Sabato 6 aprile 1996 - Milano, stadio Giuseppe Meazza - Milan-Lazio 0-0


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6 aprile 1996 - 2694 - Campionato di Serie A 1995/96 - XXIX giornata

MILAN: Rossi, Panucci, Costacurta, Baresi, Maldini, Savicevic, Desailly, Albertini (81' Vieira), Donadoni, Baggio (63' Eranio), Simone. Ielpo, Tassotti, Di Canio. All. Capello.

LAZIO: Marchegiani, Negro, Favalli, Di Matteo, Chamot, Nesta, M.Esposito, Fuser (76' Gottardi), Casiraghi, Winter, Boksic. A disp.: F.Mancini, Grandoni, Marcolin, Rambaudi. All. Zeman.

Arbitro: Rodomonti (Teramo).

Note: ammonito Baresi. Calci d'angolo: 6-5.

Spettatori: 45.000.

dal Guerin Sportivo
Dal Guerin Sportivo

Da ieri l'onorevole Gianni Rivera ha perduto la qualifica di rossonero più rossonero di tutti i tempi. Franco Baresi l'ha infatti raggiunto a quota 501 presenze con la maglia milanista ma dovrà attendere un'altra settimana per sfondare il muro della storia. Un corpo a corpo con Boksic, nelle battute finali della sfida con la Lazio, ha indotto l'arbitro Rodomonti a punirlo con l'ammonizione, unico cartellino giallo di una gara dipanatasi sul filo di un'insolita correttezza. Baresi non sarà in campo a Cagliari, mercoledì notte, a recuperare la partita congelata per effetto dello sciopero politico voluto dal sindacato della pedata. Il giudice sportivo gli infliggerà infatti un turno di squalifica. Epilogo decadente di un pomeriggio che, nonostante il fascino delle premesse, non finirà nell'archivio delle gare da preservare. Come, al contrario, accadrà a Juve-Milan e Milan-Napoli dell'unico scudetto sacchiano, per un banale equivoco datate 1987 anziché 1988 nell'intervista che il Capitano ci aveva concesso ieri. Lo 0-0 con la Lazio ha infatti tutta l'aria di una sosta (milanista) ai box per problemi tecnici. I rossoneri viaggiano avendo la Juventus a sei lunghezze, la stessa dote del dopo derby che oggi, ovviamente, con un altro mese di campionato alle spalle, acquista un peso specifico differente. Si sostiene che soltanto loro, i berlusconiani, possano perdere questo scudetto e in effetti un'agenda di impegni pesante ma non proibitiva, sommata alla scomparsa dei vincoli europei, pone il Milan nella condizione di incidere senza interferenze esterne sui propri destini. La capolista lamenta però problemi al motore. Contro la Lazio, finalmente atteggiata a squadra con la "esse" maiuscola e non a vetrina di utopistiche teorie, ha infatti soprattutto singhiozzato schemi. Zeman ha sovrastato Capello sul ritmo, costringendo il centrocampo rossonero a continui arrangiamenti. Per contrastare il dinamismo avversario sarebbe servita maggiore compattezza, squadra accorciata da raggrumare attorno ai due piloni centrali, ma ieri il Milan ha sovente imbarcato acqua. Soprattutto per due ragioni: la poco felice vena di Albertini (cose che capitano) e l'assoluto distacco del terzetto offensivo (Baggio Simone Savicevic) dal tronco della squadra. Quando Savicevic ha voglia di soffrire, allora il "4 3 2" ha un senso. E' infatti il suo duro lavoro di raccordo a garantire al collettivo l'equilibrio indispensabile. Se però la nave si inclina, serve una sterzata per raddrizzarla. Esattamente quello che ha intuito Capello dopo un'ora di gioco, ridisegnando l'identikit del centrocampo, dapprima con l'innesto di Eranio al posto di Baggio e successivamente con la staffetta Albertini Vieira. In quell'ora il Milan aveva sfiorato il vantaggio (clamorosa la papera di Marchegiani non monetizzata da Simone) ma aveva pure rischiato il tracollo (altrettanto clamoroso il palo centrato da Fuser con una punizione avvelenata). S'è adontato, il pubblico di San Siro, all'ennesima sostituzione di Robibaggio. Fischi a Capello e cori di incoraggiamento al giocatore. Ma Codino tradiva un più incerto dinamismo nei confronti di Simone e una minore capacità di affondare i colpi rispetto a Savicevic. Tipiche due situazioni nel finale del primo tempo: lancio di Albertini (32') e l'ex juventino si lasciava rimontare da Favalli; parabola lunga di Maldini (38') e mancato aggancio in area, nonostante l'abbozzo di scatto. Per contro Savicecvic, dirottato dalla fascia alla zona di operazioni che predilige, quella centrale, ha immediatamente trovato il gusto dei suggerimenti vincenti smarcando in area Eranio (diagonale a sfiorare il palo) e Simone (girata nel breve intercettata di piede da Marchegiani). Due fuochi d'artificio che hanno illuso San Siro, rompendo l'onda della manovra biancazzurra, fluida e continua. A Zeman è bastato proteggere la retroguardia con Di Matteo, invitando pure Fuser e Winter ad atteggiamenti meno irridenti, per conferire alla sua Lazio il senso della globalità che le era sempre mancato. Troppo tardi, purtroppo, per i sogni di grandeur finiti in cenere. Come ogni anno.

Fonte: Corriere della Sera