La scomparsa di Felice Pulici


Felice Pulici
Pulici nel maggio 2015 in udienza dal Papa
(Foto LazioWiki - Salvatore Alù)
Pulici negli anni '70
Durante un allenamento nel 1974
12/05/2014: nel giorno del 40° anniversario dello scudetto 1974
12/05/2014: durante la manifestazione "Di Padre in figlio"


1970 nel Novara
1975 con lo scudetto sul petto sulla sua maglia nera
2004 con il Presidente Ugo Longo
1977 nel Monza

Stagione

La biografia di Felice Pulici

Il ricordo di Vincenzo Cerracchio


16 dicembre 2018

Felice Pulici muore la mattina di Domenica 16 dicembre, dopo una lunga malattia, pochi giorni prima di compiere il suo 73° compleanno e pochi mesi dopo la scomparsa del suo amico e compagno di squadra Mario Facco. La notizia viene battuta dagli organi di informazione intorno alle 15.00 lasciando attoniti i tifosi Laziali e non solo.


Scrive La Gazzetta dello Sport:

Lazio, morto Felice Pulici: portiere del primo scudetto biancoceleste. A 72 anni viene a mancare l’estremo difensore che conquistò il primo tricolore con la maglia biancoceleste.

Si è spento al Policlinico di Roma Felice Pulici, portiere della Lazio che nel 1974 vinse con Tommaso Maestrelli il suo primo scudetto. Da tempo era gravemente malato. Pulici ha vestito per sei stagioni la maglia della Lazio ed ha giocato anche con Novara, Monza e Ascoli. Era stato dirigente e capo del settore giovanile (anche allenatore) della Lazio, che aveva difeso come avvocato con altri legali nel calcio scommesse. Era rimasto legatissimo alla Lazio: grande il cordoglio dell’ambiente biancoceleste. Simone Inzaghi ricorda Felice Pulici: "Ho un ricordo bellissimo di Felice. Quando sono arrivato alla Lazio nel 1999 era un dirigente, un punto fermo per noi giocatori. E’ stato molto importante per le nostre vittorie e per il mio insierimento qui a Roma. Colgo l’occasione per fare le mie condoglianze alla famiglia. Abbiamo perso un grande laziale e un grande uomo".


Dal Corriere dello Sport:

Lazio in lutto: è morto Felice Pulici. Fu il portiere del primo scudetto della Lazio.

Lutto per il calcio italiano: è morto Felice Pulici, portiere del primo scudetto della Lazio. Lo apprende l'Ansa. L'ex numero 1 biancoceleste aveva 73 anni. Portiere della Lazio di Tommaso Maestrelli, campione d'Italia nel campionato 1973-74, Pulici era nato a Sovico, in Lombardia, ed era un romano d'adozione, amato dai tifosi laziali e rispettato da quelli di fede giallorossa. Oltre che nella Lazio, dove in cinque campionati riuscì a mettere insieme 150 presenze consecutive, aveva giocato con Lecco, Novara, Monza e Ascoli. Poi, dopo aver smesso, aveva ricoperto diversi ruoli dirigenziali nella società biancoceleste (già dal 1983, con Giorgio Chinaglia presidente) e poi anche nell'Ascoli. Il club biancoceleste tramite i suoi profili social ha espresso il suo cordoglio: "La S.S. Lazio, il suo Presidente, l'allenatore, i giocatori e tutto lo staff esprimono profondo cordoglio per la scomparsa di Felice Pulici, portiere della squadra biancoceleste che nel 1974 vinse il primo storico Scudetto. Il Club si unisce al dolore della famiglia»".


Dal Il Messaggero:

Se ne è andato in silenzio. In punta di piedi. Così come ha sempre vissuto. La Lazio piange Felice Pulici, indimenticato portiere del primo scudetto biancoceleste. È morto all’età di 73 anni dopo una lunga malattia. Alla Lazio in cinque campionati ha messo insieme 150 presenze consecutive. "Pu... Pu... Pulici", era un grido che saliva alto, quasi rabbioso. Più che un coro era un’invocazione, una preghiera di aiuto o un grazie urlato in coro da migliaia di laziali. Gli stessi che oggi lo piangono. Un’altra stella che si aggiunge al firmamento biancoceleste. Nel 1972 Pulici passa dal Novara alla Lazio di Tommaso Maestrelli, da poco promossa in Serie A. Per cinque anni non salta neppure una partita e, come detto, vince il campionato nel 1973/74. Si trasferisce quindi al Monza e all'Ascoli. Nel 1982, invece, torna alla Lazio per una sola stagione. Infine si ritira. Resta comunque nella Lazio come allenatore della Primavera nel 1983. Poi, con l'arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza biancoceleste, entra nella dirigenza come direttore generale. Per due volte è il responsabile del settore giovanile laziale: dal 1994 al 1998 e poi dal 2003 al 2004. Nel 2006 Claudio Lotito lo sceglie come membro della segreteria generale e, sempre nello stesso anno, è uno degli avvocati che rappresentano il club durante il processo sportivo di Calciopoli. Nell'agosto del 2006 Lotito gli affida la rappresentanza della società.


Da La Repubblica:

Il calcio piange la morte di Felice Pulici, scomparso oggi a pochi giorni dal suo 73° compleanno. Era malato da tempo. Nato a Sovico, in provincia di Milano, il 22 dicembre 1945, l’ex portiere aveva iniziato la propria carriera nelle giovanili del Lecco. Esploso nel Novara (112 presenze tra il 1968 e il 1972), visse i suoi anni migliori alla Lazio dove conquistò lo scudetto nel 1974. Ceduto nell’ottobre del 1977 al Monza, fu per tre anni il portiere dell’Ascoli in Serie A centrando una storica qualificazione in Coppa Uefa e vincendo, nel 1981, il torneo di Capodanno. Tornò a giugno dello stesso anno alla Lazio, chiudendo la carriera nel giugno seguente a 36 anni.

"Perdiamo un grandissimo laziale e un grandissimo uomo". Così il tecnico della Lazio Simone Inzaghi ha voluto ricordare l'ex portiere biancoceleste, prima di iniziare la conferenza stampa alla vigilia della sfida contro l'Atalanta. "E' una brutta notizia che tocca tutto il mondo Lazio, me in particolare. Ho un ricordo bellissimo di Felice - ha raccontato l'allenatore piacentino - quando sono arrivato alla Lazio nel 1999 era un punto fermo della società. Una persona sempre vicina a noi giocatori, importante per le nostre vittorie e per il mio inserimento a Roma. Colgo l'occasione per fare le più sentite condoglianze alla famiglia". Una volta appesi gli scarpini al chiodo, rimase all’interno della società biancoceleste guidando inizialmente la Primavera. Nel 1983, con l’arrivo di Giorgio Chinaglia alla presidenza, Pulici divenne direttore generale. Continuò la sua carriera da dirigente anche con l’avvento di Cragnotti e, in seguito, di Lotito, ricoprendo vari ruoli. È stato per due volte responsabile del settore giovanile: la prima dal 1994 al 1998, la seconda dal 2003 al 2004.

L’attuale presidente lo aveva promosso membro della segreteria generale nel 2005. E nel 2006 è stato uno degli avvocati che hanno rappresentato il club nel processo di Calciopoli. Nell’agosto dello stesso anno gli è stata affidata da Lotito, inibito per 2 anni, la rappresentanza sportiva della società. Pulici dovette firmare i contratti e provvedere ai tesseramenti. A fine anno lasciò definitivamente la Lazio per ricoprire il ruolo di direttore generale dell’Ascoli. Un incarico che ricoprì per soli 3 mesi, fino a marzo 2007, anno in cui lasciò definitivamente il mondo del calcio per diventare un alto dirigente dell’Associazione Nazionale per lo Sport dei sordomuti.


