Sabato 11 aprile 1998 - Brescia, stadio Mario Rigamonti - Brescia-Lazio 1-1


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25 gennaio 1998 - 2.788 - Campionato di Serie A 1997/98 - XXIX giornata

BRESCIA: Cervone, A.Filippini, Diana, Adani, Corrado (68' Pirlo), Kozminski, E.Filippini, De Paola, Banin, Hubner, Neri (73' Javorcic). A disposizione: Pavarini, Bono, Barollo, Bizzarri, Bonazzoli. Allenatore: Ferrario.

LAZIO: Marchegiani, Pancaro (46' Grandoni), Nesta, Negro, Favalli, Fuser, Venturin, Jugovic, Gottardi (68' R.Mancini), Rambaudi (76' Boksic), Casiraghi. A disposizione: Ballotta, G.Lopez, Marcolin, Almeyda. Allenatore: Eriksson.

Arbitro: Sig. Boggi (Salerno).

Marcatori: 10' Rambaudi, 70' Diana.

Note: ammoniti Favalli e Diana entrambi per gioco scorretto. Calci d'angolo: 3-5.

Spettatori: 6.210 paganti per un incasso totale di Lire 157.000.000, abbonati 4.621, per una quota di Lire 101.235.000.

Il biglietto della gara
Il tap-in vincente di Roberto Rambaudi
Il pareggio dei padroni di casa
Il goal di Rambaudi
L'esultanza di Rambaudi dopo il goal

La Lazio rimedia appena un punto a Brescia, sempre colpevole di dilapidare troppo, allontanandosi così forse definitivamente dalla volata scudetto e, soprattutto, dall'importantissimo secondo posto che significa comunque Champions League. Il pareggio finale è così metafora degli inganni del pallone: quando domini in contropiede e ti credi già vincitore, ecco la punizione inevitabile. Eppure bastano dieci minuti per accartocciare quanto esprime il tecnico Ferrario sul percorso d'una complicatissima missione-salvezza: Gottardi, propulsore mancino, proietta Favalli verso il cross, che Casiraghi gira al volo e Cervone ribatte sul piede di Rambaudi, sostituto di Mancini. Regalo pasquale, gran fiocco biancoceleste di partenza. Dove stanno i segugi Diana, Adani e Corrado? I lombardi sembrano destinati ad altre brutte figure nel sabato santo sul pantano: l'ex De Paola, regista dei poveri, porta palla e allunga scriteriato una squadra già piena di tremori reverenziali. Squalificati Nedved e Chamot, Eriksson blocca Boksic e Mancini fra i panchinari, scegliendo Rambaudi quale supporto avanzato di Casiraghi. E' un assetto prudente, un elastico 4-5-1 comprensivo di Gottardi interditore esterno; ma l'aumentata imbottitura non diluisce nel primo tempo l'imprevedibilità durata quattro mesi e sugli errori propositivi delle "rondinelle" affiorano i ribaltamenti, elettrificati tanto dai cambi di marcia di Jugovic quanto dalla sapienza distributiva ormai accreditata a Venturin.

La Lazio, però, non sfugge alla tentazione di un prosieguo calligrafico, senza concretezza risolutiva né rabbia agonistica. Quando si tratta di rimpolpare il bottino, invece, dopo un'amnesia-Nesta perdonata dallo sciamannato Hubner (scivola in area causa l'ombra di Negro), Rambaudi spreca un paio di opportunità clamorose. La prima volta, suggeritore Jugovic, che s'è intromesso fra Kozminski e Neri, l'esecutore sproposita a porta vuota, dopo aver saltato il portiere balzato fuori. Poi è Favalli in picchiata (sponda di Casiraghi) a scavalcare Cervone, senza trovare l'indispensabile completamento di Rambaudi, ancora solo. Disattenzioni imperdonabili, anzi sofferto viatico al pareggio azzeccato dai bresciani nel cortocircuito laziale della ripresa. Che accade? Eriksson innesta Grandoni, quindi gli affaticati Mancini e Boksic. Così diventa più elastico il quintetto arretrato del Brescia, galvanizzato da Ferrario per negare, sul pantano, profondità d'azione agli sfiatati califfi di Formello. Sì, Antonio Filippini e Kozminski si trasformano in catapulte per le sovrapposizioni esterne con i riferimenti avanzati e per impiombare gli abbinamenti Grandoni-Fuser e Favalli-Gottardi. Inutili le correzioni in corsa di Eriksson, mentre tocca al panchinaro Pirlo dettare a velocità scoperchiante la centrata che Diana chiude di testa sotto la traversa.

