L'ultima giornata del campionato 1972/73, tra luci e ombre



Una formazione della Lazio 1972/73

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La gara Napoli-Lazio 1-0 del 20 maggio 1973

Domenica 20 maggio 1973. L'ultima giornata di Campionato deve assegnare lo Scudetto 1972/73. E' un finale thrilling con tre squadre in lotta per il titolo. Il Milan ha chiesto invano alla Federcalcio di procrastinare la data della propria partita perché quattro giorni prima aveva disputato la finale della Coppa delle Coppe, ma la richiesta viene negata per salvaguardare la norma sulla concomitanza delle gare. I rossoneri, che in settimana hanno vinto la Coppa a Salonicco contro il Leeds, sono quindi euforici per il fresco successo europeo e si apprestano ad una facile trasferta a Verona contro una squadra che non ha più nulla da chiedere alla classifica. La Lazio si reca a Napoli e la Juventus è di scena all'Olimpico contro i giallorossi. In quegli anni l'unico modo per sapere i risultati delle gare di calcio in corso è quello di sintonizzarsi sulle frequenze radio di "Tutto il calcio minuto per minuto" che inizia il collegamento con i vari stadi solo al termine dei primi tempi. La classifica a 90 minuti dalla conclusione è la seguente: Milan 44, Juventus e Lazio 43. Tutto quindi si decide nell'ultima giornata ma è forte la probabilità di dover ricorrere all'appendice dello spareggio.


Giovanni Vavassori

Rancori e vecchi veleni napoletani

I biancazzurri, che mai erano arrivati a giocarsi lo Scudetto a 90 minuti dalla fine da quando era stato istituito il girone unico, sono attesi a Napoli, dove il rancore per i fatti accaduti nella gara di andata è ancora molto forte. In quell'incontro, infatti, nel sottopassaggio dell'Olimpico, Giorgio Chinaglia si era scontrato con il mediano partenopeo Giovanni Vavassori e con il terzino Rimbano. Oltre alle parole grosse: "Al ritorno ti spezzo le gambe", gridate dal napoletano, e Chinaglia che replicava: "Al ritorno starete in Serie B da un pezzo", erano volati schiaffi e pugni a stento sedati da Juliano e da altri giocatori laziali. I napoletani erano rientrati malconci negli spogliatoi, promettendo vendetta per il ritorno. Nei giorni immediatamenti precedenti la gara decisiva, qualcuno aveva fomentato ad arte i tifosi partenopei che prima prendono a sassate il pullman biancazzurro al suo arrivo al San Paolo, poi aggrediscono i tifosi laziali al seguito arrivando infine a bruciare un pullman. Un vero e proprio agguato che il presidente Umberto Lenzini denuncia a fine partita come essere stato organizzato da qualcuno che aveva interesse a condizionare la gara. L'autista della Lazio Alfredo Recchia deve far ricorso alle cure dei sanitari per le ferite dovute ad un vetro infranto. A Umberto Lenzini viene inoltre sottratto il portafoglio mentre firma autografi. Il clima rimane tesissimo, sia in campo che fuori.


Una rete del Verona al Milan
La gioia dei gialloblù

La "fatal Verona"

Fa caldo nello stadio Bentegodi di Verona, gremito in ogni settore, per l'incontro che vede il fortissimo Milan di Rocco e Rivera lanciato alla conquista dello Scudetto della stella ed i gialloblù di Cadè, già salvi. Le due squadre, accolte nel loro ingresso in campo dal tifo appassionato, iniziano la gara in maniera guardinga. Già dai primi minuti, però, si capisce che l'Hellas Verona, considerato alla vigilia demotivato e privo di stimoli, ha tutte le intenzioni di rovinare la festa ai rossoneri. I veneti infatti attaccano senza timori e trovano la rete del vantaggio al 16' con Sirena. Il Milan è frastornato, sorpreso dai gialloblù estremamente determinati ed aggressivi e fatica a mettere ordine al proprio gioco. Al 26' arriva il raddoppio degli scaligeri siglato da Luppi e al 29' addirittura il tris grazie all'autorete di Sabadini. I rossoneri sono tramortiti ma accorciano le distanze al 33' con Rosato riaprendo così il discorso Scudetto.


