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Giorgio Chinaglia Presidente della Lazio

Stagione

Centenario: Mario Pennacchia racconta sulla Gazzetta dello Sport la Storia della Lazio - p. 1

Il Centenario del 9 gennaio 2000


Mario Pennacchia, giornalista, scrittore e dirigente biancoceleste, pubblica nel gennaio 2000 una serie di articoli sulla Gazzetta dello Sport in cui racconta i primi cento anni del sodalizio fondato da Luigi Bigiarelli e da altri otto Fondatori. LazioWiki, in questa e nella pagina precedente, riporta per i propri lettori questi articoli.


Parte 4 di 6 - Dalla Gazzetta dello Sport del 7 gennaio 2000:

La breve stagione felice di Lenzini e Maestrelli.

La Lazio torna in Serie A, ma l'entusiasmo si spegne il giorno dopo perché si ritrova nel labirinto dell'impotenza finanziaria, gravata da debiti che la rincorrono ormai da anni. Riunioni e assemblee si succedono con il carillon degli stessi nomi e problemi. Miceli è commissario con Giovannini, poi da solo, poi presidente. Spostata la sede in Via Nizza, la borsa consente soltanto pochi ritocchi alla squadra che con cinque esordienti in Serie A non sembra potersi permettere eccessive ambizioni. E invece a quell'istrione di Lorenzo riesce un gioco di prestigio: alla quarta giornata i biancocelesti sono addirittura imbattuti e primi in classifica accanto al Bologna, dopo aver pareggiato con Fiorentina e Milan e aver battuto Spal e Genoa. E' una Lazio che percorre imprevista e imprevedibile l'intera stagione: pareggia entrambi i derby e nonostante una sbornia solenne (7 sconfitte consecutive!) conclude il campionato al dignitosissimo ottavo posto, decorato da tre "medaglie": 1-0 a San Siro col Milan, sensazionale 3-0 a Torino con la Juventus, 0-0 all'Olimpico con la "signora" Inter in procinto di andare a conquistare a Vienna la sua prima coppa dei Campioni. Il 25 marzo 1964, all'indomani della prodezza sul campo juventino, Miceli si affretta a rinnovare il contratto con Lorenzo e concorda con lui un piano di potenziamento della squadra. Ma due mesi dopo nell'euforia del pareggio imposto all'Inter s'insinua un'indiscrezione galeotta: Lorenzo abbandona la Lazio perché già d'accordo con la Roma.

La felice stagione ha di nuovo attirato consensi e finanziamenti intorno alla Lazio e a maggior ragione sembrano infondate quelle voci. Ma quando Gilardoni e il medico Ziaco, i più legati a Lorenzo, si recano a Tor di Quinto per tranquillizzarsi, proprio da lui ricevono conferma del voltafaccia e tanto è il loro sdegno che quasi lo aggrediscono e comunque lo scacciano su due piedi (al tecnico italo-argentino passato sull'altra sponda perché convinto di non dover più soffrire angustie di bilancio, la nemesi farà trovare la Roma in tale crisi da farsi promotore proprio lui di una grottesca colletta al teatro Sistina!). La stagione 1964-65 trascorre nella mediocrità e si conclude pateticamente: Miceli rinuncia e per la successione si ricorre a un antico benefattore della Lazio, Giorgio Vaccaro, che accetta per amor di patria di governare un consiglio in cui fa capolino finalmente un personaggio nuovo: Umberto Lenzini. La Lazio è in ritiro a Pievepelago, quando è raggiunta da una delegazione di dirigenti guidata da Ercoli per sistemare gli ingaggi. L'esosità delle richieste però è tale che Ercoli, memore dei bruschi, ma salutari metodi di Zenobi, intima: "Ragazzi, poiché queste sono le vostre pretese e noi non possiamo farvi fronte, da domani tornate a Roma e vi allenate a Tor di Quinto, così risparmieremo anche le spese di questo vostro spensierato soggiorno". Nel rovente clima provocato dalla rottura con la squadra, il 4 agosto va in scena un'ennesima puntata assembleare in cui lo spirito dei pionieri torna ad aleggiare nella voce all'eterno, leonino Bitetti: "La vecchia barca della Lazio, che ha 65 anni e da 66 attraversa momenti difficili, è però così solida che non c'è tempesta che possa farla naufragare". La successione di Vaccaro è affidata al giovane Gian Casoni affiancato da Ercoli e Lenzini. Lentamente sta emergendo l'uomo che porterà la "vecchia barca" al largo. Lenzini presidente salpa le ancore il 18 novembre 1965. L'attende la navigazione più avventurosa, ma lui l'affronta senza lasciarsi mai sfiorare dalla tentazione di calare la scialuppa e abbandonare la nave.

