Mercoledì 22 settembre 1999 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-FC Dynamo Kyiv 2-1


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22 settembre 1999 - 2852 - Champions League 1999/00 - Prima fase a gironi gruppo "A" - gara 2 - inizio ore 20.45

LAZIO: Ballotta, Negro, Nesta, Mihajlovic, Favalli, Stankovic (51' Salas), Veron (81' Lombardo), Almeyda, Nedved, Boksic, Mancini (75' Simeone). A disposizione: Mondini, Sensini, Conceição, Andersson. Allenatore: Eriksson.

DYNAMO KYIV: Shovkovski, Fedorov, Vaschuk, Golovko, Dmytrulin, Gerasimenko (46' Konovalov), Kormiltsev (46' Kosovsky), Gusin, Kaladze, Shatskikh (82' Vehlinski), Rebrov. A disposizione: Kernozenko, Yezerski, Mamedov, Radchenko. Allenatore: Lobanovsky.

Arbitro: Sig. Diaz Vega (Spagna).

Marcatori: 68' Rebrov (rig), 72' Negro, 75' Salas.

Note: ammoniti Nedved, Stankovic, Almeyda, Mihajlovic, Favalli e Kossovskyi. Recuperi: 2' più 4'.

Spettatori: 37.348 paganti per un incasso di Lire 1.392.352.000.

La formazione laziale
La rete del pareggio biancoceleste
La gioia di Paolo Negro dopo la rete
Un altro fotogramma dell'esultanza del difensore biancoceleste
Il difensore in azione e tra i migliori in campo
La rete di Marcelo Salas
Marcelo Salas ed Alen Boksic
Il biglietto della gara

La Gazzetta dello Sport titola: "Che carattere questa Lazio. Tanto orgoglio per rimontare e battere la Dinamo Kiev. Un rigore fasullo regala ai russi il vantaggio, ma in pochi minuti Negro e poi Salas, con un fantastico gol, fanno esplodere di gioia l'Olimpico. Eriksson punta sulla coppia Mancini-Boksic ma non funziona, poi sbaglia a togliere Stankovic e non Mancini. E' comunque decisivo l'inserimento di Salas".

Continua la "rosea": Grande Lazio. Per carattere, personalità, statura internazionale. Vince una partita che da problematica diventa difficilissima, con la Dinamo Kiev in vantaggio grazie a un rigore fasullo e a un pessimo arbitro. Tutto a metà del secondo tempo dopo avere sempre dominato e dopo che se ne sono già andate non meno di sei palle-gol. In cinque minuti il meritato ribaltone, grazie alle bellissime reti di Negro e di Salas e a una grande reazione collettiva, che coinvolge tutti gli uomini in campo e regala la dimensione d'una squadra che può davvero arrivare ovunque. Eriksson sbaglia formazione (la coppia Boksic-Mancini in avanti negli spazi stretti non funziona mai) ma capisce a un certo punto che questa è la partita di Salas, lo fa entrare (anche se non al posto d'uno spento Mancini) e ne viene ripagato. Il turnover, là davanti, non paga. Una notte di passione, lo si capisce fin dalle prime battute. Sono passati tanti anni, le squadre del colonnello Lobanowsky si saranno pure impoverite di campioni, ma il loro gioco è sempre di primissima qualità e, specie quando è un gioco "contro", terribilmente fastidioso. La difesa è diciamo così tradizionale, con quattro uomini in linea, mentre a centrocampo si sviluppa la consueta rotazione di giocatori così cara al colonnello e buona per togliere punti di riferimento agli avversari. Decisivo è il nazionale georgiano Kaladze, che detta i tempi dell'intero reparto, con le punte Rebrov e Shatkikh (neanche lontano parente di Schevchenko, questo uzbeko ancora assai rozzo) pronte al ripiegamento. La Lazio, che guardando ai singoli non gioca male, fatta eccezione per gli immediati palesi disagi di Mancini, cade nella trappola d'una Dinamo che in pratica attuando una sorta di disordine organizzato si mette sempre nella condizione di avere un uomo in più a metà campo, mentre laggiù, sul fronte sinistro della difesa biancoceleste, Favalli è del tutto inutile, abbandonato come è a se stesso.

