L'addio a Bob Lovati


Roberto "Bob" Lovati
Bob Lovati
Un primo piano del Campione biancoceleste
Bob Lovati calciatore
Il portiere biancoceleste in azione
Un intervento in gara
Una parata dell'estremo difensore
Un momento di un incontro
Bob durante una gara
Roberto Lovati con Giampiero Boniperti
La Coppa Italia vinta nel 1958 - Bob è il primo a sinistra
Bob e la Coppa Italia 1958
Roberto Lovati in panchina
Roberto Lovati e Felice Pulici
Bob con Tommaso Maestrelli
Bob con una targa
Bob tra Luciano Zauri e Claudio Lotito
Bob tra Giuseppe Wilson e Renzo Garlaschelli

Roberto Lovati, personaggio importante nella Storia della S.S. Lazio e da tutti più conosciuto come "Bob", ci ha lasciato il 30 marzo 2011. In questa pagina riportiamo immagini ed articoli tratti da diversi organi di stampa concernenti la notizia della scomparsa del grande Campione biancoceleste.


30 marzo 2011: muore Roberto Lovati

31 marzo 2011: Vincenzo Cerracchio su "Il Messaggero" ci racconta Bob Lovati

1 aprile 2011: il giorno del funerale

Le immagini del funerale

La scheda di Roberto "Bob" Lovati


30 marzo 2011: muore Roberto Lovati

Il Corriere dello Sport titola: "Il mondo del calcio piange un grande personaggio: è stato portiere di grande livello negli anni '50-'60. Le maggiori presenze (135) le ha collezionate con la maglia biancoceleste. Aveva 84 anni. Nel club capitolino era rimasto poi come allenatore delle giovanili, preparatore dei portieri, tecnico della prima squadra e poi dirigente. Due le sue presenze con la maglia azzurra".

Di certo era un grande intenditore di calcio. Chi lo conosceva bene diceva amasse molto il buon vino e le belle donne. Assieme alla Lazio, naturalmente, la società che lo ha amato e osannato prima in campo poi da osservatore a cui Roberto "Bob" Lovati, morto a Roma a 84 anni, ha dato tutto. Neanche sulla sponda opposta del Tevere riuscivano ad odiarlo: simpatico, sorridente e misurato cancellava anche l'odio stracittadino. Nato a Cusano Milanino (Milano) il 20 luglio 1927, a venti anni, si ritrovò nei dilettanti del US Gerli. Passa un anno e nella stagione 1947/48 arrivò al Pisa con cui, la stagione successiva, esordì in B. Nel 1952/53 passò al Monza, sempre nel campionato cadetto, e per due anni giocò titolare. Nel 1954/55 arrivò il debutto in serie A con la maglia del Torino. Ma Lovati è stato, soprattutto, Lazio. Dal Nord arrivò nelle Capitale nel 1956, sei stagioni a difendere la porta della Lazio. Bravissimo nelle uscite e famoso per il rinvio di pugno nelle situazioni più difficili, Lovati non fece rimpiangere Sentimenti IV. In Nazionale fu di passaggio, soltanto per due partite, esperienza breve e intensa, forse troppo. Durò una settimana. Bene all'esordio, difese la porta e non subì reti contro l'Irlanda del Nord (gli azzurri vinsero 1-0), che poi eliminò l'Italia che non partecipò alla fase finale del Mondiale di Svezia. Ma il 12 maggio 1957, durante la trasferta a Zagabria, Lovati fu battuto per ben sei volte(e i romanisti lo sfottevano e lo chiamavano "Bob a sei").

