Centenario: Mario Pennacchia racconta sulla Gazzetta dello Sport la Storia della Lazio - p. 1


Il Messaggero riporta la notizia della nascita della Società "Lazio"
Ponte Margherita e Piazza della Libertà all'inizio del '900
L'antica Piazza d'Armi
Una veduta aerea del "Capanno di Pippanera"
Una veduta aerea dello Stadio della Rondinella

Stagione

Centenario: Mario Pennacchia racconta sulla Gazzetta dello Sport la Storia della Lazio - p. 2

Il Centenario del 9 gennaio 2000


Mario Pennacchia, giornalista, scrittore e dirigente biancoceleste, pubblica nel gennaio 2000 una serie di articoli sulla Gazzetta dello Sport in cui racconta i primi cento anni del sodalizio fondato da Luigi Bigiarelli e da altri otto Fondatori. LazioWiki, in questa e nella pagina che segue, riporta per i propri lettori questi articoli.


Parte 1 di 6 - Dalla Gazzetta dello Sport del 3 gennaio 2000:

All'inizio era una società di podisti.

Quattro anni dopo la restaurazione dell'Olimpiade ad Atene, una scintilla della fiaccola olimpica cade sulla sponda del Tevere e dà vita alla Lazio. Lungo la corrente che scende da ponte Milvio, una decina di capanne di legno e stuoie piantate su palafitte punteggiano il panorama. A Roma, il Tevere è vita. È proprio questo è il tempo in cui germoglia il "fenomeno" che infiammerà il secolo: ad Atene nel 1896 sono risorte le Olimpiadi, a Milano è nata "La Gazzetta dello Sport", due anni dopo a Torino è stato improvvisato il primo campionato di calcio e alle 7 federazioni sportive esistenti (Ginnastica, Vela, Ciclismo, Canottaggio, Nuoto, Tiro a segno e Tennis) si è aggiunta quella del Football. In questa Roma si rincorrono nomi di giovanotti che nemmeno sanno di essere destinati ad unirsi ed esaltarsi intorno ad un'idea. I più frequentano una capanna dal nome che è insieme un'insolenza e uno sberleffo: "Pippa nera". Sta sotto ponte Margherita e vi si scende da piazza della Libertà. Uno di questi giovani è un bersagliere sopravvissuto alla spaventosa disfatta di Adua: si chiama Luigi Bigiarelli e la brutale esperienza della guerra che gli brucia addosso si riversa nella sua ansia di vivere. Abituati alla comune quotidianità spensierata, questi ragazzi romani residenti fra Trastevere, piazza Navona, Prati, piazza del Popolo e porto fluviale di Ripetta non si rassegnano alla malinconia dell'inverno e non hanno altro modo di ribellarsi che continuare a vedersi, sempre là, sulla sponda della "Pippa Nera". Ecco il dove, quando e per merito di chi spunta la Lazio: Piazza della Libertà, 9 gennaio 1900, su iniziativa dell'ex sergente dei bersaglieri Luigi Bigiarelli, condivisa dal fratello Giacomo, da Odoacre Aloisi, Arturo Balestrieri, Alceste Grifoni, Giulio Lefevre, Galileo Massa, Alberto Mesones, Enrico Venier.