17/12/2018: il titolo del Corsport
Dal Corriere dello Sport all'indomani della sua morte
1971 nel Novara
Pulici all'inizio degli anni '80
Dalla Gazzetta dello Sport: 1974 dopo Milan-Lazio 0-0
Dalla Gazzetta dello Sport: 1976 dopo il derby vinto 1-0
1970 primo portiere del Novara
1979 portiere dell'Ascoli

17 dicembre 2018

Il Corriere dello Sport, nell'edizione del 17 dicembre 2018, così ricorda Felice Pulici:

La Lazio era felice. Se ne va un altro simbolo di quella magnifica squadra di Maestrelli. Si è spento Pulici, portiere dello scudetto 1974 ed ex dirigente storico del club biancoceleste. Esempio di purezza: era un riferimento per tutti.

Doveva tornare a casa entro un paio di giorni, aveva scritto e consegnato la lista degli invitati a suo figlio Gabriele per il pranzo di sabato, quando avrebbe festeggiato il suo settantatreesimo compleanno in famiglia, con il sorriso e la tempra di ogni giorno, controllato dallo sguardo tenero di sua moglie Paola, di Michela e Raffaella, le altre sue due creature. Ieri mattina, nella camera al Policlinico Umberto Primo, la tv era accesa e stava guardando una partita del campionato Primavera. Felice Pulici si è arreso poco dopo le 11,30 ed essere stato preso in contropiede da un edema polmonare. La pressione era scesa troppo, non ce l’ha fatta. Destino crudele, solo così poteva essere beffato, da una complicazione inattesa durante un periodo di degenza lungo un mese e che doveva essere temporaneo. Felicione, così lo chiamavano gli amici, stava combattendo la malattia da quasi due anni. Con fierezza. Si piegava, non si spezzava, come ai tempi in cui ribatteva qualsiasi pallone o allontanava i fantasmi nelle aule dei tribunali sportivi. Un leone. Era lui che ti faceva forza quando lo chiamavi, non il contrario. "Mica mollo" rispondeva, cambiando argomento. "A casa come va? Novità?". Aspettava, ogni volta, una lieta notizia. Non si arrendeva all’idea che non arrivassero bambini. Era così: un amico intimo, un fratello maggiore, quasi un secondo padre nei confronti di chi sentiva vicino. Sferzante e affettuosa ironia, soffocata da un sorriso. "Ti dovevo chiamare io o dovevi chiamare te?". Le sue telefonate di solito iniziavano così, anche l’ultima (e non doveva esserlo) un paio di mesi fa, quando la famiglia lo aveva accompagnato a Rieti per il premio intitolato a Scopigno. Poi si metteva a parlare di calcio. Della "sua" Lazio con la solita, torrenziale, passione.

"Hai visto l’altro giorno?". Voleva Felipe Anderson centravanti, gli sarebbe piaciuto se Marchetti fosse rimasto come secondo di Strakosha, si tormentava per l’Olimpico semivuoto. Umiltà e umanità d’altri tempi. Un signore vero. Entrava con pudore nei discorsi societari. Il distacco, dopo una brusca telefonata con Lotito nell’autunno 2006, lo aveva messo a disagio e fatto soffrire. L’avvocato Gentile provò invano a convincerlo, ma Felice non tornò sui suoi passi per coerenza e perché da uomo tutto d’un pezzo sapeva, a quel punto, di non poterlo e volerlo. Accettò con il tempo, con discrezione e senza rancore, di essersi allontanato da una società e dai colori che non ha smesso di amare per un solo giorno. E per cui aveva lavorato sino a un paio di mesi prima con successo. Si era laureato in legge nel 1992, era un esperto di diritto sportivo, aveva coordinato lo staff legale (composto dall’ex presidente Ugo Longo, suo grande amico, dagli avvocati Siniscalchi e Viglione) verso la salvezza nel processo legato a Calciopoli. Tre punti di penalizzazione piuttosto che la retrocessione in B. L’ultima impresa per la Lazio dopo aver vinto uno scudetto tra i pali ed esserne stato direttore generale con Chinaglia, responsabile del settore giovanile all’epoca della gestione Calleri, dirigente illuminato durante l’epopea Cragnotti, segretario e delegato ai rapporti istituzionali con Lotito. Di tutto e di più, anima e cuore, cervello e senso di appartenenza. La Lazio, anche se distante, continuava a vederla in tv. Allo stadio Olimpico non aveva più messo piede, se non per la manifestazione "Di Padre in Figlio" ideata da Pino Wilson e Giancarlo Oddi, altri due scudieri di quella magnifica e irripetibile squadra di Maestrelli, Lenzini e Chinaglia. Per il quarantennale tornò persino in campo qualche minuto e indossò la maglia numero uno, la stessa del 12 maggio 1974, giorno in cui si giocò la partita scudetto con il Foggia e venne alla luce suo figlio Gabriele. Lo seppe rientrando negli spogliatoi e sfuggendo, non si sa come, all’invasione di campo.

Quella maglia, per anni, era rimasta custodita in un armadio di suo suocero a Sovico, in Brianza. Felice credeva di averla persa. Riuscì a riscoprirla per caso nel 2012. Per i suoi settanta anni la portò con orgoglio in redazione, in Piazza Indipendenza: aveva ancora il gesso bianco attaccato alla spalla. Formidabile il legame con Tommaso Maestrelli, il suo principale riferimento. Si capivano con uno sguardo. Ne custodiva la stima con orgoglio. Come la lettera che Chinaglia gli scrisse e inviò dopo essere scappato a New York. Da Long John aveva raccolto la leadership morale della banda capitanata da Wilson. Un anno fa, registrato su una chiavetta, ci portò al giornale un servizio preparato dalla Rai per il derby del 28 novembre 1976, 1-0 per la Lazio, gol di Bruno Giordano sotto la Curva Nord. Tommaso era a casa, consumato dalla malattia, sarebbe scomparso quattro giorni dopo. Felicione parò l’impossibile, compreso un colpo di testa di Pellegrini destinato all’incrocio dei pali. Dedicò il successo a Maestrelli negli spogliatoi. Quella parata, disse, era stata mandata dal cielo. Un senso di disagio e di nostalgia lo accompagnava parlando del suo allenatore, tornato in panchina per salvare la Lazio dalla retrocessione in B due anni dopo lo scudetto. Raccontava il solito episodio, quando Tommaso non riusciva più a stare in piedi e un giorno lui gli chiese lo sforzo di restare seduto accanto alla porta per assistere ad un supplemento di allenamento. Un eccesso di egoismo che, a distanza di una vita, non riusciva a perdonarsi. Ecco chi era Felice Mosè. Severo con se stesso, generoso verso il prossimo. Un esempio di purezza. Ancora oggi scherzava con Pino Wilson, a cui il 14 aprile '74 aveva soffiato la fascia per la partita interna con il Verona (da 1-2 a 4-2 senza tornare negli spogliatoi per l’intervallo) perché Maestrelli non voleva che il capitano rischiasse di prendere un cartellino giallo per la protesta dell’associazione calciatori (inizio ritardato di un quarto d’ora).

