Domenica 7 gennaio 2001 - Roma, stadio Olimpico - Lazio-Napoli 1-2


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7 gennaio 2001 - 2929 - Campionato di Serie A 2000/01 - XIII giornata

LAZIO: Peruzzi, Pancaro (49' Colonnese), Fernando Couto, Mihajlovic, Favalli, Lombardo, D.Baggio, Veron (59' Simeone), Nedved, Salas, Crespo (45' Orlandoni). A disposizione: Gottardi, Luciani, S.Inzaghi, Ravanelli. Allenatore: Eriksson.

NAPOLI: F.Mancini (84' Mondini), Baldini, Quiroga, Troise, Saber (62' Moriero), Magoni, Pecchia, Matuzalem (73' Tedesco), Baccin, Amoruso, Bellucci. A disposizione: Bocchetti, Stojak, Jankulovski, Sesa. Allenatore: Mondonico.

Arbitro: Sig. Racalbuto (Gallarate).

Marcatori: 4' Amoruso, 37' Pancaro (aut), 87' Mihajlovic (rig).

Note: espulso Peruzzi al 45' per fallo di mano fuori area. Ammoniti Mihajlovic, Simeone e Baldini. Recuperi: 2' p.t., 3' s.t.

Spettatori: 50.000 circa.


La rete del vantaggio partenopeo di Amoruso
L'autorete di Giuseppe Pancaro
Sinisa Mihajlovic accorcia le distanze su calcio di rigore
Juan Sebastian Veron in un momento della gara

La "porta santa", dove nello scorso campionato si infilavano a pioggia i tiri della Lazio, è definitivamente chiusa. Si è spalancata, invece, quella della crisi dei campioni d'Italia, distrutti prima dal Napoli e poi dai fischi dei propri tifosi. Due i gol della squadra di Mondonico (Amoruso al 4' con doppio rimpallo sulla statua Mihajlovic; poderoso autogol di Pancaro al 36'; inutile rigore di Mihajlovic al 41' della ripresa), due i colpevoli decisi dal pubblico. Uno pagherà subito: Sven Goran Eriksson, che oggi si incontrerà con il presidente Cragnotti per definire il suo esonero. Cragnotti chiederà a Zoff l'ennesimo "sacrificio": tornare in panchina per salvare il salvabile. I tempi e i modi per convincere Zoff decideranno anche i tempi e i modi per l'addio a Eriksson. Subito o appena possibile. Perché la squadra è allo sbando. Uno pagherà a fine stagione: Sinisa Mihajlovic, fischiatissimo dagli stessi tifosi che fino a qualche mese lo esaltavano e che ieri gli hanno intonato un vile coro "zingaro, zingaro" dopo l'inutile rigore. Mihajlovic ha già chiuso: "Si vede che è ora di andar via, anche se ho un contratto. All'Olimpico per me è peggio che essere in trasferta".

Il presidente Sergio Cragnotti ha seguito la partita ancora in vacanza, a Montepulciano, assieme al vicepresidente Dino Zoff. E ha sottolineato colpe e responsabilità. Per la prima volta non ha ribadito la fiducia a Eriksson: "Parlerò con lui per trovare una soluzione". E anche la critica ai giocatori, sconfitti alla prima partita dell'anno come avvenne a Venezia dodici mesi fa ("Si vede che avevano il panettone ai piedi e che le lezioni del passato non sono servite") è in realtà un altro appunto a chi i giocatori dovrebbe gestirli: l'allenatore. La fiducia di Cragnotti in Zoff è assoluta. Il problema è che l'ex C.T. della nazionale non ha accettato, almeno finora, di essere una soluzione ponte. Avendo però a cuore la Lazio, anche Zoff ha capito che la situazione non può essere trascinata oltre. Il primo regalo sarà Fiore, che arriverà a Roma - per motivi di opportunità - dopo lo scontro diretto Udinese-Lazio di domenica prossima.