Tranne i due Bigiarelli e Balestrieri, tutti sotto i vent'anni. Hanno subito due nodi da sciogliere: il nome e i colori. Il nome dovrebbe essere spontaneo: quello della città. Ma nella frenesia del nuovo che li accalora e li confonde, pretendono di essere originali fino in fondo: "C'è già la Ginnastica Roma, non possiamo confonderci. Ma più grande di Roma, tanto che addirittura la comprende, c'è il Lazio, cioè la nostra origine latina, e così ci chiameremo: Società Podistica Lazio". Il richiamo ideale diventa poi irresistibile quando si passa alla scelta dei colori: "Da quattro anni sono risorte le Olimpiadi, la Grecia è la culla dei Giochi, dunque la sua bandiera non può non essere la nostra bandiera: bianco e celeste". La notizia di questa nuova società sportiva vola di quartiere in quartiere ed è singolare la forza del suo richiamo. Da ogni parte della città arrivano giovani ansiosi di aderire e di battersi. Al podismo si aggiunge il nuoto e poi la ginnastica e ancora il canottaggio. Finché proprio sull'uscio della prima sede trovata in via Valadier, 6 - dopo il primo provvisorio recapito a casa di Bigiarelli in via degli Osti, all'Arco della Pace - non viene a rimbalzare un pallone. In via Valadier si presenta un tipo originale: "Voi siete la Lazio, è così? Io mi chiamo Bruto Seghettini, sono socio del Racing Club di Parigi. Siccome ho saputo della vostra nuova società, sono venuto a chiedervi se giocate al football". I laziali, ignari, si guardano disorientati e l'altro estrae un pallone mai visto. Seghettini mostra come si fa e piazza un bel tiro su una finestra, mandandone il vetro in frantumi. Questo è a Roma il calcio d'inizio di una partita che avrà il respiro del secolo.

La prima sfida è con la Virtus, cioè una squadra di laziali secessionisti: si gioca in piazza d'Armi (dove un giorno sorgerà il Foro Mussolini, poi Foro Italico) il 16 maggio 1902 (n.d.a.: per LazioWiki la gara si è disputata in data 15 maggio 1904). Vince la Lazio 3-0, con 3 gol del suo centravanti Ancherani. Al contrario dei compagni che spopolano nelle altre discipline, come Pericle Pagliani nella corsa e Romano Zangrilli nella marcia, i calciatori sono desolati perché non trovano avversari. Ma quando il nuovo presidente Fortunato Ballerini - che per vent'anni guiderà e farà grande la società - ottiene il campo al Parco dei Daini adiacente a Villa Borghese, per i laziali è un colpo di fortuna. Perché vi incontrano seminaristi irlandesi e scozzesi e al prezzo di sonanti sberle ne vengono ogni giorno sempre più ammaestrati nell'arte del football "originale". Man mano che spuntano nuove società e nuove squadre, la Lazio le incontra e le spazza via. Così si aggiudica i primi tornei. E per non inaridirsi decide di sconfinare. Nel giugno del 1907 (n.d.a.: per LazioWiki 1908) accetta di misurarsi con la vincente del triangolare fra Pisa, Livorno e Lucchese, ma una volta sul posto è costretta ad affrontarle tutte e tre. Le liquida in un sol giorno, tra le 10 e le 18. Ora si sa chi è la Lazio e l'Internazionale di Milano l'invita all'inaugurazione del suo nuovo campo in via Goldoni il 1° gennaio 1913. I nerazzurri si impongono per 3-1 ma Franco Scarioni sulla "Gazzetta dello Sport" lusinga i romani: "Al fischio della fine una clamorosa ovazione salutava la squadra di Roma che si è dimostrata non indegna della prima categoria lombardo-ligure".

Ed eccola, la Lazio, prima finalista nazionale del Centro Sud. Inesperta, costretta a giocare a mesi di distanza dalla fine dei tornei di qualificazione, quando ormai è in disarmo, e soccombe sia alla Pro Vercelli (1913) sia al Casale (1914). Ma resta vessillifera del Centro-Sud e così si ripropone nella stagione 1914-15. Prima nel girone centrale, è attesa dalla formalità dell'ultima partita per poi vedersela con la finalista del Nord. Lazio-Lucca è in programma il 23 maggio 1915 ma alle due squadre l'arbitro si limita a leggere questo telegramma della Federazione: "In seguito mobilitazione generale per criteri di opportunità sospendesi ogni gara". Adesso non è più una squadra, ma una schiera di laziali che va in campo: partono soldati i calciatori Corelli, Consiglio, Branca, Faccani, Grasselli, Terrile, Bona, Saraceni, Donati, Laviosa, Di Napoli, i fratelli Levi, Zoppi, Zucchi, Serventi, Gaslini, Fioranti e, con Bitetti, decine di soci e atleti delle altre discipline fra i quali Alberto Canalini, il falegname costruttore delle prime porte di legno, che cadrà sul fronte. Altri come lui non torneranno e non pochi conquisteranno medaglie al valore. E mentre il presidente onorario della Lazio Paolo Boselli è nominato dal re capo del governo di unione nazionale, il presidente Ballerini trasforma il campo della Rondinella in orto di guerra.