Mortificata dal raggiungimento e stranita dal ben di Dio buttato via (anche una rete annullata a Fuser per fuorigioco), la Lazio si allunga troppo rischiando di compromettere perfino il pareggio. Pareggio inutile, pure perché arriva la notizia del blitz interista all'Olimpico e della vittoria juventina sul Piacenza. Pareggio che non sta bene a Boksic, risoluto a ritagliarsi uno scampolo decisivo di prestazione, nonostante la microfrattura alla mano destra. Imbeccato da Jugovic, sorpassa nello sprint i controllori, ma Cervone disinnesca la sua stoccata centrale. Nessun lampo, invece, da Mancini nell'accorato finale, dove Hubner manca la prodezza del 2-1. Tuttavia il Brescia spera ancora, mentre ai laziali stanchi restano (forse) solo gli obiettivi delle Coppe.


La Gazzetta dello Sport titola: "La Lazio manda tutto al vento. Sbaglia gol fatti e s'allontana dalla zona scudetto: il Brescia respira, Rambaudi segna il gol del vantaggio ma compie un errore imperdonabile quando non serve a Casiraghi il pallone del raddoppio, nel secondo tempo il Brescia rischia tutto e, grazie a un'invenzione di Pirlo (appena entrato) trova un punto preziosissimo con Diana".

Continua la "rosea": Molto temuta dal punto di vista della sicurezza per i rapporti non proprio fraterni tra le due tifoserie, Brescia-Lazio vive un solo momento di reale tensione. Accade al 36' del primo tempo, e in quell'attimo il pur massiccio spiegamento di forze dell'ordine pare insufficiente a bloccare la furia di Pierluigi Casiraghi, che si dirige verso il compagno Roberto Rambaudi con l'aria di volerselo mangiare. Passetto indietro: Rambaudi, assistito da un grande assist di Jugovic, dribbla Cervone spostandosi lateralmente rispetto alla porta, difesa ormai da una disperata rincorsa di Kozminski e basta. Solo come un romano in città a Ferragosto, Casiraghi attende al centro il banalissimo passaggio, per toccare in rete il pallone del 2-0. Lo insegnano in tutte le scuole calcio e non solo, il concetto sarà noto persino alle professoresse di latino: se sei defilato, la porta è vuota e un tuo compagno è solo davanti alla porta, dagliela. Macché. Rambaudi (che pure al 10' aveva segnato raccogliendo una respinta di Cervone su botta volante del centravanti, e quindi qualcosa gli doveva) azzarda il diagonale, timbrando il palo esterno e facendo tirare un sospirone di sollievo allo stadio intero. Casiraghi, che pure è un tipo pacioso e tollerante, lo trovasse in piedi lo manderebbe k.o.; ma Rambaudi, sconvolto dall'errore, è a terra a chiacchierare con l'erba ("Perché l'ho fatto?"), e del compagno furibondo sente soltanto il rimbrotto in stereo, qualcosa tipo "dovevi passarmela" ma molto, molto più volgare.

