Gli articoli di LazioWiki.org su "Il Cuoio"

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La prima pagina dell'edizione del 6 ottobre 2022

Da Il Corriere dello Sport: Il Cuoio è una pagina dove si rivivono le storie di calcio in modo differente a modo nostro. Ogni storia un'emozione. Semplicemente passione.

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Nella prima metà del mese di ottobre 2022 LazioWiki.org inizia una collaborazione con la Redazione de "Il Cuoio", supplemento de "Il Corriere dello Sport" e del "Guerin Sportivo". Nelle edizioni cartacee pubblicate, gli articoli redatti da alcuni Autori di LazioWiki.org vengono pubblicati nel periodico. In questa pagina riportiamo, doverosamente dopo diversi giorni dalla relativa uscita, gli articoli trattati e la loro trascrizione a beneficio dei nostri lettori.



13 novembre 2022 - Una vittoria importante a Torino per la salvezza


L'articolo di LazioWiki.org pubblicato su "Il Cuoio" del 13 novembre 2022


Un tris storico per espugnare il Comunale
Il 22 marzo 1964, con i gol di Landoni, Maraschi e Morrone, la Lazio tornò a vincere
nel vecchio stadio della Juve dopo quattordici anni di attesa


Dalla 1^ pagina
de "Il Cuoio"
Graziano Landoni
Mario Maraschi
Giancarlo Morrone

di Ivano Piermarini

Gli anni ’60, per la Lazio, sono stati tutt’altro che "favolosi", un decennio avaro di soddisfazioni e costellato da eventi negativi. L’avvento del figliol prodigo Bernardini non aveva sortito l’effetto sperato. Dopo la conquista della Coppa Italia del 1958, erano seguite due mediocri stagioni e nella terza il duo Carver-Flamini, che aveva sostituito in corsa il "Dottore", non era riuscito ad evitare la prima amara retrocessione in Serie B. La sorte avversa poi, nei panni dell’arbitro Rigato di Mestre, aveva impedito l’immediato ritorno nella massima serie, costringendo i biancocelesti a un altro anno di purgatorio tra i cadetti.

Un ritorno faticoso. Nel 1963-64, dopo il sospirato ritorno in Serie A, la Lazio si presentava ai nastri di partenza sotto la guida di Juan Carlos Lorenzo. Per la prima volta le figurine della Lazio trovavano posto nell’album Panini, con uno dei "clamorosi" errori della casa editrice modenese, che al posto dell’immagine di Governato riportava quella di Ballarini, suo ex compagno di squadra nel Como. Dopo un discreto inizio di stagione, nella seconda parte del girone di andata, la squadra incorreva in sette sconfitte consecutive che la precipitavano in piena zona retrocessione. Il successivo pareggio interno con la Spal e la vittoria sul campo del Milan restituivano un po’ di ossigeno, e la Lazio si posizionava in una zona più tranquilla della classifica, ma comunque non rassicurante.

Si va a Torino. Dopo un prosieguo di stagione altalenante, il 22 marzo era in programma la proibitiva trasferta di Torino, dove i biancocelesti dovevano affrontare la Juventus. La stagione dei bianconeri non era esaltante (occupavano il 4° posto distanzianti di 8 punti dalla capolista Bologna), ma si trattava sempre di una formazione di tutto rispetto che annoverava tra le sue file giocatori del calibro di Omar Sivori (El Cabezon), Luis Del Sol e altri elementi nel giro della Nazionale azzurra, quali Anzolin, Sarti, Castano, Salvadore, Leoncini e Menichelli. La Lazio, per suo conto, aveva la necessità di strappare almeno un punto, per la sua traballante classifica. Nell’occasione Lorenzo schierava la seguente formazione: Cei, Zanetti, Carosi, Governato, Pagni, Gasperi, Maraschi, Morrone, Galli, Landoni, Mazzia. Era assente Giacomini, coinvolto in settimana in un drammatico incidente stradale. Sugli spalti circa 500 tifosi della Lazio ad incitare i propri beniamini.

