Mercoledì 13 maggio 2026 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-Inter 0-2

Da LazioWiki.

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13 maggio 2026 – Roma, stadio Olimpico - Coppa Italia, Finale - inizio ore 21.00

LAZIO: Motta, Marusic (72' Lazzari), Gila, Romagnoli, Nuno Tavares, Basic (78' Pedro), Patric (46' Rovella), Taylor, Isaksen (66' Cancellieri), Noslin, Zaccagni (72' Dia). A disposizione: Furlanetto, Giacomone, Pellegrini, Dele-Bashiru, Ratkov, Belahyane, Hysaj, Provstgaard, Maldini, Cataldi. Allenatore: Sarri (in panchina Ianni).

INTER: Martinez, Bisseck, Akanji, Bastoni (77' Carlo Augusto), Dumfries (68' Luis Enrique), Barella, Zielinski, Sucic (68' Mkhitaryan), Dimarco, Lautaro Martinez (77' Bonny), Thuram (82' Doiuf). A disposizione: Sommer, Di Gennaro, De Vrij, Acerbi, Frattesi, Calhanoglu, Darmian, Cocchi, Mosconi, Esposito. Allenatore: Chivu.

Arbitro: Sig. Guida (Torre Annunziata) - Assistenti: Sigg. Alassio - Baccini - Quarto uomo: Sig. Zufferli - V.A.R.: Sig. Mazzoleni - A.V.A.R.: Sig. Di Paolo.

Marcatori: 14' Marusic (aut.), 35' Lautaro Martinez.

Note: ammoniti 7' Bisseck, 16' Bastoni, 38' Gila, 85' Pedro, 85' Dimarco, 85' Zaccagni. Angoli 1 a 3. Recuperi: 2' p.t., 6' s.t.

Spettatori: 68.729 paganti, incasso di 5.636.918,50 euro, record assoluto per le finali di Coppa Italia disputate a Roma.


La Lazio scende in campo
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L'incoraggiamento dei tifosi
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La scenografia biancoceleste
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Un tifo incessante, nonostante il pronostico sfavorevole
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L'inno nazionale cantato da Nek
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Lo spettacolo prima della gara
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La sfortunata deviazione di Marusic
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La palla finirà in rete
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L'Inter è in vantaggio
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Isaksen prova a reagire, tiro al lato
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Patric prova ad impostare il gioco
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Basic osserva Barella
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Mario Gila
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Disattenzione di Tavares
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Dumfries ruba palla al terzino portoghese
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Motta non riesce ad intervenire
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Lautaro appoggia in rete per il raddoppio
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I biancocelesti riportano la palla a metà campo
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Basic insegue Susic
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Zaccagni prova un affondo
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Patric contrasta Lautaro
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Zaccagni in scivolata
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Noslin e Taylor puntano Bissek
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Noslin sull'avversario
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Zaccagni salta Bastoni
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Romagnoli su Lautaro
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Zielinski sfiora il tris
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Occasione anche per Luis Enrique
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Lazzari e Dimarco
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Nervosismo nel finale
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Fischio finale, la delusione dei calciatori laziali
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Una partita non all'altezza, contro un avversario decisamente superiore
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L'Inter alza al cielo il trofeo
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I calciatori laziali salutano i tifosi, in testa Pedro, alla sua ultima stagione
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I calciatori convocati per la partita odierna

Le dichiarazioni dei protagonisti

Le squadre ricevute al Quirinale dal Presidente della Repubblica

• Il Corriere dello Sport titola: “Chivu ha qualcosa di speciale”. Continua il quotidiano sportivo romano: “Autogol di Marusic e Lautaro, l’Inter fa sua anche la Coppa. Sedici anni dopo Mou, i nerazzurri tornano a realizzare il Doblete. Lazio punita dagli errori, Noslin spreca nella ripresa la chance per riaprirla”.

