Martedì 14 aprile 1998 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-Atletico Madrid 0-0


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14 aprile 1998 - 2.789 - Coppa UEFA 1997/98 - Semifinale, gara di ritorno

LAZIO: Marchegiani, Grandoni, Nesta, Negro, Favalli, Gottardi), Fuser, Venturin, Nedved, Boksic (69' Casiraghi), Mancini A disposizione: Ballotta, G.Lopez, Domizzi, Marcolin, Rambaudi. Allenatore: Eriksson.

ATLETICO MADRID: Molina, Aguilera, Prodan, Diaz (70' Paunovic), Geli, Pantic (86' Avy Nimny), Bejbl, Vizcaino, Lardin (54' Josè Mari), Vieri (I), Kiko. A disposizione: Jaro, Toni, Bahon. Allenatore: Antic.

Arbitro: Sig. Vagner (Ungheria).

Note: serata umida, terreno in buone condizioni. Ammonito Aguillera per gioco falloso. Assenti: per infortuni Okon e Pancaro, per squalifica Jugovic, Santi, Andrei e Caminero, Almeyda per convocazione nella nazionale argentina.

Spettatori: 40.000 circa.


Il biglietto (giallino) in "Distinti Nord"
Vieri braccato da Nesta
Il biglietto (verde) in "Curva Nord"
Il biglietto (giallo) in "Distinti Ridotti"
Roberto Mancini in azione
Un momento della gara
Diego Fuser e Guerino Gottardi in azione
Alen Boksic
Diego Fuser
Giorgio Venturin ed Alessandro Nesta festeggiano: la Lazio è in finale di Coppa Uefa!
Guerino Gottardi

La Lazio per la prima volta nella sua storia centra una finale europea, un sogno che si realizza, un premio meritato dai biancocelesti che raggiungono la finale di Parigi imbattuti, con un curriculum di ben 16 reti segnate e solo 3 subìte. L'emozione e la paura di perdere si impossessa delle due squadre fin dai primi minuti e la gara risulta poco gradevole. L'inizio è tutto della Lazio che con un bel tiro da fuori area di Favalli impegna severamente il portiere Molina. La porta madrilena è sotto pressione ancora con Boksic ed ancora Favalli che in due occasioni manca la deviazione finale da calcio d'angolo. L'Atletico Madrid affida i suoi attacchi a Vieri (I) che, marcato magistralmente a uomo da Nesta, rimarrà inconcludente per tutta la partita. Un tiro dalla distanza di Vizcaino che non centra la porta ed un colpo di Bejbl che sfiora il palo sono le uniche azioni da segnalare nel primo tempo.

La ripresa inizia con l'Atletico Madrid che, più con orgoglio che con ordine e concretezza, cerca di ribaltare il risultato negativo dell'andata e l'occasione più ghiotta capita al neo entrato Josè Mari che spreca malamente un prezioso assist di Vieri (I). La Lazio è in difficoltà, la stanchezza di una logorante stagione disputata a grandi livelli sembra pesare nelle gambe dei biancocelesti che soffrono l'avversario. Le squadre si allungano e gli errori da entrambe le parti aumentano. Venturin, tatticamente perfetto, sembra reggere da solo il centrocampo ed in difesa, coadiuvato da un ottimo Negro, sale in cattedra Nesta, che, già decisivo nel bloccare Vieri (I), ora difende anche su Josè Mari e Kiko; il difensore laziale sembra essere ovunque nel campo da gioco. E' lui il migliore in campo. La Lazio regge ed il suo pubblico con un grande tifo la sorregge e la accompagna fino al sospirato fischio finale che fa esplodere lo stadio Olimpico nel tripudio per la finale raggiunta.


Il Corriere della Sera titola: "All'Olimpico i biancocelesti, con una partita meno brillante del solito, passano grazie all'1-0 dell'andata a Madrid. La Lazio soffre ma centra l'euroderby di Parigi. Respinti gli assalti dell'Atletico di Vieri: il 6 maggio la finale tutta italiana contro l'Inter. L'ex bianconero annullato da un Nesta implacabile. Serata negativa per Boksic e per l'estro di Mancini".