L'Italia perse 6-1 contro la Jugoslavia e per lui si chiusero le porte dell'azzurro anche se è sempre stato considerato uno dei migliori portieri della sua generazione. Continuava, però, ad esserci la Lazio e con la maglia biancoceleste Lovati vinse la Coppa Italia del 1958. Da calciatore appese gli scarpini al chiodo nell'estate del 1961, a 33 anni, ma restò in casa Lazio. Dal giorno dell'addio al calcio giocato, Lovati divenne un punto di riferimento fuori dal campo per la società capitolina. Istruttore dei giovani, osservatore, dirigente, vice-allenatore e allenatore della prima squadra, Lovati prese in mano la Lazio spesso nei momenti più difficili, una sorta di tappabuchi che riusciva sempre a risolvere le situazioni. Ebbe un rapporto speciale con Tommaso Maestrelli: lo aiutò in campo e fuori, come mediatore di quella Lazio che nel '74 vinse lo scudetto, piena di campioni ma anche di personalità forti. Quando Maestrelli si ammalò, Lovati prese le redini della squadra gestendo un periodo terribile. Il suo curriculum da calciatore con la Lazio è di 146 presenze complessive, di cui 135 in campionato e 11 in Coppa Italia. Il bilancio da allenatore è di 105 partite (93 in campionato e 12 in Coppa Italia).

"Oggi ci lascia una persona straordinaria, che aveva stretto con la Lazio un legame indissolubile". Questo il comunicato ufficiale con cui la Lazio ha voluto esprimere il proprio cordoglio per la scomparsa di Bob Lovati. "La S.S. Lazio, il suo Presidente Claudio Lotito, i giocatori, i tecnici e tutto lo staff biancoceleste - si legge ancora sul sito del club biancoceleste - si stringono attorno alla famiglia ed esprimono il proprio cordoglio".

"L'ho sentito la scorsa settimana, mi ha telefonato confermandomi la sua totale fiducia. Mi è stato sempre vicino". È questo il ricordo più fresco di Bob Lovati nella mente del tecnico della Lazio, Edy Reja. "Era un personaggio straordinario - ha ammesso l'allenatore biancoceleste in un'intervista che andrà in onda su "Lazio Style Radio" nel corso del programma "Parla la Lazio" - si può dire che era la memoria storica della Lazio, ma non solo. Io penso che nell'ambiente sportivo lo conoscono tutti per l'aspetto morale e umano. Lo conoscevo già prima di arrivare alla Lazio - ha aggiunto Reja - Ci trovavamo in giro per l'Europa, lui faceva l'osservatore per la Lazio, io giravo per altre squadre. La sera ci trovavamo spesso a tavola".

Alessandro Nesta è "affranto" dopo aver ricevuto la notizia della scomparsa di Roberto "Bob" Lovati, un personaggio chiave per tanti giovani che, come il difensore del Milan, sono passati negli anni scorsi dal vivaio della Lazio. "Lovati è un monumento per la storia della Lazio, una delle persone che più mi ha aiutato a crescere, e come me tanti altri giovani del vivaio laziale - ha sottolineato Nesta in un messaggio affidato all'ANSA -. Lo ricordo con affetto infinito, facendo le condoglianze alla sua famiglia".

"Una persona di grande umanità". Così Mauro Tassotti ricorda lo scomparso Roberto "Bob" Lovati, un punto di riferimento per l'attuale vice allenatore del Milan quando a fine anni Settanta passava dalle giovanili alla prima squadra della Lazio. "Lo voglio ricordare con grande affetto, come un personaggio dalla grande umanità - ha commentato Tassotti -. È stato l'allenatore che mi ha fatto esordire, oltre che un grande uomo di sport, un punto di riferimento per tutta la famiglia della Lazio".


Il Messaggero titola: "Addio a Bob Lovati, bandiera della Lazio negli anni '50. Alemanno: era un simbolo e un patrimonio di tutto il calcio. La Lazio: persona straordinaria, con noi legame indissolubile".