3-0 nei primi 45'. Contrariamente alle previsioni della vigilia, dopo il fischio d’inizio dell’arbitro Jonni di Macerata, l’avvio della Lazio era travolgente. Il "Gaucho" Morrone si involava sulla sinistra e crossava al centro per il capitano Landoni che girava in rete battendo Anzolin. Due minuti di gioco e la Lazio era già in vantaggio. La reazione immediata dei bianconeri non sortiva alcun effetto. Era la Lazio invece a raddoppiare, poco prima della mezz’ora. Landoni operava un cross che Maraschi colpiva al volo, violando per la seconda volta la porta bianconera. Seguiva una timida reazione della Juve con Sivori e Zigoni che impegnavano Cei. Al 41’ Maraschi, lanciato verso la rete da un bel servizio di Galli, veniva atterrato due metri dentro l’area da Salvadore. Jonni, invece del rigore, concedeva una punizione dal limite. Se ne incaricava lo stesso Maraschi facendo partire una bordata che s’infilava a fil di palo. La punizione però veniva fatta ribattere perché il tiro era partito prima del fischio arbitrale. Questa volta Maraschi, invece di calciare direttamente in porta, toccava corto per Morrone che con un potente destro segnava il 3 a 0. Con questo risultato si chiudeva il primo tempo e praticamente la partita. Nel secondo tempo infatti poche emozioni, con la Juventus che non si rendeva mai pericolosa e la Lazio che sfiorava addirittura il 4 a 0 con Maraschi, che al 52’ calciava di poco a lato. Al fischio finale, grande entusiasmo tra i laziali che tornavano ad espugnare il Comunale bianconero dopo quattordici anni, facendo un passo decisivo verso la permanenza in Serie A.


► Il ricordo della gara di Pierluigi Pagni in un'intervista rilasciata al nostro storico biancoceleste Ivano Piermarini:

Uno dei protagonisti della vittoria della Lazio a casa della Juventus del 1964 fu Pierluigi Pagni, detto "Modino". Nomignolo che gli affibbiò Cei, in quanto, in virtù del suo ruolo di capitano, era solito chiudere i discorsi prepartita con la frase: "Mi raccomando, facciamo le cose a modino". Arrivato come centrocampista alla Lazio nel 1958 dallo Spartacus di Livorno e trasformato in stopper da Flamini, dopo alcune sporadiche apparizioni in prima squadra e una stagione in prestito al Cosenza, torna in biancoceleste nel 1962-63 per prendersi quella maglia numero 5 che sarà sua per cinque stagioni. Di quella partita "Modino" ha ricordi molto lucidi: "Tutto andò per il verso giusto dall’inizio. Dopo poche battute eravamo già in vantaggio, grazie a Landoni. Facemmo una partita ordinata, nonostante avessimo di fronte una squadra molto forte, chiudemmo il 1° tempo sul 3 a 0. Nella ripresa ci limitammo a contenere gli avversari, portando a casa due punti d’oro per la nostra precaria classifica".

NOTA: nell'articolo è presente un errore, non attribuibile a LazioWiki, ma a chi a revisionato il testo prima della pubblicazione. La frase corretta della posizione in classifica della Juventus prima della gara è "occupavano il 5° posto distanzianti di 6 punti dalle due capolista Inter e Bologna" e non "occupavano il 4° posto distanzianti di 8 punti dalla capolista Bologna". Un altro errore è altresì riscontrabile nella didascalia della foto, che si riferisce al gol di Landoni e non a quello di Maraschi.



27 ottobre 2022 - La Podistica Lazio


L'articolo di LazioWiki.org pubblicato su "Il Cuoio" del 27 ottobre 2022


La Podistica Lazio giunse a fine corsa
Una curva della storia dove si incontrarono i destini di Dante Filippi e Fulvio Bernardini: era il tramonto del calcio dei pionieri. Correva l’anno 1926 quando arrivò la svolta: nacque la società


