Domenica 26 maggio 2013 - Roma, stadio Olimpico - Roma-Lazio 0-1


Stagione

Turno precedente

26 maggio 2013 - 3.530 - Coppa Italia 2012/13 - Finale - inizio ore 18.00

ROMA: Lobont, Marquinhos, Burdisso, Castan, Balzaretti (76' Osvaldo), De Rossi, Bradley, Lamela, Totti, Marquinho (83' Dodò), Destro. A disposizione: Goicoechea, Svedkauskas, Taddei, Piris, Florenzi, Romagnoli, Tachtsidis, Perrotta, Lopez, Pjanic. Allenatore: Andreazzoli.

LAZIO: Marchetti, Konko, Biava, Cana, Radu, Candreva, Onazi (92' Ciani), Ledesma (54' Mauri), Hernanes (85' A. Gonzalez), Lulic, Klose. A disposizione: Bizzarri, Strakosha, Dias, Crecco, Ederson, Pereirinha, Stankevicius, Floccari, Kozak. Allenatore: Petkovic.

Arbitro: Sig. Orsato (Schio) - Assistenti Sigg. Di Liberatore e Tonolini - Quarto uomo Sig. Mazzoleni - Arbitri di porta Sigg. Damato e Banti.

Marcatori: 71' Lulic.

Note: espulso al 91' dalla panchina Tachtsidis. Ammoniti: Ledesma, Balzaretti, Marquinho, Hernanes, Klose, Lulic, Burdisso, Totti. Angoli: 1-4 per la Lazio. Recuperi: 0' p.t., 5' s.t..

Spettatori: 50.000 circa.


La Coppa Italia 2012/13 è biancoceleste
La Lazio conquista la sua sesta Coppa Italia
Le due formazioni prima della gara
La splendida coreografia della Curva Nord
Il tocco vincente di Senad Lulic che vale la conquista della Coppa Italia 2012/13
L'esultanza di Senad Lulic, oggi match-winner
Un altro momento dell'esultanza del calciatore bosniaco
Un'altra immagine dell'esultanza di Senad Lulic
La corsa di Senad Lulic verso la panchina biancoceleste
Esultanza biancoceleste
La corsa di Senad Lulic
L'abbraccio dei compagni
La panchina biancoceleste esultante
Un momento dell'esultanza di Senad Lulic e Stefan Radu
Senad Lulic dopo la marcatura
La panchina biancoceleste
Un momento dell'esultanza dopo la rete biancoceleste
Federico Marchetti e Michael Ciani
Una fase di gioco
L'occasionissima fallita da Miro Klose ad inizio gara
Lorik Cana in azione di contrasto
Un momento dell'incontro
Cristian Ledesma
Miroslav Klose
Ogenyi Onazi
Abdoulay Konko
Antonio Candreva
Una fase dell'incontro
Un'immagine della gara
Senad Lulic
Cristian Ledesma e Ogenyi Onazi
Hernanes
Stefan Radu
Miroslav Klose
Locandina TV dell'incontro
La Gazzetta dello Sport online al termine della gara
Il Corriere dello Sport online al termine della gara
Istruzioni per la coreografia
Il biglietto della gara
Il segnaposto (alto) della gara
Il segnaposto (basso) della gara

La conquista della Coppa Italia 2012/13


La Gazzetta dello Sport titola: "Roma-Lazio 0-1, decide un gol di Lulic. Biancocelesti in Europa. Il gol del bosniaco a un quarto d'ora dalla fine regala il sesto trofeo alla Lazio e un posto ai gironi di Europa League. Squadre lunghissime e tanta tensione: 8 ammoniti e un espulso. La Lazio spinge di più e alla fine si vede premiata in un match intenso ma non bello".


Continua la "rosea": Niente stella d'argento per la Roma. La coppa Italia va alla Lazio che la conquista per la sesta volta (seconda con Lotito) e si aggiudica l'ultimo tram per l'Europa. Vince meritatamente la squadra di Petkovic, che nel ritiro di Norcia riesce a rivitalizzare un gruppo calato fisicamente in maniera preoccupante. Candreva e Lulic in gran forma fanno la differenza e confezionano il gol che decide. Alla Roma non resta che recriminare per una stagione da dimenticare. Grandi potenzialità sfruttate male. L'atomico attacco giallorosso produce poco e resta a secco. Le scelte di Andreazzoli non convincono e la sua Roma non comanda il gioco come dovrebbe e soprattutto non riesce a cambiare marcia nei momenti topici. Cosa che riesce agli esterni laziali. Dura da digerire per la proprietà americana un'altra stagione senza Europa. Alza il trofeo la Lazio, che sfiderà in agosto la Juventus nella Supercoppa.

Non succedono fatti gravissimi, prima e durante la partita, ciò non toglie che il clima sia pesante, i cori beceri (o razzisti, fate voi) fanno da leit-motiv a una platea che chiede ai giocatori di fare da gladiatori. E qualcuno ci crede pure. Bravo Orsato a mantenere il tutto in binari accettabili. Ma i nostri dirigenti pallonari invece che chiacchierare dovrebbero pensare a qualche svolta efficace, che non può essere la pop star (fischiatissima) Psy. Tornando al campo. Nelle formazioni in campo solo una novità, rispetto alle attese. Andreazzoli preferisce Destro a Osvaldo. La controprova non c'è mai in questi casi, ma il centravanti dell'Under 21 ci mette fisicità e fa a sportellate per creare spazi a Totti, ma conclude poco in porta e quando si ritrova a fine primo tempo - sulla fronte - la palla da spingere (ottimo il cross di Marquinhos) spreca alzando sulla traversa pur avendo staccato nell'area piccola. Partita di buona intensità e anche ritmo nel primo tempo, visto che siamo a fine maggio, ma come al solito fallosissima. Le cose migliori le fanno vedere entrambe nelle ripartenze, in velocità. All'inizio è Lulic che riesce a trovare spazio dai 25 metri: il suo destro non è trattenuto da Lobont e Klose non riesce a inquadrare per il tap-in perché è troppo defilato rispetto al bersaglio.