Il Mondiale in Germania lo saltò solo perché chiuso da tre mostri sacri come Zoff, Albertosi e Castellini. Si fermò alle preconvocazioni. Felice era arrivato a Roma dal Novara due anni prima, nell’estate 1972, spinto anche dalla considerazione di Silvio Piola, a cui chiese consiglio Bob Lovati prima di acquistarlo. La Lazio doveva sostituire Bandoni, era appena stata promossa in Serie A e Pulici, con il Novara, aveva persino preso cinque gol all’Olimpico: 35 milioni di lire più Di Vincenzo. Nacque così una storia meravigliosa, interrotta nel 2006 e finita in modo definitivo ieri, guarda caso di domenica mattina, in via Benevento a Roma. Sarebbe un errore ricordarlo solo come portiere o dirigente. Felice aveva studiato da direttore sportivo, si era laureato in giurisprudenza. Lo sport lo conosceva in modo profondo e trasversale. Dipendente della Figc, negli anni Novanta era stato dirigente della Lega Dilettanti e dal 2007 al 2013 ha ricoperto la carica di segretario generale della Federazione Sport Sordi Italia. E’ stato anche vicepresidente del Coni Regionale Lazio. Un riferimento per tutti. Giocatori, tifosi, giornalisti, a cui dedicava con passione ore per spiegare le regole e trasmettere amore per i colori della sua vita. La Lazio era, è stata e resterà per sempre Felice Pulici.


Sempre tratti dal quotidiano sportivo romano, il ricordo di Felice Pulici di altri personaggi legati al mondo biancoceleste:


Così scrive Massimo Maestrelli, figlio dell'indimenticato Tommaso, allenatore del primo scudetto:

Caro Felix, abbraccia tutti

Ciao, caro Felix, una giornata così triste viene in parte attenuata dall’ultima gioia che mi hai regalato qualche giorno fa (la sera del 2 dicembre), quando mi hai chiamato per dimostrarmi la tua vicinanza e per lamentarti di non aver fatto dire messa, per la prima volta in 42 anni a Prima Porta, con padre Vittorio che come in una fiaba ricordava chi non c’era più, in preghiera con tutti noi riuniti. Oggi ho capito che mi hai voluto dire qualcosa di più, come se stessi collegando quella circostanza a qualcosa che stava per succedere a breve, non era una casualità. Mi hai parlato anche dei miei fratelli, Patrizia e Maurizio, che non era giusto averli persi così presto, di mamma e naturalmente di Lui, Babbo. Quello che ha avvolto la vostra squadra è qualcosa che a distanza di anni rimane un mistero, qualcosa che va oltre il calcio, e oggi mette te nella leggenda insieme ai tuoi compagni di merenda. Ti ho sentito giù ed ho cercato di sollevarti facendoti parlare ed esprimendo tutto il mio affetto ed amore verso di te.

Mi hai raccontato di come impattasti per la prima volta Babbo davanti al Gallia. Lo vedesti da lontano, lui ti venne vicino, ti salutò affettuosamente, come se foste vecchi amici, e ti chiese se lo accompagnavi a comprare una cinta, che mamma Lina non aveva messo in borsa. Nessun argomento tecnico (tu eri già pronto a rispondere a ogni domanda), ma solo un contatto umano che avrebbe costituito la base per tutto ciò che sarebbe accaduto, nella gioia e nel dolore per i successivi 40 anni. Come non ricordare quel momento in cui dopo una partita riuscì con Maurizio a strapparti (davvero) quella maglia grigia (sei stato precursore in un periodo in cui il portiere indossava solo maglie nere) con lo scudetto, dalle tue mani. Ci hai reso davvero felici, non potevamo desiderare qualcosa di più bello! E quella partita spettacolare, pochi giorni prima che Lui ci lasciasse, quando in un derby volasti dove pensavi di non poter tecnicamente arrivare, quel pianto dopo la partita e la tua dedica per radio che babbo ascoltò emozionandosi e piangendo di gioia. Le ultime lacrime le versò per te. Il giorno della nostra laurea, della tua, il 12 maggio '74, il giorno della nascita di tuo figlio e del primo scudetto, il giorno che portasti la sedia in campo per far sedere Babbo, sfiancato dal male, a vedere le tue ultime parate a fine allenamento nel campo di Tor di Quinto. Ora credo davvero che stiate assieme, lui davanti all’ingresso di qualcosa di grande, senza chiederti se lo accompagni a comprare una cinta, ma, sorridendo con quel suo dolce sguardo, invitandoti a raggiungere i tuoi amati compagni oltre a Renato, Gigi, Nanni e vivere con loro per l’eternità. Grazie grande Felix. Un abbraccio ai miei cari.


► Ieri erano lì, insieme a lui, Pino Wilson e Giancarlo Oddi. Si sono precipitati all’ospedale appena saputa la notizia, per stare accanto a Felice. Era uno di famiglia per loro. Può sembrare retorico, ma non lo è. Insieme hanno scritto una delle pagine più romantiche della storia della Lazio e del calcio in generale. E quel rapporto costruito in campo con la vittoria dello scudetto del 1974 è andato oltre, si è stretto ancora di più negli anni successivi: "Ci mancheranno - racconta Wilson - le serate passate insieme a cena. Le trascorrevamo ricordando aneddoti e momenti di quel trionfo. Negli ultimi tempi purtroppo non era stato più possibile, ma continuavamo a sentirci sempre telefonicamente. Una volta chiuso con il calcio siamo diventati ancora più gruppo rispetto a quando condividevamo lo spogliatoio. Questo fa capire quanto fosse intenso il nostro rapporto". È inevitabilmente commosso, il capitano di quella squadra unica nel suo genere, non potrebbe essere altrimenti: "Purtroppo stiamo continuando a pagare a caro prezzo il corso degli anni. A distanza di tre mesi dalla scomparsa di Mario Facco, perdiamo un altro enorme pezzo di storia della Lazio. Se n’è andato un grandissimo uomo, un ragazzo d’oro. Ha lottato fino all’ultimo con la malattia, era legatissimo alla vita. Alla fine ha dovuto cedere e credo che ad attanagliarlo di più fosse il fatto di lasciare una famiglia perfetta. I suoi pensieri erano sempre rivolti ai figli e alla moglie Paola".

Proprio lei, che ogni volta doveva intervenire per placare il suo carattere esuberante: "Ci scherzavamo sempre su questa cosa, sulla sua verve e il modo polemico di affrontare le cose. Partiva in sordina per poi alzare man mano i toni. Noi guardavamo Paola sorridendo e lei lo calmava: "Felice, stai tranquillo". Era adorabile, uno che dava sempre tutto se stesso e che metteva la faccia in qualsiasi contesto. Questa notizia è stata un fulmine a ciel sereno. Due giorni fa ci eravamo sentiti al telefono e aveva detto che stava per tornare a casa per passare il Natale in famiglia. Sapevo che sarebbe cambiato poco e che prima o poi sarebbe successo, ma quella chiamata in un certo senso consentiva a tutti di essere un po’ più tranquilli. Mai mi sarei aspettato di dovermi ritrovare qui a distanza di 48 ore". Insieme a lui c’è Giancarlo Oddi, altro compagno di mille battaglie: "Purtroppo Felice se n’è andato. Perdo moltissimo. Lo so, si dice sempre così quando qualcuno se ne va. Ma lui era davvero speciale per me. Un grande amico, non ci siamo mai persi di vista, nemmeno nei momenti in cui le nostre strade hanno preso percorsi diversi. L’amicizia che ci ha legati è stata stupenda. Sono distrutto". In quella difesa impenetrabile c’era anche Luigi Martini, che lo ricorda con il sorriso: "Era già dirigente in campo, il più saggio. Diciamo che di tutti noi era quello più in sintonia con Maestrelli nel mitigare le nostre esuberanze. Noi eravamo una squadra che per indole suonava sempre la carica, lui ci riportava alla realtà con le sue urla continue dalla porta, ci richiamava all’ordine. A livello tecnico è stata una delle figure più importanti dello scudetto. Ma oltre a quello è stato un amico vero".