Dante Filippi
Fulvio Bernardini

di Lorenzo Stillitano

Nell’opera "Il mondo di ieri" pubblicata nel 1942, lo scrittore Stefan Zweig ripercorreva con angoscia il crollo dell’Impero Asburgico, conseguente alla catastrofe europea della Prima Guerra Mondiale, e le immani tragedie che ne seguirono. I ricordi del letterato viennese aiutano a capire quale fosse lo stato d’animo delle spaventate borghesie liberali europee nei primi anni ’20 del secolo scorso, rese inquiete dall’affacciarsi impetuoso delle masse sul palcoscenico della vita pubblica. Al pari della politica, lo stesso avveniva nello sport. Come da tempo costume nella ricca Gran Bretagna, culla della società capitalistica, anche sul continente s’imponeva oramai il tema del professionismo. Guadagnare era l’unico modo per permettere agli strati popolari, non più disposti a essere messi da parte, di poter competere nei giochi atletici. Il calcio più di ogni altra disciplina stava per diventare dunque quel che è oggi: un formidabile strumento di potere politico ed economico. Come l’ordine sociale si sgretolava per diventare qualcos’altro, lo stesso era sul punto di avvenire anche per la Società Podistica Lazio, guidata dal vecchio presidente Fortunato Ballerini. La vicenda agonistica di un giovane attaccante del tempo, il romano Dante Filippi, paragonata con quella di una futura gloria del calcio italiano, il quasi coetaneo Fulvio Bernardini, ci aiuta a comprendere meglio uno snodo cruciale della storia laziale.

Dal parco alla Rondinella. Dante e Fulvio scoprirono la magia del calcio giocando a pallone in villa e tra i vicoli romani, assieme ai loro amici. In uno spiazzo al Parco dei Daini a Villa Borghese, altrimenti detto "l’Alberata", luogo ideale per tirare pedate, nell’immediato primo dopoguerra Filippi venne notato da un occhiuto osservatore e invitato ad unirsi ai boys biancocelesti. Il ragazzo sapeva segnare e assistere i suoi compagni d’attacco in modo talmente naturale che, a soli quindici anni, esordì in prima squadra per non uscirne più. Simile fu il destino di Bernardini, anche lui assiduo frequentatore di Villa Borghese, dove si recava per assistere il fratello maggiore Vittorio, portiere, e partecipare a sua volta a qualche partita. Fulvio stava tra i pali, come da tradizione di famiglia. In quel ruolo avrebbe cominciato quindi a giocare nella Lazio, prima nei boys e poi subito in prima squadra sul mitico campo della Rondinella, giovanissimo come Filippi. In un calcio ancora segnato dai lutti e dai traumi della Prima Guerra Mondiale, le società erano costrette a fare di necessità virtù, affidandosi all’entusiasmo dei ragazzi.

L'ultima finale scudetto. Dopo un biennio di difficile ricostruzione, nel 1923 i romani conquistarono girone laziale e torneo interregionale del Centro-Sud, che diede loro il diritto di disputare la terza finale nazionale della loro storia, contro il formidabile Genoa di Mister Garbutt. Finirà come nel 1913 contro la Pro Vercelli e nel 1914 con il Casale: le squadre del Nord erano troppo forti e anche i rossoblù strapazzarono la Lazio. Filippi all’andata si consolò tuttavia segnando il gol della bandiera. Il monticiano Bernardini invece, che nel 1921 s’era stufato di parare passando in attacco, dopo aver siglato valanghe di reti nelle eliminatorie regionali, impressionò il pubblico della Rondinella nella gara di ritorno.

Fine di un'era. Per il sodalizio romano quella vetrina non rappresentò il trampolino verso nuovi traguardi: fu piuttosto il tramonto di un’epoca. Nel giro di un decennio, in città la Lazio vide eroso infatti il suo storico primato sportivo dalla danarosa Alba e dalla rampante A.S. Roma. Osteggiato dai soci più giovani, già nell’inverno del 1922 si dimetteva così lo storico presidente Fortunato Ballerini, strenuo difensore dei valori dilettanti nello sport. Nel 1926 la Podistica, retaggio nominale del puro atletismo delle origini, cambiò allora nome in Società Sportiva Lazio. Seppure la nuova denominazione sembrava preservare lo spirito polisportivo dei fondatori, ora la sezione calcistica superava di fatto ogni altra. Negli anni successivi alla finale, i biancocelesti rifiutarono una remunerativa offerta della venale Alba per Filippi, che accettò di buon grado di proseguire con la Lazio, cui rimarrà fedele anche dopo il ritiro. Legato ai valori originari della società, ancora verso la fine degli anni Sessanta – raccontava il giornalista Mario Pennacchia – Dante era avvezzo ricordare Ballerini con il titolo onorifico di "Sua Eccellenza". Fulvio Bernardini nel 1926 accettò invece la corte dell’Inter, pur se solo al termine di un lacerante conflitto interiore: davanti a tutti lo storico dirigente laziale Olindo Bitetti lo accusò di aver tradito la promessa, fatta al padre, di restare a vita alla Lazio! Il monticiano salì sul treno del calcio-industria e iniziò un viaggio che, in giro per l’Italia, lo avrebbe consacrato tra gli eroi nazionali del pallone.