Una situazione nella quale sarebbe importante rispondere con una difesa a tre e con un laterale molto propositivo, ma questo non succede. Con Boksic poco adatto agli spazi stretti e a un match tutto d'attacco, con Mancini che non entra proprio in partita causa... eccesso di velocità, la pur evidente pressione della Lazio si alimenta della grande vena di Nedved e delle palle inattive. Fioccano occasioni ma sono sporche o legate alla prodezza balistica da lontano: il portiere Shovksovski è molto bravo e sa aiutarsi con la traversa su punizione di Miha, poi Nedved sfiora quattro volte i pali della Dinamo. Si innervosisce la Lazio, e Diaz Vega, arbitro spagnolo assai permaloso, non chiede di meglio. Negli ultimi cinque minuti del primo tempo Almeyda, Stankovic e Mihajlovic riescono nell'impresa di andare ad aggiungersi al già ammonito Nedved, mentre Ballotta sale al proscenio per deviare una pericolosa punizione di Kaladze. Sarà la sua sola parata. Si riparte con Lobanovsky, che evidentemente chiede un gran dispendio di energie ai suoi centrocampisti (per giunta manca più di un titolare) e che ha osservato Nedved spopolare, che cambia metà reparto, dentro Konovalov e Kosovsky, fuori Gerasimenko e Kormiltsev. Eriksson risponde (7') con una mossa giusta a metà: dentro (finalmente) Salas e fuori Stankovic (e non Mancini), che stava giocando bene, aveva appena colpito un palo esterno e dava equilibrio a metà campo. Chiaro che la Lazio si sbilancia e la Dinamo trova il contropiede. Ci vuole tuttavia l'ineffabile Diaz Vega per farlo diventare vincente: l'entrata di Mihajlovic su Konovalov è chiaramente sul pallone, ma l'arbitro spagnolo ci vede il rigore.

Batte Rebrov e segna, quando alla fine mancano appena 23 minuti. La Lazio è come percorsa da una scarica elettrica. Nedved, Salas, Veron, Boskic, Mihajlovic, sono in tanti a suonare la carica, e quel che non era riuscito lungo l'arco di oltre un'ora accade in cinque minuti. Cross di Mihajlovic e stacco di Negro, che si trova da quelle parti un po' come Burgnich nei leggendari supplementari di Italia-Germania 4-3. Replica centoventi secondi dopo, sempre da sinistra, con Boksic che può fare l'esterno e Salas che sul cross ne inventa uno dei suoi, stop di petto e sinistro fulminante. La Dinamo si domanda che è successo, Mancini domanda a Eriksson di toglierlo, entra Simeone e dopo di lui Lombardo. E' finita.


Il Corriere della Sera titola: "Champions League. Passo avanti dei biancocelesti in una serata difficile. Vince il Bayer Leverkusen a Maribor. La Lazio batte anche l'arbitro. Rigore regalato alla Dinamo, rispondono Negro e Salas in due minuti".

Continua il quotidiano: Lo scorno e lo spavento, che si risolvono in un'affermazione sofferta grazie all'utilizzo tardivo del matador Salas. La prima volta da "Campioni" nell'Olimpico laziale, non riproduce quei segnali di superiorità ormai frequenti per il gruppo Eriksson, con gli ucraini votati soprattutto a distruggere. Gradita al cielo (ma gli ultrà non smettono di protestare per il caro prezzi dei pacchetti trasferta), fra investimenti pazzeschi e ricavi accresciuti del 48%, la multinazionale biancoceleste prosegue imponendo un trasformismo vistoso, senza che la rammendata Dinamo Kiev sappia snidare le lacune d'una organizzazione sempre modificata. Sei cambi, rispetto all'ultimo impegno, determinano comunque fino a metà tragitto una Lazio inguardabile, nonostante l'attacco più scandito rispetto all'1-1 di Leverkusen. Sì, la Coppa Campioni negata per squalifica nel 1974 e spesso ritenuta irraggiungibile, trova poco pubblico e una rotazione erikssoniana imprecisa, spenta e avara di soluzioni per tartassare gli scolastici corridori del colonnello Lobanovsky. Preme e va al tiro solo Nedved, dopo la solita punizione di Mihajlovic che Shovkovskyi, il migliore degli antagonisti, disinnesca aiutato anche dalla traversa.