► In una vita intera trascorsa nella Lazio, Felice Pulici è riuscito a restare nel cuore di tutti. Lo possono aver conosciuto come portiere, dirigente o avvocato, ma dietro quelle vesti si nascondeva sempre la solita indimenticabile persona. Dino Zoff, ad esempio, ha approfondito il rapporto nel momento in cui è diventato allenatore biancoceleste nel 1990: "Lo trovai in dirigenza, è sempre stato molto legato a me. Abbiamo giocato contro tante volte, poi quando ci siamo trovati sulla stessa barca è stato naturale iniziare a collaborare. Se ne va un gran lavoratore, una persona a modo". Lo ha incontrato sotto questa veste dirigenziale anche Angelo Adamo Gregucci, altro pilastro della storia della Lazio: "Abbiamo perso un emblema di questo club, una sorta di Highlander biancoceleste. Ha speso tutta la sua vita al servizio di questa società, che perde un caposaldo della sua storia. Il suo ricordo però resterà per sempre, perché la sua è una figura troppo importante, sul livello di Bob Lovati e delle altre leggende laziali". Da compagno di squadra è il ricordo invece di Andrea Agostinelli, che dal Congo (allena il Motema Pembe) ha voluto mandare il suo ultimo saluto: "Purtroppo ho appreso la notizia anche da qui. Un dispiacere enorme, sono rimasto attonito. Se ne va un grandissimo". Sempre in quegli anni c’è stato il primo incontro tra Felice e Stefano, il figlio di Luciano Re Cecconi: "Sapevo che non stesse bene. Lui ha rappresentato una parte della mia famiglia. È stato un uomo meraviglioso, che affrontava tutto con passione e trasporto. Ho perso un amico sincero, una persona sulla quale sapevo di poter fare sempre affidamento. Per me c’è sempre stato. La sua assenza si farà sentire". Un po’ più tardi, invece, è avvenuta la conoscenza con l’avvocato Piero Sandulli, con il quale ha lavorato a stretto contatto prima da "compagno di squadra" (insieme a Gianzi) nel team di legali biancocelesti durante il processo 1986/87, poi da "avversario" nel 2006, per "Calciopoli", quando Pulici era nello staff di avvocati della Lazio e il collega giudice della Corte Federale: "Un carissimo amico, un uomo eccezionale per intelligenza, capacità e umiltà. Voglio ricordare un episodio che mi lega particolarmente a lui, quello del processo 1986/87. All’epoca la tecnologia non era sviluppata, non esistevano mail. Ci consegnarono alle 18.30 in Federcalcio le 3000 pagine che sentenziavano la retrocessione della Lazio in Serie C. Lui le prese subito e la mattina dopo, alle 7, mi venne a prendere. Aveva già letto tutto dall’inizio alla fine, evidenziando le parti importanti sulle quali avremmo dovuto costruire la nostra difesa. Quella che portò nel secondo grado alla conversione della penalizzazione di 9 punti nel campionato di Serie B. In pochi lo ricordano, ma Felice è stato fondamentale anche in quel momento".


► Si sono incontrati la prima volta con lei che era la responsabile della segreteria della Lazio già da qualche anno e lui, 26enne, veniva acquistato nel 1972 dal Novara per difendere i pali della squadra di Maestrelli. Gabriella Grassi, nel suo ruolo all’interno della società biancoceleste (ricoperto per 34 anni dal 1969 al 2003) ha potuto conoscere tutte le versioni di Felice Pulici in questo club. Prima calciatore, poi responsabile del settore giovanile e infine dirigente, le loro carriere hanno fatto sì che i due crescessero praticamente insieme: "Felice è persona che ho conosciuto da ragazza. Un uomo pulito, onesto. Posso dire senza ombra di dubbio di non aver mai incontrato qualcuno più dignitoso di lui nel mondo del calcio. Nel corso della carriera ho frequentato ambienti di calciomercato e ho avuto a che vedere con personalità di molte società in giro per l’Italia. Ecco, posso assicurare di non aver mai avuto a che fare con un personaggio cristallino e puro come lui. Ci lascia davvero una persona splendida, che ha voluto bene alla Lazio e ha dato tutto se stesso per questa società". Sul profilo personale Facebook, Gabriella aveva postato questo mesaggio: "Amava la Lazio come una sua creatura".


Un momento dei funerali
Un momento dei funerali
La bara all'interno della Chiesa
Un momento dei funerali
Un momento dei funerali
Bruno Conti ai funerali
Un ricordo di Felice Pulici
Un momento dei funerali
Un momento dei funerali
Un momento dei funerali
Un momento dei funerali
Un momento dei funerali

18 dicembre 2018

Dal Corriere dello Sport del 18 dicembre 2018:

Vola lassù, Felice. Portiere dello scudetto del '74, dirigente e grande icona della lazialità. E' il giorno dell'ultimo saluto a Pulici. Il mondo Lazio lo piange con il calcio e lo sport italiani.

Lassù, nel Paradiso delle Aquile, riabbraccerà Tommaso Maestrelli e Bob Lovati, i suoi riferimenti. Chinaglia, Frustalupi, Re Cecconi, Polentes, Facco e tutti gli altri amici che troppo presto se ne sono andati, lo stanno aspettando. Quella maestosa e irripetibile Lazio, una leggenda del calcio italiano, oggi la immaginiamo sorridente, scanzonata e divertita nell’Olimpico dei cieli, dove forse sta già dando spettacolo, circondata dalle bandiere e dagli applausi, circondata da un fascio di luci bianche e celesti. E’ in arrivo Felice Pulici e molto più lontano, in un mondo terreno e ogni giorno alla ricerca di un simbolo perduto, oggi lo piangeranno, un diluvio ininterrotto di lacrime, per l’ultimo saluto. Sono le ore del trapasso. L’appuntamento è fissato alle 14 al Cristo Re in viale Mazzini, quartiere Prati. In chiesa si faticherà a trovare posto. Amici, tifosi, conoscenti, ex giocatori, dirigenti, allenatori. Lo saluteranno il mondo della Lazio e dello sport. In tantissimi renderanno omaggio a Felix, non solo portiere dello scudetto del 1974 ed ex dirigente storico di una società per cui ha speso la vita, ricoprendo con umiltà, competenze e professionalità qualsiasi incarico. Direttore generale e sportivo, allenatore della Primavera e responsabile del settore giovanile, delegato ai rapporti istituzionali e agli arbitri, uomo di collegamento con i tifosi e infine avvocato difensore nelle aule dei tribunali sportivi. Era un approdo sicuro, un riferimento. Sempre pronto, defilato e dietro le quinte, a offrire un suggerimento, un consiglio, un sorriso. Lo faceva per la Lazio, senza fini oscuri. Una persona pulita, giusta, come lo ricordano i giocatori. Domenica sera lo piangeva anche Luca Marchegiani, portiere dello scudetto Duemila. E’ stato un amico e un fedele alleato di Ugo Longo in quei mesi durissimi, dopo l’uscita di scena di Cragnotti, in cui la società rischiava il fallimento. Ci sono stati momenti, periodi di transizione o di difficoltà, in cui sarebbe stato giusto affidargli la carica di presidente. Perché meglio di ogni altro, mai sfiorato dagli scandali, ha rappresentato la Lazio. Ecco perché oggi l’ultimo saluto diventerà memorabile come forse lo sono stati solo quelli, tra dicembre ‘76 e gennaio ‘77, di Maestrelli e Re Cecconi.