Poi è Totti a dare un'accelerata, Lamela asseconda lo sfondamento centrale di Bradley. Un po' come Robben nel gol che è valso la Champions a Londra: ma con l'olandese l'americano ha in comune solo la pelata, il suo diagonale è inguardabile. Dunque la migliore occasione per la Lazio: Marquinhos chiede troppo alle sue accelerazioni, la morsa di Lulic e Radu funziona, quest'ultimo pennella il cross che Klose indirizza bene, ma Lobont si salva in Gangnam style. Non bello da vedere ma efficace. Si riparte e quasi subito si fa male Ledesma. Questo obbliga Petkovic a variare un po' l'assetto tattico. Entrando Mauri, che si va a piazzare dietro Klose, arretra il suo raggio Hernanes e con gli esterni che restano alti ora le squadre giocano quasi a specchio col 4-2-3-1. Ma al di là dei moduli, la fatica sale e le squadre si allungano. La partita si fa brutta e spezzettata e si va a fiammate. Lulic vince un contrasto con Marquinhos e crossa sul secondo palo, Mauri appoggia in mezzo ma Klose stavolta manca l'appuntamento. De Rossi capisce che ora deve correre la palla: gran lancio per Marquinho, bene in mezzo per Destro che si gira macchinosamente, tiro centrale.

La Lazio martella di più con Candreva e Lulic sulle fasce e così arriva il vantaggio. L'azzurro crossa forte e teso dal fondo, Lobont arriva solo a spostare il pallone: giusto per mettere fuoritempo Marquinhos e consentire a Lulic il tocco decisivo. Ora la Roma spinge e va subito vicino al pari con una punizione di Totti che Marchetti valuta male: palla che schizza sulla traversa e poi in campo, ma al di qua della linea. La pressione romanista non porta grandi risultati nonostante entri anche Osvaldo e il tridente ora è davvero pesantissimo. Anzi è la Lazio, nel recupero, ad avere con Mauri l'occasione del 2-0, sprecata. Ma conta poco: la Coppa va alla Lazio. Chi vince festeggia. Chi perde spiega.


Sempre dal quotidiano sportivo milanese:

Sarà la Lazio a volare nei cieli d'Europa, con la sua aquila. Il gol di Lulic che ha spedito in bacheca la sesta Coppa Italia spalanca anche l'accesso all'Europa League e dà senso a tutta la stagione. Giusto così, perché la Lazio ha meritato di più in una brutta finale, dimostrando logica di gioco e personalità superiori alla Roma. E perché per lunghi tratti dell'annata la creatura di Petkovic ha mostrato buon calcio e non meritava di chiudere a mani vuote. Per la Roma, il secondo derby perso nella stagione certifica il fallimento. Dall'incoscienza del profeta Zeman al buon senso dell'umano - troppo- umano Andreazzoli non è cambiato nulla. Fa impressione vedere che la somma di tanti singoli di qualità produca un gioco di così bassa qualità. Un mistero matematico, quasi. Impressionante che una squadra che può permettersi in panca Pjanic, Florenzi e Osvaldo riesca a giocare tanto male. Non basta disegnare il 4-2-3-1 di Spalletti per evocarne la magia. Là c'era un Pizarro che si abbassava a far nascere il gioco, qui c'è Bradley. La Roma di ieri è una cosa lunga e senza senso, spesso spaccata in due, tra i giocolieri davanti che attendono invano la palla e quelli dietro che battagliano e faticano a farla salire. Allegri o non Allegri, questa squadra ha bisogno di una solida guida tecnica e di un'idea per far fruttare tante potenzialità. Così è uno spreco.

Destro, preferito a Osvaldo, cioè un centravanti più portato ad aggredire gli spazi, esaspera le differenze tattiche: Lazio che cerca il possesso con la sua mediana densa (4-1-4-1), Roma che tende a raccogliersi per poi srotolarsi di corsa. Con il fido 4-2-3-1, Andreazzoli accetta la sfida doppia: riuscire a rialzare la palla con i rudi Bradley e De Rossi in impostazione ed evitare di soffrire sulle fasce. La Roma non neutralizza i rischi e il primo tempo lo vince ai punti la Lazio. Totti che si abbassa per raccogliere la palla è la prova della sofferenza giallorossa. Lamela e Marquinho faticano ad entrare in azione, Destro vive di lunghe attese. È sulle bande che la Lazio impone il predominio. Il 4-2-3-1 di Andreazzoli diventa 4-4-1-1 con la copertura di Lamela e Marquinho che non sono nati per farlo. Infatti non sempre rincorrono i terzini. Non è un caso che la migliore occasione laziale sgorghi da una sovrapposizione di Radu, incornata da Klose (35'). A destra, le sovrapposizioni di Konko sono ancora più puntuali e lo spompo Balzaretti è in imbarazzo. I mezzi pericoli che crea la Roma sono casuali: un'incursione atipica in area di Bradley (10'); una discesa di Marquinhos, centrale riadattato esterno, messo fuori da Destro (45'). Sensazione: con la qualità di Pjanic in un centrocampo più denso la Roma ci guadagnerebbe.


Il Corriere dello Sport titola: "Lazio, è tutto tuo: Coppa ed Europa".