E' un uomo mite e generoso, ma capace di irremovibili fermezze e su queste sue doti fonda la sua dedizione alla Lazio che lo renderà popolare tanto quanto lo era stato Zenobi. Nessun presidente conosce le sue pene, le sue delusioni, le sue mortificazioni, ma nessuno riesce a prendersi le sue rivincite. Tante volte sprofonda, altrettante riemerge, perfino sollevandosi come Tritone sulla cresta delle onde placate dal suono della sua buccina. Dal 1965-66 al 1972 la Lazio vince la Coppa delle Alpi, ma cade altre due volte in Serie B. Lenzini cambia segretari (arriva Vona al posto di Ricciardi), chiama accanto a sé addirittura l'ex presidente del Napoli Roberto Fiore, sostituisce allenatori, rinnova la squadra, è contestato, ma non molla. E neanche cede a chi gli vorrebbe strappare il centravanti trascinatore, Giorgio Chinaglia, offrendogli mezzo miliardo. E la spunta, perché se due volte precipita, altrettante risorge in Serie A. Sulla sua giostra sale nel 1971 come manager l'ex arbitro Antonio Sbardella e questi gli consiglia l'allenatore Tommaso Maestrelli. Rare volte la congiunzione degli astri è stata tanto favorevole alla Lazio. Queste sono le radici del suo unico scudetto che è sfiorato e immeritatamente perduto nel 1972-73 ed è finalmente conquistato nel 1974 da una brigata irresistibile: Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D'Amico. L'esultanza è poco più di un miraggio perché scatena la furia delle Arpie. La Lazio capolavoro di Lenzini svanisce incenerita come da una scarica di maledizioni: un tafferuglio alla fine della partita con l'Ipswich la condanna ad essere l'unica squadra estromessa dalla Coppa dei Campioni; una strumentalizzazione politica la sacrifica al Barcellona; muore Maestrelli, se ne va in America Chinaglia, cade vittima di uno scherzo tragico Re Cecconi.

E prima di un derby, nell'ottobre 1979, il suo tifoso Vincenzo Paparelli è orribilmente trafitto da un razzo sparato dalla curva opposta. Come riesca la Lazio a resistere nel massimo campionato ad una sorte così perversa diventa inspiegabile. E come possa rimanere saldo al suo timone Lenzini, addirittura incredibile. Lo invidierebbe persino Ulisse. Solo che per lui non c'è pietoso Omero disposto a guidarlo all'approdo di un destino riparatore. La Lazio e Lenzini non si piegano alle avversità finché debbono affrontarle sul campo. Per costringere la Lazio e Lenzini alla resa, ci vogliono corruzione, tradimento, scandalo. Succederà anche questo, nel 1980.


Parte 5 di 6 - Dalla Gazzetta dello Sport dell'8 gennaio 2000:

Scandali e retrocessioni: poi spunta Cragnotti.

