cosa, quando siamo fuori insieme a fumare una sigaretta ne dice un'altra...".

E alla Lazio?

"Lì ci davano il Villescon, un farmaco che non faceva sentire la fatica. Arrivava direttamente dalla farmacia. Roba che ti faceva andare come un treno".

Altre squadre?

"Quando Herrera passò alla Roma, portò gli stessi metodi che aveva usato all'Inter. Di che cosa pensa che sia morto il centravanti giallorosso Taccola, a 26 anni, durante una trasferta a Cagliari, nel '69?"

Ma secondo lei perché ancora adesso nessuno parlerebbe? Ormai sono - siete - tutti uomini di sessant'anni...

"Quelli che stanno ancora nel calcio non vogliono esporsi, hanno paura di rimanere tagliati fuori dal giro. Sono tutti legati a un sistema, non vogliono perdere i loro privilegi, andare in tv, e così via. Prenda mio fratello: è stato trattato malissimo dall'Inter, l'hanno cacciato via in una maniera orrenda e gli hanno perfino tolto la tessera onoraria per entrare a San Siro, ma lui ha lo stesso paura di inimicarsi i dirigenti nerazzurri e ne parla sempre benissimo in tv. Mariolino Corso, uno che pure ha avuto gravi problemi cardiaci proprio per quelle pasticchette, va in giro a dire che non mi conosce nemmeno. Anche Angelillo, che è stato malissimo al cuore, non vuole dire niente: sa, lui lavora ancora come osservatore per l'Inter. A parlare di quegli anni sono solo i parenti di chi se n'è andato, come Gabriella Beatrice o Alessio Saltutti, il figlio di Nello. È con loro che, grazie all'avvocato della signora Beatrice, Odo Lombardo, ora sta nascendo un'associazione di vittime del doping nel calcio".

Certo, se un grande campione come suo fratello fosse dalla vostra parte, la vostra battaglia avrebbe un testimonial straordinario...

"Per dirla chiaramente, Sandro non ha le palle per fare una cosa così".

E oggi secondo lei il doping c'è ancora?

"Sì, soprattutto nei campionati dilettanti, dove non esistono controlli: lì si bombano come bestie. Quello che più mi fa male però sono i ragazzini..."

I ragazzini?

"Ormai iniziano a dare pillole e beveroni a partire dai 14-15 anni. Io lavoro con la squadra della Borghesiana, a Roma, dove gioca anche mio figlio Michele, e dico sempre ai ragazzi di stare attenti anche al tè caldo, se non sanno cosa c'è dentro. Ho fatto anche una deposizione per il tribunale dei minori di Milano: stanno arrivando decine di denunce di padri e madri i cui figli prendono roba strana, magari corrono come dei matti in campo e poi si addormentano sul banco il giorno dopo, a scuola. Ecco, è per loro che io sto tirando fuori tutto".



Palmares

  • 1 Scudetto.png Scudetto (Lazio) nel 1973/74
  • 1 Coppa delle Alpi.jpg Coppa delle Alpi (Lazio) nel 1971
  • 1 Scudetto.png Campionato Under 23 1973/74





Articoli di stampa
Un articolo di stampa (p. 1)
Un articolo di stampa (p. 2)
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Un articolo di stampa sulla scomparsa del calciatore


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