Le squadre del Duce


Benito Mussolini
Mussolini assiste a una partita col figlioletto Vittorio, fine anni venti
La lettera inviata dal presidente della SP Lazio, barone Gerardo Branca, al presidente del consiglio dei ministri, Benito Mussolini, datata 8 maggio 1925 - pagina 1
Archivio Centrale di Stato
La lettera inviata dal presidente della SP Lazio, barone Gerardo Branca, al presidente del consiglio dei ministri, Benito Mussolini, datata 8 maggio 1925 - pagina 2
Archivio Centrale di Stato
L'invito ad accettare la tessera di socio vitalizio numero 1 avanzato al duce dal presidente della SSL, il generale di cavalleria Ettore Varini
Archivio Centrale di Stato
Mussolini a un Lazio-Genoa assieme a Vittorio e Bruno.
Tratto dal settimanale La Domenica Sportiva, 30 novembre 1930

LazioWiki è lieta di pubblicare alcuni preziosi documenti inediti reperiti dallo storico dello sport e collaboratore di LazioWiki Marco Impiglia. Essi chiariscono, una volta per tutte, quali furono i reali rapporti tra Benito Mussolini, il gioco del Calcio e la Lazio.


LE SQUADRE DEL DUCE

Mussolini, la Roma, la Lazio, la Juventus, gli Azzurri

di Marco Impiglia


Benito Mussolini e il calcio, un rapporto senz'altro di tipo utilitaristico. Che Mussolini non fosse né romanista né laziale, della Juventus, del Forlì o del Bussoacoppe, è pacifico. In un'intervista rilasciata nel luglio del 1983, il figlio Vittorio così rispose a specifica domanda del giornalista Gianni Rossi: "Non direi che mio padre era tifoso. Per la nazionale, certo. Quando c'erano partite importanti le andava a vedere. Ma che fosse tifoso di qualche squadra non direi proprio". Stabilito questo, andiamo a rispondere ad alcune domande: in occasione di quali partite Mussolini andò allo stadio? Ammirava i giocatori? Praticava il football? Capiva il gioco nei suoi aspetti tecnici? Fu tesserato di qualche squadra? Beh, le sorprese sono tante... Diciamo subito che Mussolini non appartenne alla generazione di ragazzini che giocarono fin da piccoli a pallone. Gli sport che amò furono l'equitazione, la scherma, l'aviazione e il tennis. Si dilettò col nuoto e la vela, le camminate di salute, la boxe. Gli piaceva correre in moto e al volante di automobili sportive, esistono foto che lo ritraggono sciatore, tiratore con la carabina e perfino impegnato alle bocce. Come "footballer", rimangono pochi secondi di filmato in cui dà due calci goffi coi figlioletti. Il suo primo incontro ravvicinato col calcio-spettacolo ha una data precisa: 22 luglio 1923. Quella mattina, il capo del governo ricevette a Palazzo Chigi la squadra del Genoa, che in aereo aveva raggiunto la capitale per disputare con la Lazio la finale di ritorno del campionato.

Mussolini disse ai rossoblù, guidati dal manager Willy Garbutt: "Ho visto che siete molto bravi. Dimostratelo oggi anche a questi romani, perché sono ancora ai primi passi in questo gioco". Detto fatto, i genoani vinsero alla Rondinella 2-0 e si appuntarono lo scudetto sul petto. Non molto tempo dopo, il 21 aprile 1924, assistette per la prima volta in vita sua a una partita. Allo Stadio Nazionale si godette il 3-0 della rappresentativa universitaria opposta a quella inglese. Tra i goliardi anche due laziali, Fulvio Bernardini e Augusto Parboni, e un futuro romanista, il capitano della Fortitudo Attilio Ferraris. Inutile dirvi che il buon Ferraris non era affatto uno studente, e che i figli d'Albione li avevamo buggerati mescolando le carte. Legato al Genoa è pure un aneddoto del maggio 1924. Erano in corso i Giochi Olimpici a Parigi. Mussolini pensò di usarli per distogliere l'attenzione pubblica dalla crisi innestata dalle accuse avanzate verso il governo dal deputato socialista Giacomo Matteotti. Tempestava di telefonate il fratello Arnaldo, da lui nominato alla direzione de Il Popolo d'Italia, voleva che esaltasse le gesta degli atleti azzurri: "Eroicizzarli! In questo momento per noi sono una valvola di sicurezza". E un giorno che si seppe che Felice Levratto, ala sinistra della nazionale, col Lussemburgo aveva tirato in porta talmente forte da bucare la rete, ordinò al fratello: "Passalo in prima pagina, di spalla, su quattro colonne. Ti do anche il titolo: Levratto entra fascisticamente. Sfondando!".