C’è solo l’Inter, come intona l’inno ufficiale. Scudetto e Coppa Italia, Chivu ha centrato il Doblete sedici anni dopo Mourinho. Non c’è stata partita, il copia e incolla di sabato in campionato. Uno strapotere all’Olimpico. Autogol di Marusic e bis di Lautaro, capitano e simbolo nerazzurro. Finale chiusa in poco più di mezz’ora. Divario incolmabile. La Curva Nord, di nuovo piena e maestosa nella sua coreografia, ha chiuso cantando Lucio Battisti e gli inni laziali. Da qui dovrebbe ripartire Lotito, se mai riuscisse a capire (e sono passati 22 anni) che non può esserci calcio senza amore intorno alla squadra. I tifosi meriterebbero un altro tipo di armonia e un vero progetto intorno a Sarri. La sensazione, invece, è che sia stata persa un’altra occasione e il Comandante finirà per andarsene. Ora, per l’orgoglio e per la bandiera, resta solo un derby con la Roma da sostenere senza l’appoggio del popolo. Anche il prossimo anno niente Europa. Poca Lazio, tutta alla fine, ma i rimpianti sono contenuti. Di più Mau non poteva combinare: è già stato esagerato qualificarsi alla finale eliminando Milan, Bologna e Atalanta. Per battere l’Inter sarebbe servito Tom Cruise. Missione impossibile.

A senso unico. L’unico modo, se ne esiste uno possibile per disinnescare l’Inter, era difendere. La Lazio, però, ha rinunciato e ha difeso malissimo, riuscendo nell’impresa di farsi due gol da sola. Autorete di Marusic su angolo di Dimarco appena sfiorato da Thuram, il pallone consegnato da Tavares a Dumfries per il raddoppio di Lautaro. Due episodi dentro un primo tempo dominato dai nerazzurri: 71% di possesso, 8 tiri, 28 ingressi nella trequarti e un palleggio interminabile a cui la Lazio, raccolta davanti all’area, non sapeva rispondere. Cosa avesse cambiato Sarri rispetto a sabato non si è capito. Solo copertura. Nessuna intenzione di salire a contrastare la costruzione dal basso di Chivu. Il compito di Noslin era guardare Sucic, di nuovo in regia. Zaccagni e Isaksen ripiegavano davanti a Marusic e Tavares. In qualsiasi caso, lo “scorrimento” da un lato all’altro del campo per scalare le marcature era insufficiente. L’Inter si trovava in costante superiorità sulle fasce, tre contro due. Barella e Bisseck combinavano bene con Dumfries e da quella parte hanno sfondato guadagnando il primo angolo. La frittata l’ha combinata Marusic, infilando Motta di testa.

Il Toro. La Lazio, passiva nei duelli e senza regista di ruolo, non palleggiava. Male Patric, uno in meno. Caratteristiche diverse rispetto a Rovella, entrato dopo l’intervallo per verticalizzare. Il guaio di Sarri: rientrare negli spogliatoi sotto di due gol, perché in uscita Tavares si è fatto togliere il pallone da Dumfries e Lautaro ha raddoppiato a porta vuota. La Lazio, davanti, si era vista una sola volta con Isaksen. Poco per pensare di creare imbarazzi all’Inter, padrona del campo, capace di produrre una pressione feroce. Chivu ha rivitalizzato un gioiello. Thuram incontenibile accanto al Toro, centrocampo pieno di qualità e in continua rotazione con i suoi interpreti. Condizione atletica super per il gruppo che ha piazzato lo scatto scudetto schiantando con 5 gol la Roma e con 4 il Como.

In discesa. Nel secondo tempo niente o poco è cambiato. L’Inter ha continuato a tenere palla e non ha infierito, altrimenti ne avrebbe segnati altri due o tre. La Lazio, salendo, rischiava di scollarsi. Noslin ha mancato il bersaglio. Qualche sussulto con i cambi. Cancellieri per Isaksen, Chivu aveva riportato Zielinski in regia. Modalità gestione. Dia non ha infilato la palla che avrebbe potuto riaprire la finale a un quarto d’ora dal traguardo. Sarri, prigioniero di un box in Monte Mario, ha concesso il passo d’addio a Pedro. Sono venuti fuori gli antichi veleni di un anno fa. Un altro dei motivi per cui sarebbe stato impossibile sorprendere l’Inter.