Non furoreggia Veron, poco tranquillizzato dall'irriconoscibile Almeyda; non chiudono impeccabili i quattro assistenti dell'esordiente Ballotta, irragionevolmente nervosi nelle saltuarie sortite della Dinamo, che culminano in un calcio piazzato di Kaladze, deviato non senza apprensione dal vice Marchegiani. Certo, Shatskikh là davanti non vale mezzo Schevchenko e, risucchiato dietro, lascia Rebrov ad impensierire di destrezza tanto Nesta quanto Mihajlovic, giustamente ammonito come gli arrabbiati Nedved, Almeyda, Stankovic e Favalli. Una serataccia, complicata soprattutto dall'inconsistenza di Mancini e dalle valutazioni dell'arbitro Diaz Vega, che fa rievocare i danni subiti dalla Lazio ventisei anni fa, quando per l'isterico assalto all'Ipswich venne squalificata dalle competizioni europee. Eriksson tenta la rettifica: fuori Stankovic e avanti con i guizzi di Salas, pure se hanno peso maggiore gli avvicendamenti del celebre colonnello, proiettati verso l'incredibile psicodramma laziale. Tocca al nuovo arrivato, Konovalov, tagliare a fette la svampita retroguardia di casa e Mihajlovic lo stoppa in scivolata.

L'intervento è nettamente sul pallone, invece l'arbitro assegna il rigore, che Rebrov non sbaglia. E' una scarica elettrica, s'accende una fortunosa reazione al rischiatutto che premia la testa svettante di Negro, lesto ad anticipare Holovko sul pallone scaraventato da Mihajlovic nell'area ucraina. E l'episodio riequilibrante attira subito il sorpasso, frutto d'uno sfondamento con cross dell'imprendibile Boksic, che l'acrobatico Shovkovskyi aggiusta per l'estro balistico e vincente di Salas. Alleluja, l'onore e il prosieguo in Champions League sono salvi.


Il Messaggero titola: "Champions League. Un rigore inventato manda la Dinamo in vantaggio, ma in pochi minuti arriva il pari di Negro e lo straordinario vantaggio di Salas. La Lazio batte anche l’arbitro. Grande rimonta, cancellato Diaz Vega".

L'articolo così prosegue: L'Olimpico schiuma. Di rabbia prima, poi di una gioia incontenibile. Un esordio così vibrante in Champions League sembra ancora il più straordinario dei sogni. La Lazio ha sconfitto la Dinamo Kiev rimontando il rigore inventato da un arbitro spagnolo irritante, indegno di queste platee. Lo ha fatto in quattro minuti di fuoco, che rimarranno impressi nella mente di chi aveva visto aleggiare i fantasmi dell'Ipswich, quando un fischietto olandese cancellò i biancocelesti dal primo appuntamento con il grande calcio europeo. Negro e Salas i due implacabili cecchini: al culmine di una partita giocata a senso unico, ma a strappi, con Veron e Mancini in ombra e il nervosismo montante. Grande il secondo tempo, questo sì. Bravi Boksic e Nedved a tenere sempre in scacco la difesa ucraina, decisivo l'innesto del cileno, coccolato in tribuna da una rumorosa colonia di connazionali. E' un successo che pesa, inutile dirlo. Meritato e beneagurante perché l'avversario, ora quasi fuori dal girone, ha mostrato muscoli difensivi fino in fondo. Già, difesa e contropiede: il laboratorio Lobanovsky non offre granché, se non una conclamata solidità d'assieme. Abbastanza, comunque, per mettere in difficoltà la Lazio sul piano squisitamente tattico. Per liberarsi delle marcature assidue a tutto campo, i biancocelesti hanno scelto di ricorrere alle iniziative personali, poche davvero le manovre fluide, anche perché lì in attacco Boksic è rimasto ancora una volta isolato, finendo per cercare più l'appoggio che la conclusione.