Continua il quotidiano sportivo romano: La Lazio fa il bis dopo quattro anni. Ed entra nella storia perché è la prima squadra che si aggiudica un derby in una finale di Coppa Italia. Un successo meritato perché la [Roma]] ha fatto ben poco, soprattutto non è stata capace di confezionare una reazione credibile dopo aver subito il gol. In tribuna il presidente, Pallotta, la cui presenza non ha favorito la conquista della decima Coppa, era deluso. Andreazzoli voleva chiudere in bellezza ma Petkovic ha ottenuto il giusto premio a un lavoro cominciato quando è arrivato nella Capitale e ha portato a casa il suo primo trionfo italiano. La Lazio è apparsa più squadra: messa meglio in campo, organizzata, determinata, pronta a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Tutte cose che Andreazzoli non è riuscito a trasmettere alla sua squadra. La differenza è tutta qui e nel fatto che i grandi solisti che hanno tenuto in linea di galleggiamento la squadra giallorossa in campionato, ieri sono un po' scomparsi.

Avendo negli occhi la finale di Champions, si è potuta verificare la differenza che limita oggi le potenzialità delle nostre squadre a livello europeo. Al di là della qualità, è l'intensità che rende il nostro calcio poco competitivo, almeno ai livelli più elevati. Roma e Lazio, preoccupate di non scoprirsi, hanno affrontato la gara a ritmi molto blandi. Manovra lenta e squadre poco aggressive, con la Lazio che da un punto di vista organizzativo dava l'impressione di poter gestire meglio la vicenda agonistica e la Roma che si affidava alle qualità individuali, tutte e due, però, condizionate da una forma atletica evidentemente imperfetta alla fine di una stagione molto lunga. L'una e l'altra, comunque, interessate soprattutto a limitare al minimo i pericoli (Marquinhos laterale destro per controllare la velocità di Lulic; Ledesma davanti alla difesa con la conseguente rinuncia da parte di Petkovic alla seconda punta). Insomma, una corsa con il freno a mano tirato tanto è vero che dopo mezz'ora si segnalavano solo un paio di opportunità (una per Klose agevolata da un imperfetto rinvio di Lobont che poi sempre sul tedesco si produceva in una goffa respinta e una di Bradley alla fine di una bella azione in velocità). In mezzo al campo, la squadra di Petkovic appariva sempre in superiorità numerica con i due mediani giallorossi che faticavano a recuperar palla e a riavviare l'azione.

L'infortunio di Ledesma ha obbligato Petkovic ad aggiornare il suo modulo, sempre con una certa prudenza, comunque. Al posto dell'argentino è entrato Mauri che si è messo a fare il trequartista con Onazi che, contemporaneamente, si dedicava alla protezione della difesa e al controllo di Totti. La conseguenza era un certo allungamento della Lazio con la Roma che provava a uscire dal letargo. La Lazio pur concedendo qualcosa in più, riusciva a mantenere un certo ordine e a costruire dal punto di vista offensivo le cose migliori. Tanto è vero che il gol di Lulic al 26' non può essere considerato un evento imprevedibile (ancora una volta gran volata di Candreva a destra, cross basso con Lobont colpevolmente superato nell'area piccola, Marquinhos che "lisciava" essendo stato colto in controtempo e Lulic che trovava l'impatto per la zampata vincente). Nel calcio, soprattutto quando la condizione è precaria, l'organizzazione aiuta e non è un caso che la Roma, dopo aver subìto il gol, abbia comunque faticato ad aprire spazi nella "strutturata" squadra di Petkovic nononostante l'inserimento di Osvaldo, il temporaneo passaggio a una sorta di 4-2-1-3 (per il successivo ritorno allo schema iniziale con Dodò a sinistra e Destro defilato). Ma alla resa dei conti la migliore occasione della Roma era frutto del caso: punizione di Totti con Marchetti che respingendola mandava il pallone sotto la traversa. E la Lazio è così riuscita a traghettare senza grossi problemi (a parte il secondo infortunio di Onazi) la vittoria in porto conquistando la Coppa Italia per la sesta volta nella sua storia.


In un altro articolo è riportato:

L'aquila è Roma da prima che si scoprisse il calcio e si potesse giocare il derby, lo insegna la storia: "L'aquila è Roma, noi i suoi eredi..." . Il nuovo capolavoro della Nord, il tratto dell'artista Disegnello, Michelangelo della Curva, ha raccontato una pagina di storia romana. Un legionario teneva sottobraccio un giocatore laziale (pallone in mano), di fronte la Dea Roma, a lui consegnava l'aquilifero: "Hic manebimus optime", recitava lo striscione che ha accompagnato la coreografia (dal latino "qui staremo ottimamente"). Battaglia di Veio, quella frase simboleggiò il radicamento al suolo di Roma. Vessillifero, pianta l'insegna, verrebbe da urlare. In Tevere campeggiava lo stemma della Capitale: "De te me ne rido! Me contento che te pieghi e t'inchini quanno passo..." , come Trilussa scrisse. L'aquila è Roma e la prima Curva della Capitale ha origini precise, chiare, datate 1900, appartiene a padri nobili, riconoscibili: "Conosci l'anno, non il mese, cosa certa è che sei abruzzese". La prima Curva della Capitale è laziale, ha accolto così i romanisti prima di srotolare la coreografia-dipinto, con questo striscione di benvenuto, sfottendo su data e luogo di nascita dei rivali. La prima Curva della Capitale ricorda la storia: "Di romanità continui a vantarti, non so più che farti... Sei nato in Abruzzo da una grande fusione, a Roma è la Lazio che la fa da padrone. La nostra lazialità sono anni che te fa scappà", continuavano a recitare gli striscioni-messaggio, lenzuoloni colorati. Il match degli spalti l'hanno vinto i laziali con disegni artistici e storici, con originalità e classe, rivendicando origini cittadine e sportive, ideando l'unica coreografia del derby. La prima Curva della Capitale è il dodicesimo "uomo": "Curva Nord 12, Curva Sud art. 9", hanno fatto notare i laziali ai dirimpettati romanisti. Ventitremila voci, ventitremila figli della Lazio hanno occupato Nord e Distinti e gran parte della Tevere. E' scoppiato il boato all'ingresso in campo della squadra, è stato accompagnato da "Morning Glory", la canzone degli Oasis, la colonna sonora scelta dal popolo laziale, imbandierato, vestito di celeste. La prima Curva della Capitale ha l'anima immortale dei padri fondatori. La storia sono loro, gli eredi dell'aquila. L'impero è laziale.