Il biglietto della gara Roma-Juventus
Il Presidente della Repubblica Leone in tribuna all'Olimpico

Qui Olimpico: Roma in vantaggio

Il risultato maturato a Verona arriva all'Olimpico e al San Paolo, grazie alle comunicazioni che i vari cronisti riescono a compiere tramite telefoni di fortuna o a gettoni. Tra gli spettatori, ignari dei risultati, di cui moltissimi laziali andati in incognito a dar man forte ai "cugini", serpeggiano le fantasie più assurde sui risultati dagli altri campi. Nello stadio romano, sotto un sole estivo, intanto, una Roma in giornata di grazia sta costringendo la Juventus in difesa. I giallorossi falliscono due palle-gol clamorose, ma al 29' passano con una rete di Spadoni, abile a sfruttare un'incertezza della difesa bianconera. Metà stadio gioisce, l'altra metà resta muto. La Juventus sembra frastornata dal colpo subito e per poco non capitola una seconda volta. Riesce però a limitare i danni e a tornare negli spogliatoi alla fine del primo tempo con un solo goal al passivo, mentre sul tabellone dell'Olimpico vengono proposti i risultati parziali dei primi tempi tra lo stupore dei tifosi giallorossi presenti, intimoriti anche dalla possibilità della Lazio di vincere lo Scudetto o quanto meno andare agli spareggi, e la delusione di quelli bianconeri.


La Rosa manca una palla-goal

La battaglia del San Paolo

Entrati negli spogliatoi, Tommaso Maestrelli e Pino Wilson hanno un vivace battibecco con Vavassori, che sembra non attendesse altro. Il clima è ostile anche nei sotterranei dello stadio partenopeo. Comunque i giocatori, coscienti di quali sarebbero stati i toni dell'incontro, cercano di non farsi intimorire. A qualcuno balena l'idea che potesse ripetersi in campo quello che era successo due domeniche prima a Bologna. Le voci su presunti "premi a vincere" sono circolate in settimana tra i tifosi e sono giunte anche in Società ma, considerato che la Procura Federale aveva aperto un'inchiesta sui fatti successi nella precedente trasferta in Emilia, nessuno aveva avuto coraggio a muoversi per tempo. In un clima di forte tensione comincia la gara e le squadre vengono accolte in campo dagli scoppi di mortaretti e tracchi. I partenopei picchiano duro alle gambe e ne fa le spese Luciano Re Cecconi, vittima di un'entrata assassina da parte di un difensore partenopeo: ciò intimorisce i biancazzurri che sentono particolarmente il peso della gara. I laziali giocano male, forse la peggior partita del Campionato. Il Napoli intanto attacca, Mario Frustalupi è l'unico a cercare di dare un gioco alla squadra e con lui si distingue Giancarlo Oddi che frena le incursioni dei napoletani e sopratutto quelle di Oscar Damiani, giovane punta degli azzurri. Alla fine del primo tempo la classifica vede il Milan e la Lazio a 44 punti, la Juventus a 43.


Il presidente della Roma Anzalone

Spogliatoi bollenti nell'intervallo

Durante l'intervallo all'Olimpico, il presidente della Roma Anzalone scende negli spogliatoi per complimentarsi con la squadra. Come racconterà anni dopo Franco Cordova, capitano giallorosso dell'epoca (che tuttavia non era presente in campo in quella giornata), il numero uno giallorosso fa irruzione nello stanzone dove i giocatori stanno raccogliendo le energie ed esordisce più o meno così: "Siete stati bravi, complimenti a tutti. Avete messo alle corde lo squadrone bianconero e fatto vedere che anche voi valete molto." A questo punto il presidente romanista, sempre per ammissione del capitano giallorosso, fa capire ai presenti che possono ritenersi soddisfatti e lasciare andare l'incontro. Anche perché l'amicizia della Juventus può essere utile in sede di calciomercato ed è inutile accanirsi e renderla in qualche modo ostile. Nello stesso momento, a Verona, l'allenatore rossonero Rocco cerca di spronare i suoi a rimontare lo svantaggio, ma si accorge che la squadra è stanca, sfiduciata e cede allo sconforto. A Napoli, invece, qualcuno "consiglia" a Wilson di avvicinare qualche giocatore partenopeo e chiedere in un modo più o meno esplicito quanto possa costare un ammorbidimento della gara.