Il calcio italiano e la Lazio sono in lutto: a 84 anni è morto a Roma Bob Lovati. Portiere di Pisa, Monza e Torino negli anni '50, era approdato alla Lazio nel 1955 per restarvi fino al 1961. Nella società biancoceleste era rimasto poi come allenatore delle giovanili, preparatore dei portieri, tecnico della prima squadra e poi dirigente. Due le presenze con la maglia azzurra. I funerali si svolgeranno venerdì 1 aprile alle ore 15, presso la chiesa Gran Madre di Dio a Roma. È la stessa chiesa in cui nel 1976 fu celebrato il funerale di Tommaso Maestrelli. Alemanno: un simbolo e un patrimonio del calcio. "Esprimo il mio più sentito cordoglio per la scomparsa di Bob Lovati, emblema della SS Lazio per oltre cinquant'anni e da sempre punto di riferimento indiscusso per tifosi e sportivi - ha detto il sindaco di Roma, Gianni Alemanno - Il suo grande attaccamento a Roma e ai colori biancocelesti hanno contraddistinto tutta la sua vita, rendendolo un simbolo e un patrimonio del calcio capitolino da quando nel 1958 conquistò la Coppa Italia. A nome mio e di tutta la città di Roma rivolgo un affettuoso pensiero alla famiglia Lovati e al Sodalizio biancoceleste, per questa dolorosa perdita".


La Repubblica titola: "E' morto Bob Lovati. Una vita nella Lazio. E' morto a Roma, aveva 84 anni. Arrivato nella capitale nel 1955 era stato portiere di Pisa, Monza e Torino. Poi una vita all'interno della società biancoceleste come allenatore delle giovanili, preparatore dei portieri e infine dirigente. Lotito: "Ci lascia una persona straordinaria"."

Il "Cigno" vola in cielo, un pezzo di storia se ne va: "Addio Bob". E' una giornata di lutto per il mondo biancoceleste: "Oggi si è spento Roberto Lovati, una bandiera, una persona straordinaria, che aveva stretto un legame indissolubile con la Lazio. Il club, il suo presidente Claudio Lotito, i giocatori e tutto lo staff si stringono attorno alla famiglia ed esprimono il proprio cordoglio", recita il sito ufficiale. I funerali si terranno venerdì 1 aprile, alle 15, presso la chiesa di Ponte Milvio a Roma.

E' andato via in silenzio nella notte. Non aveva ancora compiuto 84 anni, le ultime candeline le aveva soffiate con una vitalità invidiabile: "E' incredibile la gioia che provo ogni anno - aveva assicurato il 20 luglio scorso a Radio Sei - perché i laziali mi dimostrano un affetto unico. Mi hanno chiamato in tantissimi per farmi gli auguri. Sono lombardo, quindi un romano acquisito, eppure da quando sono arrivato è stato amore a prima vista. E' stato impossibile andar via dalla capitale. Solo una volta ci fu la possibilità, quando il tecnico Bernardini stava lasciando la Lazio e voleva portarmi a Firenze. Ma io dissi no". Centotrentacinque presenze, i colori biancocelesti non li ha mai traditi dal quel lontano giugno 1954, quando venne acquistato dal Monza: "Sono soddisfatto della mia carriera di calciatore - raccontava Lovati nel 1994 - perché sono stato capace di scalare gradualmente tutte le tappe. Dalla serie C con il Gerli di Cusano, al Monza in B, sino alla Lazio, via Torino". Già perché, dopo una stagione passata in prestito ai granata, soltanto nel 1955 Lovati riuscì a prendersi i pali della porta laziale. Non li lasciò più. Bob è un simbolo della Lazio, è lo spirito di una società che ha vissuto per più di un terzo dei suoi 111 anni.