Da Il Messaggero:

Roma-Lazio 0-1. Lulic gioia d'Europa.

È la Lazio la regina della Coppa Italia 2013: il derby più sentito, quello in cui la posta in palio con la Roma erano il trofeo e tanto altro, se lo aggiudica la formazione biancoceleste. La finalissima finisce 1-0 per gli uomini di Petkovic. L'eroe del pomeriggio romano è il bosniaco Lulic che al 26' della ripresa mette la zampata vincente: in un colpo solo la Coppa, l'accesso all'Europa League e il sigillo sulla fallimentare stagione dei rivali cittadini. La Roma, troppo rinunciataria e difensiva fallisce l'ultimo obiettivo stagionale, quel trofeo che avrebbe salvato un'annata poco felice e invece chiude la stagione nel peggiore dei modi. Sorride la Lazio, apparsa sin dai primi minuti più determinata nel centrare l'obiettivo. "Sempre più primi nella capitale, la vittoria è nostra" recita la maglia celebrativa indossata dai giocatori della Lazio durante la premiazione mentre Petkovic portava l'aquila Olympia e in tribuna la piccola Chanel Totti è in lacrime. La Roma deve ancora rimandare la vittoria nel derby (quest'anno due sconfitte ed un pareggio tra campionato e Coppa) e la stella d'argento, mentre i biancocelesti portano in bacheca la sesta Coppa Italia, la seconda dell'era Lotito. C'era tantissima attesa e tensione per questa partita non solo per la posta in palio ma soprattutto per l'ordine pubblico. Imponente lo schieramento delle forze dell'ordine, afflusso regolare e tanti cori e sfottò tra le due curve che hanno dato vita anche ad un botta e risposta a suon di striscioni. Alcuni simpatici, altri discutibili come quello laziale "la storia è sempre quella, il petto vale la stella", talmente criptico da far pensare a tristi allusioni antisemite. Per il resto, 90 minuti di colore, calore e passione da entrambe le parti. Ma non certo di gran bel calcio.

Era la prima volta che Roma e Lazio si sfidavano per un trofeo ufficiale che tra l'altro valeva l'accesso all'Europa League. Andreazzoli conferma il 4-2-3-1 riproponendo, come contro il Milan, Marquinhos a destra e De Rossi sulla mediana. A sinistra Balzaretti e Marquinho, mentre in attacco Destro è preferito ad Osvaldo. Nella Lazio, Petkovic rilancia Radu e Hernanes, Onazi è preferito a Gonzalez a centrocampo mentre Cana è schierato al centro della difesa. Il primo tempo non è bello da vedere, tanta tensione e gioco spezzettato a conferma dell'importanza della posta in palio: alla fine si contano otto ammoniti, il primo, dopo appena 46 secondi di gioco è Ledesma. La Lazio sembra più in palla rispetto alla Roma e va vicinissima al gol dopo appena 3 minuti con Klose: Lulic che calcia da fuori area, Lobont respinge sui piedi del tedesco calcia sull'esterno della rete. Al 10' si fa viva la Roma: Marquinho per Destro che serve in area Bradley il cui destro in diagonale finisce alla destra di Marchetti. Il gioco è spezzettato ma la Lazio dà la sensazione di essere più in palla, la Roma sta sulla difensiva. Al 35' è ancora la formazione biancoceleste a rendersi pericolosa con Klose di testa, Lobont di piede salva in angolo. Allo scadere del primo tempo ci prova Destro di testa ma la sua conclusione è alta. Nella ripresa la Roma sembra avere una marcia diversa rispetto alla prima frazione di gioco. Gli schemi della Lazio saltano quasi subito, soprattutto a centrocampo. Dopo appena 7 minuti i biancocelesti perdono per infortunio Ledesma (uscito dal campo in lacrime).

Si gioca in un Olimpico che diventa una bolgia con le due curve instancabili nel sostenere i propri beniamini. Al 22' è ancora la Lazio a rendersi pericolosa con Klose che manca d'un soffio la deviazione vincente su un cross di Mauri. La Roma risponde al 24′ con Marquinho che invece di servire Totti solo in area sceglie la conclusione personale che non impensierisce Marchetti. La Lazio insiste e trova il gol al 26' con Lulic che sfrutta al meglio un cross di Candreva approfittando di una incomprensione tra Lobont e Marquinhos. La Roma prova a reagire con capitan Totti che su punizione colpisce una traversa. Ma la Lazio è più compatta e sfiora il raddoppio con Mauri. Andreazzoli corre ai ripari ma troppo tardi gettando nella mischia Osvaldo ma senza successo. La Lazio gestisce il vantaggio e aspetta il triplice fischio per alzare la Coppa. Nel tripudio all'Olimpico risuonano le note della canzone di Rino Gaetano "Ma il cielo è sempre più blù", la Roma giallorossa lascia triste e frettolosa lo stadio.


La Repubblica titola: "Lazio alle stelle".