Il capitano biancazzurro raccoglie il consiglio e avvicina Juliano (che conosce bene) e sa che di lui ci si può fidare. La risposta del giocatore azzurro è agghiacciante: "Spiacenti, siete arrivati secondi: qualcun altro ha già pensato a prometterci un premio se vi battiamo". Wilson rientra nella stanza dove Maestrelli sta impartendo le direttive per il secondo tempo e avvisa i compagni che qualcuno li ha preceduti. L'allenatore predica di non credere a tutto ciò e di stare tranquilli e come risposta riceve un eloquente "Tranquillo mister, gli rompiamo il c...". Occorre tuttavia ricordare che in quel periodo i cosiddetti "premi a vincere" non erano esplicitamente vietati dal regolamento ma chi li prometteva non faceva di certo una bella figura e naturalmente nulla veniva divulgato.


La rete di Altafini
Cuccureddu ha appena insaccato la rete scudetto

La rimonta juventina e la débacle milanista

La ripresa vede la Lazio propositiva che comincia ad attaccare anche se sterilmente. Maestrelli mette dentro Giacomo La Rosa al posto di Nanni con la speranza che giocando con tre punte qualcuno riesca a inventarsi una rete. Ed è proprio il nuovo entrato a sprecare una ghiotta occasione per la disperazione dei compagni. Il Napoli riprende fiato ed inizia a pressare, chiude la Lazio in difesa e costringe Wilson e compagni ad un superlavoro. All'Olimpico, intanto, viene annullato un gol ad Altafini perché nel colpire di testa si è appoggiato al palo, gesto non consentito dal regolamento. Ma l'italo-brasiliano si rifà al 61' e, con la sua nona rete stagionale, realizza il pareggio bianconero facendo salire l'adrenalina ai tifosi. In questo momento sarebbe necessario uno spareggio tra Milan e Juventus per aggiudicarsi il titolo di "Campione d'Italia".

Intanto a Verona le tenui speranze milaniste di una rimonta sono destinate a svanire definitivamente al 25' della ripresa quando è ancora lo scatenato Luppi a segnare il gol del quattro a uno per i gialloblù. Passano quattro minuti e il risultato assume proporzioni quasi tennistiche: l'autorete del rossonero Turone determina infatti il quinto gol degli scaligeri. I gol inutili di Sabadini e Bigon fissano il risultato sul definitivo cinque a tre per i veneti. A tre minuti dalla fine arriva inoltre la notizia del vantaggio della Juventus sulla Roma. E' infatti Cuccureddu, lasciato inspiegabilmente solo, a colpire una palla che nessun difensore giallorosso è andato a contrastare e che infila un immobile Ginulfi. La notizia non fa in tempo ad arrivare al San Paolo che la giovane ala partenopea Damiani mette il piede su una palla vagante in area laziale e segna, tra la disperazione di tutti i laziali in campo e sugli spalti, mentre i suoi compagni in campo si abbracciano come se avessero vinto una finale. Per i biancocelesti non c'è neanche il tempo di capire né di poter recuperare. La gara finisce ed i giocatori azzurri, dopo aver fatto un giro di campo per salutare la folla, rapidamente prendono la strada degli spogliatoi mentre lo sconforto s'impadronisce dei biancocelesti.

Al termine della gara di Verona è grande festa tra i sostenitori gialloblù per una vittoria tanto inutile per la classifica quanto esaltante per come è maturata. Nello stadio scoppiano tumulti fra tifosi milanisti e i giocatori in campo, per evitare guai, devono correre per guadagnare gli spogliatoi. All'Olimpico invece i supporters bianconeri invadono il campo mentre i giocatori juventini si abbracciano euforici per la conquista del 15° Scudetto, vinto quando ormai erano davvero in pochi a crederci.


Il tiro di Damiani s'insacca in rete
La gioia dei tifosi juventini

A soli due minuti dal sogno

Nei sottopassaggi del San Paolo intanto la tensione è altissima: i napoletani esultano e vola qualche sberla negli spogliatoi. Wilson ha una crisi di pianto e se la prende con alcuni giornalisti presenti. Giorgio Chinaglia rade al suolo tutto ciò che gli capita a tiro. Ci vuole il miglior Maestrelli per calmare gli umori che rischiano di degenerare ancor di più. Anche a Verona a fine gara gli umori negli spogliatoi sono diversi. Livio Luppi, giocatore gialloblù, si dice molto soddisfatto: "Una prestazione eccezionale da parte della squadra. Dal punto di vista personale sono davvero contento: questi tre gol mi ripagano dei tanti guai avuti ultimamente". Felice è anche il mister scaligero Cadè: "Abbiamo dimostrato di non regalare niente a nessuno mettendocela tutta pur non avendo interessi di classifica". Aria tesa e facce dimesse nello spogliatoio rossonero: l'allenatore Rocco è breve ma chiaro: "Questi sono i miei... cadaveri". Infine Chiarugi, sconsolato, se la prende con il destino: "Era scritto che non vincessimo".