Arnaldo obbiettò che la storiella era solo una voce, conveniva attendere conferma. Due ore più tardi, infatti, l'inviato ridimensionò la cosa: niente rete sfondata, solo una pallonata che aveva stordito il portiere, il gol l'aveva segnato d'astuzia la mezzala Baloncieri. Mussolini, deluso e sotto pressione, se la prese con Levratto: "È un pallone gonfiato. D'ora in poi, minimizzatelo!". A Bologna il duce ebbe il primo vis-à-vis con la Nazionale maggiore, il 30 ottobre 1926, e il giorno dopo scampò all'attentato dell'anarchico Anteo Zamboni. Fulvio Bernardini, appena passato all'Inter, fu pure lui un protagonista della doppia vicenda, che molto tempo dopo avrebbe raccontato nella sua autobiografia Dieci anni con la Nazionale. Mussolini, quel pomeriggio, tornava in macchina scoperta dall’Archiginnasio, dove aveva inaugurato un congresso scientifico. Fulvio bighellonava nella "Dotta" con la mamma, per cui gli venne l’idea di farle vedere il famoso personaggio, che aveva conosciuto il giorno avanti nel corso dell'incontro concesso agli azzurri di ritorno da una trasferta a Praga: il gerarca Leandro Arpinati li aveva presentati al suo superiore uno ad uno. Fulvio e la Clorinda scelsero l’angolo di via Rizzoli, di dove godevano una perfetta panoramica su via Indipendenza, gremita per il passaggio imminente. Ma quando Mussolini stava non troppo distante da loro, acchittatissimo di lustrini e di pennacchi come un gallo cedrone, udirono un colpo di pistola. Quello non si scompose poi molto: la pallottola l’aveva mancato, tranciandogli di netto la fascia del Gran Cordone Mauriziano che lo cingeva a tracolla.

Subito si scatenò il parapiglia, la folla ondeggiò, dei militi acciuffarono un ragazzo giovanissimo e lo massacrarono a pugnalate sul posto, sospettandolo come l’attentatore. Terribile, per Fulvio, fu l’impressione della scena omicida. Egli non l’avrebbe più dimenticata per il resto della vita. Mentre Mussolini se lo sarebbe ritrovato davanti ancora. Sempre a Bologna, il 29 maggio 1927 al Littoriale (oggi "Dall'Ara"), il duce vide gli gli azzurri battere 2-0 le furie rosse spagnole. Una partita in cui mirabile fu la regia del centromediano Bernardini, e che solo le parate eccezionali del "mago" Zamora salvarono dall'essere più ampia nel punteggio. Il 24 marzo 1928 Mussolini, oramai tranquillo sulle qualità delle rappresentative italiane di football, posò con gli azzurri per una foto, il giorno avanti la sfida all'Ungheria che aggiudicava la Coppa Internazionale. I nostri campioni vinsero in rimonta 4-3 sotto la pioggia, ma lui non si recò alla partita e non si sa se ascoltò in privato qualche minuto della radiocronaca integrale, la prima in assoluto. Che il duce ci tenesse al trionfo ogni qual volta appariva negli stadi, è cosa indubitabile e comprensibile. Ad esempio, per i Mondiali del 1934 fu al suo posto in tribuna, pagando regolare biglietto, sia all'esordio con gli Stati Uniti che nella finale con la Cecoslovacchia. Gli uomini di Vittorio Pozzo ebbero la meglio ai supplementari, ricevendo in dono una foto con dedica e un bell'assegno; non furono, però, ricevuti a palazzo. Secondo nostre ricerche, risulta che Mussolini non fosse del tutto soddisfatto delle prove dei nazionali: due arbitri e un guardialinee erano stati ammorbiditi per garantire da sorprese nelle battaglie con la Spagna, l'Austria e i boemi.