La questione si risolve nel giro di un paio di minuti, nel secondo tempo, in favore della squadra più "normale" e ordinata. La Roma non è stata solo orrenda e disperata, vittima della presunzione in cui ha vagato per mesi: la presunzione di pensare di potersi permettere di non avere un gioco. La direzione della Coppa Italia 2013, la sesta della storia biancoceleste, l'ha sostanzialmente decisa Antonio Candreva producendo proprio nel momento del suo personale appannamento (con Bradley era stato l'unico a giocare a calcio in un primo tempo imbarazzante) una formidabile accelerazione, uno dei pochi gesti dell'intero pomeriggio capaci di non allinearsi alla miseranda performance del sudcoreano Psy, specchio dei tempi, sotto la Monte Mario: il cross basso dell'esterno biancoceleste viene appena toccato da Lobont, quanto basta per mandare in controtempo Marquinhos e aggiustare il pallone per il tocco sporco ed efficace di Lulic. E' il 27'. Un istante dopo, con un movimento totalmente istintivo della sua mano sinistra, Marchetti (si spiega perché lo vogliano Barcellona e United) spinge sulla traversa una punizione di Totti rimbalzata in area. Finisce lì. Una festa per la zona biancoceleste dello stadio, impazzita di gioia. Finisce con Olimpia sul braccio sinistro di Petkovic, con Lotito che abbraccia pure i fili d'erba e col pubblico della Nord che rimarrebbe volentieri incollato ai seggiolini per tutta la notte. La legittima soddisfazione, ma soddisfazione è dire poco, per aver sollevato un trofeo e quindi risollevato una stagione conquistando il secondo derby della stagione, ovviamente il più importante (e poco importa che sia stata una partita veramente brutta). Dall'altra parte un fiume di lacrime.

Solo quelle dei tifosi giallorossi però meritano considerazione. Non quelle, ammesso che ci siano state, del gruppo che non ha saputo essere sé stesso, non Totti, ieri stranito, non Lamela, da cacciare dal prato, non De Rossi, al tramonto. Mentre l'entusiasmo laziale guariva d'incanto le ferite del brutto finale di campionato, dall'altra parte si consumava un dramma quasi annunciato. Ieri non ha perso solo la squadra Roma, punto terminale di una stortura infinita, ieri ha perso un sistema che non è mai stato tale, ha perso un gruppo in giacca e cravatta che ha concluso la stagione sprofondando all'inferno senza un allenatore e soprattutto senza rendersi conto che senza un allenatore vero, a questo mondo, non va avanti nemmeno il Barcellona (la differenza però è che la Roma un allenatore ce l'aveva, lo ha usato e poi lo ha mandato a casa). Lotito è un presidente, discutibile, non incline a spendere, ma è un presidente. Pallotta è il personaggio lontano di un film mai girato. Anche questo fa la differenza. Alla Roma, fuori dalle coppe, c'è solo chi parla al ritmo della confusione e dei proclami, ci sono solo uomini stanchi, o verbosi o distaccati, o semplicemente inadatti. La rivoluzione è inevitabile, l'allenatore non c'è più e Baldini stesso è pronto alle dimissioni. La partita è stata in fondo la risposta a un banale postulato: a pallone vince chi applica le proprie qualità perché le conosce.

Grandi o piccole che siano. Con o senza Klose e Hernanes (ieri in ombra). Chi le disperde non va oltre prestazioni circoscritte e iniziative personali, restando mediocre, incapace di mettere a fuoco un vero obiettivo. Ieri la Lazio ha usato quel che aveva e le è bastato. La Roma ha mostrato il lato più perverso della sua natura: non saper giocare a calcio. La Lazio ha vinto quando sembrava essersi allargata dopo l'uscita per stiramento del suo uomo chiave (Ledesma). La Roma ha perso prima, durante e dopo perché il calcio, in fondo, è una cosa seria.


Dal Il Tempo:

Delirio biancoceleste. Lotito salta sulla sedia, Tare lo abbraccia, i giocatori piangono in mezzo al campo. Si abbracciano, si baciano, non riescono a trattenere la gioia per una vittoria storica che regala alla Lazio la sesta Coppa Italia e il successo contro la Roma. L'arbitro Orsato ha appena fischiato la fine della partita e comincia la festa dei 25.000 tifosi allo stadio e per la città da parte di tutti quelli che hanno a cuore le sorti del club più antico della Capitale. Rientra Ledesma, zoppica ma parte lo stesso dalla panchina verso la Nord, insieme a tutti gli altri. Piange Radu, Cana abbraccia Lulic, Mauri corre verso la parte dello stadio che ha sostenuto la Lazio dall'inizio alla fine. Lotito scende in campo acompagnato da Igli Tare, i romanisti lasciano lo stadio delusi. Inevitabili gli sfottò ai cugini – "Chi non salta è della Roma" – l'altoparlante manda le note di "Non mollare mai" che mai furono più dolci per i laziali. Comincia l'attesa per la premiazione, passano Totti e De Rossi e gli altri, prendono la medaglia e scappano via. Poi Mauri alza la coppa, Candreva si piazza sulla balaustra, sembra un "irriducibile" quasi a voler definitivamente allontanare le voci sul suo passato romanista. C'è anche Brocchi a festeggiare con i compagni, Petkovic cerca di mantenere l'aplomb dei tempi migliori ma gli occhi cerulei sono lucidi. Si trattiene, abbraccia i suoi collaboratori e i giocatori che ha ritemprato nel ritiro di Norcia, a questo punto vero e proprio talismano della Lazio.