Nella sala stampa dello stadio campano, Tommaso Maestrelli rilascia dichiarazioni di fuoco prendendosela con il clima creato ad arte dai partenopei. Anche Umberto Lenzini soffia sul fuoco mentre molti giocatori preferiscono tacere per non essere deferiti. Gli fa eco il presidente del Napoli Corrado Ferlaino il quale ricorda che "i napoletani non hanno scordato la gara di andata" e di essere "estremamente felice per questa vittoria del Napoli". All'Olimpico i giocatori e il tecnico juventino dichiarano di aver vinto lo Scudetto con merito e sfidano chiunque a dimostrare il contrario. Già da quel momento serpeggia fra i cronisti il sospetto di qualcosa di poco chiaro, ma senza prove certe è preferibile soprassedere.


Il pianto di Wilson
L'articolo della rivista Calcio 2000

Passano gli anni, ma il sospetto rimane

Il dubbio che qualcuno avesse "invogliato" il Napoli a battersi alla morte approfittando dell'acredine di alcuni giocatori, è stato per anni covato ma mai provato. Anche il Verona ha giocato la partita della vita contro il Milan, ma in questo caso si discute sulla stanchezza e sul calo fisico dei rossoneri anche se qualche dubbio rimane. Nella Lazio serpeggia comunque il sospetto, che è quasi certezza, poiché qualcosa trapela dai giocatori giallorossi: infatti gli stessi non avrebbero preso una lira dei soldi promessi, anche se mai garantiti esplicitamente da qualcuno. Praticamente erano stati ingannati ma non potevano affermarlo apertamente per non scatenare uno scandalo che magari avrebbe messo fine alla loro carriera. Un anno dopo, nel maggio 1974, i destini di Lazio e Juventus si intrecciano di nuovo a quelli della Roma nella terzultima giornata di campionato che può essere decisiva per l'assegnazione dello Scudetto 1973/74. Il 5 maggio è in programma infatti l'incontro tra giallorossi e bianconeri mentre la Lazio va a Torino in casa dei granata.

I biancazzurri hanno un vantaggio di tre punti a 180 minuti dalla fine, ma il dubbio che possa di nuovo accadere quello che è successo l'anno prima è più che motivato. La settimana precedente l'incontro, come racconterà nel 2006 nel suo libro Uno più undici il giornalista Franco Recanatesi, il medico della Lazio Renato Ziaco, buon amico di Franco Cordova, d'accordo con Tommaso Maestrelli, incontra il capitano giallorosso. I tre vengono subito al sodo e sia Maestrelli che Ziaco chiedono al calciatore giallorosso di impegnarsi nella partita contro i bianconeri e di non fare come l'anno precedente quando avevano regalato il secondo tempo alla Juventus facendosi rimontare. Anche Cordova va subito al dunque e ammette che i giocatori giallorossi sono ancora molto arrabbiati perché per il "favore" fatto l'anno precedente non hanno visto nessun "regalino" e promette di mettercela tutta. Il giallorosso conferma in questo modo i sospetti che circolavano nell'ambiente. Nessuno aveva promesso niente, ma tutti si aspettavano qualcosa. C'è anche un'altra versione dei fatti, narrata dai figli gemelli dell'allenatore della Lazio. Il mister, non fidandosi dei giallorossi, chiede ed ottiene in gran segreto di andare al campo dell'Acqua Acetosa dove la Roma si allena. Il tecnico arriva al campo nel momento in cui i giocatori tornano sotto la doccia.

Maestrelli si ferma a guardarli in faccia uno per uno senza dire nulla, ma il suo sguardo è eloquente. La domenica la Lazio perde a Torino per 2-1, ma la Roma batte la Juventus per 3-2 nella sua più bella partita dell'anno nella quale Cordova risulta il migliore in campo. Questo risultato spiana praticamente la strada al primo Scudetto biancoceleste. Della faccenda dei cosidetti "premi a vincere" (poi espressamente vietati per regolamento) non si parlerà più per anni. Sui giornali si ricorda solo l'emozionante volata a tre di quel Campionato entusiasmante. Del caso fa accenno Mario Pennacchia nel suo libro Lazio Patria Nostra del 1996, mentre il giornalista Franco Melli, nel suo libro La Lazio un amore, edito nel 1997, accenna ad un'ipotesi diversa, ovvero che i giocatori giallorossi, gelosi o timorosi che la Lazio potesse vincere il titolo, avessero preso "iniziative private" non meglio specificate e che poi il loro presidente Anzalone, in sede di calciomercato, avesse per questo fatto piazza pulita.