La partita che Mussolini sofferse di più, tuttavia, fu quella con l'Inghilterra del 13 maggio 1933, allorché i "masters" scesero a Roma. Il duce ricevette una delegazione della Football Association a Palazzo Venezia e sorrise davanti al fotografo di corte accanto a Herbert Chapman, il manager inventore del "sistema", e a tutti gli altri campioni arcifamosi. Finì 1-1. Anni dopo, Eddie Hapgood, capitano dell'Arsenal e dei bianchi leoni inglesi, raccontò di avere centrato il duce con un rimando dall'area: "Musso fu colpito in pieno stomaco e, quando recuperò il fiato, guardò giù verso il terreno di gioco come se avesse voluto uccidere chi aveva oltraggiato la sua dignità...". Si tratta di una grossa balla. Vero è, invece, che il maggiordomo personale di Mussolini, Quinto Navarra, nel suo memoriale scrisse che, in un momento in cui la porta italiana stava sotto assedio, il dittatore si voltò nervosissimo per chiedere una sigaretta. E il duce non fumava mai! Ma ci capiva poi qualcosa di calcio, il Musso? Abbiamo una testimonianza in proposito, molto attendibile. É quella di Jules Rimet che, avendo assistito alla finale mondiale assieme a lui, rivelò di aver dovuto sopportare i commenti impropri del vicino di seggiola per l'intera partita. Ma la stampa italiana inventò una dettagliata lode del francese sulle capacità del duce di giudicare una contesa di pallone. Altre orecchie in altri contesti, riferiscono che Mussolini almeno le regole le conosceva, mentre quello che non sopportava erano le simulazioni dei calciatori che si buttavano a terra e protestavano: le considerava poco virili.

Ok, il duce amava gli Azzurri. Normale. Ma i club? Tifava per qualche squadra? Oggi, c'è chi dice che era per la Roma. Altri dicono che era per la Lazio. I fatti ci dicono che presenziò a partite dei giallorossi e dei biancocelesti. Il 7 dicembre 1930 si gustò il derby nel pittoresco Campo Testaccio, salutato al suo ingresso da scrosci di applausi. Restò al posto fino al termine e, prudentemente, non rilasciò dichiarazioni di sorta. Vero è che i primi che vide all'opera furono i laziali, il 19 gennaio 1930 in uno scontro col Napoli di Sallustro perso 2-0. Con lui il generale della milizia Giorgio Vaccaro, l'uomo che s'era preoccupato di salvare la Lazio dall'assorbimento nella Roma. Vaccaro accompagnava spesso alle partite Bruno e Vittorio, che da piccoli a Milano avevano tifato Inter e poi erano diventati laziali. Anzi, i due giovanotti giocavano nel Liceo Tasso e prendevano ripetizioni da uno della Lazio, il brasiliano Enrique Serafini. Saputa la cosa, Mussolini nel luglio del 1935 invitò Serafini a Villa Torlonia. E lì, davanti a una scodella di minestra servita dalla moglie Rachele, lo rimproverò di non parlare bene l'italiano. Forse per via delle simpatie nutrite dai figli maschi, Mussolini nell'ottobre del 1929 firmò una domanda di adesione alla SSL, donando la cifra di mille lire. Ma, cosa più importante, già nel giugno del 1927 aveva accettato la tessera di "socio vitalizio" n° 1 della SS Lazio, offertagli dal presidente Ettore Varini. Per inciso, altra illustre tesserata laziale è stata la principessa Mafalda di Savoia.

Mussolini "laziale", dunque? Andiamoci piano. La verità storica, come chi scrive di storia ben sa, spesso non la si può catturare e scivola come acqua tra le dita. Sappiamo che nella Sala del Mappamondo a Montecitorio e poi a Palazzo Venezia, il duce si fece fotografare con svariate rappresentanze sportive e con nazionali di calcio straniere. Mai con la AS Roma né con la SS Lazio o lo Juventus Football Club. Stava bene attento a non toccare il tasto connesso col fenomeno, palese in Italia al volgere degli anni venti, del tifo calcistico. Solo si preoccupò del lato sciovinistico. Le sue arringhe e gli incoraggiamenti, a volte dal tono decisamente perentorio (se ne ricorda una veramente minacciosa al bianconero Umberto Caligaris), rivolti ai campioni scelti da Pozzo venivano regolarmente riportati sui giornali. E ci sono pochi dubbi sul fatto che lo sviluppo professionale del calcio durante l'era fascista fu una diretta conseguenza degli aiuti – costruzione di stadi, riassetti organizzativi, escamotages politici (la questione degli "oriundi"), propaganda dei mass media, sovvenzioni finanziarie – concessi dal governo. Il suo personale rapporto coll'oggetto pallone, però, fu tardivo e comportò qualche vetro rotto di casa sua. Il fatto che il duce praticasse con vitalismo di stampo nicciano un discreto numero di discipline sportive ebbe grande presa sulle masse, fornì una immediata e potente suggestione. Il giornalista Adolfo Cotronei così descriveva il corpo del dittatore: "Il Duce è l'uomo di sport nel senso più elevato, perché la sua vita fisica e morale meravigliosamente si armonizzano e si completano. Il suo torso è possente, le braccia atletiche. Sembra fatto per abbattere e stritolare; e su questo rigoglio di muscoli e di nervi, su questa compattezza erculea si ferma la nostra immaginazione, perché noi sentiamo che nessuno può vincerlo, che nessuno può sostenere il confronto: gigante fra i pigmei..."