Sui social, nelle radio, ovunque nelle ultime ore è stato un diluvio di emozioni. "Ho perso un fratello, ma tutti i laziali ricorderanno sempre quella maglia nera con il numero 1 bianco di stoffa, cucito a mano dalla sora Gina" ha scritto Angelo Tonello, ex dirigente. Bellissime parole ha speso Sergio Petrelli, uno dei campioni del ’74. "Ho conosciuto Felice quando ho fatto il militare e non credevo fosse un calciatore. Me lo sono ritrovato alla Lazio e abbiamo sorriso pensando a quei tempi. Era un vero gentleman, un uomo perbene. Abbiamo fatto coppia nei ritiri. La sera leggeva le lettere di Sant’Agostino, io i giornaletti di Kit Carson. L’ho sempre immaginato come il giusto che salva tutti gli altri, la sua parola poteva guidare chi aveva davanti". Si erano visti a maggio, è stata la penultima uscita di Felice, negli ultimi mesi diviso tra casa e ospedale. "La spina dorsale della Lazio era composta da lui, Wilson, Frustalupi e Chinaglia. Trasmetteva molto agli altri, aveva carisma. Una delle ultime volte che l’ho sentito mi ha detto che non era più uscito di casa, mia moglie l’aveva invitato di nascosto e l’ho visto presentarsi. Dopo qualche mese ci ha invitato a casa sua, dove non era mai entrato nessuno dei compagni di squadra". Da New York è rimbalzato il post di Giorgio Chinaglia junior, figlio di Long John. "E’ un giorno triste per la nostra famiglia laziale". A Roma lo ha pianto Ledesma, uno degli ultimi giocatori ad averlo conosciuto a Formello. Si piacevano. "Mi ha sempre colpito la passione con cui parlavi della nostra Lazio - ha scritto Cristian - Ti brillavano gli occhi. Per me sei stato un grande esempio, un punto di riferimento. Continuerai a risplendere lassù, gigante Felice".


► La Lazio è scesa ieri sera in campo a Bergamo con il lutto al braccio per onorare la memoria di Felice Pulici, portiere dello scudetto vinto nel 1974 ed ex dirigente della società biancoceleste in più periodi, scomparso a Roma domenica mattina. Avrebbe compiuto 73 anni sabato. Oggi a Roma si terranno i funerali. La funzione verrà celebrata (alle ore 14) presso la Chiesa del Cristo Re in viale Mazzini, nel quartiere Prati a Roma. Felice lascia la moglie Paola e i suoi tre figli, Michela, Gabriele e Raffaella.


► Tratto dal sito LazioNews:

Si sono svolti i funerali alle ore 14.00 nella Chiesa del Cristo Re a Viale Mazzini. Presenti tifosi e autorità del calcio. Il silenzio è stato rotto da un solo grido "Pu... Pu... Pulici". Forte, sentito, solenne. Il coro che lo ha accompagnato nella sua lunga carriera da portiere della Lazio lo ha accompagnato nel suo ultimo viaggio. Un omaggio spontaneo che i tanti presenti alla Basilica Cristo Re di Roma gli hanno voluto rendere. Felice Pulici se ne è andato a 72 anni nella giornata di domenica, ma rimarrà per sempre nel firmamento biancoceleste. Lo dimostrano i tantissimi tifosi accorsi per dargli l'ultimo saluto. C'era chi, la sua Lazio, quella del '74, l'ha vissuta sulla propria pelle, o chi solo attraverso il racconto di papà o nonni. C'erano anziani, giovani e bambini. C'erano bandiere e striscioni. C'erano i suoi ex compagni come Giordano, Wilson o Piscedda. C'erano altri laziali di altre epoche come Zoff, Giannichedda, Pancaro, Cesar e Orsi. C'era chi Pulici lo ha affrontato solo da avversario come Bruno Conti. E alla fine è arrivata anche una delegazione della Lazio rappresentata da Peruzzi, Inzaghi, Lulic, Cataldi e Lucas Leiva. C'erano tutti, uniti per dare l'ultimo saluto a Felice Pulici, il portiere elegante che è riuscito ad unire intere generazioni di laziali. Nel corso dell’ultimo saluto allo storico portiere del primo Scudetto biancoceleste, ha preso la parola Giuseppe Wilson, che ha letto una commovente lettera indirizzata all’ex compagno di squadra.

"Ciao Felice, sei arrivato in punta di piedi nel lontano 1972 e così, sempre in punta di piedi, te ne sei andato. La nostra famiglia – quella acquisita, la 'banda', per intenderci ha perso un altro pezzo. E che pezzo! Questa è una perdita importante, tanto quanto quella degli altri che ci hanno lasciati. Una perdita che ha portato, tuttavia, uno sgomento e un vuoto incredibile e incolmabile. Senza respiro pensavamo che Lui ci concedesse un po’ di tregua, invece a soli tre mesi dalla dipartita di Mario ha voluto rimetterci alla prova. Però, questa volta, il lutto è stato pesantissimo".

"Quante battaglie, quante gioie e belle serate abbiamo trascorso davanti a un bicchiere di vino, a raccontarci quegli anni favolosi e incredibili. Gli aneddoti e le prese in giro con Giancarlo e le tue proverbiali esternazioni con un crescendo rossiniano e con Paola che ti invitava alla calma. Diceva 'Felice! Felice, basta!'. Mi piace ricordare i giorni che hanno preceduto la prima edizione di Di Padre in Figlio, quando con Giancarlo abbiamo stilato la formazione – quella nostra – da opporre a quella dei ragazzi che ci hanno sempre rispettati e che mai ci hanno fatto pesare le loro vittorie più pesanti in campo nazionale e internazionale. Ci siamo preparati come se volessimo vincere pure quella partita! Pieni di orgoglio abbiamo deciso poi di farci sostituire dai nostri figli. Il tuo Gabriele tra i pali, senz’altro migliore di te nelle uscite – detto tra di noi, Felice – e poi James, Cristiano, Giorgino e i figli di Nanni, Petrelli, Martini, Re Cecconi, Frustalupi e così via. Ci brillavano gli occhi! Starei ore ancora a raccontare, ma la botta è stata devastante".

"La banda di anno in anno si assottiglia. Ma anche quando rimarranno solo due di noi e uno dei due volerà in cielo, sono sicuro che l’altro – dopo un po’ di esitazione – lo chiamerà e gli dirà: 'fermati, che vengo anche io!'. Vorrei terminare con dei versi di Felice che questa mattina mi ha mandato Giancarlo. Dice Felice: 'La Lazio non è una squadra di calcio, la Lazio ti entra dentro, ti cattura, è lei che ti sceglie. E come i giovani figli di Sparta attrae a sé solo chi è disposto a soffrire, perché quando c’è la Lazio di mezzo non c’è mai nulla di facile'. Questo lo pensavamo, lo pensiamo tutt’ora e lo penseremo. Ciao Felice!".


Il Comune di Sovico, città natale di Felice Pulici in provincia di Monza e Brianza, così ricorda il portiere biancoceleste:

"Ciao Felice, sarai sempre il nostro numero 1". Il Comune di Sovico ha ricordato così il calciatore Felice Pulici, scomparso domenica a Roma a 72 anni. Il portiere della Lazio del primo scudetto era nato in paese nel 1945, in Brianza aveva mosso i primi passi sui campi da calcio, a Sovico aveva conosciuto la moglie prima di volare nella capitale. Pulici era stato nel ’77-78 anche a guardia della porta del Monza. "Sovicese di nascita, Felice ha raggiunto i vertici del successo sportivo nella capitale, dove ha costruito anche la propria carriera professionale, dopo aver lasciato l´ambiente del calcio – ricorda l’amministrazione - È sempre rimasto profondamente legato al paese di origine, a cui periodicamente faceva ritorno e per il quale molto si spese in passato. Lo ricordiamo per la sua innata simpatia e per quel suo modo di fare sempre disponibile nei confronti degli altri, caratteristica che lo contraddistinse nella sua carriera sportiva e non solo. Ciao Felice, sarai sempre il nostro numero 1".


