Martedì 9 gennaio 2001 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-Cina 6-3


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9 gennaio 2001 - Amichevole 2000/01 - Incontro amichevole per la chiusura dei festeggiamenti del Centenario

Il giorno del Centenario - La galleria di immagini del Centenario

LAZIO: Marchegiani (46' Orlandoni), Gottardi, Nesta (46' Colonnese), Couto, Favalli, Lombardo (46' Poborsky), Simeone (83' Varriale), Nedved (46' D.Baggio), Mancini (83' Berrettoni), S.Inzaghi (46' Crespo), Salas (46' Ravanelli). Allenatore: Spinosi.

CINA: Jiang Jin, Zhang Enhua, Chen Gang (46' Sun Yiai), Wu Chengyng, Li Weifeng, Shen Si, Li Tie, Li Xiaopeng (46' Su Maozhen), Ma Mingyu, Qui Hong, Yang Chen (46' Qu Bo). Allenatore: Milutinovic.

Arbitro: Sig. Rodomonti (Teramo).

Marcatori: 5' S.Inzaghi, 25' Salas, 57' Ravanelli, 58' Ma Mingyu, 73' Crespo, 75' Ravanelli, 77' Zhang Enhua, 78' Zhang Enhua, 87' Berrettoni.

Note: serata fredda, terreno in buone condizioni.

Spettatori: 20.000 circa


Il biglietto della gara
Eriksson saluta il pubblico
Premiazione prima dell'inizio della gara
il cartoncino ricordo
Una delle reti biancazzurre
La curva Maestrelli imbandierata dal un gigantesco tricolore
Un momento dell'evento
Sven Goran Eriksson saluta il pubblico
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Dal Corriere della Sera:

L'allenatore "dimissionato" al mattino, il simbolo Roberto Mancini che aveva salutato tutti inferocito per non aver avuto neppure una chance. Eppure la strana festa della Lazio per la chiusura del Centenario (6-3 con la Cina) ha fatto venire i brividi alle 20.35, quando Sven Goran Eriksson si è riappropriato per un attimo del campo che è stato suo. Solo in mezzo a tanta gente. Al mattino, lui e il presidente Cragnotti avevano detto l'ultima piccola grande bugia. "Non credo che verrò alla festa". "Purtroppo sarò a New York per affari". E invece hanno cambiato idea ed è giusto così, perché insieme hanno fatto la storia della Lazio. Questo è il calcio. E così il coro di domenica "Sven Goran vattene" si è trasformato in "Sven Goran Eriksson". E ancora: "Le vittorie ci hanno accomunato, il bene della Lazio ci divide: good luck mister Sven, campione di stile". Il rettore di Torsby ha fatto brillare gli occhi lucidi. "Non mi aspettavo questa accoglienza. Mi hanno fatto piangere e non mi succede spesso. Ringrazio questi tifosi, auguro alla Lazio di vincere ancora". Ma la Lazio che verrà non sarà più la sua, prezioso e fragile cristallo. Frutto dei miliardi di Cragnotti e del talento dei suoi giocatori, ma anche dell'alchimia svedese dell'allenamento (poco) e della libertà (molta).

Una formula che ha funzionato benissimo con i grandi campioni quando la pancia delle vittorie non era ancora piena. Poi non ha retto più. Eriksson è stato la via giusta per arrivare in cima, quella sbagliata per rimanerci. Ieri sera Mihajlovic è rimasto a casa. Influenza. E come lui Veron, che ha lasciato mezza stagione e forse tutto il destino di Eriksson nella maledetta fretta di scendere in campo contro il Leeds. Sembrano quasi i primi segnali della de-sampdorizzazione della Lazio. Mancini ha salutato così: "Sento di avere avuto anch'io le mie responsabilità. Volevo fare l'allenatore di questa squadra, ma nel calcio ci sono gli addii e a volte ci sono i ritorni". Chissà se ci sarà anche quello di Sven Goran Eriksson. Quel che è certo è che rimpiangerà presto, insieme ai ristoranti di Roma, anche i giornalisti italiani. A Londra i tabloid l'hanno già accolto così: abbiamo messo sulla nostra panchina un perdente. E i bookmakers danno la quota per il suo allontanamento dalla nazionale entro la fine dell'anno: 7 a 1. Good luck, mister Sven, questo è il calcio.