Il Messaggero titola: “La Lazio sbaglia. L’Inter fa festa”. Continua il quotidiano romano: “Un autogol di Marusic e una grave ingenuità di Tavares che porta al raddoppio di Lautaro: in nerazzurri vincono anche la Coppa Italia. Gara chiusa dopo un tempo, i biancocelesti provano invano a riaprirla. Delusione dei tifosi tornati allo stadio e sfuma l’Europa. Pedro alla fine va sotto la curva a salutare”.

Era un sogno, un abbaglio. Non c'è acqua benedetta, anche se l'Olimpico non è più deserto. E ora la sete brucia più dell'inferno. Nessuno si salva dal fuoco nerazzurro. L'Inter di Chivu sbrana anche la Coppa Italia (la decima), dopo il 21esimo scudetto. Brucia la Curva Nord di nuovo stracolma, e l'inno alla gioia della nona sinfonia di Beethoven (richiamata nella coreografia “Vien sorridi a noi d'accanto primogenita del sol”) si trasforma nel solito canto del cigno contro Lotito. Brucia anche l'ultima speranza della Lazio di salvare l'annata con un trofeo. Biancocelesti matematicamente fuori anche dall'Europa, senza più chance in campionato. É così acido il sapore del rimorso: un autogol di Marusic spiana la strada allo strapotere dell'Inter, un errore di Tavares spalanca la porta a Lautaro. I più attesi tradiscono un amore ritrovato. Non sboccia una nuova primavera biancoceleste dopo l'inverno, le mezze stagioni non esistono più. Tutti al mare dopo il derby e il Pisa, dentro un oceano di lacrime e un orizzonte ancora più incerto. Sarri voleva regalare la felicità ai tifosi, ma rimane come un leone (squalificato) in un gabbiotto, avvolto dal suo fumo nero. Il Comandante prova a schierare la miglior formazione possibile, ma Tavares, Patric, Taylor, Zaccagni e Isaksen non fanno alcuna differenza rispetto alla batosta di sabato. Il bis è servito.

Gli errori. Il dislivello è incolmabile dal fischio d'inizio. Tanto più che Chivu conferma Sucic in regia (Calhanoglu è out), ma rispolvera anche i titolari Akanji, Dumfries, Zielinski e Dimarco. Il tandem d'attacco Lautaro-Thuram, il quinto in Europa, fa spavento solo a fissarlo. L'Inter aggredisce subito la sfida e cerca l'ampiezza con Dumfries e Dimarco. La Lazio attende, mantiene un blocco solido medio-basso, tanto che il 4-3-3 sembra più un 4-5-1 con Noslin unico uomo più avanzato. Alla prima ripartenza dell'olandese, Bisseck lo falcia con un piede a martello e viene graziato col giallo. I biancocelesti restano compatti, i nerazzurri faticano a verticalizzare il gioco, ma riescono comunque a creare il primo pericolo con una frustata di Lautaro sul secondo palo. È solo il preambolo del vantaggio, un autogollonzo clamoroso di Marusic su un corner (invertito) battuto da Dimarco. Zaccagni prova a suonare la scossa, ma poi è sempre al tappeto. Noslin viene murato da Bisseck e Isaksen scivola in area nell'unica azione manovrata dalla Lazio. L'Inter palleggia con calma e va di nuovo vicina al raddoppio con un siluro al volo di Dumfries, deviato da Tavares in angolo. Dal salvataggio al pasticcio di Nuno, che sbaglia un controllo da ultimo uomo e si fa rubare la palla da Dumfries per il tap in del raddoppio di Lautaro. La gara s'innervosisce, la Lazio è scollata e l'Inter rischia di dilagare con Barella, prima di uno squillo di Isaksen a fil di palo.

