Lunedì 7 maggio 2001 - Genova, stadio Luigi Ferraris - Sampdoria 1990/91-Lazio 1999/00 "Mancio Day" 5-5


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7 maggio 2001 - Incontro amichevole - Mancio Day - inizio ore 20.45

SAMPDORIA 1990/91: Pagliuca, Mannini, Pellegrini, Vierchowod, Lanna, Lombardo, Cerezo, Pari, Dossena (38' Mikhailichenko), Mancini, Vialli. Entrati nel secondo tempo: Nuciari, Bonetti, Katanec, Invernizzi, Mignani, Calcagno, Branca e Andrea Mancini. Allenatore: Boskov.

LAZIO 1999/00: Ballotta, Pancaro, Nesta, Mihajlovic, Favalli, Conceicao, Simeone, Marcolin, Gottardi, Stankovic, Ravanelli. Entrati successivamente: Lombardo, Luciani, Ruggiu, Varriale, Berrettoni, Minieri, Simone Inzaghi, Filippo Mancini, Roberto Mancini. Allenatore: Eriksson.

Arbitro: Sig. Nicchi (Arezzo).

Marcatori: 29' Cerezo, 37' Simeone, 54' Mikhailichenko, 55' Ravanelli, 60' Andrea Mancini, 61' Filippo Mancini, 62' Conceicao, 68' Andrea Mancini, 71' Andrea Mancini (rig.), 73' Filippo Mancini.

Note:

Spettatori: 40.000 circa.


Il biglietto della gara
Roberto Mancini e la formazione biancoceleste
La coreografia della curva blucerchiata in onore di Roberto Mancini
Roberto Mancini con l'ex compagno blucerchiato Gianluca Vialli
Il VHS sull'evento

Dalla Gazzetta dello Sport:

Tutto un dieci. Con lodi infinite. Per una leggenda, ieri sera a Marassi lo si è capito (ma lo si sapeva già prima), che non finirà mai. Quella di Roberto Mancini. In realtà, tutto è stato, fuorché un addio. Perché Mancini era lì ieri e ci sarà anche domani. Ieri, poche ore dopo il furibondo sfogo in difesa del suo presente viola, "Bobby gol" ha potuto rivivere un po' del proprio passato. Un paio di scudetti, tanto per gradire, e molto altro, con lo staff di allora, presentato da Fabio Fazio. L'urlo più grande per il tecnico Vujadin Boskov. La gioia incontenibile per l'apparizione di Gianluca Vialli. La risata di simpatia per Tonino Cerezo, venuto fino dal Giappone per non perdersi questo appuntamento. Il rimpianto più vivo per Paolo Mantovani, il dirigente che rese tutto possibile. Celebrato con un video lungo un minuto e un applauso altrettanto lungo, al suono struggente della voce di John Lennon (Imagine). Un momento di commozione, ci voleva anche quello. Anche se allo stadio non c'era suo figlio Enrico, contestato rumorosamente dalla tifoseria blucerchiata dopo una mezz'ora di gioco. Anche se la maglia dei sampdoriani non era blucerchiata, ma tutta nera. Di sampdorianità, del resto, era pieno lo stadio Luigi Ferraris (quasi trentamila i paganti) quando è scesa in campo la Sampdoria dello scudetto. Con l'arbitro aretino Marcello Nicchi a dirigere l'incontro, scelto da Mancini perché nemico non deve più essere (pochi fischi, solo per lui e per Gianluca Pagliuca). Contro la Lazio dello scudetto. Lo svedese Sven Goran Eriksson, fantastico nella sua eleganza. E poi gente un po' più "fresca", visto che il suo scudetto è tanto più recente. Ma pure molto rispettosa del suo ruolo di "sparring partner" nel tempio di "quei due".