22 ottobre 2022 - Francisco Dos Santos


L'articolo di LazioWiki.org pubblicato su "Il Cuoio" del 22 ottobre 2022


Dos Santos, il calcio a regola d’arte
A inizio Novecento gli sportivi spesso erano uomini di cultura, come Francisco: scultore, icona portoghese e capitano della Lazio. Guidò i biancocelesti nelle "Tre vittorie in un giorno" del 1908


Francisco Dos Santos

di Lorenzo Stillitano

Alle soglie del nuovo millennio, guardando gli spot pubblicitari, non era inusuale imbattersi nel faccione sorridente di due calciatori testimonial di un noto istituto privato, famoso per promettere risultati concreti a studenti poco brillanti. Lo sportivo incolto - per alcuni critici - sarebbe il degno eroe di un ordine sociale ingiusto in cui pochi sono in grado di guadagnare, in una manciata di mesi, ciò che tanti esseri umani non ottengono nel corso di una vita intera. Ironia della storia, lo sport moderno nacque invece con un’anima mista aristocratico-borghese: dilettante e allergico al denaro. L’atleta doveva essere innanzitutto erudito, di forti valori etici, cosmopolita. Questa premessa è necessaria per capire come fosse possibile che nei primi anni del Novecento, un giovane istruito come lo scultore portoghese Francisco Dos Santos, destinato a diventare un’icona del suo Paese e della storia dell’arte europea, giocasse a pallone con la Società Podistica Lazio.

Il vil denaro. Il rapporto fra sport e soldi è sempre stato problematico. Per la vecchia borghesia (oltreoceano il discorso è differente), un tempo la cultura era al di sopra di ogni mercimonio e costituiva la massima delle aspirazioni individuali. Tuttavia nello sport, per gareggiare al massimo livello, bisogna avere innanzitutto di che mangiare. Se desideravano competere coi più forti, coloro che non possedevano un ricco patrimonio cominciarono allora a chiedere di essere pagati, aprendo la strada così a tutte quelle contraddizioni che il denaro, sostanza del professionismo, sempre porta con sé. Classe 1878, nativo di Paiões e presto orfano del padre contadino, Francisco Dos Santos giunse a Roma nel 1906, vincitore di una borsa di studio. Fu grazie ai sacrifici della madre che il giovane poté studiare a Lisbona presso il rinomato "Collegio Casa Pia". Lì, Francisco conobbe due dei suoi più grandi amori: il calcio e l’arte.

Tocco d'artista. Il portoghese scolpiva con mano sapiente opere moderne, di tragico realismo, rifuggendo ogni retorica estetizzante. Abile pure con il pallone fra i piedi, Dos Santos rispecchiava la realtà forte del suo sguardo sempre lucido: come lo scultore disegnava progetti essenziali, così il centrocampista tracciava semplici linee di gioco. La bravura artistica di Francisco era semplicemente pari a quella sportiva. Dopo aver approfondito in maniera decisiva i propri studi a Parigi, il percorso formativo del talentuoso lusitano, appassionato anche di musica e pittura, prevedeva una tappa fra i tesori artistici della Città Eterna.