La Coppa passa tra le mani di tutti, la toccano, la baciano, la portano sotto la curva. È tutta per i tifosi. In campo c'è Toni Malco che canta l'inno "vola Lazio vola", parte l'inevitabile "We are the Champions", così come le lacrime dei protagonisti e degli spettatori. I giocatori lasciano il campo ma è solo un bluff. La scenografia della Nord viene portata in campo, entrano i centurioni, poi rientra Lotito abbracciato a Petkovic e via via tutti i protagonisti di un derby storico che resterà impresso per sempre nelle menti di tutti i tifosi biancocelesti. Ecco Ledesma, Mauri, arriva l'eroe Lulic che con il suo gol ha regalato la vittoria, Klose, Hernanes è scatenato, Candreva continua a correre in lungo e largo, Radu canta i cori della Nord mentre il falconiere bacia Olympia. L'aquila è incredula ma fiera della prova della squadra che rappresenta, balla anche lei per festeggiare un trionfo a lungo sognato. La festa non finisce più, oltre un'ora a godersi la vittoria prima di raggiugere gli spogliatoi.

Lotito gongola a fine gara: "Abbiamo meritato la vittoria, siamo la prima squadra della Capitale oggi ancora di più, andremo ancora una volta in Europa a rappresentare la città così come abbiamo fatto in questa stagione. Il ritiro di Norcia? È stato positivo per staccare i giocatori da questo ambiente, poi ieri abbiamo passato una grande giornata in famiglia a Formello perché noi siamo una famiglia portatrice dei valori e non solo dei risultati sportivi. I tifosi? Non è vero che ho rotto con loro (ieri come era logico serata di tregua, ndr), sono stati fantastici, la coreografia è stata straordinaria così come il comportamento di tutti i tifosi all'Olimpico". E poi fa anche una promessa: "Ho preso l'impegno di rinforzare la squadra e lo farò". Vladimir Petkovic racconta le sue sensazioni: "Complimenti ai miei ragazzi per come hanno giocato. La vittoria è meritata, siamo stati più squadra rispetto alla Roma. Mi dispiace per loro, hanno fatto bene nella Coppa, ma sono orgoglioso della Lazio. E poi vincere un trofeo non succede tutti gli anni da queste parti". Petkovic ritorna al momento del suo arrivo lo scorso giugno: "Non mi conosceva nessuno, rimango Vlado Petkovic anche nel momento della vittoria". Il bilancio ora è positivo: "Ottimo, abbiamo vinto una Coppa, siamo stati bravi anche in Europa e in campionato abbiamo fatto solo un punto meno dell'anno scorso. Dedico la Coppa Italia a tutti quelli che ci hanno dato una mano e soprattutto alla mia famiglia. La chiave del successo? Alla 57esima partita della stagione ci giocavamo tutto, non è stato facile. Abbiamo lavorato in ritiro su tutti i dettagli. Se resterò alla Lazio? Ora voglio soltanto fare festa, ma ho contratto di un anno". Petkovic lascia una piccola ombra sulla serata anche se poi si riprende: "Ringrazio i tifosi (è andato anche sotto la curva, ndr) per il sostegno personale e alla squadra, del futuro ne parleremo domani" (oggi, ndr). Passa e chiude, è tempo di andare a godersi una notte di festa.


Tratte dal Corriere dello Sport, alcune dichiarazioni post-gara:

Lotito sotto la Nord. "Sempre più i primi della Capitale". Lotito a saltare e festeggiare con la maglia indossata dalla Lazio dopo la finale di Coppa Italia. E' il terzo trofeo della sua gestione, dopo la doppietta dell'estate 2009 con Rossi e Ballardini. I dubbi sono di Petkovic, il presidente non se li è posti e neppure ha discusso il suo allenatore, scoperto in Svizzera un anno fa. Ma dovranno parlare del nuovo progetto. Lotito, sugli interrogativi posti da Petkovic, ha sviato. E' stato vago. "Non fatemi questa domanda, non fatemi parlare. Petkovic ha un contratto. E' chiaro che dovremo parlare. Lo faremo. Ci incontreremo. Gli esporrò quello che ho in testa, anche le mie idee sul settore giovanile". Ha in animo di costruire una Accademy a Formello. Ma sulla prima squadra i dirigenti manterranno, con o senza Petkovic, una linea precisa e indipendente. Ieri era solo festa. Così Lotito ha pensato ai tifosi, li ha ringraziati. "Ho apprezzato la bellissima coreografia della Nord, che indentifica la Lazio come la prima squadra della capitale e oggi ancor più di prima. Noi siamo nati nel 1900, la Roma nel 1927. Devo ringraziare i tifosi che hanno avuto un comportamento all'insegna dello sport. Il ritiro è stato positivo per staccare la squadra da questo ambiente, non hanno mollato un centimetro, lottando fino all'ultimo con cuore e fisico". La Coppa vale l'ingresso in Europa League. "Ci va la Lazio, quest'anno siamo arrivati ai quarti e non per nostro demerito siamo usciti. Speriamo nella prossima stagione di arrivare in fondo. Ho preso un impegno per rinforzare la squadra per riacquisire il ruolo che le compete nel panorama europeo". Arriveranno i rinforzi. "La squadra verrà rinforzata in alcuni ruoli perchè riteniamo debba esser più competitiva in Europa, è un impegno che il club si assume".