Vialli e Mancini, appunto. In fondo, era fatale che facessero tutto loro. Che facesse, soprattutto, lui. In dieci minuti un assist a Vialli, un palo di testa, un colpo di tacco per Cerezo, un bolide fra le braccia di Ballotta. Mentre dall'altra parte Ravanelli era piuttosto impreciso, mentre coloro che non dovevano stancarsi più di tanto (Nesta è rimasto in campo 18 minuti) venivano sostituiti da giovani con la maglia numero dieci. Il gol, il primo, l'ha segnato Tonino Cerezo: cross di Mancini, assist in spaccata volante di Vialli e chi se ne importa se qui e là c'era un po' di gente in fuori gioco. Era l'urlo che ci voleva. E pazienza se poi Simeone si è permesso di pareggiare. E se il gol che Mancio ha cercato due o tre volte di tacco non è arrivato. E' arrivata in compenso la fornitura a vita (o meglio fino a che non tornerà a Genova da tecnico) di pesto offerta dal Genoa. E' arrivato pure il divertente e abbreviato secondo tempo, nel finale del quale, dopo le reti di Mikhailichenko, Ravanelli e Conceicao, è stata data via libera ai bomber del futuro: Andrea e Filippo Mancini. Uno di qua, uno di là, mentre il papà cambiava maglia: "Ho realizzato un mio sogno - ha poi commentato il "mito" - quello di vedere i miei figli giocare a Marassi".


Sempre dalla "rosea", altri articoli sull'evento:

La sua vita è tutta in un gesto, il braccio che si leva a salutare i trentamila amici che sono venuti ad applaudirlo a Marassi. Se Roberto Mancini adesso può farlo è perché più di vent'anni fa, in una situazione molto diversa, ebbe la forza di non alzare la stessa mano, lasciando che la macchina dei suoi genitori diventasse un puntino sempre più piccolo all'orizzonte di Casteldebole e infine svanisse, lasciando sul piazzale un ragazzino con la valigia e un gran magone. Avesse sollevato il braccio, il padre - che teneva gli occhi fissi sullo specchietto - avrebbe fatto subito retromarcia, e se lo sarebbe riportato a Iesi. Ma Roberto voleva fare il calciatore, e in quegli interminabili momenti ripetè a se stesso "non devi piangere, non devi chiamarli, non devi fare niente". La mano restò appiccicata al fianco, e così quando la macchina sparì oltre la curva cominciò la storia di un grande artista. Spiegato a un bambino che sfoglia oggi il suo primo giornale, e si chiede chi sia stato l'elegante signore che ieri sera ha celebrato il suo addio, Roberto Mancini è uno degli uomini - e non sono tantissimi - che hanno elevato il gioco del calcio al rango della pittura, della scultura, della musica. E' difficile che un giorno lo studino nelle scuole, perché di solito un'arte in cui si suda viene considerata troppo "bassa" per meritare un'ora al liceo; ma per noi poveri di spirito - e noi sì siamo tantissimi - vederlo giocare è stata una gioia immensa. E' semplicemente di questo che lo ringraziamo, ora che vediamo Andrea e Filippo, i suoi figli, segnare i suoi gol al culmine di una serata che è un po' memoria, un po' allegria e anche un pizzico di malinconia. Un grande spettacolo delle nostre vite è finito, e il tanto che ci rimane lo dobbiamo a quel braccio rimasto giù. Mancini lo alza adesso, e il sipario cala fra gli applausi.