Ipotesi anche questa da prendere in considerazione ma mai provata. Anche il giornalista Massimiliano Morelli nel suo libro "L'oro del calcio", edito nel 2004, parla di accuse dei biancazzurri verso i cugini di scorrettezze in quella partita. Ricordiamo, solo per dovere di cronaca, che i giocatori giallorossi presenti in quella partita e poi ceduti l'anno successivo furono il mediano Salvori, lo stopper Bet, l'ala Franzot, l'attaccante Scaratti. Nel 2001 la rivista "Calcio 2000" pubblica un articolo in risposta ad un quesito di un lettore che chiedeva lumi su quei fatti, ma la risposta è in un certo senso evasiva e dà per certo che nulla di anomalo fosse accaduto e che i verdetti del campo furono il frutto esclusivo della bravura della squadra vincente. L'argomento è stato ripreso successivamente nella trasmissione della Rai "Sfide" dedicata alla vita di Tommaso Maestrelli ed andata in onda il 21 giugno 2007. Nelle interviste alcuni giocatori tra i quali Luigi Martini, Pino Wilson e Vincenzo D'Amico, hanno per la prima volta pubblicamente riproposto quegli avvenimenti, supportati anche dal giornalista Recanatesi.

Cordova, nell'intervista rilasciata, ribadisce di nuovo i fatti e anche Wilson conferma di essere andato a parlare con Juliano nell'intervallo, ma di essere purtroppo arrivato troppo tardi perché preceduto da altri. L'ex capitano della Lazio asserisce inoltre che mai, anche se avesse saputo effettivamente come andarono le cose, le avrebbe pubblicamente denunciate. Il giornalista Recanatesi, invece, parla esplicitamente di un "premio a vincere" promesso dalla Juventus sia al Napoli, sia al Verona, per battersi alla morte contro la Lazio e il Milan. Il 13 febbraio 2009, durante una trasmissione sportiva su un canale commerciale, l'ex giocatore della Roma Bertini, ammette davanti alle telecamere che "cinque giocatori della Roma", avevano intascato dei soldi per favorire la vittoria della Juventus in quella gara. A distanza di anni il dubbio che qualcosa di poco ortodosso accadde è ancora vivo, ma la verità è ancora lontana dall'essere ammessa. Resta il fatto che gli episodi di Bologna e di Napoli non furono per niente chiari.

La Lazio dava fastidio e bisognava in qualche modo fermarla. L'inesperienza di trovarsi ai vertici calcistici rese, forse, tutto più facile a chi era abituato a lottare per lo Scudetto anche con sistemi più che biasimevoli. Ricordiamo che l'attuale "Codice di Giustizia Sportiva" all'art. 6 comma 1 recita: Il compimento, con qualsiasi mezzo, di atti diretti ad alterare lo svolgimento o il risultato di una gara ovvero ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica, costituisce illecito sportivo.


Lo stadio San Paolo come si presentava all'epoca
L'autista Recchia con il pullman della Lazio

Testimonianze dei sostenitori laziali presenti a Napoli il 20 maggio 1973

Testimonianza del Dott. Fabio B. - Roma - 2008:

Numerosissimi tifosi laziali, circa 5.000, si erano recati a Napoli per assistere alla partita che avrebbe potuto regalare il primo Scudetto alla propria squadra. Tramite i Circoli biancazzurri furono organizzati numerosi pullman che, ad un prezzo molto modico, avrebbero dato questa opportunità ai sostenitori biancocelesti. Anche un treno speciale e tantissime automobili avevano raggiunto il capoluogo campano. Il viaggio in pullman fu molto tranquillo fino a Cassino, ma già a Caianello la fila dei mezzi fu disturbata da tifosi azzurri che tentarono di isolare con le proprie autovetture qualche automezzo laziale. L'entrata a Napoli fu contraddistinta inizialmente dallo sventolio delle bandiere napoletane e, man mano che ci si avvicinava allo stadio, da insulti e lanci di pietre.