L'impotenza. Il senso d'impotenza prende quasi il sopravvento. A inizio ripresa Sarri inserisce Rovella al posto di Patric per dare più vitalità e dinamismo alla costruzione dal basso. Invece, Motta regala un'altra palla a Dumfries e rischia il capitombolo. Non c'è mai l'impressione che la gara possa riaprirsi davvero, anche perché la sorte non assiste la Lazio: Noslin sfiora il palo con un piattone, poi getta al vento un contropiede prezioso. Come al solito, Isaksen va a fiammate, il cambio con Cancellieri è scontato ma non produce alcun effetto. Dopo un'ora i nerazzurri mantengono il ritmo basso, non hanno nessuna fretta di accelerare il passo. Chivu però sostituisce Sucic e Dumfries con Mkhitaryan e Luis Henrique per dare ossigeno al centrocampo. Proprio l'ultimo entrato brasiliano si divora l'ennesimo cioccolatino di Dimarco. Mau inserisce anche Lazzari e Dia, che confezionano subito una ripartenza da standing ovation: il boato si spegne sulla schiacciata dell'attaccante senegalese sulla testa di un Martinez fortunato. Zielinski si divora a porta vuota il 3-0. Parapiglia nel finale per un'entrata killer di Pedro su Dimarco. Luis Henrique si vendica con una pallonata in faccia al campione spagnolo, che poi finisce sotto la Curva Nord in lacrime per il saluto d'addio. Vincere la Coppa Italia era anche il suo ultimo sogno di fine carriera, la Lazio ripiomba nell'incubo.


Il Tempo titola: “Fine dei giochi”. Continua il quotidiano romano: “All’Olimpico sold out. Lazio sconfitta 2-0. L’Inter vince una finale senza storia e alza al cielo la decima Coppa Italia. Decidono l’autogol di Marusic e Lautaro. Chivu bissa il successo del campionato. Per il secondo anno consecutivo i biancocelesti non giocheranno le competizioni europee”.

L’Inter vince la decima Coppa Italia, sfrutta due regali di Marusic e Tavares e rende ancora più amara la stagione della Lazio. Altro che miracolo, la festa è nerazzurra che non deve nemmeno faticare troppo per centrare il "double", campionato e coppa. Per i biancocelesti l'amarezza di essere arrivati a un passo dal sogno ma anche la consapevolezza di aver perso contro un avversario di un'altra categoria. Finisce 0-2, autogol di Marusic e sigillo di Lautaro, tutto qui. Sarri sceglie la solita difesa, davanti a Motta il quartetto formato da Marusic, Gila, Romagnoli e Tavares mentre a centrocampo ci sono Basic e Taylor ai lati di Patric spostato ancora una volta in regia per le condizioni non ottimali di Cataldi e Rovella. Davanti il tecnico recupera Zaccagni a sinistra con Isaksen e Noslin a completare il tridente offensivo. Chivu ha tutti i migliori escluso Calhanoglu: il portiere è ancora Martinez, linea a tre guidata da Akanji, Bisseck e Bastoni agiscono ai suoi lati. Rientri eccellenti sulle fasce rispetto alla squadra che sabato scorso ha strapazzato la Lazio in campionato, Dumfries a destra e Dimarco a sinistra, in mezzo al campo il terzetto Barella, Zielinski e Sucic, in attacco la coppia Thuram-Lautaro.

Si parte e subito lo strapotere fisico dell'Inter è evidente, la Lazio prova a resistere con modesti risultati. Anche perché sull'angolo di Dimarco, Marusic infila la sua porta senza che Motta possa fare nulla: 0-1, non è trascorso nemmeno un quarto d'ora. Una doccia fredda per gli oltre trentamila laziali che si aspettano una squadra più determinata, punita alla prima indecisione individuale. Ma si mette ancora peggio poco dopo la mezz'ora, quando Tavares imita il compagno di reparto con un errore forse anche peggiore: lascia a Dumfries un pallone innocuo (una leggerezza modello derby d'andata quando regalò il gol vittoria a Pellegrini) e per Lautaro è un gioco da ragazzi raddoppiare. Inter dominante senza dubbio, biancocelesti pressati e in difficoltà nel ripartire. Quando l'arbitro Guida fischia la fine del primo tempo, Sarri in tribuna per la squalifica rimediata a Bergamo, tira un sospiro di sollievo, in pratica è la fotocopia di sabato scorso con una squadra impaurita e dominata a centrocampo dove Patric dimostra tutti i suoi limiti in un ruolo ricoperto per necessità. Dopo l'intervallo subito Rovella al posto dello spaesato giocatore spagnolo, Chivu, soddisfatto dei suoi, non cambia nulla.