Parte 2 di 6 - Dalla Gazzetta dello Sport del 4 gennaio 2000:

Bernardini voleva stare in porta. Nel '27 la paura di scomparire. Il federale fascista Foschi ordinò: un solo club nella capitale. La Lazio riuscì a sopravvivere e a vincere derby eroici contro la potente Roma. Nel '19 si presentò un bambino di 13 anni: Fulvio Bernardini.

Quando la grande guerra finisce e la vita riprende, il respiro non è più lo stesso. La Lazio pian piano si rianima, fa l'appello commosso dei suoi caduti, riabbraccia ad uno ad uno i suoi giovani che tornano dal fronte, comincia a riordinare le file. Ma scopre la discordia e la discordia provoca un vero e proprio divorzio. Una volta trasformata la Rondinella in orto di guerra e istituita da Ballerini una sezione femminile, le ragazze si sono impossessate del campo e ora non hanno davvero intenzione di smobilitare. Ma i pionieri e le nuove schiere capitanati da Baccani, Bitetti, Masini e Palmieri prendono il sopravvento, costringono Ballerini a cedere e irrompono alla Rondinella con la febbre addosso della ricostruzione e della rinascita. Sono passati 4 anni da quando la Lazio dettava legge e nel frattempo nuove società sono nate, altre si sono agguerrite come la Fortitudo, l'Alba, la Pro Roma, il Roman, l'Audace, la Juventus, la Romana. Lenta è perciò la riemersione dei biancocelesti che tuttavia continuano ad esercitare il maggior richiamo fra i giovani. Un giorno dell'ottobre 1919 alla Rondinella si presenta un ragazzino che si chiama Fulvio Bernardini, non ha ancora 14 anni e dice di giocare da portiere nell'Esquilia, una squadra del rione Monti-Esquilino. Viene provato e non solo tesserato, ma anche promosso titolare sul campo!

Il portiere è la larva che si schiuderà per far volare una superba farfalla: il Fulvio Bernardini mezz'ala, centromediano, capitano, trascinatore e vanto della Lazio, a 19 anni primo calciatore centromeridionale in maglia azzurra (7-0 alla Francia, Torino, 22 marzo 1925). Nell'Italia investita dal ciclone che la costringe a indossare la camicia nera, anche l'organizzazione del calcio naufraga e dalla secessione delle maggiori società nasce la Confederazione alla quale anche la Lazio aderisce. La separazione dura però un anno e nella stagione 1922-23, ricomposta l'unione federale, i biancocelesti riemergono al più alto livello nazionale. Ma lo sviluppo industriale, economico e sociale delle grandi città riaccende la miccia e l'ormai insanabile contrasto fra clubs metropolitani e di provincia fa scattare l'intervento del regime che impone un nuovo ordinamento del calcio, ne sfoltisce i ranghi al vertice e istituisce il campionato di Serie A a girone unico. La Lazio ci arriva provata da due violente scosse che lasceranno segni indelebili nella sua storia e nel suo destino. Il ventenne Ezio Sclavi che è militare a Roma viene improvvisato portiere e rivela un talento naturale portentoso. Congedato, si dichiara pronto a restare nella Lazio purché la società gli assicuri vitto e alloggio. I fautori del dilettantismo puro, guidati da Bernardini, si rivoltano e Sclavi (con l'altro militare Vojak) deve rassegnarsi al distacco (la Juventus è pronta a chiamarli a Torino). La battaglia durissima lascia nella società profonde lacerazioni che si riaprono più brucianti quando tre anni dopo, con estrema incongruenza, è lo stesso Bernardini, prossimo alfiere della Roma, a ripudiare l'integralismo dilettantistico accettando l'offerta dell'Internazionale di Milano (100 mila lire per due anni).