Si aspettava con una certa ansia Veron, ma l'argentino stenta a prendere la bacchetta in mano, spesso sparisce dal gioco, e, in genere, i compagni giocano poco senza palla, non dettando il passaggio in profondità. Ne è scaturito un primo tempo tutt'altro che intenso, con molti scambi fuori misura, che finivano per favorire la rimessa ucraina, peraltro piuttosto sterile. Certo la Lazio vicina al gol c'è arrivata, con tre conclusioni di Nedved di poco a lato, una deviata dal portiere senza che arbitro e guardalinee concedessero l'angolo. Ottimo, nella circostanza, l'atletico portiere Shovkovsky, titolare in nazionale, uno dei sicuri punti di forza della Dinamo. E' stato sempre lui a negare con un balzo straordinario la gioia del gol al solito Mihajlovic, che aveva spianato il solito sinistro su punizione: pallone deviato contro la trasversale. Ma bravo anche l'esordiente Ballotta ad alzare in angolo, proprio allo scadere della prima frazione, un pallone ben indirizzato, sempre da fermo, dall'esterno Kaladze. La notte fonda dell'Ipswich era già ricalata sull'Olimpico quando il glaciale arbitro spagnolo Diaz Vega ha sfilato dal taschino quattro cartellini di fila, uno dei quali assolutamente gratuito ad Almeyda, reo di aver avanzato di un metro una punizione a centrocampo. I biancocelesti hanno i nervi fragili, il centrocampo uscì martoriato anche a Leverkusen, però, senza arrivare alle nefandezze del "famoso" olandese Van der Kroft, il fischietto iberico ha finito per indispettirli oltremisura, insieme al pubblico. Fatto sta che la squadra di Eriksson è rientrata in campo con una rabbia finalmente adeguata all'importanza del match. Ha stretto d'assedio la porta ucraina, impegnando Shovkovsky in una serie di respinte affannose e sfiorando il gol con un colpo di testa di Boksic.

Prima di uscire per Salas, Stankovic (alti e bassi nella sua partita) ha vanificato sul palo esterno un'imbeccata volante del croato. Apparentemente imbalsamato in panchina, Lobanovsky aveva nel frattempo mandato in campo forze fresche, il centrocampista Kossovsky (presto ammonito) e l'esterno Konovalov, per avanzare un po' il baricentro. Mossa apparentemente riuscita perché proprio Konovalov è caduto in area su un intervento apparso sul pallone di Mihajlovic e l'ineffabile spagnolo forse non aspettava altro: rigore contestato (ammonito Negro) e realizzato da Rebrov con un tiro angolatissimo. Lazio ferita ma ora indomabile, scatenata. Per un uno-due che fa già storia: cross di Mihajlovic e testa vincente di Negro dopo due minuti; altri due giri di lancette per l'apoteosi firmata Salas, straordinario stop di petto e sinistro teso in diagonale su cross da sinistra di Boksic. Tutto davvero molto bello. E subito Eriksson al lavoro: dentro Simeone per Mancini. Poi fuori di un niente un rasoterra di Veron. La Dinamo, nel frattempo, era annichilita.


Tratte dal quotidiano romano, alcune dichiarazioni post-gara:

La prima in Champions League ha rischiato di essere rovinata dal fischietto di Diaz Vega. «Quel rigore era inesistente - ha dichiarato Sinisa Mihajlovic - pensavo che fosse stato segnalato un fuorigioco. Sono andato dall'arbitro e gliene ho dette in faccia di tutti i colori perché il mio era un intervento nettamente sul pallone. Non mi ha espulso solo perché aveva capito che aveva sbagliato. In Italia sarebbe stato l'attaccante ad essere ammonito». All'urlo del difensore si unisce quello dei suoi compagni. «Non abbiamo capito molte decisioni - ha ammesso Veron - adesso speriamo che non ci capiti più un direttore di gara così. L'importante è stato rimanere tranquilli convinti di arrivare in fondo con la vittoria». D'accordo anche Pavel Nedved che però punta il dito anche sulla prova corale della squadra. «E' stata la vittoria del carattere. Dopo aver creato tantissimo correvamo il rischio di perdere. Siamo rimasti lucidi e alla distanza siamo venuti fuori da grande squadra. Ho cercato di sacrificarmi di più per aiutare i gli altri». Proprio il centrocampista ceko ha dimostrato di essere uno dei più in forma. «L'importante è continuare a vincere in coppa come in campionato - ha concluso Nedved - adesso io, come chiunque dei miei compagni, sarei disposto ad uscire. A Parma abbiamo bisogno di forze fresche».

La prova corale della squadra è stata illuminata da Veron che è tornato sulla gara. «E' stata una gara sofferta ma non è stato il rigore a far si che ci sbloccassimo. La palla non voleva entrare, sembrava una maledizione ma poi è venuta fuori la mentalità vincente del gruppo». Escono per ultimi i due marcatori. «Non avrei mai smesso di esultare - ha dichiarato Paolo Negro - è stato il mio primo gol in questa competizione e me lo rivedrò in televisione sino alla noia». Più scuro in volto Marcelo Salas. «E' stato un gol molto importante per la Lazio in un partita difficile. Spetta al mister decidere chi gioca e chi no ma di certo non fa piacere andare in panchina». La rete non ha assopito la rabbia della preventivata esclusione. «Ho giocato meglio perché rispetto a Leverkusen sono stato impiegato per più tempo. Con Boksic mi sono trovato molto meglio e la cosa più importante è stato portare a casa questa vittoria». Anche Nesta, il capitano, non si sottrae alle libertà della mixed zone di Coppa Campioni. «Quella palla non voleva entrare ma alla fine siamo riusciti a regalare a questa gente una vittoria bellissima».