Capitano della Lazio. Entrato a Villa Borghese per portare a spasso il suo cagnolino, Dos Santos capì di essere arrivato nel posto giusto. All’epoca l’incantevole villa romana era infatti la casa dei biancocelesti, poiché ne ospitava la sede sociale alla Casina dell’Uccelliera e il campo da gioco presso il Parco dei Daini. Nelle idee del presidente Fortunato Ballerini, il sodalizio romano doveva essere protagonista non solo nei giochi agonistici ma anche della vita culturale della propria città: l’amore per l’arte unita alla passione disinteressata per lo sport. Proprio quello che Francisco cercava dalla vita. Ometto di 1.60 m per 55 kg, ai laziali Dos Santos non dovette fare una grande impressione. Messogli un pallone di cuoio fra i piedi, però, tutti si ricredettero all’istante. Le fonti sono concordi: Francisco, primo calciatore lusitano in assoluto a giocare all’estero, è stato un centrocampista dalla classe sopraffina. Nel pasticcione calcio continentale del tempo i ruoli non erano ben definiti e ognuno sapeva fare un po’ di tutto. Lo schieramento di base della cosiddetta Piramide (2-3-5) veniva interpretato dalla Lazio secondo la moda scozzese: palla a terra e gioco corale.

Francisco si divideva fra il ruolo di centromediano e quello d’interno d’attacco. Uomo squadra dotato di grande carisma, il portoghese fu presto eletto capitano dai suoi compagni e guidò i suoi anche nell’epica battaglia delle "Tre vittorie in un giorno" (7 giugno 1908), colte dalla Lazio in occasione di un importante torneo interregionale disputato a Pisa. Dos Santos conquistò pure la Coppa Tosti e la Coppa Baccelli, ambiti trofei del calcio romano al tempo dei pionieri. Impossibilitato a proseguire la sua avventura sportiva a causa delle ristrettezze economiche tipiche dell’artista squattrinato, allo scadere dei termini della borsa di studio con cui si sosteneva a Roma, il piccolo campione lusitano fece ritorno in Portogallo nel 1909; non senza aver voluto che suo figlio Francisco jr. nascesse nell’Urbe. Dos Santos si ritirò dall’attività agonistica al tramonto del primo decennio del Novecento, ormai in procinto di diventare scultore di fama assoluta. È morto a Lisbona il 27 aprile 1930, a 51 anni, per una banale congestione.



12 ottobre 2022 - Corrado Corelli


L'articolo di LazioWiki.org pubblicato su "Il Cuoio" del 12 ottobre 2022


Corrado Corelli: guerra, pace e Lazio
Fedeltà ai valori risorgimentali, senso del dovere: storia dell’artista e calciatore
e del suo grande amore per il sodalizio biancoceleste


Corrado Corelli

di Lorenzo Stillitano

Quella di Nazione è un'idea di destra oppure di sinistra? Posta in questi termini - alla luce soprattutto dell’odierno derby mediatico tra sovranisti ed europeisti - la domanda potrebbe sembrare meno che retorica. Ci si sforzasse di guardare al presente per mezzo delle lenti della storia, tuttavia, ciò che a prima vista sembra scontato assumerebbe contorni diversi. Del resto, nel XIX secolo due patrioti risorgimentali di nome Giuseppe (il repubblicano Mazzini e il simpatizzante socialista Garibaldi) tutto erano tranne che reazionari e conservatori. Non solo: nelle cruciali elezioni politiche dell’aprile del 1948, le sinistre unite si presentarono agli elettori proprio in nome del barbuto Garibaldi in camicia rossa. Come si vede solo da questi banali esempi, ritenere di destra o di sinistra i concetti di Patria e di Nazione è più problematico di quanto appaia. Questa riflessione in punta di polpastrelli – son temi delicati e tocca fare grande attenzione a ciò che si scrive! – ci aiuta a comprendere meglio la vicenda umana e sportiva di Corrado Corelli, uno degli uomini migliori della Società Podistica Lazio al tempo eroico dei pionieri.

Le due bandiere. Ancora alla metà del secolo scorso, gli italiani serbavano viva memoria di quella grandiosa epopea che fu il Risorgimento. Classe 1884, figlio del grande pittore romano Augusto Corelli, Corrado era un uomo cresciuto con il mito dell’Italia unita. Piccolo borghese e amante della scultura, sin da giovane si sentiva fedele alla nazione, alla sua bandiera e rispettoso delle istituzioni che la rappresentavano, cui lo legava un forte senso del dovere. Se consideriamo che la Società Podistica Lazio – nella figura soprattutto dei fondatori Luigi Bigiarelli e Arturo Balestrieri nonché del suo primo grande presidente Fortunato Ballerini – nacque come sodalizio dai radicati valori liberali (fedeltà alla patria) e democratici (una patria solidale) è possibile capire come Corelli si sentisse a suo agio, una volta varcata la soglia della bella sede dei laziali presso la Casina dell'Uccelliera, a Villa Borghese. Da quel momento – correva l’anno 1907 – nel cuore di Corrado troveranno spazio due bandiere: il tricolore e il drappo biancoceleste.