La festa è finita, la festa continua. Sul campo, il giro d'onore del Mancio è interminabile. Un Mancio visibilmente commosso ("Non mi aspettavo di vedere 30 mila persone allo stadio"), come commossi sono stati i suoi ultimi ringraziamenti amplificati dal microfono di Fabio Fazio. Giù, nel ventre del Ferraris, in una sala stampa gremitissima, è spuntato come un furetto Vujadin Boskov. Il solito "labbro": "Contento per il punto preso stasera? Contento di tutto, di spettacolo y organizzazione. Tutti devono essere contenti, tutti devono essere complimentati a partite da organizzatori che hanno fatto prezzi bassi. Bravo anche a mio collega Eriksson, che ha partecipato a questa serata per Roberto". Un po' di confusione sul ruolo del c.t. della nazionale inglese ("Non voleva che giocatori Lazio si stancassero"), ma non fa nulla. Poi il tecnico della Samp dello scudetto ha continuato riprendendo una vecchia battuta: "Che devo dire? Avete visto un grande Vialli, un grande Mancini. E visto come calciano i figli di Roberto? Hanno del talento. E' stata una bella cosa vederli in campo, complimenti soprattutto al piccolino (Andrea, ndr) che è più veloce con pallone al piede". Riesce, Boskov, persino a dipingere una partita "vera": "Primo tempo più aggressivo. Nel secondo tempo i giocatori hanno preso respiro". Beh, torniamo seri: Vuja, hai provato un po' di nostalgia dei vecchi tempi? "Ho 70 anni (auguri: li compie domani, ndr), la nostalgia ce l'ho perché non ne ho più 50, di anni! E poi sapete cosa ve dico? Che è giusto che noi, dopo i 65 anni, anche se abbiamo esperienza y classe lasciamo il posto ai giovani". La domanda finale è sulla più celebre leggenda metropolitana che ha caratterizzato i tempi d'oro: ma stavolta la formazione l'hai fatta tu o l'ha fatta Mancini? "Chi sa, sa", la risposta di Boskov, che ha aggiunto: "Come Cerezo, che stasera sembrava un ragazzino". Mancini: "Ho smesso per allenare la Lazio. Un nuovo Mancini? Totti assomiglia a me da giovane, Cassano a me... da bambino".


Battute. Vialli: "Se fa l'allenatore Mancini, ormai dovrei essere preparato anch'io ad andare in panchina in Italia". Ricordi. Mancini: "Quel giorno in cui litigai con Vierchowod e chiamarono Mantovani dicendogli: "Quei due si ammazzano"). Sogni. Ancora Vialli: "La Samp è rimasta a me ed a Roberto nel cuore, e se dovessimo tornare un giorno qui, cambierei io mestiere, per poterlo licenziare". Rimpianti. Vierchowod: "Il gruppo che conquistò lo scudetto voleva costruire qualcosa, e poi con quel presidente nessuno si sarebbe mai sognato di cambiare squadra". Una lunga giornata di festa, il Mancio day, che ha fatto ritrovare i protagonisti del tricolore blucerchiato dieci anni dopo: "E' una gioia immensa - ha ammesso Vialli - anche perché mi sono accorto che siamo tutti invecchiati bene. Credo che la Samp di oggi abbia avuto anche molta sfortuna, e mi auguro che, se dovesse essere venduta, chi verrà dimostri la stessa passione della famiglia Mantovani". Quasi commosso Mancini, che ha commentato così la scelta di Nicchi come arbitro e la decisione di invitare i Mantovani allo stadio: "Nella vita si può sbagliare, soprattutto quando uno è giovane. Un errore che non rifarei? Forse non direi di no ad un Mondiale". Poi ha aggiunto: "Avrei potuto giocare ancora due-tre anni, ma ho smesso davanti alla possibilità di allenare la Lazio. Ora, però, penso solo alla Fiorentina. Dopo Samp e Lazio, un futuro alla Roma o nel Genoa? Non ora, anche per rispetto di tutte le tifoserie. Fra vent'anni, chissà. Un Mancini in giro? Totti assomiglia a me da giovane, Cassano a me... bambino".


