Zenobi Remo


Remo Zenobi
Remo Zenobi
L'atto di nascita di Remo Zenobi

Remo Zenobi, presidente e dirigente della S.S. Lazio, nacque a Roma in Via Umbria n. 7 al 1° piano, da famiglia originaria di Trevi di Foligno (PG) composta dal padre Amato, sarto, dalla madre Vincenza Mignatti, il 23 maggio 1891 e morì a Casamicciola, nell'isola di Ischia, l' 11 maggio 1953.

Si sa che in gioventù era stato un buon corridore podista nella società biancoceleste. Era alto m 1,63, aveva capelli neri e ondulati, gli occhi castani e come segno particolare una cicatrice sulla fronte. Alla visita militare dichiarò di essere sarto militare e di abitare a Roma in Via Carlo Alberto n. 4. Nel 1909 fece richiesta di essere accettato come volontario e venne assegnato al 3° reggimento Genio telegrafisti. Il 1 febbraio 1914 si sposò con Elisabetta Catenacci. Il 15 agosto 1912 fu posto in congedo illimitato per anticipazione. Nel 1914 fu dispensato dalla mobilitazione perché impiegato nello Stabilimento delle Costruzioni d'Esperienze Aeronautiche. L'8 agosto 1914 fu richiamato per altra mobilitazione, ma fu dispensato con la precedente motivazione. Un anno dopo ebbe il congedo illimitato per dispensa. Fu inserito nella forza in congedo degli Aerostieri il 6 agosto 1925.

Le prime notizie che si hanno di lui nell'ambito societario risalgono al 1923 quando fu deciso un ampliamento delle tribune e un diverso orientamento del campo della Rondinella. Poichè i lavori implicavano un elevato impegno di spesa, si rese necessaria la creazione di una società anonima di cui gli azionisti più importanti furono Olindo Bitetti, Fernando Saraceni, Andrea Ercoli e appunto Zenobi. Il suo nome riapparve nel 1925 quando la Lazio, forte delle sue dieci sezioni, diventò Società Sportiva e Remo figurava nel Consiglio Direttivo con il ruolo di Sindaco. Nel 1929, con l'introduzione del girone unico, a capo della presidenza generale vi era Ettore Varini mentre Zenobi divenne responsabile della sezione calcio. Come primo atto sportivo nominò allenatore della squadra Pietro Piselli, ex trainer dell'Alba. Per mancanza di esperienza specifica nel 1930, in sede di campagna acquisti, non volle ingaggiare il giovane portiere veronese, Guido Masetti, che si era offerto alla Lazio e che divenne uno dei più forti numero uno italiani militando nella Roma.

Però, ebbe anche l'intuito di non volersi privare di Leopoldo Caimmi, richiesto dall'Ambrosiana e di Mario Malatesta, per il quale si era aperta un'asta tra Torino, Bari e Juventus. In seguito, deluso da Piselli, assunse il nuovo allenatore Ferenc Molnar. L'azione di Zenobi non si incentrò, tuttavia, sugli aspetti tecnici ma riguardò il risanamento economico della società che con lui riuscì a tornare in attivo. In quello stesso anno Benito Mussolini chiese, allegando alla richiesta un assegno di 1.000 Lire, di divenire socio della Lazio e il beneplacito fu concesso. Verso il termine del campionato 1930/31 (Lazio 8° in classifica), Zenobi si mise al lavoro per la campagna di rafforzamento in vista della stagione successiva e portò a Roma i due cugini, oriundi italo-brasiliani, Juan Fantoni (I) e Octavio Fantoni (II) che tanto fecero per i colori biancocelesti. Essi furono i primi acquisti di quella serie di calciatori di scuola brasiliana che Zenobi volle ingaggiare e che determinò l'appellativo di "Brasilazio" a quella squadra che diede a volte spettacolo ma che, per la mancanza di continuità e senso del gioco, fu deludente in termini di risultati.