Il secondo terremoto viene dall'esterno, provocato appunto dalla decisione del federale fascista della capitale, Italo Foschi, di spazzar via tutte le società per costituire una sola associazione con il nome e i colori della città. Grazie al provvidenziale intervento del generale Giorgio Vaccaro, che fra l'altro ricorda al federale che dal 1921 la Lazio è anche Ente Morale, il misfatto viene scongiurato, ma è chiaro che dal luglio 1927 i rapporti di forza sono stravolti, essendo i biancocelesti costretti a vedersela con ben sette avversari coalizzati in una sola società. Perciò due anni dopo, mentre la Roma non ha difficoltà a qualificarsi per la nuova Serie A, la Lazio è costretta a giocarsi l'ultimo posto disponibile in uno spareggio con il Napoli a Milano il 23 giugno 1929. E' una sfida drammatica. La Lazio in svantaggio e in dieci uomini, realizza il miracolo: a 10' dalla fine riacciuffa un rocambolesco pareggio con Cevenini V e lo difende con le unghie nei tempi supplementari. E' con l'avvento del presidente Eugenio Gualdi a metà degli Anni 30 che la Lazio conquista le prime pagine per gli acquisti di Piola, Viani, Blason, Levratto e Ferraris IV ai quali aggiunge il trio alessandrino Milano, Riccardi, Busani. Seconda dietro il Bologna, la Lazio arriva a contendere la Coppa Europa ai campioni ungheresi del Ferencvaros. I laziali Baldo e Gabriotti nella squadra che trionfa alle Olimpiadi di Berlino, i "pulcini" che incantano 30.000 austriaci al Prater di Vienna prima di Austria-Belgio pareggiando con una squadra di coetanei, il favoloso Piola cannoniere campione del mondo a Parigi scandiscono i passaggi di maggior prestigio e di più motivato orgoglio per il mondo biancoceleste, insieme con quelle maledette e benedette scariche di emozioni e di follie che si chiamano derby.

Per la supremazia portatale in dote dalle sette società assemblate alla sua fondazione e accresciuta con ulteriori acquisti come quello di Bernardini, la Roma ha un logico sopravvento, ma proprio nelle sfide stracittadine la Lazio si richiama allo spirito dei pionieri e compie prodigi di dedizione e di slancio agonistico. Così soprattutto il 24 maggio 1931, quando la Roma, frenata nella sua corsa allo scudetto, esplode a fine gara in tutta la sua furiosa insofferenza, epilogo che si sarebbe ripetuto a parti rovesciate sei anni dopo. E l'11 marzo 1934, quando un 3-0 della Roma dopo il primo quarto d'ora, diventa 3-3. E il 26 maggio 1940, quando in uno stadio gremito solo da romanisti, la Lazio senza quasi tutti i titolari e con cinque ex "pulcini" la spunta in virtù di un gol di Flamini e della prodezza del terzo portiere Giovannini che sventa un rigore. E il 16 marzo 1941, quando Piola con la fronte ferita segna proprio di testa il primo dei suoi due gol nel derby giocato al confine della retrocessione. Ed è ancora un derby a segnare la svolta epocale. Testaccio, 15 gennaio 1939. La Lazio espugna il bunker dei rivali con i gol di Zacconi e Busani. E' la prima e anche l'ultima volta, perché il campo poco dopo verrà demolito. E' altresì l'ultima partita di Bernardini nonché la prima di Sandro Ferri, ennesimo talento plasmato dall'inesauribile scuola della Rondinella. Ferri, non ancora diciottenne, è convocato solo la domenica mattina. Gioca e vince. Nell'esultanza i giocatori ottengono dal presidente Zenobi il premio astronomico di 3000 lire, ma il solo Ferri non lo riceve: "Perché sei ancora minorenne!" gli urla Zenobi, negandoglielo. E Sandrino, imperterrito: "Allora domani ve manno mi' padre che è maggiorenne". Ferri strapperà quel premio tenacemente, come si suol dire, a pezzi e bocconi, ma gli ci vorranno due anni. Ormai incombe l'apocalisse e sarà tutto un altro il mondo che verrà.


Parte 3 di 6 - Dalla Gazzetta dello Sport del 5 gennaio 2000:

Nel dopoguerra gli anni dei sogni durano poco.