Un articolo tratto dal Corriere dello Sport del 19 dicembre 2018 edizione nazionale
Un articolo tratto dalla Gazzetta dello Sport del 19 dicembre 2018

19 dicembre 2018

Il Corriere dello Sport, nell'edizione del 19 dicembre 2018, scrive:

Ciao Felice. Lacrime e applausi, se n'è andato un campione trasversale. L'ultima impresa ha unito la città nel suo nome. Ieri l'estremo saluto a Pulici al Cristo Re. Don Vittorio: 'Sarai il nostro Angelo Custode'".

L’organo suona dolcemente le note dell’inno dedicato alla Lazio, quando Don Vittorio sparge l’incenso sull’altare del Cristo Re e i ragazzi del ‘74 s’avvicinano per l’ultima volta a Felice Pulici e lo caricano sulle spalle per portarlo fuori dove lo aspettano parenti, amici e un altro centinaio di tifosi, in piedi per sventolare un lunghissimo striscione. "Del ‘74 uno degli eroi... Della lazialità il vanto! Ciao Felix". Sono le tre del pomeriggio e un applauso composto riesce persino a placare i clacson del traffico impazzito in viale Mazzini. Se n’è appena andato un signore, mica solo un ex dirigente e il portiere dello scudetto di Maestrelli. Un grande uomo, amato sul serio e in modo trasversale, perché capace di abbattere gli steccati e di riunire tutti intorno al suo nome. Te ne accorgi girando lo sguardo all’interno della chiesa, dove sono venuti in tanti a salutarlo. Lo sport italiano, rappresentato da Giovanni Malagò ma anche Gianni Petrucci, Mario Pescante, Franco Chimenti, Massimo Fabbricini. Una bandiera della Roma come Bruno Conti, suo amico e rivale nel settore giovanile. E’ accanto a Wilson e Oddi. Un derby d’altri tempi, profondo rispetto, lontano anni luce dai veleni moderni dei social. Piange come una fontana Bruno Giordano, singhiozza Tonino Tempestilli. Tutti uniti vicino al feretro. Forse è stata questa l’ultima e invisibile impresa di Felice, campione trasversale, capace di richiamare, nel giorno dell’addio, anche la Lazio da cui si era allontanato dodici anni fa e che sino a ieri lo aveva dimenticato. Ecco Simone Inzaghi e Angelo Peruzzi accompagnati dal capitano Lulic, Leiva e Cataldi.

Dalla parte opposta della chiesa, invece, si sono sistemati i rappresentanti della federazione sordi, di cui Felicione era stato segretario dal 2007 al 2013 prima di assumere la carica di vicepresidente del Coni Regionale Lazio. Ha detto bene Wilson, immaginandolo nascosto in un angolo. Era un uomo discreto, semplice, devoto. Come vera, raccolta e silenziosa è stata l’atmosfera del suo funerale. Dal Vangelo secondo Luca per raccontare la "resurrezione di un ragazzo", così ha spiegato Don Vittorio nell’omelia, ricordando la fede di Felice, perché lassù "si trasformerà, presso nostro Signore, in un angelo custode e pregherà per i suoi figli e per gli amici. Nella convinzione che la vita non è tolta, ma solo trasferita". La parte più struggente quando suo figlio Gabriele, trattenendo a stento le lacrime, ha ringraziato il professor Vincenzo Loiaconi, il professor Magistrelli e lo staff medico che ha seguito Felice negli ultimi mesi prima di leggere un messaggio ricevuto da Rosalba, una signora che aveva conosciuto Felice in ospedale. "Dovevo essere operata al cuore, a lui era già capitato e mi portava ogni giorno un sorriso, il più presente nel mio percorso. Era un esempio. I grandi uomini guardano con occhi da bambino". Lo hanno salutato i suoi due figliocci, Chiara e Gabriele, i vicini di casa che Felice, intorno al camino, aveva fatto diventare di famiglia. Ha pianto Matias Macci, classe Duemila, portiere ex Allievi della Lazio, ora di proprietà del Crotone e in prestito al Fregene. Un altro ragazzo a cui si era dedicato nell’ombra. Perché Pulici era così. Un puro capace di trasmettere passione, sentimenti, insegnamenti. Un amico vero e disinteressato. Ciao Felice. Ci mancherai. Non ti dimenticheremo.


► "Vola Lazio Vola" e il coro "Pu-Pu-Pulici" sono stati la colonna sonora dell'ultimo saluto. La Curva Nord ha srotolato uno striscione a messa conclusa: "Del ’74 uno degli eroi... Della Lazialità il vanto! Ciao Felix, R.I.P.". Durante la celebrazione il messaggio di Fabrizio Toffolo, uno dei vecchi capi degli Irriducibili: "Voglio ricordare il tuo sorriso. Nella Lazio di Cragnotti ricoprivi il ruolo di dirigente, di addetto ai rapporti con la tifoseria. Ti volevamo bene, un gran bene, ma non ascoltavamo nessuno. E quante volte ti passavi la mano nei capelli, quando ti arrabbiavi e non capivi. Oggi con immenso dispiacere per la tua scomparsa, ti voglio ricordare così, con quel sorriso e un profondo rispetto. Perché tu, Felice Pulici, sei stato un gran laziale. Ma soprattutto un gran signore. Riposa in pace".


► Gli occhi lucidi accompagnano le parole. Oppure il contrario, difficile stabilirlo. Ogni ricordo di Felice Pulici si piazza a metà strada tra la tristezza di averlo perso e la soddisfazione di averlo conosciuto. Pino Wilson, capitano di quella squadra storica e "maledetta", non trattiene le lacrime: "Eravamo una banda di matti con un cuore gigante. Queste disgrazie ci hanno fortificato, ma con la scomparsa di Felice si affievolisce il nostro modo di vivere, la nostra sindrome di Peter Pan. Spero che ora stia meglio lassù, con tutti gli altri che ci hanno lasciato troppo presto...". Giancarlo Oddi, altro eroe del '74, ha reso omaggio al suo spirito guerriero: "Era straordinario. Stava male, però voleva vivere, non si era mica buttato giù. Purtroppo non ce l’ha fatta". Quanti amici. Petrelli è stato il suo compagno di stanza per quattro anni: "Dormivo con lui in ritiro e nelle trasferte. Eravamo diversi, questo ci ha unito. Sono stato alla camera ardente, all’inizio non l'ho riconosciuto, quindi mi sono avvicinato e l’ho accarezzato con dolcezza. Volevamo fare una cena prima di Natale, non abbiamo fatto in tempo". Laziali di almeno tre generazioni in Viale Mazzini. Quelli del primo scudetto: Massimo Maestrelli, figlio del compianto Tommaso, D’Amico, Sulfaro. E ancora Franco Nanni, per niente stupito dall'affluenza. "Era rispettato da tutti. Quand’era in giornata parava pure le farfalle. Era colto, sempre acchittato, intelligente. Sul pullman giocava a carte e prendeva in giro Chinaglia che provava a dimostrarsi all'altezza inventando strane parole. Allora Felice urlava: 'Ehiii, prendiamo il vocabolario e scopriamo insieme questo nuovo termine!'".

Angelo Tonello, ex dirigente biancoceleste, lo accosta a Bob Lovati: "Sono stati le due figure più rappresentative della storia della Lazio". Dino Zoff lo ribadisce: "Non era romano di nascita, ma laziale vero. Il suo entusiasmo era contagioso". Bruno Giordano è d’accordo: "Se ne va una persona piena di passione, rimarrà sempre nei nostri cuori". C’è anche Conti, il Bruno giallorosso, insieme a Tempestilli: "Solo stima e rispetto, è stato un professionista esemplare". Piscedda lo ricorda con un sorriso: "Avrebbe voluto così, è stato un punto di riferimento, uno mai banale". Delio Rossi è entrato in chiesa in punta di piedi: "L’ho conosciuto appena arrivato alla Lazio, un campione sul campo e nella vita". Cesar esprime riconoscenza: "Mi ha accolto a Formello, sono qui per ringraziarlo". Stesso concetto espresso da Giannichedda: "Aiutava i nuovi arrivati, conosceva il mondo Lazio a memoria. Cercava di rincuorarci nei momenti difficili". Pancaro, Favalli, Marchegiani, Orsi, Beppe Materazzi, Morrone e Corino gli altri ex. E poi Buccioni, Toni Malco, Guido Paglia, l’agente Canovi, l’onorevole Cochi. Tutti per Felice. Vero numero uno.