L'articolo prosegue: Non c'e' il patatrac che temono i sostenitori più apprensivi; però la Lazio, finalista di Coppa Uefa contro l'Inter (Parigi, prossimo 6 maggio), raggiunge lo storico traguardo senza lustro aggiuntivo, tremando e gestendo a fatica quel gol sradicato da Jugovic due settimane fa a Madrid. Non può riuscire l'esame riparatorio dell'Atletico, pure se il presidente Gil ha stabilito l'incentivo pecuniario un po' folle (cento milioni a giocatore) per galvanizzare l'organico che ammassa su Christian Vieri quasi ogni iniziativa, ritrovandosi ad arrancare nei ribaltamenti raramente esatti dei propositori biancocelesti. Decima serata europea di stagione, una dozzina di diffidati in campo, cinque o sei rattoppi complessivamente rintracciabili negli schieramenti. Serata in bilico fra smanie laziali di completamento e l'esigenza di bloccare accorti, con l'abbinamento centrale Fuser-Venturin, quanto propone l'accoppiata Pantic-Beibl. Dapprima sembrano messi peggio gli spagnoli, che trattengono Vizcaino dalle parti di Aguilera e usano pure l'altro esterno, Lardin, come aiutante del giovane marcatore Diaz e imbottitura d'una difesa stravolta rispetto al pacchetto titolare già affondato nello stadio Calderon. La Lazio vuole dimostrare subito di avere testa e gambe: lascia il possesso-palla fin dove vuole, poi lo stronca grazie al pressing alto dei guastatori laterali (Grandoni sul versante destro, Favalli dietro Nedved) tagliando i rifornimenti per Kiko e Vieri. Pare tutto facilmente leggibile: tre volte Favalli va al tiro senza fortuna né elettricità risolutiva, agevolato dal rispetto che Boksic e Mancini incutono nei segugi di mezzo Prodan-Geli con i loro spostamenti sul fronte d'attacco.

Prima rimedia il portiere Molina, poi chiude sotto misura Bejbl, che impazza ovunque come dimostra poco più tardi, quando gira fuori d'un niente una centrata radente di Aguilera. Pericolo significativo dei disagi d'una formazione laziale che cerca nei fatti la sicurezza sfaldata dalle ultime prestazioni; che, priva dell'equilibratore Jugovic, tende adesso ad allungarsi nel tentivo di chiudere il contenzioso bene avviato. Così, dopo uno scontro aereo Nesta-Pantic, ancora Bejbl attiva il regista dell'Atletico nell'aggiramento scoperchiante e Gottardi deve catapultarsi ad anticipare Vieri, sempre annullato sull'anticipo in prima battuta da Negro. Brutta partita, con i presunti protagonisti di parte penalizzati dal gioco macchinoso e privo di profondità dei loro collaboratori. Così spariscono presto Nedved, Fuser e Mancini, mentre Boksic s'incarta nelle sue solitarie galoppate, esprimendo solo l'incapacità dell'organizzazione Eriksson d'assimilarlo in un copione logico. L'Atletico prende coraggio, memorizzando giusto poco prima dell'intervallo il brivido d'una presa approssimativa del portiere su una punizione di Nedved. Dov'è finita la Lazio che s'esprimeva travolgente? Qua Vieri vanifica ancora un'idea trapassante di Pantic, qua Grandoni annaspa e sempre Bejbl sfonda dalla sua parte. E meno male che l'allenatore Antic toglie Lardin (che uscendo l'insulta) innestando il disastroso Josè Mari, tempestivo nello spropositare una palla gol, suggeritore il redivivo Vieri, a due passi da Marchegiani. Tuttavia la sofferenza non è finita e in tuffo Bejbl sfiora il ricongiungimento, avvitandosi raggelante sulla centrata del solito Aguilera.

Eriksson non corre ai ripari, non rafforza gli ormeggi: vede la sua Lazio in trincea, ma si limita giusto a promuovere la staffetta Boksic-Casiraghi nell'accorato contenimento finale. E' certamente Nesta il gladiatore di questi minuti interminabili. E' lui che imprigiona, sotto lo sguardo interessato di Cesare Maldini, le residue velleità degli spagnoli, il loro avanzare monotematico alla ricerca di Vieri, peraltro in serata-no. Nesta brucia pure in contropiede quaranta metri di terreno, poi crolla stremato, rimediando un calcio piazzato decisivo per rifiatare. I modesti spagnoli s'arrendono, traditi dall'inconsistenza dei tre panchinari che mister Antic butta in mischia nell'inseguimento scriteriato. Proprio quanto serve ai laziali per diventare finalisti stringendo i denti e rinviando ceste di palloni in tribuna. Poi esplode la festa biancoceleste, fatto salvo il privilegio di contendere la Coppa Uefa ai neroazzurri di Ronaldo.