Due minuti dopo arriva una colossale topica sotto porta (ancora vuota) di Gottardi, in apertura di ripresa Rambaudi (ancora solo) tira debolmente su Cervone, in chiusura Boksic, smarcato da Mancini, calcia addosso al portiere l'occasionissima del 2-1. E' difficile sostenere che il Brescia giochi alla pari della Lazio; ma è altrettanto difficile sostenere che la Lazio meriti moralmente di vincere. Sprecando ciò che spreca, pare un riccastro seduto a una tavola imbandita di mille leccornie, che di ogni piatto assaggia svogliato un boccone per poi gettare il resto nella spazzatura; poveraccio in classifica e nell'impossibile confronto tecnico, il Brescia rovista furbamente nel bidone estraendone l'occasioncina che gli permette l'impensabile 1-1. Supergiusto che vada a finire così. Rapidamente in vantaggio malgrado una formazione incompleta e pure un po' arrogante (Mancini viene risparmiato per la coppa), la Lazio gioca sul velluto srotolatole davanti dal suo sontuoso centrocampo. Jugovic è un padreterno, Venturin e Fuser lo sostengono bene, Pancaro e Favalli si propongono alla grande e il Brescia sembra un congresso di mediani: tutti a correre dietro un pallone che neanche vedono, tale è la sapienza con la quale gli avversari lo fanno girare. Se il primo tempo finisse 3-0, non ci sarebbe niente da dire. Di tutt'altra pasta la ripresa. Pasta energetica per il Brescia, che getta in campo la grinta prescritta alle pericolanti e, immettendo il fantasista Pirlo, finalmente un non-mediano; pasta scotta per la Lazio, che comincia a giochicchiare pure in mezzo al campo, convinta com'è che le basti accarezzare di tanto in tanto l'acceleratore per restare a distanza di sicurezza.

In quegli attimi non c'è effettivamente partita; ma il contropiede laziale, tre tocchi e sono in porta, si dispiegherà un paio di volte, mentre il confuso ma ardente forcing bresciano, che guadagna ogni metro a prezzo di sforzi indicibili, finisce per prendere il sopravvento. E' una superiorità nervosa, più di un bel tiro al volo di Banin ben deviato da Marchegiani (12') non produce. Ma si sente. La vendetta del cielo sul riccastro sperperatore arriva al minuto 25, ed è figlia di una serie di concause, come sempre in questi casi. Togliendo Gottardi per Mancini, Eriksson si consegna a un minuto di assestamento delle marcature; che gli è fatale, giacché Pirlo attacca in tandem con Antonio Filippini la zona in cui Favalli ha momentaneamente perso l'assistenza di un compagno. Ne nasce il cross al bacio sul quale irrompe un Diana in libera uscita: Nesta marca Hubner, Negro marca Neri, chi marca Diana? Marchegiani se lo sta ancora chiedendo. Curioso, e in fondo descrittivo della partita, che le due reti vengano più o meno dai peggiori in campo: Rambaudi, per le occasioni sbagliate, Diana per i troppi falli e le sonnolenze nell'applicazione del fuorigioco. Con questo pareggio la Lazio alza bandiera bianca sul fronte campionato, e sarebbe sbagliato vederlo come figlio legittimo delle delusioni di domenica e mercoledì scorsi. Pur priva di Nedved, uomo-chiave (con Jugovic e Mancini) del suo schieramento, la squadra di Eriksson gioca e costruisce: non chiude la partita, però, e questo è un difetto non inedito che rimane l'ultimo e più difficile gradino da scalare per dirsi grande squadra. Viceversa il Brescia riaggancia la zona-salvezza malgrado un atteggiamento mentale preoccupante: chi protesta platealmente per ogni fischio dell'arbitro, anche sul più insulso dei falli laterali, ha la testa pronta per retrocedere gridando al complotto. Si à già precostituito un alibi, e quindi non dà il massimo.

Quando la squadra di Ferrario ha veramente pensato a giocare, ovvero nel secondo tempo, ha distillato dai propri muscoli (sorretti dalla tecnica di Pirlo: uno che dia del tu al pallone ci vuole sempre) un punto preziosissimo nella lotta salvezza. Non c'è Nedved, si sente lo schema base della Lazio, quello che l'ha portata in alto, è il classico "specchietto per allodole". Di uno che davanti ti presenta Boksic, Mancini e Casiraghi, il minimo che si possa dire è che abbia un grande attacco; Sven Goran Eriksson, però, a questo reparto delle meraviglie ha affidato principalmente il compito di creare spazi per gli inserimenti dei centrocampisti. E i frutti si son visti: in campionato, Boksic (punta) divide con Nedved (centrocampista) lo scettro di capocannoniere con 10 gol. E alle loro spalle non c'è un attaccante (Mancini, 4 reti), ma un centrocampista (Fuser, 7 pappine). Lo schema è andato benissimo sino allo scontro diretto con la Juve, vinto dalla mossa di Lippi di marcare gli incursori con la stessa cura dedicata alle punte. E nel giorno in cui il terribile Nedved è venuto a mancare, a Eriksson non è riuscita la riconversione del proprio schema: ha fatto sì gol Rambaudi, uno che sta a mezza strada fra i due reparti, ma Casiraghi, anche al di là del mancato assist di Rambaudi che valeva la partita, non è stato messo in condizioni di colpire. Ha continuato a fare la torre, l'apriscatole che favorisce gli inserimenti dei compagni; ma Gottardi non è Nedved, e quando una punta, Boksic, ha avuto la palla buona, l'ha calciata addosso a Cervone. Nella Lazio che saluta la zona scudetto c'è questo di buono: è chiaro dove si debba lavorare per migliorare ancora.