La Lazio va a caccia dell'episodio, l'Inter palleggia e aspetta. Noslin calcia fuori da ottima posizione poi un paio di ripartenze sprecate da Isaksen prima degli altri innesti di Sarri che vede qualche spiraglio almeno per provare a riaprire la gara: dentro Cancellieri, Lazzari e Dia (fuori Isaksen, Marusic e Zaccagni) mentre sull'altro fronte si vedono Luis Henrique, Bonny, Carlo Augusto e Mkhitaryan. Nel finale dentro anche Pedro per Basic, Lazio che prova il tutto per tutto col 4-2-3-1. Poi solo un fallaccio dello spagnolo prima del fischio finale di Guida. L'Inter alza al cielo la Coppa Italia e certifica la stagione maledetta della squadra di Sarri per il secondo anno consecutivo fuori dall'Europa. I laziali contestano Lotito, il futuro non promette niente di buono con un derby senza tifosi per la prima volta nella storia a ribadire che ormai il rapporto con questa gestione è irrimediabilmente rotto. Il domani fa davvero paura.


La Gazzetta dello Sport titola: “Interissima. Chivu fa il doblete”. Continua il quotidiano sportivo: “Lautaro il re. Lazio dominata. È la decima coppa dei nerazzurri. L’autogol di Marusic e il gol del capitano valgono il secondo trofeo della stagione. Doppietta 16 anni dopo i trionfi di Mourinho”.

Domenica pomeriggio, al termine della partita con il Verona, l’Inter poserà sul prato due trofei e ci danzerà attorno, come indiani attorno ai totem. Dopo lo scudetto numero 21 è arrivata la decima Coppa Italia, strappata alla Lazio senza esagerata fatica. Un’onesta pratica d’ufficio. Troppo il divario tecnico. Poi, se a una squadra che ti ha appena segnato 3 gol e ha 34 punti in più in campionato, regali 2 reti, è difficile venire fuori. Più o meno come vestirsi da Babbo Natale davanti a un toro. Autogol di Marusic al 14’, su colpo di testa di Thuram; palla persa dallo svampito Nuno Tavares che Dumfries, il migliore, ha rifinito per Lautaro (35’), al terzo gol in una finale di Coppa Italia, come nessuno all’Inter. Il tour sentimentale di Cristian Chivu è finito così nel migliore dei modi: ha conquistato lo scudetto contro il suo ex Parma e la Coppa Italia all’Olimpico che è stato il suo castello per 4 anni. Al debutto sulla panchina dell’Inter subito doblete , come solo Mourinho e Mancini, presente in tribuna. Dalla stagione 2020-21 i nerazzurri hanno vinto 9 trofei, oltre a 2 finali di Champions, Napoli e Juve 3, il Milan 2. Significa che gli anni Venti di questo secolo, per ora, sono trascorsi sotto il dominio italiano della Beneamata.

Dumfries sì, Zaccagni no. La Lazio, consapevole della sua inferiorità (anche troppo), è scesa in campo con il saio del blocco basso, ma, come detto, dopo pochi minuti, si è messa a peccare in difesa, compromettendo il sogno. Deludenti i più attesi, Isaksen e Zaccagni, che avrebbero dovuto trasformare la sofferenza in speranza, con le loro talentuose ripartenze. Sono rimasti ancorati in porto. Zaccagni ha l’alibi degli acciacchi, ma anche la colpa di un esagerato nervosismo: ha speso più energie a protestare che a correre, soprattutto da terra. Molto sdrucciolevole. Tra le individualità nerazzurre: oltre al citato Dumfries, che ha innescato i due gol, cerchiolino rosso per Akanji, sempre pulito e puntuale nelle chiusure e per la Thu-La che ha fatto cronaca anche a questo giro. Interessante la staffetta in regia tra Sucic e Zielinski.