E' stata una grande soddisfazione anche per il diesse che ha costruito la Lazio. "Siamo molto felici per aver coronato una grande stagione, sarebbe stata una sconfitta pesante dopo il lavoro creato negli ultimi 3-4 anni. Abbiamo perso la Champions all'ultima partita per due stagioni. Sono molto felice per i ragazzi, per i tifosi e per la città di Roma perchè è stata una grande festa". E' stato un lavoro faticoso. "Stiamo cercando di formare un gruppo che si senta un famiglia, perché lavorare a Roma è molto difficile, cerco di trasmettere insieme allo staff questi valori e penso che stiamo sulla buona strada. Dobbiamo goderci la festa per qualche giorno, poi ci aspetta un grande lavoro perchè ce lo meritiamo. Dobbiamo cercare di ringiovanire un po' la rosa il progetto era iniziato 4 anni fa, e stiamo andando verso la fine di questo percorso. Penso che i nuovi acquisti saranno giocatori di massimo 25-26 anni per aprire un nuovo ciclo. Lavoro con grande entusiasmo per festeggiare un giorno altri trofei". S'annuncia il mercato. "Un rimpianto è Burak Yilmaz del Galatasaray. Sappiamo che le esigenze dei tifosi sono importanti, promettiamo massimo impegno e di portare giocatori che possono migliorare la rosa. Ci tengo e voglio lottare per la Champions, è il nostro obiettivo".

Euforico anche il tedesco. "Questa Coppa Italia è per i tifosi, per la Lazio e per tutto lo staff biancoceleste. Questa vittoria non è paragonabile a nessun'altra, questa coppa è qualcosa di diverso. L'importante era vincere, durante tutto l'anno abbiamo fatto un gran lavoro e questo è il risultato. A Norcia abbiamo lavorato benissimo, curando nei dettagli la preparazione. E' stata una grande partita. Se resterò? Sì, dobbiamo continuare tutti insieme. Ora ci godiamo un po' di vacanza, poi iniziamo a scaldare i motori per la prossima stagione. Abbiamo una grande squadra con un grande allenatore". Decisivo Mauri nell'azione del gol di Lulic. "La partita più importante, la gioia più incredibile. Orgoglioso di questa maglia... Grandi!" ha spiegato il capitano, entrato al posto di Ledesma, stoico sino allo stiramento. Per Cristian, anima laziale, è stato un trionfo. "Siamo entrati nella storia. Una vittoria imparagonabile con tutte le altre, anche con la conquista della Coppa Italia del 2009".


Ha fatto gol alla storia. Ha mirato lì, al suo cuore. Ha segnato nel primo e chissà forse ultimo derby di Coppa Italia (ricapiterà?). Quel pallone rimarrà in fondo alla rete, è un gol per sempre, è un gol indimenticabile, lo ricorderanno tutti. Un re a sorpresa e forse un po' improbabile. Un re di Coppa Italia, un re di Roma, un re del derby, il re Lulic: "Ha vinto la squadra più forte. Non è il primo derby che vinciamo, è una cosa normale... Godiamo per questa vittoria". Se la ride Lulic, ha segnato un gol incancellabile, è diventato re a Roma senza aspettarselo. Se la ride di gusto l'uomo-derby, è normale vincere così, ha detto. E' normale battere la Roma: "E' stato un gol importante, questa vittoria non si dimentica perché è stata conquistata contro la Roma, è una cosa incredibile". Vola con le ali la Lazio, col tandem Candreva-Lulic, l'ispiratore del gol (con Mauri) e il finalizzatore: "Mi sono trovato al posto giusto nel momento giusto, ho visto Candreva sulla destra, mi sono inserito. Questo gol è indimenticabile, lo dedico a mia moglie che è incinta, aspettiamo una bambina. Mi è capitata una cosa fantastica. Non so se ci sarà un'altra finale come questa, sono orgoglioso della rete". Re del derby e re di Coppa, prossimamente papà, che notte quella di Lulic. Aveva perso la via del gol, l'ha ritrovata nella seconda parte della stagione. Lui, il figlioccio calcistico di Petkovic (è l'uomo che lo scoprì in Svizzera), ha regalato al suo guru la gloria.

Lulic, l'aquila che segna. E che piace a tanti, non ha svelato il futuro, non ha dato certezze. Ha rinnovato il contratto (2016) a dicembre, ma certe offerte forse lo tentano: "Ho un contratto qui, adesso andrò in Nazionale per 15 giorni, poi inizieranno le vacanze e poi vedremo... Si ricomincerà come sempre". Lulic ancora non ci crede: "Mi servirà qualche giorno, forse qualche settimana per rendermi conto di ciò che è successo, non ci credo ancora. Al di là del gol era importante vincere di squadra e l'abbiamo fatto. Questo successo non si dimenticherà, ce l'abbiamo fatta. Si è parlato tanto di questa finale, per fortuna è andata bene, abbiamo fatto una partita perfetta". E' il gol più bello che abbia segnato, era difficile immaginarne uno più pesante: "E' stata la partita più importante della mia carriera". Lulic, così come Petkovic, aveva perso due Coppe in Svizzera, si sono rifatti nella Lazio: "Siamo tutti felici, meritavamo un successo del genere. Siamo calati nella seconda parte della stagione, ora dimentichiamo tutto e godiamo per questa vittoria". Il ritiro di Norcia è servito: "Ci ha avvicinato ancora di più come gruppo, lo ripeto, ha vinto la squadra più forte".

Un gol "operaio", segnato da chi ha sempre sgobbato sulla fascia, da chi non è dotato di virtù tecniche, ma s'è sempre sacrificato. Era iniziata male la stagione di Lulic, è finita in trionfo. Non carburava eppure in panchina c'era il suo maestro, non riusciva a sprintare come l'anno scorso, era bloccato. Ha lavorato sodo, ha recuperato in corsa il tempo perso. S'è fatto trovare al posto giusto nel momento più giusto il corridore Lulic. Gli è bastato un tocchetto per bucare la Roma, decidere il derby e regalare la Coppa Italia alla Lazio, la sesta della sua storia, dei suoi 113 anni. Il gol di Lulic diventerà un poster, diventerà lo slogan dei derby storici. E' entrato in campo da giocatore, ne è uscito da tifoso e da eroe. E' stato il primo e unico a segnare nella madre di tutte le partite, ha preso il posto di un Klose o di un Hernanes. La forza di Lulic è nell'umiltà, nella motivazione, nella fame di vittorie. E' partito dalla Bosnia piccolino, sbarcò in Svizzera per fuggire dalla guerra. Il suo gol ha attraversato la storia, da parte a parte. Il suo gol forse è nato tanti anni fa.