Con i suoi guantoni arrivò in bacheca il primo trofeo della storia: la Coppa Italia del 1958 con 7 vittorie, 2 pareggi e il successo in finale, all'Olimpico, contro la Fiorentina a suon di parate del mitico Bob. Piazzamento eccezionale, imbattibile nelle uscite grazie ai suoi mezzi fisici (1,88 cm per 77kg), soprattutto quelle con i pugni, Lovati riusciva a dare sicurezza a tutta la retroguardia. E' stato uno dei più forti portieri della Lazio e tra i migliori d'Italia, ma anche lui ebbe però dei nei. Beccato dai tifosi laziali per i gol incassati nei derby dall'incubo Dino Da Costa: "In quattordici stracittadine mi rifilò la bellezza di otto reti. E, se una volta riuscivo ad avere la meglio, al ritorno era capace di fare una doppietta". Appese i guantoni al chiodo a 33 anni.

Impossibile staccarsi dalla Lazio. Dal giorno del ritiro dall'agonismo, Bob Lovati non l'ha mai abbandonata. Una sfilza di incarichi guidati dal cuore biancoceleste: "Anche qui mi sono sudato tutto. Ho fatto una lunga trafila sino alla prima squadra, subentrando diverse volte a colleghi illustri", svelava una decina di anni fa a Lazialità. Tecnico della prima squadra per ben 105 partite in totale, sostituendo Lorenzo, Maestrelli, Vinicio e inoltre allenatore della De Martino (attuale Primavera), preparatore dei portieri, viceallenatore, capo degli osservatori, dirigente, talent scout, ma soprattutto la voce amichevole, esperta, competente e fidata di intere generazioni di giocatori, presidenti, allenatori e dirigenti biancocelesti degli ultimi 50 anni. Bob sapeva i segreti di ciascuno, li ha sempre custoditi gelosamente. Da allenatore riuscì a conquistare la Coppa delle Alpi nel 1971, poco prima che sulla panchina biancoceleste arrivasse Tommaso Maestrelli, con il quale ebbe un rapporto speciale, profondo. Tutti si fidavano di lui. Nella stagione 1979/80 Lovati riuscì persino con immensa abilità, dopo lo scandalo del calcio scommesse, a salvare la Lazio dalla retrocessione, schierando buona parte della Primavera: "Fu un momento drammatico. Ricordo quando, a Pescara, al rientro negli spogliatoi, l'ufficiale giudiziario mi chiese d'indicargli i giocatori implicati nel calcio scommesse per arrestarli. Mi opposi con tutte le mie forze".

Lovati ha vissuto il meglio e il peggio della Lazio, i suoi campioni e i flop, presidenti amati, altri detestati: "I più forti giocatori che ho mai visto erano Frustalupi e Re Cecconi. Poi i vari Selmosson e Muccinelli, Tozzi e Signori. I portieri più forti: Pulici, Marchegiani e Peruzzi. Fra gli allenatori, Zoff ha fatto un grande lavoro, forse sottovalutato, Zeman è stato il tecnico più moderno. Ricordo Lenzini come un presidente splendido, un vero papà. Gli anni di Calleri furono parecchio difficili, poi Cragnotti modernizzò la Lazio, trasformandola in un club ad ampio raggio".

Con il passare degli anni gli incarichi di Bob alla Lazio sono andati sempre più scemando, nonostante suo figlio Stefano continui a lavorarvi come medico sportivo. Lotito ha tagliato i ponti col passato, ma Lovati non ha mai avuto una parola fuori posto. Anzi, soltanto alla fine dello scorso campionato, a salvezza ottenuta, Bob aveva lanciato un appello al pubblico laziale: "E' un momento difficile, non ci sono risorse e resta complicato essere competitivi. Ho notato una forma di allontanamento dalla squadra, per motivi che non sta a me analizzare, ma è sbagliato. Bisogna sempre rimanere vicini a questa maglia, restare compatti per il bene della Lazio". La sua dedizione è rimasta intatta sino all'ultimo. Chiunque l'ha riconosciuta oggi, svegliandosi e apprendendo la triste notizia: "E' stato un emblema della Lazio per cinquant'anni - la nota del sindaco Gianni Alemanno - e un punto di riferimento indiscusso per tifosi e sportivi. Il suo grande attaccamento ai colori biancocelesti e a Roma ha contraddistinto la sua vita, rendendolo un simbolo del calcio capitolino. A nome mio e di tutta la città rivolgo un affettuoso pensiero alla famiglia e al sodalizio biancoceleste".