Questo corpo di gigante va collocato nell'ottobre del 1934. Due lustri prima, Mussolini capo del governo non si mostrava in pompose divise e vestiva borghese, in ghette e cilindro o anche con la londinesissima bombetta. E il calcio non gli piaceva. Non ci deve stupire, pertanto, se, scavando negli archivi di Stato, scopriamo un ulteriore documento che ci riporta indietro di due anni rispetto alla tessera di socio vitalizio della SSL. Il documento in questione, datato 8 maggio 1925, è su carta intestata "Società Podistica Lazio", col vecchio emblema "liberale" dell'aquila che modestamente tiene nel becco il cartiglio. La firma è del presidente della polisportiva, il barone Gerardo Branca, la sede sociale è quella di via Santo Stefano del Cacco. Si richiede a "Sua Eccellenza il Presidente del Consiglio dei Ministri" di offrire un "dono per una pesca sociale" e un "appoggio morale e materiale" in occasione della festa del venticinquennale della Società. Tradotto in parole povere: un congruo check. Inoltre, c'è l'invito ufficiale a intervenire al battesimo del campo sportivo della Rondinella, nel primo pomeriggio del 21 maggio al momento della deposizione di una lapide a memoria dei caduti nella Grande Guerra e dell'amichevole tra le prime squadre della Lazio e del Torino. Il dossier completo ci fa capire che Mussolini rispose picche su tutta la linea, e in effetti aveva ben altro a cui pensare: il giorno stesso che il capo di gabinetto della Presidenza del Consiglio, Felice Ferrari Pallavicino, gli passò la nota-espresso, il 16 maggio, l'onorevole Antonio Gramsci lo attaccava alla Camera in merito alla proposta di legge Mussolini-Rocco, accusandolo di "voler conquistare lo Stato". Alla cerimonia alla Rondinella – come ci dice Mario Pennacchia – di illustri ospiti si videro i senatori Paolo Boselli, presidente onorario della SPL, e Filippo Cremonesi, il cui segretario personale, Guido Cipriani, era socio laziale; più l'arcivescovo monsignor Camillo Panizzardi, un torinese tra l'altro.

Anche con la AS Roma Mussolini ebbe piuttosto a che fare, e non sempre in termini benevoli. Per dire, fu lui a determinare la demolizione di Campo Testaccio, che lo disturbava perché era uno "scatolone di legno" non consono alla capitale dell'Impero. E si scocciò parecchio quando il centrattacco campione del mondo Enrique Guaita scappò in Argentina per tema di venire chiamato alla guerra in Etiopia. Possiamo aggiungere che la ASR, al contrario della SSL, inserì nell'emblema il simbolo del fascio assai tardi. E che una volta al duce capitò di scherzare che i giallorossi avrebbero acciuffato lo scudetto solo quando il fascismo sarebbe caduto (cioè mai, e invece accadde davvero: scudetto nel 1942, defenestrazione nel 1943). Epperò, almeno due "lupi" gli furono cari: Eraldo Monzeglio e Fulvio Bernardini. Il primo era di casa a Villa Torlonia, invitato perché giocava bene a tennis. Col secondo, Mussolini ebbe dapprima un incidente di macchina sulla salita per via Nazionale (stizzito, gli fece ritirare la patente), ma poi lo perdonò e lo volle come avversario per un doppio di tennis. Nella circostanza, il capitano romanista lo fece vincere e notò come il duce del fascismo fosse molto più basso di quello che pensava, ma ovviamente non glielo disse in faccia. E la Juve? Benito Mussolini fu "socio d'onore" anche della fidanzata d'Italia. La cosa avvenne nel novembre del 1940, su proposta del vice presidente Piero Dusio. L'anno prima, aveva inaugurato il nuovo stabilimento Fiat a Mirafiori, accolto da Giovanni Agnelli senior in camicia nera. Ma lui ci era arrivato guidando una Alfa Romeo rossa, in sfregio al vecchio senatore che non gli stava per niente simpatico.





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