E' arrivato allo stadio con qualche minuto di ritardo e, più volte nel corso della sfida, Sergio Cragnotti si è messo la mani tra i capelli con quella Lazio che lo faceva soffrire nel primo tempo perché incapace di sbloccare il risultato. Senza parole quando Diaz Vega ha decretato il calcio di rigore che ha gelato l'Olimpico. Alla rete di Negro il presidente è schizzato in piedi ed al raddoppio di Salas è stato un susseguirsi di abbracci. Insomma, una festa come aveva immaginato per tanti anni, la prima partita di Coppacampioni giocata in casa. «E' stata una vittoria storica, un risultato importantissimo, il rigore ci ha svegliati e finalmente siamo riusciti a fare gol ed a conquistare i tre punti». Il presidente si gode così una serata tutta biancoceleste e dispensa giudizi sui singoli lodando, in particolare, la coppia d'attacco. «Ho visto un grandissimo Boksis, il migliore in campo. Strepitoso Salas, una rete favolosa che ci ha regalato il meritato trionfo». Peccato che il croato ed il cileno non riescano però a giocare insieme dall'inizio. Ad Eriksson, però, Cragnotti riserva solo parole di apprezzamento dopo avergli prolungato il contratto fino al 2001. «Sven non aveva bisogno del nuovo contratto per saper della mia fiducia, vada avanti per la sua strada con questo organico competitivo a tutti i livelli». Problema tifosi. Anche ieri sera allo stadio si è avuta una piccola contestazione con degli striscioni civili ma eloquenti che chiedevano fatti concreti alla società e non soltanto promesse. Il finanziere comunque rassicura tutti sull'evolversi della crisi. «Presto sistemeremo ogni situazione».

Il tecnico svedese arriva in sala stampa dopo aver visionato uno spezzone di Maribor-Leverkusen, l'altra sfida del raggruppamento vinta dai tedeschi. «Gli sloveni hanno avuto molte occasioni, anche se al termine sono stati penalizzati dal risultato». Il girone sembra ormai delinearsi per le prime posizioni con Bayer e Lazio grandi favorite per la qualificazione. «Se mercoledì prossimo batteremo il MariboR all'Olimpico, allora la situazione e la classifica assumeranno un aspetto molto positivo per noi, però meglio restare cauti sia perché gli sloveni hanno soltanto un punto in meno della Lazio, sia perché mancano ancora diverse partite». Una vittoria sofferta dopo un primo tempo sotto tono. Spiega l'allenatore. «Abbiamo cercato di fare la partita però la Dinamo rappresenta un ottimo collettivo con individualità interessanti come il portiere. Ad ogni modo, il risultato mi sembra giusto in quanto la Lazio ha costruito le migliori occasioni da gol ed ha disputato una ripresa decisamente migliore degli avversari che hanno puntato solo sul contropiede».

L'ingresso di Salas ha consentito ad Alen Boksic di avere un partner ideale in attacco per forzare la retroguardia ucraina. Eriksson, però, non accetta critiche sulla scelta di Mancini, né sul sacrificio del cileno nella prima parte dell'incontro. «Prima di far entrare Salas ho voluto vedere come si presentava la ripresa, poi ho deciso. Comunque, se Marcelo mi assicurasse sessanta partite con sessanta reti, giocherebbe sempre. Però così non potrà essere ed allora dovrò gestire la rosa mandando in campo gli elementi più in forma e freschi». Ma, soprattutto in Europa, non presentarsi in campo con una coppia di straordinario potenziale come quella composta da Boksic e Salas sembra davvero una scelta tecnica azzardata. Chissà se Sven Goran Eriksson la presenterà dall'inizio mercoledì prossimo contro il Maribor quando una vittoria potrebbe regalare alla Lazio una qualificazione anticipata.



La formazione biancoceleste: Boksic, Mihajlovic, Nesta, Favalli, Ballotta, Veron; Stankovic, Almeyda, Favalli, Nedved, Mancini