Coincidenze e ricorsi sono certamente fra i giochi misteriosi della vita e punteggiano le vicende della Lazio come se proposti dalla fantasia di uno sceneggiatore in ugual misura perfido e geniale. Fu in occasione di Lazio-Inter (finita 0-0), nel maggio 1964, che serpeggiarono le prime voci di un salto dell'allenatore Lorenzo sull'opposta sponda ed è di nuovo in coincidenza con Lazio-Inter (identico 0-0), nel gennaio 1980, che si incomincia a sussurrare di partite truccate. La goccia diventa macchia e si allarga in pozzanghera. I giorni passano gonfiando intorno ai nomi di un oste e di un fruttivendolo non più fumose indiscrezioni, ma addirittura notizie di denunce alla magistratura. E quando affiorano nomi di società e di giocatori, neanche stavolta la Lazio scampa alla fatalità. Domenica 23 marzo 1980 scatta un'operazione giudiziaria che la futura sentenza del Tribunale di Roma farà ritenere una delle più spropositate e maramaldesche nella storia del costume nazionale: addirittura al termine delle partite e negli stadi sono platealmente arrestati il presidente milanista Colombo e dodici calciatori fra i quali - appena finita Pescara-Lazio - Cacciatori, Giordano, Manfredonia, Montesi e Wilson, tutti tradotti nel carcere romano di Regina Coeli. E' uno scandalo che scuote il calcio italiano dalla base al vertice: il presidente della Federazione Artemio Franchi si dimette, sostituito non a caso dal penalista Sordillo, mentre giustizia ordinaria e sportiva avviano due procedimenti paralleli (quello della Federcalcio si apre il 14 maggio, all'indomani dell'aberrante attentato al Papa).

Lenzini e la Lazio rimangono con il fiato sospeso e breve è il loro sollievo quando il primo verdetto condanna i giocatori ma non la società, perché la Commissione d'Appello infierisce con dubbia equità giudicando con la stessa intransigenza la Lazio e i calciatori colpevoli della sua rovina morale, sportiva ed economica. E tanto è drastica la sentenza dei giudici sportivi, quanto beffarda suonerà mesi dopo quella del Tribunale romano: "Tutti assolti perché il fatto non sussiste!" E' un terremoto disastroso per il club biancoceleste e il suo presidente, sul piano sportivo ed economico. Retrocessa la squadra in serie B, perduto il nazionale olandese René Van De Kerkhof acquistato nel frattempo in seguito alla riapertura delle frontiere, squalificati i cinque giocatori, salta il trasferimento di Giordano in rossonero, anche a causa della condanna dello stesso Milan, e restano congelati giocatori del valore di Wilson e Manfredonia. Dopo 15 anni, due retrocessioni e due promozioni, enormi sacrifici e generosi investimenti, Umberto Lenzini, il presidente artefice del primo scudetto biancoceleste, è costretto ad abdicare a favore dei fratelli Aldo e Angelo. Il suo stato d'animo traspare da queste parole: "Mi sono dimesso, ma non con il cuore. Oggi, entrato in un bar, ho provato vergogna. Mi sento un vigliacco perché la Lazio è in B e io mi sono dimesso proprio dopo la retrocessione". La "vecchia barca" riprende dolorosamente ma caparbiamente la rotta e deve scampare anche a un ufficiale giudiziario. Per soli due punti manca l'immediato ritorno in Serie A ma la delusione moltiplica le difficoltà. Si cerca di nuovo rifugio nell'assemblea e il 23 luglio 1981 con i ritorni di Casoni presidente, Sbardella in luogo di Moggi, D'Amico dal prestito al Torino e ancora Pulici, Badiani e Ghedin si spera di esorcizzare sventure e scandali con le sparute sembianze del miglior passato.