Lazio a vita. In un primo momento, Corelli coltivò la sua passione per quegli strani passatempi stranieri detti sport associandosi al Club Sportivo Virtus, primo acerrimo rivale cittadino della Podistica, fondato nel 1903 da alcuni ribelli fuoriusciti dalla S.P. Lazio. Tra le varie discipline la preferita da Corrado era senza dubbio il football, ribattezzato con successo calcio dai patrioti ginnasti italiani, in ossequio a una tradizione inventata ma reale di antichi giochi nazionali. Corelli era un’ala ambidestra di buona struttura fisica e capienti polmoni, indispensabili per correre a perdifiato lungo la fascia: secondo l’unico schema del tempo, il garibaldino 2-3-5, gli estremi arrivavano raramente al tiro limitandosi piuttosto a crossare palloni per il centravanti e gli accorrenti interni d’attacco. Strappato alla furibonda Virtus da Sante Ancherani in persona – al tempo l’eroico bomber fungeva spesso pure da direttore sportivo! – Corelli partecipò alla mitologica battaglia calcistica delle "Tre vittorie in un giorno", ottenute in un prestigioso torneo interregionale (Pisa, 7 giugno 1908) vinto anche grazie ad un suo prezioso assist nella gara finale. Corrado continuerà a sudare per la Lazio sino al 1922, quando abbandonerà la vita agonistica senza però ritirare il proprio sostegno al sodalizio, che servirà a vita. Fu ad esempio tra i primi assidui frequentatori della Casina Fluviale all’Albero Bello. Inaugurata oltre un secolo fa, ma restaurata più volte nel tempo, su quella stessa ansa del Tevere sorge oggi il Circolo Canottieri Lazio, luogo dell’anima biancoceleste.

Tragedia e arte. Il maggiore Corrado Corelli ha combattuto la Prima Guerra Mondiale in trincea, dall’inizio alla fine del conflitto, ed è stato decorato con una medaglia d’argento al valore militare. Partecipò alla Marcia su Roma, sedotto da una delle tante anime del Fascismo delle origini che, in nome dell’Italia e contro il bolscevismo russo, ammiccava a coloro che nella Grande Guerra avevano perduto la propria innocenza. Allontanatosi dalla militanza a causa della rapida involuzione anti-libertaria del movimento, per senso del dovere di fronte alla patria Corelli rispose comunque al richiamo alle armi col grado di tenente colonnello, prestando servizio sulle tradotte dirette verso la Russia. Aprendo lo scompartimento di un vagone, notò per caso un gran numero di persone dallo sguardo perso, pressate l’una contro l’altra e dirette chissà dove; fece dei carboncini su quanto aveva osservato e dopo la fine del conflitto Corrado capirà cosa aveva visto su quei treni. Trasferito nella Penisola, dopo l’Armistizio Corelli negò la sua collaborazione ai Tedeschi riparando come poté a Roma, fra mille pericoli. Scultore affermato, uomo schivo e sensibile, le sue opere riflettono il senso tragico del destino di ogni essere umano: si manifesti questo nel confronto impari contro una Natura percepita come maligna; si compia la tragedia, ad esempio, nella scomparsa di una millenaria civiltà tale fu quella contadina; oppure si palesi la crudeltà della sorte nella necessità d’impugnare un’arma da fuoco per uccidere un proprio simile, per una causa giusta o sbagliata che sia. Corrado Corelli morì a Roma il 26 agosto 1968, non prima di aver confidato alcuni dei suoi ricordi al giornalista Mario Pennacchia, autore di un noto libro sulla storia della Lazio edito dal Corriere dello Sport nel 1969.