L'insuccesso delle sue scelte e le critiche ricevute lo portarono a dimettersi il 14 giugno 1932. Meditò sui motivi dei suoi errori e dopo quattro mesi tornò come Commissario della sezione calcio. Questa volta puntò molto sul vivaio e ingaggiò l'allenatore austriaco Karl Sturmer che era abilissimo a lavorare con i giovani. La squadra "Pulcini" della Lazio sbalordì tutti per il suo gioco e per le qualità dei singoli. L'apice della fama questa formazione, che aveva ricamato un pulcino d'oro sulla maglia, lo raggiunse a Vienna l'11 giugno 1933 quando al Prater costrinse al pareggio la formidabile squadra giovanile del Wacker con ragazzi nati nel 1919, '20 e '21, mettendo in mostra un gioco spettacolare che impressionò tutto il mondo sportivo europeo. Il 30 aprile 1933 Eugenio Gualdi divenne presidente generale e Zenobi fu proclamato presidente della sezione calcio. Lo scontro tra il pensiero imprenditoriale di taglio moderno di Gualdi entrò presto in conflitto con la gestione di tipo "familiare" e paternalistica di Remo e il primo assunse anche la carica del secondo che, pur rimanendo consigliere, restò fuori dalle decisioni più importanti fino al 29 aprile 1938 quando, con l'ennesimo ribaltone societario, Gualdi si dimise e Zenobi ridivenne presidente della Lazio calcio. Con un nuovo piano di risanamento economico, con una gestione meno aperta alle spese e circondandosi di dirigenti fidati, Zenobi acquisì molto potere.

Dietro l'apparente aspetto bonario, era chiamato comunemente "papà Zenobi", Remo nascondeva una personalità dura e inesorabile. Anche qualche giocatore ne fece le spese. E' il caso, ad esempio, di Libero Marchini il quale, sotto contratto con la Lazio, intavolò delle trattative con il Torino. Venutone a conoscenza, Remo gli impedì di allenarsi e lo tenne fermo per un anno nonostante il giocatore, campione olimpico, fosse molto valido e particolarmente utile per il gioco della Lazio. Anche con la stampa, sempre pronta a criticare le scelte della società, gli scontri furono accesi e molti giornalisti furono allontanati, nonostante spesso appartenessero a testate vicine al regime fascista, e portati in tribunale per rispondere dei loro articoli. Intanto il 9 aprile 1940 Zenobi raggiunse l'incarico di vertice di presidente generale della S.S. Lazio. Purtroppo lo scoppio della guerra spense ovunque l'interesse per il calcio e molti furono i calciatori che partirono per il fronte e non fecero ritorno. Zenobi, immalinconito dagli eventi, si rifugiava spesso a Fiuggi e le voci lo davano sul punto di abbandonare il mondo del calcio. Ma la passione per la Lazio ebbe il sopravvento ed ecco che, preso atto del volontario ritiro di Dino Canestri, Remo ingaggiò l'allenatore austriaco Alessandro Popovich. Questi introdusse nel gioco della Lazio il modulo chiamato "sistema" ma lo impose in maniera bizzarra: si limitò a posizionare Silvio Piola all'estrema sinistra. La scelta durò poco e subito dopo si ricostituì lo schema consueto.

Nel contesto della guerra le cariche venivano decise dall'alto e spesso si determinò un vero e proprio vuoto di potere. Il 1941/42 vide il successo in campionato della Roma che precedette il Torino, il Venezia e il Genoa a pari punti e la Lazio che tolse tre punti ai granata, quattro ai neroverdi e altri tre ai rossoblù. Il campionato 1942/43 fu il più drammatico per gli avvenimenti bellici e la Lazio arrivò al nono posto a pari merito con la Roma, mentre Piola, all'ultima stagione con i biancocelesti, vinse la classifica dei marcatori con 21 reti. Il 15 agosto 1943, con la guerra in casa, l'oscuramento, l'occupazione nazista, la Lazio di Zenobi, presidente generale, diramò il seguente nobilissimo comunicato: "La S.S. Lazio, fondata a Roma nel 1900 ed eretta in ente morale nel 1921, comunica che il Consiglio direttivo della società, interprete dell'attuale momento, si ritiene decaduto. In attesa di disposizioni superiori, la direzione della società è stata affidata ad un comitato di soci fondatori. Il Comitato richiama i soci all'art. 1 a norma del quale la S.S. Lazio ha lo scopo di coltivare e di diffondere il podismo, il calcio ed altri generi di sani esercizi, come mezzi di educazione fisica e morale della gioventù. Rimane estranea a qualsiasi manifestazione politica e religiosa".