22 dicembre 2018

Estratto dal Corriere dello Sport del 22 dicembre 2018:

Il portiere della Lazio di Maestrelli e del primo scudetto oggi avrebbe compiuto 73 anni e il suo ricordo, ogni giorno che passa, diventa sempre più forte e struggente, rilanciato dai social e dalle immagini, con le sue prodezze, che spopolano su Facebook. Felice Pulici se n’è andato domenica scorsa, il club e lo stadio Olimpico lo ricorderanno come merita. Un minuto di silenzio prima dell’inizio della partita con il Cagliari. Sul maxischermo verrà trasmesso un breve video emozionale in cui si legheranno le imprese del passato e quelle più recenti, fuori dal campo e nelle aule dei tribunali sportivi, dove era stato altrettanto decisivo nell’estate del 1986 e vent’anni dopo, nel 2006 sotto la gestione Lotito, in momenti delicatissimi per la società biancoceleste. In giacca e cravatta, Felice Pulici trasmetteva lo stesso carisma dei tempi in cui indossava la maglia (di lana e colore nero) numero uno. "C’è un popolo da onorare, Lotito deve ritrovare il punto di riferimento del tifo laziale" ci raccontò in un’intervista del 2016 che lo rese orgoglioso. Sentiva di interpretare, non rappresentare, il sentimento e la passione di un popolo disperso, frammentato, spesso lontano dalla squadra e dai suoi protagonisti. Da lassù sarà contento di vedere oggi almeno una cornice dignitosa, approfittando del Natale in arrivo e delle formule promozionali decise dalla società.



Il ricordo di Vincenzo Cerracchio

Sai Felice, voglio raccontarti una storia di 45 anni fa...

Non ho pianto, ho scritto un tweet... Lo so che lo sai cos'è un tweet, caro Felice. Come so che sei rimasto fermo al telefono, quello purissimo del "pronto chi parla". Di messaggi il minimo indispensabile, whatsapp una parola senza significato e forse senza senso. Che vuoi farci. Non avevo un computer sotto mano e neanche la forza di farci scorrere su le uniche due dita che ne hanno confidenza. L'ho saputo alle 14,28, perché della nostra vita oggi resta traccia indelebile nella taratura degli strumenti. E ho scritto di getto quello che mi ha suggerito il cuore quando è già stretto e tu lo strizzi ancora in 140 caratteri, o quelli che sono, non lo so più. Che stavi per lasciarci lo sapevo. Perché tra laziali siamo abituati a far la conta, più per scaramanzia che per altro. "Lo sai che Felice e Mario stanno malissimo...", mi disse non so chi. E io Mario lo sentivo spesso per radio e gli sentivo la malattia nella voce. Ma a te non ti sentivo proprio più. E per questo ci stavo più male.

Io ho un freno a mano di fronte alla malattia degli altri. Questo è un blog e posso parlarci dentro come fossi steso sul lettino dello psicanalista, esperienza che non ho mai fatto. Forse più che un freno è un airbag salvavita. Penso a cosa vorrei se fossi io quello da compiangere. A cosa risponderei a uno che ti chiede, compunto e timoroso, "come stai?". A come reagirei se uno - che non sia un familiare stretto, è ovvio - volesse venirmi a trovare. Non ho risposte certe. Ma intanto io cerco di non disturbare. Di non invadere. Avrei dovuto telefonarti e dirti quel banale e irriverente "Come stai?" e chiederti se fossi disposto a vedermi, mai successo fuori da eventi ufficiali: ti avrei allarmato, penso. "E questo perché vuole vedermi? Allora sto messo male davvero..." Poi Mario ci ha lasciati l'ultimo giorno di agosto. Ho scoperto solo oggi che aveva un mese esatto meno di te. E il vostro percorso lo avete compiuto insieme per intero, partendo dalla nebbia di lassù e respirando il sole di qua in mezzo, Mario anche il mare che forse tu amavi di meno, neanche questo so per certo. Respirando la Lazio, che vi ha incantato entrambi, una sirena scudettata che vi ha incatenato qui, tra la gente che vi ha amato e che non dimentica.

Per entrambi avevo sperato nel "miracolo Gigi Riva", che tu non sai cos'è, come whatsapp... E' una cosetta mia e dei miei amici più stretti: mi avevano detto, diversi anni fa, che Riva stava per morire e io che faccio il giornalista e ho tanti amici calciofili lo avevo rivelato sottovoce a qualcuno, perché ogni tanto ci si vanta di sapere e pazienza se sono notizie tristi. Gigi è sempre lì, rombo di tuono, e devo avergli allungato e di molto la vita. I miei amici invece ancora mi sfottono... E stavolta la scaramanzia non ha funzionato. Ho pianto un po' solo stamattina. Nel dormiveglia di una notte agitata. Solo un paio di lacrime nel rimetterti a fuoco. Ma qui non scriverò della tua vita e della tua intensa carriera pubblica, penso lo abbiano fatto frettolosamente altri, non ho letto i giornali. Solo un paio di lacrime. Quelle che tu ingoiavi ogni volta che ti chiamavano a parlare di chi non c'era più, fosse Tommaso o fosse Giorgio. Tommaso più di Giorgio, perché è stato il primo dolore. E il primo dolore, quando perdi un padre, ti ghiaccia l'anima e te la scioglie nel tempo, te lo diluisce. Ho riletto quello che ho scritto in quel tweet, in quei due minuti di apnea dopo aver saputo.

Che eri il mio idolo quando prima dei vent'anni mi (ci) hai regalato la gioia più grande in assoluto della mia vita di passione pallonara. Un idolo in condominio perché nel calcio si vince di squadra ed è la squadra che diventa idolo. Per me non sarà mai la Lazio di Chinaglia e Wilson, o tua e di Cecco, o del mio coetaneo e omonimo Vincenzo. Sarà la Lazio, intesa nella sua purissima essenza. In questo senso ho scritto che tu sei la Lazio. Ho scritto "sei stato" ma è stata la fretta, l'urgenza di espandere il dolore o meglio di lenirlo condividendolo. Poi che sei stato il tecnico con cui confrontarmi. E questo riguarda la nostra maturità. Io giornalista di sport. Tu dirigente, ma prima esperto di calcio, perché nel calcio hai fatto tutto, portiere, allenatore, perfino facente funzione di presidente. Io non ho memoria per le cose piccole e quindi non mi ricordo quando ci siamo presentati, quando ti ho stretto quella mano prodigiosa la prima volta. Forse c'era Giorgio presidente e io ero poco più che un apprendista a Monte Zebio o a Tor di Quinto, ovvero nel mio personale paese delle meraviglie. Però ricordo le cose grandi. Le telefonate che ti facevo per un'intervista o quelle che mi facevi tu per commentare quello che scrivevo. Partivi da lontano, dopo aver alzato la cornetta di getto, io lo so. Per dirmi che condividevi tutto ma... Poi c'era un ma, un dettaglio, un qualcosa che mancava, un aggettivo magari.