Andarono in pezzi molti finestrini e qualcuno di noi fu ferito dalle schegge di vetro. Alcuni napoletani con i motorini seguivano i pullman e li colpivano con le pesanti aste di legno delle bandiere. Ci riparammo sotto i sedili mentre l'autista, molto determinato e coraggioso, riuscì a divincolarsi dall'assedio e ci condusse allo stadio dove trovammo un plotone di poliziotti ad attenderci e da cui fummo scortati fino ai cancelli d'entrata. Poiché era molto presto, preferimmo restare fuori: mimetizzandoci tra la folla e celato ogni segno di appartenenza, ci sdraiammo su un prato per mangiare qualcosa, attenti a non farci riconoscere dall'accento. Mentre sostavamo in attesa di entrare, ci accorgemmo che alcuni tifosi napoletani si erano riforniti di pietre e calcinacci e si erano appostatati nei pressi di una rampa carrabile che conduceva sotto lo stadio. Avvisammo del fatto degli agenti della Polizia che ci dissero di non preoccuparci. L'atmosfera si stava facendo sempre più tesa anche perché con l'arrivo del grosso della carovana dei pullman, aumentavano le aggressioni ai tifosi romani.

Non valse più di tanto a spegnere il nervosismo la triste notizia della morte dei due grandi motociclisti Renzo Pasolini e Jarno Saarinen nel Gran Premio di Monza, che rese ancor più cupa la giornata. Improvvisamente arrivò, scortato, il pullman della squadra che fu salutato con entusiasmo dai tifosi laziali. Ricordo che l'autista Alfredo Recchia protestò quando alcuni addetti del Napoli lo invitarono a scendere nel garage da quella rampa presidiata dai tifosi partenopei. Si ostinava a dire che l'altezza del pullman era tale da non permettergli di passare attraverso la porta d'accesso ma fu zittito e costretto a scendere ugualmente. Naturalmente il buon Recchia aveva visto bene e infatti il pullman si incastrò con la parte superiore del tetto sotto l'architrave della porta e pur sradicando l'antenna televisiva, non riuscì a passare. A quel punto il mezzo, con i giocatori a bordo, fu fatto bersaglio di decine e decine di pietre scagliate da sopra la rampa e semidistrutto.

I giocatori furono costretti a scendere per potersi rifugiare all'interno del garage e molti furono colpiti. Feroci scontri, intanto, si erano innescati tra assalitori e molti tifosi laziali che tentavano di difendere la squadra; ci furono ferimenti e molti coltelli uscirono dalle tasche. Da notare che in tutti questi frangenti non ci fu nessun intervento delle forze dell'ordine che avevano abbandonato la zona. La gravità dell'aggressione ci aveva convinto, illusoriamente, che la partita poteva essere data vinta alla Lazio. All'interno dello stadio fummo fatti accomodare nella parte bassa della curva e solo la struttura della copertura ci salvò parzialmente dal soprastante lancio di sassi e orina che non si interruppe nemmeno per un istante per tutta la durata dell'incontro. I giocatori del Napoli erano in preda ad una rabbia ben più che agonistica.

Usarono subito mezzi intimidatori con un gioco pesantissimo e interventi molto duri. Protestavano vivacemente ad ogni decisione arbitrale favorevole alla Lazio e ostacolavano in ogni maniera il tentativo della squadra di imporre il proprio gioco. Il portiere Pulici fu fatto oggetto del lancio di razzi e mortaretti e quando Damiani, senza dubbio il più petulante e aggressivo degli avversari mise a segno il goal della vittoria, il boato del San Paolo fu impressionante. Damiani fu festeggiato a lungo dai suoi compagni e in una maniera che non lasciò dubbi a noi laziali sul perché di quella gioia belluina e non giustificata dalla classifica del Napoli. Fino alla fine i giocatori partenopei furono indisponenti e profondamente antisportivi.

Praticamente non si giocò più al calcio. Simulazioni, perdite di tempo, palloni usciti dal campo e non restituiti. La Lazio quel giorno fu vittima di un gioco più grande di lei e orchestrato da menti molto lucide che non avevano lasciato nulla al caso. Di suo ci mise un gioco timido e impacciato su cui però aveva pesato il clima che quel giorno era stato artatamente creato a Napoli. Il ricordo di quella giornata, in cui lo sport fu vilipeso, resta lucido nella memoria di chi fu là. E grandi furono lo sdegno e l'imbarazzo nel vedere, dodici anni dopo quei fatti, che quel giocatore che così sguaiatamente e offensivamente aveva esultato per aver segnato il goal, vestiva la maglia della Lazio e che dalla Lazio era pagato con il beneplacito di chi, ormai presidente della Società, quel giorno guidava l'attacco della squadra di Maestrelli.





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