Due regali. Chivu conferma Sucic al centro e Zielinski mezz’ala. Sarri, che si è fatto un nome palleggiando, è costretto a lasciare palla a un avversario troppo più forte. Buon senso. Blocco basso feroce e poi si vedrà. La Lazio obbedisce con zelo e tappa ogni spiffero per un buon quarto d’ora, riuscendo anche a imporre a Bisseck un’ammonizione non banale, perché da quella parte sfrecciano Nuno Tavares e Zaccagni. Ma poi i biancocelesti cominciano a farsi male. Minuto 14’: Dumfries guadagna un corner che calcia Dimarco verso la fronte di Thuram. Molte altre volte quella tratta aerea ha portato la felicità. Infatti, il pallone entra in rete. Ma non sarebbe entrato, senza la correzione involontaria di Marusic. Comunque, un mezzo gol di Thuram, dopo i 6 nelle ultime 6 di campionato. I nerazzurri, che finora hanno palleggiato lungo le mura senza mai trovare la porta, passano in vantaggio. Per la Lazio non cambia nulla. Ancora blocco basso. Trattengono l’istinto di rincorrere subito, per non rischiare il ko. Preferiscono tenere viva la partita con il minimo svantaggio, riservandosi di osare più tardi. All’Inter va benissimo così, fa circolare la palla nella sua metà campo, in attesa che il tempo passi. E qui scatta il secondo regalo. Minuto 35: Tavares si lascia scippare la palla da Dumfries con imperdonabile leggerezza. Come rubare una caramella a un bambino. L’olandese assiste Lautaro che spinge in rete il suo 22° gol stagionale. La Lazio, sconsolata, va a bere il tè sotto di due. Non sa più cosa farsene del suo blocco basso. Isaksen e Zaccagni dovranno fare di più. Tanto per cominciare, Rovella sostituisce il protettivo e inutile Patric. Dopo il 2-0, invece, Chivu ha invertito Sucic e Zielu, che impugna il volante.

Pedro piange. Nella ripresa, la Lazio, che nel primo atto ha concesso il 70 per cento di possesso, è costretta a farsi avanti, senza troppa convinzione, ma almeno si affaccia oltre le colonne d’Ercole e Noslin al 14’ spedisce il primo pallone verso l’ignoto, cioè la porta di Martinez. Ma per il primo tiro laziale nello specchio bisogna aspettare il 31’, grazie a un’incursione del subentrato Dia che fa lavorare il portiere nerazzurro anche nel finale. L’Inter assorbe senza spettinarsi e non fotocopia il 3-0 di sabato scorso, soltanto perché Luis Henrique (15’) e Zielinski (37’) si divorano limpide palle-gol. Unico momento di tensione di una partita nervosa, ma corretta, al 38’ quando Pedro ribalta Dimarco con un fallaccio insensato e si ritrova tutta l’Inter addosso. Il riferimento alla doppietta dello spagnolo a San Siro, che un anno fa costò una buona fetta di scudetto ai nerazzurri, non è affatto casuale. Pedro chiude la notte in lacrime, come tutta la Lazio. Battere la Roma nel derby e sfilarle la poltrona Champions League potrà consolare, ma non salvare una stagione avvilente. L’Inter invece ha chiuso la sua notte con sorrisi e coriandoli. Cori, danze e fuochi d’artificio. Euforico sul podio anche il presidente Beppe Marotta che ai gol si è scomposto in modo atipico, come l’amico Adriano Galliani, presente in tribuna. Gli mancava soltanto la cravatta gialla.