Da La Repubblica:

Lazio, che brutta settimana. La sua settimana da rolling stone la Lazio la chiude con un pareggio che l'allontana forse definitivamente dalle prime due posizioni. Una partita così avrebbe dovuto solo vincerla, dopo essere passata in vantaggio, avere mancato due volte il raddoppio, avere dato una dimostrazione di superiorità tecnica e di sufficiente praticità, nel pomeriggio in cui aveva rinunciato anche a Mancini (affaticamento muscolare), il che, per questa squadra, vuol dire come un congresso del Pds senza D'Alema. Alla fine la Lazio ha fatto i conti tutti insieme: con la stanchezza, con la difficoltà a reagire dopo due dure batoste, con una rosa che improvvisamente è apparsa insufficiente. Preoccupante è stato soprattutto il cedimento fisico nella ripresa. L'inizio era stato brillante, con Casiraghi che dava passaggi e molto si lamentava, e a buon diritto, della solidarietà dei compagni: contro un Brescia non sempre attento in difesa, l'attacco ha ancora faticato, a dimostrazione di un impaccio strutturale della Lazio, almeno in questa fase della stagione. Il problema adesso è ritrovare compattezza ma anche continuità, altrimenti contro l'Atletico martedì saranno altri rischi: è necessario soprattutto che la squadra non creda di poter vivere eternamente di difesa e che possa continuare per due tempi su un ritmo adeguato.

Ritornano poi gli stessi errori: contro il Brescia ha subito il terzo gol consecutivo di testa. Il Brescia ha cercato l'agonismo, il clima invernale suggeriva la battaglia, qualche ex, come Neri e De Paola, instillava qualche asprezza. La squadra di Ferrario ha cominciato di slancio, con un'azione di Neri, conclusa debolmente poi è stato subito tempo di Lazio, che al primo affondo, al 10', andava in vantaggio. Discesa sulla sinistra di Favalli, cross sul quale Casiraghi, lasciato solo, colpiva al volo, Cervone non tratteneva e Rambaudi da pochi passi ribatteva in gol. La Lazio un attaccante schierava, non era un compito difficile: eppure riusciva a non eseguirlo, disinteressandosi del centravanti. Ferrario ha rinunciato all'inizio a Pirlo, l'estro così doveva venire dall'animazione dei gemelli Filippini sulla fascia destra, mentre d'altra parte era Neri a tentare qualcosa. Ma il centrocampo della Lazio è di altra caratura e ha cominciato a tagliare a fette il campo, costruendo due chiare chance per chiudere la partita. Al 35' Kozminski perdeva la palla a centrocampo, Jugovic se ne impossessava e poi lanciava in profondità Rambaudi. C'era Casiraghi libero al centro dell'area, ma l'ala decideva che quella era la sua giornata, saltava il portiere bresciano ma poi non riusciva ad angolare e tirava sul palo. La meditazione sull'errore compiuto veniva arricchita dalle rimostranze non tenere di Casiraghi. Al 37' ancora Lazio a un metro dal raddoppio: lancio di Casiraghi per Favalli, il terzino superava Cervone con un lob, a porta vuota Gottardi non era pronto e si faceva anticipare.