Condoglianze anche da parte del presidente della Provincia, Nicola Zingaretti ("Resterà nei cuori di tanti sportivi e tifosi per le sue doti sempre più rare nel calcio moderno"), e dal presidente della Regione, Renata Polverini: "Il Lazio perde un grande uomo di sport". Ancora sconvolto uno dei suoi più grandi amici, Felice Pulici: "Non trovo le parole per esprimere il mio dolore. Bob è la storia della Lazio, il mio tutore, mi ha insegnato tutto quello che so. Con lui se ne va un pezzo di Lazio. E' stata una persona straordinaria e importante. In una parola indimenticabile". Dino Zoff lo riassume in due: "Un grande portiere e un grande uomo". La Lazio dedicherà una puntata speciale stasera sulla propria Radio Ufficiale, venerdì pomeriggio alle 15 sarà presente ai funerali (chiesa Gran Madre di Dio, via Cassia 1, Ponte Milvio) per l'ultimo saluto. Il vicecapitano Ledesma intanto rivolge il proprio attraverso il suo blog: "Sei stato uno delle prime persone della Lazio che ho conosciuto. Uno dei primi a stringermi la mano e a incoraggiarmi quando tutto andava storto. Uno sguardo che non dimenticherò mai e che ho avuto l'onore di incrociare. Io, che in confronto a te non sarò mai nessuno. Ciao Grande Bob, tuo Cristian".


La Gazzetta dello Sport titola: "La Lazio piange Lovati. Una vita biancoceleste. È scomparso questa mattina a Roma il portiere della prima Coppa Italia laziale. Aveva 83 anni ed era rimasto nella società romana anche dopo l'addio al calcio, ricoprendo il ruolo di preparatore, tecnico e dirigente".

La vita lui se l'è sempre goduta. Lo capivi quando lo incontravi nei viali di Formello, dove non ha mai smesso di andare. Bob Lovati sorrideva e ti dava una potente pacca sulla spalla, con le belle ragazze si lasciava andare a qualche frivolo complimento e se c'era da dire una parolaccia non si tirava certo indietro... Amava la vita quell'omone alto alto, sempre in forma. Bob Lovati, portiere di Pisa, Monza, Torino e soprattutto Lazio, è scomparso questa mattina a Roma all'età di 83 anni. Tutti vissuti pienamente. Per la Lazio si trattava di un simbolo, una presenza costante per oltre mezzo secolo. Lovati, due presenze in Nazionale, era arrivato infatti a Roma nel 1955 e aveva difeso la porta biancoceleste fino al 1961, conquistando la prima Coppa Italia della Lazio, nel 1958. Lovati vanta 146 presenze complessive, di cui 135 in campionato e 11 in Coppa Italia. A quella società si era legato al punto da non volerla lasciare più. Dal momento del suo addio al calcio si trova infatti a ricoprire ruoli di ogni genere. Prima lavora come allenatore delle giovanili, poi preparatore dei portieri, quindi tecnico anche della prima squadra (110 partite e la conquista della Coppa delle Alpi nel 1971) e dirigente.


Il Tempo titola: "Ciao Bob. A 84 anni si è spento Roberto Lovati. Dal 1955 un lungo amore per i colori biancocelesti. La Lazio perde uno dei suoi simboli. Portiere della prima Coppa Italia. Poi dirigente e più volte allenatore".