Dalla Gazzetta dello Sport:

E' stato bello, ma è finita. La Lazio ed Eriksson se lo sono detti ieri sera con un po' di magone. La festa che ha chiuso il Centenario della società ha ospitato un addio a base di parole zuccherate e commosse. Da una parte la curva Nord con lo striscione "Good luck Mister Sven campione di stile", dall'altra la commozione dello svedese per l'accoglienza dell'Olimpico, "purtroppo la vita qualche volta è così", ammessa dallo stesso svedese: "Non me l'aspettavo, è stata una grande sorpresa. Mi ha fatto piangere ed è molto difficile farmi piangere". Con Cragnotti che aderiva all'atmosfera: "Questa casa resta sempre a disposizione di un uomo come te". Ma alla festa luccicavano diversi occhi, magari qualcuno si sarà sentito pure in colpa se Peruzzi ha trovato il modo di dire che "dobbiamo farci un esame di coscienza, la colpa è di tutti noi, non dell'allenatore che non scende in campo", azzerando peraltro l'interrogativo sui suoi rapporti con Zoff, provati da qualche problema durante l'epoca di Superdino cittì: "Ci siamo già chiariti quando è tornato alla Lazio, tutto è a posto". Nesta ha sintetizzato: "Resteremo per tutta la vita legati a Eriksson, ma ora andiamo avanti. Zoff è l'uomo giusto, ma spetta a noi ritrovare quella fame di vittorie che ci ha portato lontano". Stankovic: "Zoff ha dimostrato ancora una volta agli Europei di essere un grande". Caustico Salas: "Speriamo che il nuovo tecnico mi tenga in maggiore considerazione".

L'Olimpico ha dunque regalato una serata strana. Un esercizio per i sentimenti che si è spinto indietro nella storia della Lazio ricordando il gruppo di Maestrelli, salutando tifosi di un tempo e dando a Bob Lovati un riconoscimento speciale. La curva Sud era coperta da mezzo chilometro quadrato di tricolore, ma il resto dello stadio era molto affollato: tanta gente nonostante il freddo. A un certo punto Lazio-Napoli è sembrata lontana mesi, non ore. Purtroppo c'è stato chi l'ha fatta ricordare, non soltanto con i soliti cori violenti, ma persino con le parole ufficiali (in mezzo al campo, durante la cerimonia) di un capo tifoso che ha citato affettuosamente i "diffidati" dalla Polizia come se si trattasse di persone impossibilitate a partecipare alla festa perché a letto con l'influenza (com'è invece capitato a Sinisa Mihajlovic). Una parentesi davvero squallida della serata.

Se ne va anche Mancini: "Io traghettatore? No, grazie: volevo fare l'allenatore vero". Anche Roberto Mancini se ne va, coerente al sodalizio che negli ultimi 9 anni lo ha legato a Sven Goran Eriksson. Non attende nemmeno l'ufficializzazione del cambio tecnico, ma precede tutti e prima di mezzogiorno entra in sala stampa e dice una sola frase, secca: "Ringrazio tutti per questi splendidi quattro anni. Io gioco per la festa della Lazio e poi vado via". Di più non vuol dire perché un cumulo di emozioni lo sconvolge, come sottolinea il presidente Cragnotti, abbastanza sorpreso da queste altre dimissioni: "Avevo chiesto a Roberto di pazientare, di aspettare per definire meglio il suo ruolo. C'eravamo proposti di rivederci, ma ognuno fa le sue scelte. Credo che sia rimasto frastornato dalla decisione di Eriksson".

In serata, poi, Roberto Mancini ha giocato l'amichevole con la Cina che chiudeva i festeggiamenti del Centenario. E a margine di questo suo addio alla Lazio ha spiegato: "Il mio gesto si spiega semplicemente con una presa di responsabilità. Ero il più stretto collaboratore di Eriksson e se le cose non sono andate bene vuol dire che le colpe sono anche mie. Mi dispiace perché qui ho vissuto quattro anni bellissimi, indimenticabili. Ma nel calcio e nella vita ci si lascia e poi magari ci si ritrova. Chissà...". Sul futuro non ha certezze, anche se spera in una chiamata inglese, e non di Eriksson: "Non ho offerte, in questo momento. Vedremo". Gli chiedono se è dispiaciuto per non essere lui il "traghettatore" della Lazio, e la risposta è la spiegazione della sua scelta: "Io non volevo essere il "traghettatore" ma l'allenatore di questa squadra". Non c'è riuscito e se ne va, alla sua maniera.

Contattato John Gregory tecnico-manager inglese. John Gregory, manager-allenatore dell'Aston Villa e nel mirino del Manchester, la settimana prossima incontrerà un rappresentante della Lazio. Qual'è lo scopo dell'incontro con un tecnico, che parla un fluente italiano e in grado di fare mercato e di avere rapporti all'estero e con la Fifa? L'intento è quello di individuare un futuro possibile allenatore. Cragnotti, da Velasco in poi, ha abituato tutti a questo genere di sorprese.