Ma ci vuole ben altro: ancora due anni dura la penitenza in Serie B e quando nel 1983 la Lazio riconquista la Serie A, al suo ritorno si accompagna la rimpatriata di Chinaglia deciso ad assumerne la presidenza. Il capocannoniere della squadra scudetto si mette al lavoro alla sua impetuosa maniera: arruola in cabina di comando Pulici direttore generale, Governato direttore sportivo, Morrone allenatore e, potendo tesserare due stranieri, completa la squadra con Batista e Miki Laudrup oltre a Vinazzani, Cupini e Piraccini. Entusiasmo e ottimismo rifioriscono, ma la realtà del campo è ben diversa: rimpiazzato dopo 12 giornate Morrone con Carosi, la salvezza è acciuffata solo in virtù della classifica avulsa, ma la retrocessione non può essere evitata l'anno dopo, nonostante la presenza di Giordano, Manfredonia, Laudrup, Batista e D'Amico e il doppio cambio dell'allenatore (dopo Carosi, Lorenzo e Oddi). L'amara rinuncia di Chinaglia che riparte per gli Stati Uniti dopo aver ceduto il pacchetto azionario a Franco Chimenti apre per la Lazio un'altra turbolenza. Alla situazione debitoria una calca di parolai e capipopolo smaniosi di velleitario protagonismo aggiunge confusione e ritarda l'intervento di chi davvero può risolvere la crisi. Disperatamente in lotta per sfuggire al vortice che ancora una volta minaccia di inghiottirla, la Lazio crede di esserci riuscita vincendo le ultime due partite a Catanzaro e col Brescia, quando invece deve scoprire che le sue pene istigano il suo destino anziché placarlo: scoppia un altro scandalo e di nuovo ne rimane coinvolta. E stavolta, sprofondata in serie C dalla sentenza di primo grado, perfino la sua sopravvivenza sembra senza domani.

Ma il 28 agosto 1986 la Caf mitiga il verdetto e la rincuora penalizzandola di 9 punti anziché schiantarla in serie C. Questo è l'abisso dal quale due fratelli, Giorgio e Gian Marco Calleri, hanno il coraggio di ripescare la Lazio per riportarla in superficie, sfidando astri perversi. Con loro Renato Bocchi, il direttore sportivo Regalia e l'allenatore Fascetti. L'ultimo rischio di infarto i laziali lo corrono nello spareggio con il Campobasso: è da questo angoscioso successo che comincia la riemersione, seguita dalla più tranquilla navigazione. Se l'impresa folle è riuscita, forse vuol dire che anche il destino più crudele si è pentito, dopo troppe persecuzioni. E la conferma arriva il 22 febbraio 1992, quasi lo stesso giorno in cui cinque anni prima è morto Lenzini: presidente della Lazio diventa Sergio Cragnotti. E, ultima coincidenza, anche lui è nato il 9 gennaio.


Parte 6 di 6 - Dalla Gazzetta dello Sport del 9 gennaio 2000:

Cragnotti avanti con la Lazio.

Dato che quest'ultima puntata riguarda il periodo Cragnotti, abbiamo voluto raccontarlo con la testimonianza diretta del presidente. Quando nel febbraio del '92 si presentò, insieme al compianto fratello Giovanni, ai tifosi biancocelesti come nuovo proprietario della Lazio fu accolto con un certo scetticismo. "Voglio portare la squadra ai vertici internazionali", disse rilevando una "Lazietta" che vivacchiava con il ricordo non lontano delle paure di una retrocessione in C evitata agli spareggi. Questo nuovo presidente che parla di società di calcio che devono essere trasformate a fini di lucro (cosa che accadrà qualche anno dopo) non convince del tutto i tifosi, comunque stufi di Calleri e dei suoi proclami. Ma Cragnotti concretizza subito: arrivano Signori (tre volte capocannoniere con la Lazio), Cravero, l'olandese Winter e Fuser. Mentre si riprende Gascoigne che fa sognare tutti gli appassionati. La Lazio guidata da Zoff finisce quinta e torna in Europa dopo 16 anni. E' Il primo segno tangibile del cambio di gestione. "Ricordo con grande affetto quel periodo. E personaggi come Signori, Riedle e tanti altri sono rimasti nel mio cuore. E sono contento che oggi Beppe, seppur nel Bologna, possa festeggiare con noi. Però se c'è un personaggio cui devo moltissimo è Dino Zoff. Sia come allenatore sia come presidente ha dato tantissimo a questa società. Sul piano dell'esperienza nel mondo del calcio e su quello umano. Un personaggio straordinario cui mi sento di dire un grazie particolare".