In un giorno dove il cielo biancoceleste ha deciso di nascondere il sole per versare sulla capitale una pioggia impregnata di lacrime, se qualcuno avesse provato a scrivere la parola Lazio e poi a scomporla avrebbe sgranato gli occhi nel vederla così riassembalata: Lovati. Sì, perché il caro vecchio Bob è stato e sarà la Lazio, come aveva scritto su uno striscione di qualche anno fa la Curva Nord. Se n'è andato ieri a 83 anni, Roberto Lovati, accompagnato dal ricordo di chi lo ha conosciuto di persona, scoprendone quel lato un po' british condito di classe e ironia che lo rendeva irresistibile soprattutto tra il gentil sesso, e da quello di chi lo ha amato a prescindere per il suo essere stato una bandiera di una Lazio che in 50 anni vissuti tutti d'un fiato in lui ha trovato un rassicurante elemento di continuità. Arrivato nel 1955 come portiere della prima squadra della capitale il vecchio Bob ha poi ricoperto i ruoli più disparati. Da giocatore è stato uno degli eroi che, con Bernardini in panchina e 70.000 spettatori sugli spalti dell'Olimpico, superò nel 1958 la Fiorentina 1-0 per la prima Coppa Italia. L'addio al calcio arrivò presto, a 34 anni, con 2 presenze in Nazionale, mille e mille parate, una cicatrice sulla fronte rimediata in una delle sue uscite spericolate e l'incubo del romanista Da Costa, bestia nera di tanti derby. Ma la sua storia d'amore con la Lazio non poteva chiudersi lì.

Attaccati gli scarpini al chiodo quel legame viscerale e forte si è cementato. Lovati da allora in biancoceleste è stato tutto: tecnico delle giovanili (2 scudettini), osservatore, dirigente, vice allenatore della prima squadra (fu la spalla-confidente di Maestrelli nella cavalcata tricolore del '74) di cui spesso è diventato la ciambella cui aggrapparsi nel mare in tempesta. Come nel '71 quando, con la Lazio appena retrocessa in B e pronta a passare nelle mani di Maestrelli, la guidò alla conquista della Coppa delle Alpi. O soprattutto nel 1979-80, quando con la squadra decimata dal primo calcio scommesse riuscì nel miracolo di assemblare la squadra primavera con Garlaschelli e D'Amico per ottenere sul campo una inutile salvezza suggellata nello storico Lazio-Catanzaro 2-0. Superando le onde di annate anonime e difficili è approdato all'era-Cragnotti divenendo l'uomo fidato cui Zoff, Zeman ed Eriksson affidavano le relazioni sulle squadre avversarie. Ha brindato ancora da protagonista ai grandi successi di quegli anni arrivando a un addio, che mai avrebbe voluto, con l'avvento di Lotito.

Ma una storia d'amore, vera e di passione, non finirà mai. Ha detto Tolkien che le radici profonde non gelano. E a ragione quelle del vecchio Bob resteranno saldamente piantate nella ultra centenaria storia della Società Sportiva Lazio 1900.


Francesco Janich, Roberto Lovati, Claudio Lotito, Maurilio Prini
Roberto Lovati con il figlio Stefano, consulente ortopedico della S.S. Lazio

31 marzo 2011: Vincenzo Cerracchio su "Il Messaggero" ci racconta Bob Lovati

Da Il Messaggero del 31 marzo 2011:

Lo credevamo immortale. Giacca, cravatta, fazzoletto abbinato da taschino. Mai un visibile anno di più. Ancora così dopo gli 80, il fisico asciutto e quell'eleganza sportiva, per niente snob. Bob è stato una bandiera gloriosa, mai spiegazzata: una di quelle che il vento non spazza, gonfia soltanto; che la sera ripieghi nel cassetto della vita per rialzarla all'indomani fresca di stiro. Una bandiera bianca e celeste, senza possibili commistioni. Unica, questa sì sicuramente immortale. La bandiera di un popolo intero. Diceva sempre: "Amo lo sport, le donne e la vita. Ogni giorno che passa è un giorno felice". Lo credevamo indistruttibile. Ma lui alla morte aveva preso da qualche tempo a pensarci. Agli amici più cari, a Gabriella, a Franco, a Felice, ad Antonella, aveva confidato il sogno, che è quello di tutti: "Vorrei morire nel mio letto, addormentarmi la sera e non risvegliarmi". E' stato esaudito. Chi è corso ieri mattina al suo capezzale, gli ha visto fra le lacrime il volto disteso, quasi sorridente. Un premio alla carriera, verrebbe da dire, un'eredità che lascia nell'animo di chi gli ha voluto bene. Quindi tutti, laziali ma anche romanisti. Perché nessuno è stato più sportivo di lui in una città che il tifo a volte annebbia.