Nella ripresa Eriksson inseriva a destra Grandoni, facendo uscire Pancaro (distorsione al ginocchio): era al rientro e ha sofferto contro Neri, forse non era ancora del tutto a posto. La Lazio si è messa ad aspettare, contando sulla forza della difesa e cercando il contropiede. Solo all'11' il Brescia aveva la prima occasione della partita: c'era una respinta laziale da una punizione e Banin sferrava una botta violenta, di sinistro, dal limite dell'area. Era bravo Marchegiani a distendersi e a deviare. Sale di tono il Brescia e la Lazio un poco si ferma sulle gambe. C'è un tiro di Neri al 17', che è un altro segnale di allarme, poi i due allenatori decidono di mandare in campo i geniacci, da una parte Mancini e dall'altra Pirlo. I duecento infreddoliti tifosi laziali non fanno in tempo a festeggiare un gol romanista (evento davvero raro), cioè quello del provvisorio pareggio di Cafu all'Olimpico, che scoprono come a fare la mossa giusta sia stato il tecnico avversario. C'è un momento di affanno della difesa laziale, l'azione riparte da un angolo, sul cross di Pirlo sbucava Diana che con eccellente elevazione deviava nell'angolo lontano. Eriksson tentava la mossa disperata mandando in campo l'ingessato Boksic, che al 30' aveva anche modo di fare una discesa delle sue, ma il tiro finale veniva bloccato da Cervone.


Tratte dal quotidiano romano, alcune dichiarazioni post-gara:

"E' un momento così e così, soprattutto quando si tratta di fare gol. E' un momento delicato. Pur giocando abbastanza bene, in sette giorni abbiamo subito due sconfitte e un pareggio. Guai ad arrendersi però, anche se ora il campionato è molto difficile: il secondo posto si è allontanato, ma non voglio mollare". L'analisi di Eriksson è lucida, e non cerca attenuanti. La Lazio arranca, perde terreno, è nervosa. Il "giallo" a Favalli porterà alla squalifica del giocatore. Note dolenti vengono anche dall'infermeria. Pancaro ha rimediato una distorsione al ginocchio, Nesta ha una sospetta distorsione ai flessori della coscia sinistra. "Mancini è molto stanco - continua il mister. Nedved è sempre febbricitante e Boksic sente sempre molto dolore alla mano". Insomma, una disgrazia tira l'altra: alla vigilia della partita di martedì con il Real Madrid e della difficile trasferta di Vicenza, un'altra squadra affamata di punti. "Stiamo accusando un po' di stanchezza fisica e mentale. Ma la condizione atletica non mi preoccupa, casomai quella psicologica".

Eriksson però non mette sotto accusa nessuno. Nemmeno la difesa che nelle tre partite della settimana che valevano una stagione si è fatta superare in tutte le occasioni, e sempre di testa. "E' solo un po' di stanchezza, la difesa non è certo sotto accusa, ricordo che è pur sempre la meno battuta del campionato". Se la Lazio è in difficoltà quindi la colpa è di tutti e di nessuno in particolare. A Brescia, nemmeno di Rambaudi, al rientro in squadra dopo oltre due mesi: ha sbloccato il risultato, ma ha anche clamorosamente fallito il colpo del definitivo Ko. "Nel calcio - spiega polemicamente l'attaccante - ci sta a sbagliare i gol: ma anche di non prenderne. Ho visto Gigi in mezzo all'area e volevo servirlo subito. Non ci sono riuscito, e così ho fatto l'unica cosa possibile: scartare il portiere e tirare. E la palla ha preso il palo, non è mica finita chissà dove. Gigi era arrabbiato? Ma va, siamo amicissimi, e poi con tutti i gol che gli ho fatto fare...". Secondo Rambaudi poi le ragioni della flessione laziale vanno ricercate altrove, e non nella stanchezza. Ma dove, allora? "A sette giorni fa. Inconsciamente sapevamo che la sconfitta con la Juventus ci aveva compromesso il campionato. L'Inter ha vinto a Roma? Meglio, così non ci resta nemmeno questo rammarico per l'occasione perduta a Brescia". Per Jugovic invece sul momento no della Lazio sta avendo la sua parte anche la dea bendata. "Anche a Brescia - spiega il giocatore - abbiamo giocato una grande partita, creando molto ma siamo stati meno bravi davanti alla porta. Non siamo riusciti cioè a chiudere l'incontro. Forse è stanchezza, non lo so. Ma credo anche che sia una bella sfortuna non riuscire a segnare gol così facili". E adesso, che resta da fare? "Siamo tutti molto concentrati sulla partita di martedì. Per noi è un obiettivo molto importante, vogliamo a tutti i costi raggiungere la finale di Coppa Uefa: per noi e per i nostri tifosi".