La Repubblica titola: "Nesta & C. pari per la storia".

L'articolo così prosegue: La Lazio va alla prima finale europea della sua storia, non serve stare a guardare per il sottile come è accaduto. Cragnotti piange di gioia, arriva a sostenere che anche i romanisti saranno orgogliosi, stavolta. L'Atletico ha avuto qualche occasione, la Lazio non più di mezza, ha speculato sul gol di Jugovic a Madrid e le è andata bene. "Importante era il risultato, qualificarci - ha poi ammesso Eriksson - Abbiamo sofferto, ma la difesa ha retto bene. L'Inter? A Mosca mi ha impressionato, ma abbiamo tutto il tempo per preparare la finale. E poi non dimentichiamo il campionato, anche se prima ci giochiamo due finali di coppa contro Milano...". E Marchegiani, a sostegno: "Ronaldo? Gran calciatore, ma non un marziano". Gara tesa, brutta, con due squadre afflitte dagli infortuni e le squalifiche. La Lazio ha retto stringendo i denti, ha mirato a questo 0-0, poteva chiedere poco di più alle proprie sfinite forze. E' stata la serata di uno straordinario Venturin, mentre Mancini non ha mai avuto un'idea che tirasse su la squadra. Nell'Atletico Christian Vieri ha lottato: senza arrivare alla conclusione ha aperto qualche spazio per i compagni, che hanno sciupato le chance di ribaltare il risultato. A vederlo c'era anche Arrigo Sacchi, che segnali sempre più insistenti danno sulla panchina spagnola nella prossima stagione, anche se il presidente Gil per ora dice: "Ci sono persone che inventano storie". Inizio brillante con le due squadre pronte a colpire. Va subito al tiro Pantic, Marchegiani para, poi al 6' c'è una tremenda botta di destro di Favalli, Molina si allunga e manda in angolo. La coppia centrale madridista è Prodan-Diaz, sostituiscono gli squalificati Santi e Andrei, nei primi minuti sembrano soffrire Boksic che appare ben disposto.

Al 10' la prima azione di Vieri, scappa a Nesta, poi molto decentrato, conclude in maniera scomposta. Il laziale è in campo nonostante le apprensioni, lui e Negro fanno una gabbia intorno all'italiano dell'Atletico: il gioco offensivo degli spagnoli dovrebbe essere sostenuto da Kiko, che si muove appena da quinto centrocampista, ma qualche idea in più viene dalle fasce. Al 13' è Aguilera pericoloso sulla destra, va al cross che passa davanti a Marchegiani, a porta vuota Bejbl è anticipato da Negro, poi Vieri non riesce a chiudere. A centrocampo sale di tono Venturin, ma la Lazio non riesce a dare continuità al gioco, Mancini è defilato, Nedved vaga senza pace alla ricerca della soluzione decisiva. Dopo il quarto d'ora iniziale la partita si spegne in un lungo tran tran di poca qualità, con la Lazio sempre molto attenta a non scoprirsi di un centimetro in difesa, anche se in questo modo Boksic è lasciato davvero troppo solo, ci sono cinquanta metri di campo tra lui da una parte e Negro dall'altra. Nedved tira debolmente una punizione al 35', diventa pericolosa solo per l'incertezza di Molina che perde il pallone. Poi ci prova Boksic al 36', con un sinistro dal limite, al termine di uno zigzag ispirato. Il tempo si chiude con una chance a testa: prima, al 42', è Vizcaino a tentare dalla distanza, la palla è vicina al palo; poi, al 44', una manovra in profondità mette Fuser in buona posizione, tutto sulla destra. Il centrocampista tentava la conclusione angolata, invece del passaggio al centro con Boksic e Mancini liberi.

Gioco soffocato anche all'inizio di ripresa, le due squadre temono ogni passo, non ci sono occasioni fino alla fiammata dell'Atletico. E' il 15', gli spagnoli conquistano una palla e partono al contrattacco, l'assist finale è di Vieri per Josè Mari, da pochi minuti entrato al posto di Lardin, ma la conclusione è indecente. La Lazio si scuote, ma rischia anche il contropiede dell'Atletico. Al 30' nuovo pericolo che parte da un'esitazione di Nesta, è il biondo Bejbl che va al tiro in diagonale, anche questo scentrato. Entra Casiraghi al posto dello sperduto Boksic, ma è ancora Bejbl al 32' ad andare alla conclusione di testa. Solo al 37' la Lazio va al tiro, con Nedved, sinistro altissimo.