Già, lo tormentavamo quasi a ogni derby: racconta di Da Costa, è vero che ti faceva gol a ogni partita? Lui là per là ti sparava un vaffa sonoro. Poi allargava le braccia: ripeteva il suo calvario, senza rabbia, perfino con autoironia, in fondo aveva simpatia per quel cecchino brasiliano in maglia giallorossa che divenne il suo incubo. Però nelle prime due sfide con la Roma, una vinta e una pareggiata, aveva fatto il fenomeno. E poi Da Costa segnava a tutti i portieri, mica solo a lui. Anche a Ghezzi e a Buffon, i grandi rivali degli anni '50. Quelli che gli sfilarono la maglia della nazionale alla seconda partita, sei gol dalla Jugoslavia a un'Italietta indifendibile. Quel ricordo sì lo faceva arrabbiare: "Perché nessuno ricorda la prima? Uno a zero all'Olimpico all'Irlanda del Nord, segnò Cervato e io parai tutto". Lovati resta un gentiluomo dai modi fintamente burberi. Una maschera sulla bontà. Durante la sua ultima visita al Messaggero, un nostro collega gli disse: "Lo sa che mi chiamo Roberto in suo onore? Per mio padre lei è stato un idolo". Lui scattò sugli attenti e rispose: "Agli ordini!". Che era il suo modo cavalleresco di porsi, come quando scendeva dall'alto del suo metro e 88 a baciare la mano di qualsiasi signora lo incrociasse, coetanea o giovincella. O stringeva a sé con l'orgoglio di nonno Ludovica e Maria Sole, le bambine di Stefano, il figlio medico che oggi si prende cura dei giocatori della Lazio. La Lazio che è stata il suo unico grande amore sportivo. Da quando sbarcò a Roma nel '55, dopo un anno in prestito al Torino. Pagato 30 milioni al Monza, non poco per un portiere e per l'epoca.

Raccontava di aver cominciato da mezz'ala, a Cusano Milanino, il paese d'origine che condivide col Trap, e di essere finito fra i pali per aiutare una squadra di periferia che segnava tanto ma prendeva gol a caterve. La verità è che Bob non è stato solo un grande portiere, degno erede di Lucidio Sentimenti IV (oggi novantenne). In 55 anni di Lazio ha fatto l'allenatore, il dirigente, il direttore sportivo, l'osservatore. L'amico. Il confidente. Il complice. Come quando - lo raccontava lui - Chinaglia e compagni scappavano di notte dal ritiro per scorribande amorose e lui, per non tradirli, li copriva: "Fate piano. E se avanza qualcosa ricordatevi del vecchio Bob. Ma con quegli scatenati non avanzava mai niente...". Correvamo da Lovati ogni volta che ci serviva un ricordo. Non una polemica. Della Coppa Italia alzata nel '58 grazie alle sue parate (proverbiali le sue uscite di pugno, che a volte rimandavano la palla fino a centrocampo), dei giovani tirati su nelle giovanili (la vecchia De Martino), che poi divennero Giordano, Tassotti, Agostinelli, Manfredonia. Della malattia di Maestrelli, al cui capezzale correva per prendere disposizioni, lui che ne aveva preso per necessità il posto. Di Frustalupi, il più grande artefice dello scudetto, di Re Cecconi, formidabile atleta e sfortunatissimo ragazzo. Di quella partita vinta col cuore col Catanzaro all'Olimpico, in 70.000 per una banda di ragazzini, gettati in campo tutti insieme dopo lo tsunami del primo calcioscommesse. La partita-salvezza. Chiamavano lui, il confidente, l'uomo di campo, sempre nelle emergenze. E Bob, nonostante fosse stato il migliore al corso allenatori di Coverciano, non volle mai staccarsi da casa-Lazio per cercare fortuna altrove. Gli bastava l'affetto della città che lo aveva adottato, la stima che lo avvolgeva. Nei momenti più duri c'è sempre stato: accanto a Lorenzo, a Vinicio, a Castagner. Per ciascuno di loro conservava un aneddoto curioso, mai offensivo: "Non ho nemici, nessuno mi ha deluso".