E in effetti oggi più che mai Cragnotti è legato a Zoff, cui in amicizia chiede ancora consigli. La Lazio dunque torna in Europa anche se non va molto avanti e nel '93 arrivano altri grandi acquisti: Di Matteo, Marchegiani, Boksic, Casiraghi. La squadra comincia a entrare stabilmente nelle prime posizioni, ma Cragnotti cerca il salto di qualità e nel giugno del '94 riserva due sorprese: Zoff presidente e Zeman allenatore. "Continuo a ritenere il tecnico boemo uno dei migliori in giro. Anche lui è stato importante nella crescita della squadra". Squadra che continua a crescere nei risultati, centrando secondo e terzo posto nei successivi campionati, ma non arrivando mai in fondo nelle Coppe. C'è anche la parentesi Signori, la più amara di Cragnotti. Nel giugno del '95 il finanziere vende il capocannoniere al Parma, ma una protesta popolare, violenta, lo fa recedere. La gente nel tempo ha capito di aver sbagliato: avevo ragione io. Oggi non ci sono più bandiere. Però oggi i tifosi sanno che Cragnotti fa il bene della Lazio". Proseguendo nel cammino, nell'ottobre '96 c'è la disfatta in Uefa di Tenerife (5-3 ed eliminazione) e nel gennaio '97 c'è l'esonero, unico sinora nella gestione, di Zeman con Zoff che torna in panchina. Con SuperDino la Lazio si riprende e centra per la quinta volta consecutiva l'accesso in Uefa. Nell'estate del '97 l'ulteriore passo in avanti con l'arrivo di Mancini, Almeyda e Jugovic ed il ritorno di Boksic (dalla Juve). Cragnotti ha già inserito la Lazio nel gruppo Cirio e si prepara al salto in Borsa, che arriverà a fine stagione: "Non ci credeva nessuno quando proponevo delle strade che adesso tutti intraprendono. La Lazio è una società innovatrice".

E alla fine di una stagione esaltante la Lazio, pur crollando nel finale di campionato e perdendo la finale Uefa con l'Inter, vince la coppa Italia: "E' il primo successo della mia gestione e resta quello che mi ha dato maggiori emozioni. Sì, anche se dopo abbiamo vinto altri tre bei trofei quella prima Coppa resta il ricordo più bello. Ancora ci manca una grande vittoria, come lo scudetto, ma credo proprio che questo sia l'anno buono, anche se la partita di Venezia è stata preparata male". Ritorniamo indietro di un passo e arriviamo alla stagione passata, con i clamorosi acquisti di Salas e Vieri: quella più ricca con la vittoria nella Supercoppa italiana contro la Juve e in coppa Coppe contro il Maiorca, primo successo internazionale. Certo, in maggio si perde anche uno scudetto che sembrava già vinto "ma quell'esperienza adesso ci deve aiutare ad andare sino in fondo senza distrazioni". Quindi una nuova estate piena di colpi a sorpresa con la vendita di Vieri e l'acquisto di Veron: "E una squadra sempre più competitiva che vince la Supercoppa europea contro il Manchester e si candida per primeggiare in Italia ed Europa". Ed eccoci alla festa, che Cragnotti vuole godersi: "E' un momento particolare e io sono felice della concomitanza col mio compleanno. Fascetti? Sarà nostro gradito ospite. Ma se per problemi organizzativi non è stato invitato, ciò non significa che questa dirigenza abbia dimenticato le pagine storiche scritte da questo allenatore, che è stato fondamentale per la Lazio". E dopo aver allungato la mano a Fascetti, Cragnotti scende in campo: "Sì, oggi vestirò la maglia numero 100 e giocherò centravanti. Di posizione naturalmente".



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