Dal Messaggero:

La luna è diventata rossa piano piano, come gli occhi di Sven. Come il suo volto di uomo perbene, che sa ancora arrossire per un complimento, figuriamoci per un’ovazione, per una passerella da brividi interminabili davanti ai trentamila dell’Olimpico. "Le vittorie ci hanno accomunato, il bene della Lazio ci divide...Good luck, mister Sven, campione anche di stile", ha scritto il poeta della Nord. Non può essere retorica, anche se qualcuno l’adombrerà, visti i recenti contrasti, la contestazione sonora di due giorni fa appena. La verità è che la Lazio ha saputo festeggiare con dignità e sobrietà il Centenario che si chiude, separando nettamente i due momenti, quello dell’incontenibile gioia appena trascorsa e l’altro, quello ancora oscuro, della crisi attuale. Dall’impasse sono usciti tutti con eleganza, Eriksson in testa, per aver accettato, col cuore spezzato dalle dimissioni, di partecipare a una festa che sembrava non appartenergli più: «Purtroppo la vita è così qualche volta - è riuscito a dire prima che sopravvenisse l’emozione - Grazie con tutto il cuore, vi ricorderò per sempre». E quell’«arrivederci» che in fondo può essere solo una promessa, rinnovata da Cragnotti: «Questa casa è sempre a disposizione di un uomo come Sven».

Tutto scontato, direte. Ma dovevate esserci per giudicare. Ci si può lasciare anche con un abbraccio, non solo con le carte bollate. E Zoff, raccogliendo questa scomoda eredità, non ha potuto che augurarsi, come sempre sottovoce, di ricevere un giorno un’ovazione simile. In un contorno reso più raggiante dalla diretta intercontinentale con la Cina (simpaticamente strombazzante anche la delegazione in tribuna): altre migliaia di occhi puntati sui campioni d’Italia per la sfida amichevole con la loro nazionale di belle promesse, chiusa 6-3 coi gol di Inzaghi, Salas, Ravanelli (2), Crespo e Berrettoni (il perugino Ma e due volte Zhang per gli ospiti). Anche l’amarcord, stavolta, è stato lieve, come si deve in una cerimonia di chiusura, dopo quelle ufficiali in Regione e in Provincia (tremila visitatori per la mostra del Centenario e il proposito di trovarle quindi una sede fissa): la sfilata dei trofei conquistati, il sorriso giocoso del piccolo Tommaso Maestrelli, l’interminabile applauso alla memoria di Vincenzo Paparelli, la storia che è Bob Lovati, il presente dei tifosi doc e dei bambini delle scuole calcio, anche made in China. Un infortunio, forse, la Sud vuota e imbandierata di tricolore: passaggio di consegne, ha storto il naso qualcuno. O invece un estremo appello alla scaramanzia, chissà, come il "buona pesca" all’amico pescatore...

E poi Mancini, certo. Un altro protagonista che lascia in punta di piedi. Lo abbiamo visto appoggiato a una colonna del sottopassaggio godersi col cuore in tumulto la sfilata di Eriksson, amico e maestro. E in campo, quindi, ancora geniale al punto di meritarsi il coro più ambito: "O Cragnotti compraci Mancini", l’abbraccio della curva, tacchi sparsi e un rigore parato, secondo tradizione. Lui, il vero direttore d’orchestra della Lazio dello scudetto; Spinosi in panchina, Zoff in tribuna, dopo il colloquio pomeridiano con i giocatori, a studiarne lo stato di forma. Assenti Mihajlovic e Veron, influenzati o chissà. L’esordio convincente di Poborsky, il "treno espresso" che si spera contribuisca alla ripartenza giusta. Un augurio. Prima che il braciere del Centenario fosse spento in un tripudio di lumini, bandiere, fuochi d’artificio e We are the Champions. L’eclissi, nel frattempo, era finita. Stemperata in un’altra notte bianca e celeste.


Stenta a conservare il proverbiale aplomb quando, alla svelta, sistema nel cofano della "Volvo" tutti gli effetti personali che porterà con sè in Inghilterra. E’ mezzogiorno e sul centro sportivo si addensa una cappa di tristezza: l’avventura di Sven Goran Eriksson alla Lazio è finita ufficialmente anche se la notizia era già trapelata il giorno prima. La società biancoceleste volta pagina. L’incontro tra Sven e la squadra dura appena 5 minuti, giusto il tempo per comunicare la decisione di passare la mano e di ringraziare tutti i calciatori. Attonito il gruppo ascolta, qualcuno si commuove. Il blando allenamento si svolge in un clima surreale, salta la partitella, mentre lo svedese scambia le ultime battute con Cragnotti ed i giornalisti inglesi arrivano trafelati nel centro sportivo. Alle 12,15 comincia la conferenza stampa di Eriksson, introdotta dalle parole del presidente. Cragnotti proprio non avrebbe immaginato di ritrovarsi, il giorno del compleanno, suo e della Lazio, ad ufficializzare il cambio dell’allenatore. «Questo è un giorno triste per me, un giorno difficile perché devo ufficializzare le dimissioni di Eriksson. Mi dispiace molto veder partire un tecnico del calibro di Eriksson che tanto ha dato alla Lazio in questi anni di lavoro. La società gli deve parecchio. Sven ha fatto delle scelte che rispetto, intanto lo ringrazio pubblicamente e gli faccio i migliori auguri per la nuova avventura sulla panchina dell’Inghilterra. Spero vinca il Mondiale». Più che un addio, quello di Cragnotti, vuole essere un arrivederci nei confronti di una persona alla quale è rimasto legato. «Formello resterà sempre la sua casa e, quando vorrà, potrà tornare senza problemi: lo accoglieremo a braccia aperte».