E' entrato nella storia, nella leggenda del derby. Diventerà immortale, come gli avevano promesso quei tre ragazzi della Curva saliti mercoledì nel ritiro di Norcia. Ha finito festeggiando con il popolo biancoceleste, che l'aveva accolto come un re dal primo giorno. Loro cantavano, lui rispondeva con i pugni. Portato in trionfo, con l'aquila Olympia sotto la Nord. E' stata la Coppa Italia di Vladimir Petkovic, capace di risollevare la Lazio con il suo entusiasmo contagioso. Era una squadra depressa dopo la sconfitta di Trieste e il settimo posto in campionato. Ieri sera ha steso la Roma, ha concluso alla grande una stagione da protagonista, centrando l'ingresso ai gironi di Europa League e portando nella bacheca di Formello il tredicesimo trofeo nella storia centenaria della società. Un premio meritato, undici mesi di lavoro suggellati da una partita fantastica. Orgoglio e coraggio, pressing e organizzazione tattica, capacità di soffrire nei momenti più critici e di tornare fuori dopo l'infortunio di Ledesma e il modulo ritoccato con l'ingresso di Mauri. E' stato il capolavoro di Petkovic, che si è commosso. Era in lacrime, ha abbracciato e ringraziato ognuno dei suoi giocatori, è andato a salutare anche la Roma come fanno i signori. Perché così si era fatto apprezzare subito, appena arrivato dalla Svizzera da sconosciuto, umile e ambizioso profeta della panchina.

Il 30 maggio 2012 salvava il Sion ai play out e salutava la Super League, firmando un biennale con la Lazio. Ha vinto subito. Come Eriksson nel '98 e chissà che non abbia appena aperto un ciclo. La prima stagione italiana chiusa in trionfo dopo 57 partite ufficiali e un cammino lunghissimo. "Sono molto soddisfatto, soprattutto per i ragazzi che hanno lavorato bene e meritavano questo successo. Complimenti anche alla Roma, mi dispiace per loro, ma sono orgoglioso dei miei, adesso abbiamo l'Europa davanti a noi" ha raccontato Vlado. Ci ha sempre creduto. "Lo sapevo che questo lavoro sarebbe tornato, abbiamo vinto e meritato la Coppa Italia. Non eravamo brillantissimi, ma concentrati per vincere. Questa era la 57esima e ultima partita, non era facile" ha spiegato in campo. Più tardi, però, ha agitato la Lazio. Ha lasciato in sospeso le risposte sul suo futuro. E' sotto contratto, ha bisogno di parlare a fondo con i dirigenti. Lo farà con una posizione di forza. "Non ho mai detto che sarebbe stata una stagione deludente in caso di sconfitta, non era questo il senso, certo non sarebbe stata così felice e viva dopo questa vittoria. Bravi i ragazzi per come hanno interpretato e condotto la partita. Meritatissima vittoria. Siamo stati più squadra della Roma, sono orgoglioso della mia squadra, guardiamo ad un futuro più sereno". Il suo bilancio è positivo: "Il punto di partenza era 10-11 mesi fa, abbiamo costruito qualcosa di importante, s'è visto in larga parte del campionato e in Europa. Vincere un trofeo non succede tutti gli anni". Cosa chiederà alla società? "Ora chiederò dove andiamo a mangiare, sono stanco di pensare troppo".

Umile e ambizioso. "Resto lo stesso Petkovic arrivato 10 mesi fa che ha intenzione di rimanere a lungo, imporsi e affermarsi nel calcio italiano". Si spera con la Lazio. Petkovic ha aggiunto un punto interrogativo. Non ha risposto. "Ora torno a Formello per festeggiare, tutti altri pensieri non sono opportuni". Altra domanda sul tema. "Ho un contratto di un altro anno, di tutto il resto se ne parlerà, dovremo analizzare. Si poteva perdere e magari mi mettevano in discussione oppure mi mettevate voi in discussione. Forse mi metto io in discussione. Devo fare tutti questi pensieri". Ha voglia di restare, ma anche di parlare e di confrontarsi bene con Lotito. Costruire una Lazio da Champions non sarà facile. "Domanda difficile, vedendo le altre squadre cosa stanno comprando. Sono sempre ottimista, le mie squadre cercheranno di ottenere sempre il massimo". Dopo due finali di Coppa Svizzera perse con Lulic, il suo pupillo gli ha regalato il trionfo con la Roma: "Sono contento per lui e per me. Alla terza ci siamo riusciti. Dedico questo successi a tutti quanti ci hanno dato una mano per questo raggiungere questo risultato. E alla mia famiglia, che mi aiuta nei momenti difficili". Ha capito di poter battere la Roma sabato all'ora di pranzo a Formello. "Anche durante il ritiro di Norcia abbiamo fatto un grande lavoro, che è continuato a Formello. Ci ha aiutato anche il pranzo di ieri con le famiglie, siamo stati 3-4 ore con i nostri cari, è scattato qualcosa di bello e di importante, la squadra ha cominciato a respirare insieme, si è visto durante la partita". E' la notte più bella. "Sì, la soddisfazione più grande della carriera".




► Per questa partita il Mister biancoceleste Vladimir Petkovic ha convocato i seguenti calciatori:



La rete-vittoria di Senad Lulic





La conquista della Coppa Italia 2012/13




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