Tratto dal sito ufficiale di Roberto Mancini:

Dopo una straordinaria carriera, culminata con la conquista dello scudetto proprio nel giorno del suo addio al calcio giocato, il 7 Maggio 2001, Roberto Mancini riceve il tributo ufficiale nella emozionante cornice dello stadio Luigi Ferraris a Genova. Un giorno speciale... il "Mancio Day"! In suo onore, per la partita di addio al calcio giocato, si riuniscono le sue due squadre "storiche" in formazione originale: la Sampdoria dello scudetto degli anni d'oro al completo (fra gli altri Vialli e Cerezo ) e la Lazio dello scudetto '99/2000. 40.000 tifosi gremiscono gli spalti, con la curva sud compatta a inneggiare come ai vecchi tempi "Bobby goal" e i suoi compagni di tante vittorie. Tutti lì, in piedi ad applaudire Roberto nel "suo" stadio. Tra i tantissimi amici, svetta un tifoso davvero "speciale": è il mitico Paolo Mantovani, che appare sorridente sugli schermi giganti, tra l'emozione collettiva, per unirsi simbolicamente a questa grande festa dello sport. Anche lui a rivedere e gustarsi le gesta del "suo" Mancio, ancora una volta in quello stadio, ancora con i colori della Samp. Un'emozione davvero unica! Ma l'emozione più forte forse la prova proprio il festeggiato, Roberto Mancini, che nell'occasione riesce a coronare il suo sogno più bello e impossibile: far giocare a nel mitico Stadio Marassi i suoi figli Filippo e Andrea, per fargli provare quella gioia che soltanto da lì, calpestando quell'erba si può capire. Ma Roberto, si sa, è uno che i sogni sa trasformarli in realtà...


Da La Stampa dell'8 maggio 2001:

E' stata più una recita che una esibizione la partita dell'addio di Mancini al calcio, con i figli, Filippo e Andrea, che hanno giocato gli ultimi minuti, uno con la Samp dello scudetto '91, l'altro con la Lazio campione l'anno scorso. I ragazzini, come da copione, hanno segnato, impresa che non è riuscita al padre né a Vialli nonostante i molti tentativi. Per una sera Marassi (almeno 25 mila gli spettatori presenti) ha rivisto gli eroi di una stagione irripetibile.Mancini ha voluto che arbitrasse Nicchi, con il quale ebbe un litigio violentissimo in un Atalanta-Sampdoria che gli costò 4 giornate di squalifica. Ieri si sono abbracciati. E Pagliuca ha preso posto tra gli applausi sotto la curva sampdoriana: l'ultima volta, in Coppa Italia, con il Bologna, gli piovvero addosso persino i rubinetti. L'unica riappacificazione mancata è quella con la famiglia Mantovani, che ha snobbato l'invito: il filmato d'omaggio al vecchio presidente Paolo ha riempito abbondantemente il vuoto.


Da La Repubblica dell'8 maggio 2001:

Era la sua festa e se l'è gustata sino in fondo. Roberto Mancini ha dato l'addio definitivo al calcio giocato, divertendosi e divertendo come ai bei tempi nel match esibizione tra la Samp del '91 e la Lazio che ha conquistato lo scudetto lo scorso anno. Trentamila persone a Marassi come all'epoca dello scudetto blucerchiato, cori e applausi per il tecnico della Fiorentina, che per una serata ha potuto dimenticare le amarezze del campionato dopo la sconfitta di Verona. Mancini a tratti ha deliziato con colpi di tacco a aperture illuminanti, cercando il gol ad effetto. Nel finale con lui hanno giocato anche i due figli Andrea e Filippo (uno con la maglia della Samp e uno con la Lazio) che hanno segnato un gol per parte, dopo le reti di Cerezo, Simeone, Mihajilichenko e Ravanelli e prima del sigillo di Conceicao. Lui, Roberto, dopo 20 minuti del secondo tempo ha smesso la maglia della Samp per indossare quella della Lazio.


Dal Il Messaggero:

E’ finita con cinque reti per parte, cioé cinque per la Lazio dello scudetto e altrettante per la Samp tricolore, la gara d’addio al calcio di Roberto Mancini, attuale allenatore della Fiorentina. Al suo fianco tutti (o quasi) i compagni della carriera. E, ovviamente, anche i suoi figli, Filippo e Andrea, andati a bersaglio durante la partita che s’è svolta nello stadio di Marassi di Genova di fronte a circa 30 mila persone.



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