Eriksson paga in una volta sola tutta la sua "sampdorianità". Alla Lazio aveva esportato con successo la formula della gestione "morbida" e dell'allenamento leggero. Arrivato lo scudetto, l'appagamento ha distrutto il fragile equilibrio. Lo svedese pagherà anche un cambio che ha ormai creato una situazione di conflittualità insanabile con Hernan Crespo. Ieri, all'espulsione di Peruzzi, tutto lo stadio ha assistito a una scena simbolo della confusione sulla panchina biancoceleste: Orlandoni è entrato in campo, nessuno è uscito e, per un lunghissimo minuto, la Lazio è rimasta in undici in attesa che venisse battuto il calcio d'angolo. La sostituzione l'ha praticamente fatta Mondonico, sbraitando verso l'arbitro, che solo allora si è accorto dell'irregolarità. Con Crespo è uscito dal campo l'investimento da 110 miliardi fatto in estate da Cragnotti (sacrificando Conceiçao e Almeyda). In conferenza stampa, Eriksson ha ammesso di aver sbagliato formazione: "Se potessi rigiocare la partita, non metterei due punte". Mondonico ha portato a casa la vittoria proprio dominando a centrocampo e spegnendo con tre mosse la luce alla Lazio: Pecchia in pressing su Veron (al rientro dopo la disgraziata presenza con il Leeds che ha segnato in negativo la stagione della Lazio e impedito il suo completo recupero dalla frattura al perone); Amoruso a impedire i lanci lunghi di Mihajlovic (con Couto in difficoltà a costruire gioco dalla difesa); Magoni a contenere Nedved, peraltro uno dei pochi a salvarsi. Il "torello" dei napoletani a metà campo dopo 30' è stato un altro smacco che ha umiliato Cragnotti.

Il tricolore di Sven ha sventolato 6 mesi. Sei mesi da Re di Roma. A Sven Goran Eriksson non è bastato vincere in tre anni e mezzo più di quello che la Lazio aveva vinto in 96 e mezzo per godersi la pensione verso la panchina dell'Inghilterra. "Se tornassi indietro, non rigiocherei questa partita così. Merito del Napoli e colpa mia". Sbriciolati in un pomeriggio, tra gli olé di scherno, uno scudetto, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane, una Supercoppa europea e una Coppa delle Coppe. Una gogna da dividere con uno dei suoi fedelissimi, Sinisa Mihajlovic, bersaglio delle contestazioni della curva Nord. Per chi crede alle coincidenze: mentre appariva sul tabellone dell'Olimpico il raddoppio della Roma a Bergamo, gli ultrà iniziavano il coro "Sven Goran vattene".

Per chi crede alle plusvalenze: mentre Hernan Crespo portava i suoi 110 miliardi fuori dal campo, Damiano Tommasi portava in gol la forza morale che ha cementato questo campionato della Roma. Per chi crede che il lavoro alla fine paga: il metodo Eriksson ha funzionato fino alla vetta dello scudetto ma poi, a pancia piena, ha zavorrato ancor di più una squadra che ancora una volta si è ripresentata senza forza atletica dopo le feste di Natale. Cragnotti potrebbe decidere già oggi di separare la strada con l'allenatore che gli ha dato tanti trofei: dipenderà tutto da Zoff, chiamato ancora una volta a salvare la barca che affonda. Quel che è certo è che la Lazio vista ieri è una squadra completamente allo sbando. A immagine e somiglianza con una panchina che ha rischiato la sconfitta a tavolino perché all'espulsione di Peruzzi ha fatto entrare il portiere di riserva Orlandoni senza far uscire subito un giocatore di movimento. E' questo che pesa ancora di più della sconfitta, insieme all'incapacità di inserire Crespo in una squadra che lo rigetta come se fosse un trapianto. Fedele a se stesso, Eriksson ha sostituito l'attaccante più costoso, mentre era sullo 0-2. Quasi volesse affondare con lui.

Anche il neoacquisto napoletano Edmundo, sbarcato a Roma a mezzogiorno e subito portato in tribuna all'Olimpico per vedere la sua nuova squadra, è stato testimone di una domenica di violenza che solo per miracolo non ha avuto conseguenze davvero tragiche. Cariche della polizia dentro e fuori dallo stadio, continui lanci di petardi dalla curva dei tifosi napoletani, famiglie costrette a fuggire dallo stadio dove credevano ingenuamente di poter ancora vedere una partita di calcio. Bilancio finale: 32 feriti, 17 tra le forze dell'ordine e 15 tra i tifosi; un venticinquenne napoletano, accoltellato al ponte Duca d'Aosta (prognosi di 15 giorni); un poliziotto che ha subito una doppia frattura alla gamba cercando di fermare gli ultrà napoletani che volevano entrare allo stadio senza biglietto; 5 tifosi laziali minorenni fermati dalla polizia in possesso di bottiglie incendiarie; 2 ultrà napoletani fermati in possesso di pericolose lanciarazzi; 4 pullman semidistrutti, 2 autobus dell'Atac selvaggiamente danneggiati; una Fiat Punto targata Napoli incendiata fuori dallo stadio. Tutto era iniziato fin dal mattino, alla stazione di Napoli, quando centinaia di tifosi si sono presentati senza biglietto. Sono nati violenti scontri con le forze dell'ordine, con una dozzina di contusi. Nuovi incidenti a Roma, quando le tifoserie sono entrate in contatto, e difficilissimo deflusso degli oltre 3.000 napoletani fuori dallo Stadio Olimpico.

Fonte: Corriere della Sera