Sven ha il viso tirato ed ascolta senza fare una piega le frasi del finanziere, con le tv inglesi che sparano impietosi primi piani sullo svedese. Le parole pesano come macigni nel giorno del congedo anticipato. Una resa che comunque merita rispetto. «I risultati non vongono, la squadra fa fatica e così ho deciso di rassegnare le dimissioni. Ci ho pensato sopra molto durante la notte, mentalmente ho rivisitato a fondo la partita contro il Napoli e, per il bene della Lazio, ho deciso in questa direzione. I primi a conoscere la decisione sono stati i calciatori, poi ne ho dato comunicazione alla società. Credo che abbia effettuato la scelta migliore, così come credo che questa squadra abbia i mezzi per potersi riprendere in fretta». Tre anni e mezzo costellati di vittorie importanti sulle quali Sven ha messo la firma, pagine storiche che vanno sottolineate proprio nel giorno dell’addio. «Ringrazio la società che mi ha consentito di lavorare con un gruppo straordinario ed i giocatori per le belle giornate vissute insieme. A Formello mi sono sentito sempre coccolato, ci sono ricordi straordinari che porterò dentro di me per tutta la vita, così come avrò nostalgia della gente e della città». Un rapporto che, però, si è incrinato dal giorno della firma con la Federcalcio inglese. «Difficile dire se quella scelta abbia influito sul rendimento della squadra, tra professionisti una situazione del genere non dovrebbe incidere, però...»

I giornalisti inglesi incalzano, vogliono sapere del futuro e da quando il ct prenderà in mano la nazionale. «Parlerò con la federazione, poi decideremo». Forse Eriksson si prenderà qualche giorno di riposo prima di tuffarsi nella nuova avventura professionale. Risponde con i soliti toni pacati, ma non vede l’ora di andar via. «In futuro non cercatemi più per parlare di Lazio, i suoi problemi adesso interessano il mio successore. Rispettate questo mio desiderio». Tornerà? «Sì, quando la Lazio avrà realizzato il nuovo stadio...» Eriksson esce a testa alta, stringe mani, dispensa timidi sorrisi, saluta tutti. Da signore, come sempre.


E’ stato senza dubbio uno dei più applauditi della serata, dentro e fuori dal campo. Ma Roberto Mancini ormai ha deciso: «Non ho intenzione di tornare indietro, mi dimetterò. Ho fatto parte dello staff di Eriksson e come suo vice devo prendermi anch’io le mie responsabilità». Va via con un rammarico: «Non ho mai cercato di fare il traghettatore. Io volevo allenare la Lazio. Purtroppo le decisioni sono state altre». Il 26 dicembre Cragnotti gli aveva detto che mai Zoff sarebbe stato il nuovo allenatore: «Ma a volte i presidenti cambiano idea». L’addio di Eriksson ha colpito tutti, a partire da Alessandro Nesta che in passato aveva cercato di salvare la posizione dello svedese. «Rimarrà nella storia della Lazio per i successi che ha portato. La colpa non è stata solo sua ma di tutti. Purtroppo alla fine è sempre il tecnico a pagare, ma noi gli saremo riconoscenti per sempre». Dello stesso avviso è Angelo Peruzzi. «Dovremmo farci tutti un bell’esame di coscienza. Le colpe sono soprattutto di noi giocatori. Ci siamo messi in una brutta situazione da cui spero di uscire al più presto».

Il portiere ritroverà Zoff, il tecnico che non lo aveva portato agli Europei in Belgio e Olanda. «Non ci sono problemi, abbiamo chiarito appena è arrivato alla Lazio. In ogni caso non credo che un tecnico come lui si faccia condizionare da certe cose». Anche Stankovic rimpiange la partenza del tecnico. «Mi dispiace, ma Zoff è un grande allenatore e sono certo che anche con lui staremo benissimo». Per Salas, possibile svolta: «Spero che adesso verrò preso maggiormente in considerazione. Ho sempre voluto rimanere alla Lazio». Intanto questa mattina alle 10 vertice a Formello: dirigenti, staff medico e i giocatori, per pianificare la gestione della squadra insieme al nuovo allenatore. Il primo allenamento di Zoff è previsto alle 15.



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