Ti accendevi pian piano, come hai sempre fatto. Ti infervoravi in ogni discussione, come l'ottimo avvocato che sei. Credo di averti fatto un regalo ogni volta che scrivevo, e ci credevo sul serio, che la Lazio avrebbe avuto bisogno di più laziali dentro. E non parlo di Lotito, erano ancora i tempi di Cragnotti. E tu eri già dentro, c'eri già stato con Chinaglia, rimettendoci in denaro e in salute. Ne avresti voluti altri come te, come Bob. Coinvolti nell'avventura. Già, il tuo amico Bob, il mio amato Lovati... Questa voglio raccontarla. Voglio sfotterti anch'io, come i miei amici fanno con me per la storia di Riva. Venni a Formello e Formello era appena sorta. Il '98 forse, l'ho già detto, ho poca memoria. Tu e Bob avevate uffici limitrofi. Lui osservatore credo, perfetto relazionatore di prossime avversarie. Tu al Settore Giovanile, responsabile di speranze a venire. Sembravo Giovinco in mezzo a voi portieri lungagnoni e credo di essermi trattenuto per ore perché non mi stancavo mai di ascoltarvi, specie quando vi punzecchiavate in mezzo dialetto, milanesacci che non siete altro. Mi dicesti: "Conosci Domizzi, il nostro giovane centrale? Beh, vedrai. Lui si mangia pure [[Nesta Alessandro|Nesta". Sbagliasti tu o si perse lui, questo non lo so. Anche se gioca ancora, ho visto, a 38 anni. E ha fatto la sua brava carriera, anche se Nesta non lo ha mai raggiunto. E lo so che adesso mi dedicherai un sermoncino da qualche parte lassù per argomentare le tue ragioni. Causa persa, amico mio...

Amico. Nel tweet l'ho scritto con la A maiuscola. Ma subito mi sono chiesto se non fosse magari solo una mia suggestione. E' vero, tu mi hai accompagnato, sei stato testimone, di due momenti fondamentali di un'altra parte della mia vita. Hai presentato i miei primi due libri. L'ho chiesto a te e non potevo chiederlo ad altri che a te. Perché sapevo che li avresti letti con cura e poi avresti detto la verità. Nel primo c'erano la mia gioventù e la tua Lazio. C'era tanta gente in libreria e a me luccicavano gli occhi, anche se non era un momento felice. "Due soli" ha brillato di amore e di calcio, che spesso si confondono o si fondono, non so. Non ti ho mai detto quanto ti sono stato grato quel giorno. Poi c'è stata "Controstoria della Lazio" e lì dentro tu sei citato venti volte, non le ho contate, me lo dice Word. E averti al fianco è stato come un timbro di autenticità. Avevi messo nelle pagine dei post-it gialli, forse per ricordarti gli argomenti. E avevi una cosa da dirmi, subito, urgente. C'era un'omissione in quel libro: avevo scritto che avevi pagato tu per tutti nel caso del passaporto falso di Veron, con qualche mese di inibizione. "Ma ti sei dimenticato che sono stato assolto in tribunale per non aver commesso il fatto..." Avevi ragione tu, stavolta. In realtà per me era scontato, era solo un passaggio di un discorso più ampio, quello della tua inibizione, c'era solo il concetto di "chi paga per tutti". E tu hai sempre pagato il conto per eccesso d'amore. Un amore che abbiamo in comune.

Ecco, io non so se sia giusto chiamarti Amico. Se l'Amico è quello d'infanzia, quello di una vita, è uno con cui vai a pranzo insieme, che frequenti con la famiglia, con cui ti confidi - fin dove può arrivare la confidenza nel genere maschile - con cui insomma ti vedi e ti senti di continuo... bè direi proprio di no. Se Amico è però uno che hai conosciuto bene e a cui ti senti vicino, come stile, come ideali, nel cui animo ti specchi e ti rivedi per dirla tutta... bè io dalla mia parte dico di sì, mi assolvo per il parolone. Spero che tu veda in me quello che ho visto io in te: l'Uomo che lotta per certi valori, che non sono politica né filosofia, sono più semplici e forse un po' più rari oggi di quanto lo fossero in quel remoto '74. Tu campione d'Italia, che scappavi via dalla festa perché ti nasceva un figlio. Io giovane universitario, impossibilitato a fare invasione di campo come tutti per via di un lavoro che mi chiamava proprio di domenica pomeriggio.

Maledette, certe domeniche pomeriggio. Io non ricordo le piccole cose, ma le grandi sì. E la notizia che Giorgio era morto - sono passati già sei anni e mezzo - mi arrivò allora alla stessa ora di ieri. Di una domenica maledetta, che allora beffardamente coincideva con un improbabile primo d'aprile. La differenza è che ieri ho potuto sedermi sul divano e chiudere gli occhi. Quel giorno di sei anni fa guidavo la redazione sportiva di un quotidiano importante, ero immerso in quel lavoro domenicale che ti succhia la linfa, con il tempo che scorre inesorabile e scandisce i minuti che mancano all'inesorabile avvio della rotativa, insomma stavo "facendo il giornale" come si dice in gergo, e mi cadde addosso il mondo, tra l'incredulità prima, il dolore poi, coniugati con l'obbligo di andare avanti di corsa. Cambiare il giornale, scrivere, non piangere per carità... Per me siete morti entrambi alle due e mezza. Tu esattamente come Giorgio. Non importa l'orario esatto e non voglio saperlo. Conta l'ora - per le grandi cose - in cui le vieni a sapere. Alle due e mezza del pomeriggio di una domenica. Delle mie, delle nostre domeniche. Quando si giocava tutti alla stessa ora e il calcio era minuto per minuto e mai avremmo immaginato, noi che eravamo già stati sulla luna, che il rituale sacro sarebbe cambiato e che un giorno la radiolina si sarebbe tramutata in tv, e la tv in smartphone. Alle due e mezza. E per me è un agghiacciante segno del destino. Perfino romantico, però...

Sai Felice, sono andato a vedere su LazioWiki, che è la nostra enciclopedia e il nostro vanto, se ci fosse stato nella Vostra Storia, di quella Lazio intendo, un 16 dicembre felice. Non so perché l'ho fatto, un presentimento o un caso. Bene, il 16 dicembre del '73, esattamente 45 anni fa, tu e Giorgio batteste il Napoli capolista all'Olimpico e lo raggiungeste in testa insieme alla Juventus. Di fatto dando il via a quello straordinario sprint scudetto. Che poi stravinceste. Segnò Giorgio di ginocchio, spingendo in rete avversari e sogni, con la forza del Rodomonte che era. Tu, in compenso, parasti tutto, volando da un palo all'altro, come spesso ti toccava, per arginare Braglia e Juliano. Parasti tutto come nel derby che vincesti da solo nel nome di Maestrelli che moriva e che ti valse uno di quei 10 in pagella che ancora ti emoziona al solo rievocarlo. Penso che le coincidenze esistano, certo. E anche i segnali. Che la nostra esistenza abbia paletti precisi. Morire nel giorno in cui hai vissuto grandi gioie e grandi emozioni in fondo è un destino accettabile, anche se sono passati solo 45 anni dei 100 che speravamo ancora per te.

Domani non è domenica. E' un triste martedì. Alle 14 sarai in Chiesa e so che la Chiesa è importante per te come un rettangolo verde. Ma non è domenica, non ci sarà "papà Lenzini" a segnarti il rigore propiziatorio. Poi uscirai da lì e sparirai alla vista di noi umani. Per andarti ad allenare come si fa di martedì. C'è un'altra partita, presto, da qualche parte. E' così verde quel campo che abbaglia gli occhi. Sembra quello che ci incantava da bambini ogni volta che arrivavamo in cima ai gradini dello stadio. E' così verde che ti fa scendere le lacrime. E adesso chi le ferma più...



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