Dalla Gazzetta dello Sport:

Addio sogni di gloria. Juventus e Inter volano fuori portata. Ma su questo pari la Lazio deve recriminare solo su se stessa. I biancocelesti hanno avuto in mano una partita messasi tatticamente sul binario a loro più congeniale, ma con supponenza e superficialità hanno sbagliato più volte il colpo del ko. Non basta più dire che si è giocato bene. Manca convinzione e cattiveria, peculiarità che questa squadra ha smarrito per strada in questo aprile nero. Eriksson, tra l'altro, per la prima volta ha "bluffato" dicendo di puntare tutto su questa gara. Ma lasciando inizialmente Mancini in panchina, dov'era seduto anche Boksic, ha mancato di dare un segnale forte al proprio gruppo, come l'allenatore stesso aveva sostenuto alla vigilia. "Mancini era molto stanco - spiega il tecnico svedese - avesse giocato 90' probabilmente si sarebbe stirato, così come Boksic ha ancora problemi alla mano. Nel finale li ho buttati dentro per rischiare il tutto per tutto". Come mai l'entrata di Mancini al posto di Gottardi, un centrocampista che garantiva più copertura su quella fascia sinistra, dalla quale solo 2 minuti dopo partiva il cross di Pirlo del gol? "Credo sia un caso. L'azione nasceva da calcio d'angolo ed eravamo abbastanza coperti. Ho visto Gottardi un po' sfiduciato dopo l'occasione mancata nel primo tempo. Mentre Rambaudi mi sembrava più reattivo. Purtroppo nel calcio è così. Potevamo chiudere almeno 0-3 il primo tempo. Nella ripresa, invece, abbiamo subito il pareggio e a quel punto la squadra ha sentito la stanchezza mentale, prima che fisica. Adesso Juve e Inter sono lontane ma non voglio mollare rischiando di arrivare a metà classifica".

Ed è proprio l'aspetto mentale quello più preoccupante. Martedì c'è un'importantissima semifinale di Uefa e la Lazio ci arriva in condizioni fisiche precarie (ben quattro infortunati e un febbricitante), ma soprattutto con un gruppo che non è più convinto dei propri mezzi come dieci giorni fa. "Il colpo è stato pesante. In una settimana abbiamo perso due partite e pareggiata una qui a Brescia. Ma sono fiducioso, perché mai gli avversari hanno giocato meglio di noi. E il nostro gioco dovrà pagare". Fatto sta che questa Lazio non riesce più' a trovare il gol con facilità. L'occasione mancata da Rambaudi è clamorosa. E affiora anche un po' di nervosismo. In particolare Casiraghi, smarcato davanti alla porta in quella situazione, si è imbufalito chiedendo anche la sostituzione. "Non l'ho visto" glissa Eriksson. Rambaudi invece chiede scusa: "Gigi è un amico e mi dispiace. Altre volte l'ho mandato in rete. Stavolta ho sbagliato". Fra tanti segnali negativi, uno positivo arriva da Rossano Giampaglia, osservatore del ct Maldini: "Ho visto bene il portiere e la coppia centrale. Negro, da quando lo visioniamo, ha sempre giocato sopra la sufficienza. Credo abbia buone possibilità di essere convocato, anche se l'ultima parola spetta a Cesare. Bene anche Fuser e Casiraghi. Gigi, giocando una partita intera, si è potuto esprimere ai suoi livelli". Pensare positivo, continua a ripetere Eriksson. E forse il concentrarsi sulle coppe è la cosa migliore. A patto però che tutti ci credano. E nel gruppo c'è da fare un po' di autocritica, altrimenti al primo sole di primavera si squaglieranno le ultime ambizioni.




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