Ziaco Renato


Renato Ziaco
Un attestato del C.O.N.I. rilasciato a Renato Ziaco
(Gent.conc. Famiglia Ziaco)
Ziaco alla fine degli anni 60
Chinaglia e Ziaco si abbracciano dopo la vittoria sul Cagliari nel 1972
(Gent. conc. Famiglia Ziaco)
Ziaco in una foto del 1974
Telegramma spedito a Ziaco da un gruppo di tifosi il 3 maggio 1968 (Gent. conc. Famiglia Ziaco)
Chinaglia con Ziaco rientra in campo dopo un'infortunio a Firenze nel 1972
Renato Ziaco con Vincenzo D'Amico e Luciano Re Cecconi

Medico sociale, nato a Roma il 20 febbraio 1927 ed ivi deceduto il 25 giugno 1985.

Renato Ziaco era figlio di un proprietario di azienda agricola Tullio Giulio. All'età di 23 anni si laureò in Medicina e Chirurgia, specializzandosi in seguito in Ortopedia. Nel 1960 fece parte dell'equipe medica delle Olimpiadi romane. Nel 1961 fu chiamato dalla Lazio con l'incarico di medico sociale in sostituzione del prof. Raffaele Bolognese. Nel frattempo aveva scritto numerosi libri di traumatologia che ancor oggi sono fondamentali per chi s'avvicina a questi temi. Da giovane fu vittima di un grave incidente motociclistico che gli lasciò una ricorrente emicrania e una camminata leggermente sbilenca inconfondibile.

Renato Ziaco non fu un medico sportivo. Fu un Laziale che faceva il medico sportivo. Appassionato e disincantato, ingenuo e puro, anarchico e geniale, disordinato e coscienziosissimo, assolutamente disinteressato al denaro ma giocatore ostinato e perdente. Un personaggio gaddiano che sapeva unire una verace vena popolaresca alla raffinatezza e all'eleganza dei modi, del vivere e del parlare. Nel suo studio di Largo dei Fiorentini n. 1, o all'Ospedale San Giacomo o ancora alla Clinica Paideia, si avvicendavano clienti normali che, se poco abbienti, non faceva pagare e ai quali offriva il caffè e sportivi famosi di ogni disciplina e squadra che visitava in orari impossibili per non urtare la sensibilità dei loro medici sociali. I giocatori della Lazio andavano da lui per guarire dai traumi di gioco ma anche per ricevere consigli su tutta la gamma di problematiche, anche non sanitarie, che potevano affliggerli. Ottimo psicologo e uomo di mondo sapeva sempre dare il conforto giusto con assoluto disinteresse e solo pensando all'uomo e allo sportivo che aveva davanti.

Nella Lazio ha fatto di tutto ma solo come medico aveva un incarico ufficiale. Fu allenatore, senza capire molto di tattica, nel 1963 quando Juan Carlos Lorenzo, non potendo sedere in panchina perché privo della nazionalità italiana e con Bob Lovati squalificato o indisposto, veniva incaricato di trasmettere ai calciatori in campo le disposizioni che il trainer argentino urlava da dietro il recinto di gioco. Fu, silenziosamente, finanziatore della società in periodi molto oscuri. Fu dirigente e accompagnatore quando queste figure erano vacanti. Insomma fu un uomo e un professionista a tutto tondo e mosso solo dalla grande passione per i colori biancocelesti. Rimise in campo calciatori che sembravano irrecuperabili per lo sport attivo, fece giocare atleti che il giorno prima apparivano indisponibili, motivò giocatori che avevano perso la fiducia in sé stessi.

Non è sacrilego definirlo una specie di taumaturgo che non sbagliava una mossa. Fu l'elemento catalizzatore, insieme a Tommaso Maestrelli, di quella congrega di folli individualisti che osarono vincere lo Scudetto nel 1974. Ma alla festa in campo dopo la decisiva gara Lazio-Foggia non c'era perché era andato ad operare Gigi Martini che durante la partita si era fratturato la clavicola. Fu colui che per primo diagnosticò la malattia che avrebbe portato alla morte Tommaso Maestrelli e che trovò la forza per comunicarlo ai giocatori, seguendo l'agonia del suo amico standogli vicino fino all'ultimo. E ancora fu colui che si precipitò al San Giacomo per tentar di salvare l'agonizzante Luciano Re Cecconi colpito assurdamente da un colpo di pistola al polmone. Quelle stesse pistole, da lui detestate, che erano diventate l'oggetto preferito di quei calciatori esagerati che, per scherzo, gliene puntarono una caricata a salve alla tempia ed esplosero un colpo mentre Renato dormiva in una stanza dell'Hotel Americana. Quella volta ebbe lui bisogno del medico perché era svenuto dalla paura.

Nella sua lunga permanenza alla Lazio, 25 anni, fu confermato da quasi tutti i presidenti e gli allenatori che si susseguirono. Solo dopo lo scandalo scommesse del 1980 ebbe dei forti contrasti con la dirigenza e fu sostituito dal dott. Claudio Bartolini. Nel 1983 Giorgio Chinaglia lo richiamò, insieme al massaggiatore Luigi Trippanera, e riprese il suo prezioso lavoro. Il 7 gennaio 1985, cadde sulla pista dell'Olimpico alla fine della partita Lazio-Milan, scivolando sulla neve. Fu ricoverato per una costola fratturata e contestualmente gli fu scoperto lo stesso male che aveva portato via Maestrelli e l'accompagnatore della squadra Gigi Bezzi. Quando si rimise un po' in sesto volle seguire la sua Lazio nella trasferta di Verona in pullman. Il viaggio per lui fu un tormento ma non si lamentò. L'ultima volta che uscì fu per presenziare alla festa di Francesco, un bambino a lui carissimo. Poi si ricoverò in una clinica di Ravenna e poco prima della morte, in un ospedale nei pressi di San Giovanni.

In questo periodo la Lazio non gli fu vicina. Chinaglia, che lo stimava immensamente, preso dai suoi megalomani, irrealistici e fallimentari investimenti, si presentò al suo capezzale solo il giorno della sua morte. Altri dirigenti avevano diradato le visite. Bruno Giordano, che stava firmando il contratto con il Napoli, scappò dalla città partenopea in cui era appena giunto, senza aver apposto la firma e sconvolto raggiunse Renato, memore di quanto il medico aveva fatto per lui dopo la frattura di tibia e perone patita ad Ascoli. Ai funerali, nella chiesa di Cristo Re a Viale Mazzini, la bara fu portata a spalla dai suoi ragazzi e Chinaglia pianse tardivamente ma dolorosamente per tutta la cerimonia stretto vicino alla signora Carla e la figliola Letizia. In chiesa erano presenti le tantissime persone sconosciute che aveva curato, moltissimi atleti e anche coloro che l'avevano raggirato economicamente sfruttando la sua ingenuità e verso i quali Ziaco non rivolse mai parole di biasimo, conformemente alla sua etica. Nel tentativo di salvare la Lazio dallo scandalo delle scommesse, spese, inutilmente, centinaia di milioni di lire. Fu per questo che qualcuno, biecamente, cercò di coinvolgerlo pesantemente nella vicenda. Ziaco, ancora una volta, signorilmente come nella tradizione laziale, non reagì.

Furono i giudici a ritenerlo al di sopra di ogni sospetto e ad escludere il suo sia pur minimo coinvolgimento. La figura di Renato Ziaco si staglia ancora nitidissima, a oltre 32 anni dalla sua morte, tra i più grandi Laziali di ogni tempo.




LazioWiki ringrazia la Famiglia Ziaco per aver messo a disposizione l'archivio personale



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