Da osservatore ha vissuto l'era-Zoff, l'esplosione di Zeman, lo scudetto di Eriksson. Adorava Lenzini per i sacrifici che fece per non cedere Chinaglia, e Cragnotti per la determinazione feroce al successo: i due scudetti che visse da protagonista, senza mai apparire, com'era nel suo stile. Prima tifoso, poi dirigente. Di quella sempre più rada schiera di tifosi che non criticano, amano. Ricordate forse un'uscita sbilenca di Lovati? Un parere fuori posto. Un giorno ha lasciato la scrivania di Formello, per limiti d'età o qualcos'altro chissà, ma ha sempre ringraziato per una tessera allo stadio, un cancello aperto, un fugace ritorno sull'erba. Signori si nasce, per dirla con Totò. Scrivere che ci mancherà non rende l'idea. Eri immortale, caro Bob. E un sorriso, infatti, è per sempre.


Una corona funebre
Un momento dell'evento

1 aprile 2011: il giorno del funerale

Da "Il Corriere dello Sport":

Un grande e caloroso abbraccio: è quello che 2.000 tifosi della Lazio hanno voluto riservare a Bob Lovati, indimenticata bandiera della formazione biancoceleste, al suo funerale svoltosi questo pomeriggio a Roma nella Chiesa della Gran Madre di Dio a Ponte Milvio. Una partecipazione numerosa e sentita, espressa anche attraverso striscioni, di cui uno recitava: "Si scrive Lovati, si legge Lazio". Ed oltre ai tifosi, alla cerimonia hanno partecipato anche personaggi del mondo del calcio - da una delegazione della Lazio scudettata nel '74 guidata da Pino Wilson, a tutta la rosa attuale della squadra, capeggiata dal tecnico Edy Reja e dal presidente Claudio Lotito -, dello spettacolo (Enrico Montesano e Pino Insegno) e delle istituzioni. Tra i presenti, la presidente della Regione Lazio Renata Polverini, il numero 1 della Figc Giancarlo Abete, l'ex tecnico della Lazio Delio Rossi, Luca Marchegiani, Simone Inzaghi, una delegazione giovanile della Roma, con Antonio Tempestilli.

"Un grande uomo che per 56 anni ha vestito i colori biancocelesti - ha ricordato Wilson - Per noi del '74 non è stato solo l'allenatore insieme a Maestrelli, ma è sempre stato un punto di riferimento ed un amico fraterno". Delio Rossi ha sottolineato invece che "personaggi di questo genere, che hanno fatto la storia di una squadra, devono stare sempre all'interno della società in qualsiasi ruolo ed in qualsiasi mansione, anche come strappabiglietti se necessario, perché questo aiuterebbe a fare capire qual è la storia della Lazio". Tra le iniziative per ricordare l'ex portiere ed ex dirigente biancoceleste, oltre al lutto al braccio con cui la Lazio giocherà domenica a Napoli - dove prima della partita verrà anche osservato anche un minuto di silenzio - spicca quella dei tifosi che vorrebbero intitolargli il centro sportivo di Formello.






La scheda di Roberto "Bob" Lovati Torna ad inizio pagina