• Tratte dal Corriere dello Sport, alcune dichiarazioni post-gara.

Lazio ancora senza Europa: è il secondo anno di fila. Sarri: "Il mio futuro è in discussione. La sconfitta ci fa male. Derby? Lunedì è giusto. Se si gioca domenica io non mi presento”.

Niente Coppa, niente Europa per il secondo anno, mai successo nell’era Lotito, non accedeva dal biennio 1991-1993. E come pena i preliminari di Coppa Italia ad agosto se non si arriverà ottavi. Tutti i sogni inimmaginabili che si erano riaperti si sono richiusi. Per di più può lasciare Sarri, si vedrà dopo l’incontro con Lotito: "Del mio futuro mi importa zero ora. È in discussione da entrambe le parti, non è questo il problema. Il gruppo ha qualità mentali però va innestata qualità tecnica, qualcosa manca. Per essere competitivi manca roba". Bisogna ricostruire, sarebbe stato lo stesso con la Coppa: "Siamo in una fase in cui sarebbe importante fare bene in Italia. In questo momento non possiamo fare voli pindarici, la nostra situazione è palese. Bisogna ripartire facendo una stagione di alto livello in campionato". Le facce del dolore, della disillusione, della sofferenza sono le facce della Lazio. Terza finale persa, questa strapersa, per Sarri.

Arrivarci è stata comunque un’impresa. Mau è rimasto in tribuna, non è sceso in campo per la premiazione: "Dispiace per i ragazzi, lo stato d’animo è molto difficile. Dispiace per il pubblico tornato numeroso. Abbiamo fatto un grande percorso, abbiamo trovato una squadra più forte, ha vinto con un po’ di complicità nostra". La Lazio passiva è stata una scelta: "Avevamo preparato la partita abbassando il livello della pressione nel primo tempo, loro nella ripresa perdono qualcosa in aggressività. Il primo tempo è stato ordinato, ma abbiamo fatto tutto da soli regalando i gol, la gara poi è stata difficile. Abbiamo avuto due palle gol con Noslin e Dia, non ci siamo riusciti. Tecnicamente sono più forti, ma la partita poteva prendere una piega diversa". Ha respinto l’accusa principale: "La Lazio non è stata remissiva, abbiamo abbassato il baricentro, loro con l’utilizzo del portiere ti infilano costantemente. I gol hanno poco di tattico. Il secondo tempo è stato giocato più a viso aperto". Rovella meglio di Patric: "Pensando a una partita lunga non era possibile partire con Rovella, rimasto fermo tutto l’anno, si allena da dieci giorni, ha solo spezzoni corti. Speravo nei 120 minuti. Patric a fine primo tempo ha accusato un indurimento a un polpaccio".

Il derby. Sarri si è scagliato di nuovo contro la Lega per il pasticcio del derby con due date: "Se si gioca lunedì vengo, domenica alle 12,30 non vengo. Lo giocano loro. Il casino viene da una serie di errori fatti dalla Lega e deve rimediare. Il Prefetto è stato chiaro, speriamo sia così". Ha spinto Lotito a protestare clamorosamente: "Se io fossi il presidente non presenterei neppure la squadra di domenica. Tanto per noi è uguale, prendiamo la penalizzazione. Non è che sono arrabbiato, sono logico. Gli errori sono clamorosi. Nessuno della Lega ha preso il microfono e ha detto “abbiamo fatto un errore”. Ci sono squadre che si giocano una partita da 80 milioni, farle giocare a maggio alle 12,30 non è calcio, è qualcosa di diverso". Alla fine il derby si giocherà e andrà giocato al massimo: "Ho sempre detto ai giocatori di fare 30 punti nel girone di ritorno, servono due risultati positivi, siamo a 26. Non è facile uscire mentalmente da questa situazione, sono distrutti. Spero nel giro di 48 ore in una reazione. L’obiettivo è tirare su la testa da questa delusione, i ragazzi li ho visti scossi e mentalmente in difficoltà. Poi il derby è il derby. Bisogna far capire ai nuovi cos’è". Sarri sempre più nel cuore dei laziali per le parole espresse al Quirinale: "Ho l’abitudine di coinvolgermi negli ambienti in cui vivo. In alcuni mi sono affezionato tanto. È normale sentirmi laziale".