Ecco quindi riaffacciarsi i padri: Sante Ancherani, Tito Masini, Fernando Saraceni, ecc.. Nel frattempo numerosi Ebrei e ricercati dai nazi-fascisti vennero ospitati e assistiti di nascosto negli scantinati del Circolo Canottieri Lazio, con quello spirito di solidarietà che ha fondamento nell'ideale laziale. Solo il 14 maggio 1949 la Lazio tornò a riunirsi in Assemblea e il Presidente generale fu ancora Remo Zenobi. Questa volta Eugenio Gualdi, nel ruolo di consigliere, lo aiutò e Remo rivelò ancora di più la sua statura di presidente facendo arrivare a Roma giocatori quali Lucidio Sentimenti (IV) e Primo Sentimenti (V), Zeffiro Furiassi, Norbert Hofling, Dionisio Arce e altri. Furono anni esaltanti per la Lazio: per tre volte giunse quarta in classifica vantando la miglior difesa, i migliori calciatori ambivano a vestire le casacche biancocelesti, tre suoi giocatori furono convocati per i Mondiali in Brasile, si aggiudicò la prestigiosa Coppa Teresa Herrera a La Coruna e raccolse successi in ogni dove, vinse sette derby su otto pareggiando l'ottavo. Fu in questo clima di successo che Zenobi non seppe cogliere l'attimo. Con maggior coraggio e altri investimenti la Lazio sarebbe potuta arrivare al vertice del calcio italiano. Mancò la visione imprenditoriale che fu il limite più grande di Remo.

Le altre grandi squadre del Nord si organizzarono in senso moderno mentre la Lazio restò confinata in un ambito più locale e ristretto. Vano risultò ogni suggerimento dato a Zenobi teso ad ampliare gli investimenti e la sua giustificazione era condensata nella famosa frase "senza il grande stadio non si può avere la grande squadra". Eppure proprio allora il C.O.N.I. stava edificando il grande Stadio Olimpico. Il 21 dicembre 1952 Zenobi fu nominato Cavaliere del Lavoro per il ramo industriale (costruiva paracadute e allevava castori, mentre in gioventù aveva fatto il sarto). La stagione 1952/53 vide l'opposizione di alcuni dirigenti, capeggiati da Bitetti, contro Zenobi. Prendendo spunto dal rifiuto di spendere per l'acquisto di Vittorio Bergamo 23 milioni per motivi di bilancio, Remo si dimise. Il 14 aprile si radunò l'Assemblea generale; Zenobi lesse la relazione che denunciava 170 milioni di passivo ricordando anche quanto da lui fatto come dirigente; l'Assemblea riconobbe i meriti del presidente e decise di regalargli una medaglia d'oro in segno di immenso riconoscimento. Zenobi, che aveva designato il suo successore, l'industriale Antonio Annunziata, ebbe un momento di forte commozione ma, da uomo d'onore e dal comportamento etico, restò dimissionario. Abbandonò la sala tra gli applausi di tutti e abbandonò la Lazio. Forse sperava di tornarci il giorno che fosse compiuto il grande impianto ai piedi di Monte Mario. Ma il destino non lo permise. L' 11 maggio 1953, a Ischia, dove era per un periodo di riposo, il "Presidentone" morì per embolia cerebrale. Sei giorni dopo, il 17 maggio, il Presidente della Repubblica Einaudi inaugurò lo Stadio Olimpico.



Torna ad inizio pagina