6 ottobre 2022 - L'impresa dei Pulcini biancocelesti al Prater di Vienna nel giugno 1933


L'articolo di LazioWiki.org pubblicato su "Il Cuoio" del 6 ottobre 2022


Quando i Pulcini divennero Aquile
L’11 giugno del 1933 al Prater di Vienna i biancocelesti tennero testa
ai terribili ragazzi austriaci del Wacker del "Mago" Meisl


Da "La Tribuna illustrata" un disegno sulla partita

di Jacopo Pascone

"Ma il giuoco del calcio è assai difficile, e anche col miglior insegnamento di questo mondo non tutti i giovani possono giungere all’abilità e alla fama degli autentici assi. Molti sono i chiamati anche qui, ma pochissimi gli eletti. Tuttavia in Italia abbiamo autentiche squadre di Pulcini del calcio". Con questo incipit viene ricordata la partita della quale parleremo oggi. Una partita sconosciuta ai più, le cui cronache si sono perse, sotterrate da miliardi di vecchie pagine di giornale ingiallite, inghiottite e logorate dal tempo. Un tempo in cui la comunicazione era ancora essenzialmente univoca; in cui le enciclopedie rappresentavano una delle poche fonti di studio che non tutti si potevano permettere: altro che internet o gli smartphone... È proprio un’enciclopedia ("Enciclopedia LABOR del Ragazzo Italiano", S.A. Edizioni "LABOR" Milano) stampata nel 1939 a dedicare spazio all’impresa dei Pulcini della Lazio contro i terribili ragazzi del Wacker. Apostrofandola come impresa non esageriamo affatto, basta sfogliare i giornali dell’epoca per comprendere la portata della risonanza mediatica originata da quell’evento. L’Enciclopedia del Ragazzo Italiano ne parla ancora nel 1939, ma quel Wacker-Lazio si era giocato ben sei anni prima.

1933. Siamo nel giugno del ‘33, anno cruciale per la disgrazia che affosserà il mondo negli anni a seguire. Ma mentre Adolf Hitler si è assicurato i pieni poteri del parlamento tedesco e Franklin Delano Roosevelt è diventato il 32° presidente degli Stati Uniti, le avvisaglie della guerra non sembrano ancora essere percepite nel nostro Paese. Il regime mette lo sport in primo piano e gli atleti italiani sfrutteranno l’occasione, non solo nel calcio – con i due titoli consecutivi di campioni del Mondo – ma anche, ad esempio, nel pugilato: proprio il 29 giugno di quell’anno, Primo Carnera conquisterà il titolo Mondiale dei Massimi. Ma torniamo ai nostri Pulcini, che poi veri Pulcini non sono. Almeno per come li consideriamo oggi (tra i 9 e gli 11 anni). Quelli che partono con il treno Roma-Vienna la sera dell’8 giugno 1933 sono leggermente più grandicelli. La partita nasce da un’idea di Hugo Meisl, il Mago, personaggio che merita una parentesi. Boemo di nascita, si trasferì presto a Vienna, dove imparò le più importanti lingue europee. Reduce decorato della Prima guerra mondiale, calciatore, arbitro e poi... contabile: diventerà uno degli allenatori più visionari dell’epoca. In stretto contatto con il nostro Ct Pozzo, Meisl sedette sulla panchina austriaca dal 1912 fino alla sua morte (1937).

Guidò il celebre "Wunderteam" ("la squadra delle meraviglie"), la nazionale austriaca più forte di tutti i tempi. Mescolando il sistema di Chapman e il metodo di Pozzo, creò uno stile di gioco del tutto innovativo. Fece la fortuna della nazionale austriaca che allenò in 134 occasioni (vincendo ben 72 gare); sfortunato nella semifinale del Mondiale ’34 e nella finale Olimpica del ’36: entrambe le volte sconfitto dall’amico-rivale Vittorio Pozzo. Questa doverosa parentesi motiva i luminosi riflettori puntati verso l’evento: i Pulcini della Lazio dovettero recarsi a Vienna per sfidare i ragazzi del Wacker, tra le squadre più temute d’Europa; massimi esponenti giovanili della dominante scuola austriaca; una selezione composta da Meisl in persona, ragazzi anche leggermente più grandicelli rispetto ai laziali. Giunto in visita a Roma pochi mesi prima, il Mago aveva ammirato i piccoli aquilotti. Evidentemente ritenuti all’altezza, li aveva poi sfidati.