“E Pedro saluta in lacrime”, titola in un altro articolo il quotidiano sportivo romano. Ieri 207ª gara con la Lazio. Solo con il Barcellona ne ha giocate di più. Lo spagnolo commosso sotto la Nord per ringraziare i tifosi. Zaccagni deluso: “Testa alla Roma.

Aveva sognato un altro tipo di lacrime sotto la Nord al termine della gara. Avrebbe voluto salutare tutti con un trofeo, il primo della sua avventura italiana, magari con il personale nono gol in una finale (dopo i 7 con il Barcellona e uno con il Chelsea). Pedro non ci è riuscito, ha messo tutto sé stesso in quel quarto d'ora finale che gli è stato concesso, è entrato con l'atteggiamento di chi avrebbe voluto spaccare il mondo, caricato ancora di più dai fischi della metà dell'Olimpico interista che non gli ha perdonato la doppietta dell'anno scorso con la quale ha regalato lo Scudetto al Napoli.

Saluti. Il suo spirito combattivo (da un suo intervento duro su Dimarco è nato l'unico momento a nervi tesi della gara), però, non è stato sufficiente per rimettere in piedi una partita ormai abbondantemente compromessa. Così, al triplice fischio, dopo un chiarimento immediato con il terzino dell'Inter, è andato sotto la Nord che lo aspettava per donargli l'ultimo abbraccio, visto che da adesso ripartirà lo sciopero del tifo all'Olimpico come forma di contestazione verso il presidente Lotito. Lui si è preso volentieri questo ennesimo attestato di stima da un popolo che lo ha amato sin dal primo giorno in cui ha attraversato il Tevere per sposare la causa biancoceleste. Ha guardato lo striscione esposto - "Grazie campione" - e non è riuscito a trattenere le lacrime, salutando e ringraziando di rimando tutti per quanto ricevuto in questa parte conclusiva della sua vita calcistica. Da ieri quella della Lazio è diventata la seconda maglia più indossata nella sua carriera (207 presenze, staccato il Chelsea a 206) dopo quella del Barcellona (321). La toglierà di dosso al termine di questa stagione, dopo aver giocato contro Roma e Pisa. Saluterà senza aver alzato trofei, ma con un posto speciale nel suo cuore per sempre.

Zaccagni. A parlare della gara, invece, ci ha pensato capitan Zaccagni: "La delusione - ha detto con gli occhi lucidi - è tantissima, ci aspettavamo che questa fosse un po' la serata della svolta, però non abbiamo approcciato bene e in queste sfide non ce lo possiamo permettere. Dovevamo avere più personalità, essere più aggressivi. Le mie lacrime sono dovute un po' a tutto. Le finali ci sta perderle, ma c'è il rammarico di questa stagione, anche a livello personale avrei voluto dare più gioie ai tifosi. Gli infortuni sono stati tanti, ma questo non ci deve buttare giù. C'è un derby da giocare per noi stessi e per il nostro popolo". Anche Taylor ha manifestato tutta la sua delusione: "Nel primo tempo non abbiamo giocato bene, nel secondo abbiamo spinto di più, ma non è stato abbastanza. I tifosi sono stati fantastici, abbiamo dato tutto ma non è bastato. Ora dobbiamo recuperare bene e proiettarci al derby".




La formazione biancoceleste:
Motta, Gila, Marusic, Romagnoli, Basic, Tavares; Noslin, Isaksen, Taylor, Patric, Zaccagni
La formazione iniziale biancoceleste in grafica



► Per questa partita il tecnico biancoceleste Maurizio Sarri ha convocato i seguenti calciatori:

I convocati in grafica



Dal sito http://www.legaseriea.it/it/serie-a/
Dal sito http://www.legaseriea.it/it/serie-a/




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