Tratte dal Corriere della Sera, alcune dichiarazioni post-gara:

Cragnotti confessa: "Ho pianto. Meritavamo questo traguardo" E lo dice senza pudore, con orgoglio semmai, scacciando il timore di apparire eccessivamente sentimentale. Sergio Cragnotti confessa tutto ad alta voce. "Ho pianto", e lo dice sorridendo, mentre rivive forse in differita l'emozione di quegli attimi: l'arbitro che fischia la fine, il pubblico dell'Olimpico in piedi, i giocatori stremati che crollano eccitati come bambini. "Mi sono commosso, è stato un momento indimenticabile. Ai ragazzi dirò grazie per quest'altra finale, e niente altro. Sono stati eccezionali, meritavamo questo premio. E ora a Parigi". A Parigi ci sarà l'Inter. Ci sarà Ronaldo. Ma Cragnotti già gioca a fare lo spavaldo. "Dell'Inter non abbiamo paura. Se non sbaglio, in campionato l'abbiamo battuta tre a zero. Comunque sarò una finale piena di fascino. E' una soddisfazione enorme per tutto il nostro calcio che due squadre italiane si giochino la Coppa Uefa". Lo sollecitano a un pensiero antiromanista, gli agitano davanti i fantasmi dei gufi che dall'altra sponda del Tevere hanno tifato contro la Lazio. Ma Cragnotti non raccoglie provocazioni, non cade nella rete di un provincialismo che ancora penalizza pesantemente questa città. "Io credo che saranno soddisfatti anche loro - dice -. La Lazio rappresenta Roma, la capitale, dunque non vedo il motivo per cui i nostri cugini debbano dolersi di questo traguardo che abbiamo raggiunto superando l'Atletico Madrid. Rimpianti per il campionato? No, direi proprio di no. Questa non può essere serata di rimpianti. La Lazio va avanti, guarda al futuro con ottimismo e fiducia". Nonostante l'Inter. Come sottolinea Luca Marchegiani: "Affrontare una squadra italiana tatticamente è più difficile rispetto a una formazione straniera. Ma noi non ci spaventiamo. Ronaldo è un giocatore eccezionale, ma non è mica un extraterrestre".

Da presunto perdente di successo, come da antica etichetta romana, a finalista in due coppe. Eriksson potrebbe forse togliersi qualche sassolino dalle scarpe, ma si sforza di sfoderare il solito fair play: "Nel calcio è facile trovarsi bollati per quello che non si è. Ma io lascio correre. Potrei ricordare che la Coppa Italia l'ho già vinta due volte, con la Samp e la Fiorentina, e che una volta ho vinto l'Uefa con il Goteborg. Ma l'unica cosa che mi interessa è che la Lazio, adesso, porti a casa almeno uno di questi trofei". Non ha pianto come Cragnotti, ma la sua felicità per una storica qualificazione è quanto meno pari: "Serviva un risultato giusto, dopo le ultime amarezze. L'abbiamo ottenuto buttando sul campo tanto coraggio e tanta fatica. E' stata dura. La Lazio ha giocato meglio a Madrid, l'Atletico meglio all'Olimpico. Nel calcolo delle occasioni prodotte in 180 minuti, credo che noi meritassimo di più di arrivare alla finale. E' un traguardo importantissimo, che ci impone la sfida con un'altra milanese. Prima il Milan in Coppa Italia, poi l'Inter a Parigi. In otto giorni, da un mercoledì all'altro, ci giocheremo in pratica tutta la stagione. Questo era comunque un passaggio fondamentale. Fossimo usciti dall'Europa, mi sarei preoccupato moltissimo per l'ultimo mese che ci attende". Sullo sfondo di Parigi, si profila già il duello che può assegnare la Coppa: "Loro hanno Ronaldo, noi Nesta", dice non a caso Diego Fuser, ieri notte capitano biancoceleste. Eriksson concorda: "Sarà un confronto formidabile, fra due campioni veri. L'Inter di Mosca mi ha impressionato per l'efficacia difensiva e per la straordinaria bravura di Ronaldo. Forse nessun giocatore al mondo oggi vale quanto il brasiliano. Ma noi abbiamo le stesse possibilità dell'Inter di alzare la Coppa a Parigi. Ma prima dovremo pensare al Milan: servirà la miglior Lazio dell'anno, tra una settimana, per provare a batterlo".







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