Vienna. "Partenza più bella e festosa, crediamo, non sé avuta mai, e forse mai tanta folla s’era data convegno per salutare una squadra di calcio". Altri tempi, altre abitudini. La stazione Termini in festa, addirittura svariati calciatori della prima squadra a salutare la partenza di 14 marmocchi, accompagnati nel viaggio dai dirigenti della Lazio. Presente a Vienna anche il generale Vaccaro, segretario del C.O.N.I e presidente della FIGC. Partito la sera dell’8 giugno, il treno giunge a destinazione l’indomani. I ragazzi della Lazio, con indosso sgargianti magliette bianche con risvolti celesti, vengono accolti dal Mago in persona, dalla squadra del Wacker al completo e dalla selezione italiana del dopolavoro del posto. L’incontro è previsto per l’11 giugno, due giorni dopo. Si gioca allo Stadio Prater davanti a 40mila spettatori. L’esibizione dei giovani – scesi in campo per due tempi da 25 minuti – precede l’amichevole tra le nazionali di Austria e Belgio (4-1 per il "Wunderteam" di Meisl), mentre prima si sono svolte delle gare di atletica leggera tra cecoslovacchi e russi. "Le partite fra questi minuscoli artisti del pallone rotondo costituiscono uno spettacolo graziosissimo che dà agli spettatori un vero godimento... Si tratta di veri artisti, che trattano il pallone con perizia eccezionale e imbastiscono le azioni con una intelligenza ed una precisione che farebbero invidia a molti assi più grossi e più stipendiati di loro.

I microbi della Lazio hanno un pubblico sempre crescente e sempre più entusiasta. I dirigenti biancocelesti sospirano di continuo: "Peccato che siano così piccoli! Se avessero il fisico, tireremmo allo scudetto anche noi!". Un estratto della descrizione di "Quirinetto", pseudonimo con cui firmava Cesare Mariani sul Guerin Sportivo dell’epoca, che descrive lo spettacolo ammirato in campo. È subito la Lazio a passare in vantaggio: dopo appena 6 minuti Capponi raccoglie una respinta della difesa sul tiro di Armandino Longhi e mette dentro. I padroni di casa riusciranno a pareggiare nella ripresa, il match terminerà 1-1, ma le premesse alla vigilia erano totalmente diverse. Ci si aspettava una scorpacciata di gol austriaca, è arrivata una prova di assoluto spessore dei Pulcini biancocelesti. Così la corrispondenza da Vienna a fine gara: "Nessuno potrà in buona fede tacciarci di partigianeria se affermiamo che, in rispetto alla partita internazionale svoltasi mezz’ora dopo, quella sostenuta dai ragazzi romani contro i "Kruirspel" del Wacker ci è piaciuta di più. Gli "uomini" di entrambe le squadre avrebbero potuto dare dei punti ai loro colleghi adulti di molte società in voga. I ragazzi del Wacker erano noti al pubblico di qui per cui il loro gioco equilibrato e convincente non ha sorpreso. Chi invece ha sorpreso non poco sono stati i piccoli romani, di cui non si era mai sentito parlare a Vienna e che ad un tratto si rivelarono agli occhi stupefatti di questi aristarchi del calcio sotto una luce inaspettata".

Salutati da scroscianti applausi al Prater, ripresi da tutti i quotidiani nazionali ed esteri per le loro gesta, tra lo stupore generale i piccoli aquilotti vengono accolti dal giubilo della folla assiepata a Termini per aspettare il treno di ritorno. L’incredibile risultato ottenuto a Vienna ha fatto il giro della Capitale: alle famiglie si aggiungono innumerevoli tifosi, oltre agli svariati membri della prima squadra e alle diverse autorità. Quella gloriosa partita – all’epoca celebrata da tutti – è finita sepolta dalla storia. Oggi un’amichevole tra ragazzi non potrebbe mai provocare tale eco mediatico, e proprio per questo, oggi, abbiamo voluto rendere omaggio a quei Pulcini: eroi per un giorno al Prater di Vienna, dimenticati nelle pagine di una vecchia enciclopedia.



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