Dal 10 giugno 1940 l'Italia è in guerra. Il 19 luglio 1943 Roma è devastata per la prima volta dalle bombe. Sei giorni dopo cade il fascismo. La guerra ci piomba in casa. La Lazio richiama i suoi pionieri e si fa più viva che mai. L'esercito alleato avanza dalla Sicilia, i bombardamenti straziano la Penisola, Roma è proclamata città aperta, il governo Badoglio chiede l'armistizio, dalle Alpi scendono altre armate tedesche, si scatena la guerra civile. E cosa fa la Lazio? Riprende gli allenamenti alla Rondinella intorno a Dino Canestri! Se questa è pazzia, essa è contagiosa perché rispuntano, con Fulvio Bernardini e Attilio Ferraris, anche l'Alba, la Pro Roma, la Fortitudo, la Juventus, la Romana, tutto l'antiquariato del calcio capitolino, e naturalmente la Roma, la Mater e le altre società di più fresca data. Ai primi di dicembre 1943 si ha l'ardire di promuovere un campionato che incredibilmente arriva fino in fondo per concludersi neanche una settimana prima che da Porta San Giovanni, il 4 giugno 1944, entri l'avanguardia della V Armata americana del generale Clark! Sembra una favola, ma chi poteva vincerlo questo campionato che è un inno al coraggio e alla vita, con il calendario rimesso indietro di quarant'anni? La squadra biancoceleste. La ricostruzione è febbrile. La Lazio aspetta che torni Remo Zenobi per competere con le squadre più forti e poiché ha perduto il campionissimo Silvio Piola (tornato nel suo Piemonte), il destino gliene regala un altro di vertiginoso prestigio: Fausto Coppi, appena rientrato dalla prigionia.

Ma riecco finalmente Zenobi dopo un'estenuante staffetta (Campos, Ercoli, Rivola, Bornigia, Giorgio Casoni, Mazzitelli). Da lui saggiamente pilotata, la Lazio si attesta in prossimità del tetto della classifica. Per quattro anni sereno, il cielo di colpo si oscura per la morte di Zenobi. L'evento luttuoso non solo coglie la società di sorpresa, ma ne rivela un malessere sotterraneo, una ragnatela di contraddizioni e perfino la fronda che il grande presidente aveva saputo dominare. Con la morte di Zenobi la Lazio entra in una turbolenza senza fine. Subito un successore non si trova. L'imprenditore Antonio Annunziata propone un nuovo modello di gestione, ma non ottiene adesioni. Soccorritore diventa il presidente generale Costantino Tessarolo, eminente figura del Gotha economico nazionale, e della Lazio si invaghisce a tal punto da formare con il conte Mario Vaselli, chiamato a guidare la sezione calcio, una diarchia che a tutto bada fuorché alle spese. La Lazio sbalordisce l'Italia del calcio perché presidente e vicepresidente non solo acquistano giocatori a grappoli (Selmosson e Bettini dall'Udinese, Vivolo dalla Juventus, Burini dal Milan e il nazionale brasiliano Tozzi dal Palmeiras, i colpi più a sensazione); non solo ne smistano anche ad altre società (come Vinicio al Napoli, Lovati in prestito al Torino), ma assumono addirittura doppioni in concorrenza fra di loro: i segretari Ricciardi e Valentini e i tecnici Raynor e Carver (inglesi), Copernico e Ferrero. La baldoria dura un paio di stagioni ed è un crak al di fuori del calcio che disarciona Vaselli e Tessarolo e porta scompiglio nella Lazio, tanto più sgomenta perché folgorata mentre è ai vertici della classifica (quarta dietro Fiorentina, Milan e Inter nel 1955-56 e terza dietro Milan e Fiorentina nel 1956-57). Brutale arriva la resa dei conti: il passivo supera la spaventosa quota di 800 milioni. Si teme ormai il collasso, quando uno spiraglio è aperto dalla reggenza del professor Leonardo Siliato affiancato dall'industriale farmaceutico Antonio Alecce.

All'assemblea del 4 novembre 1956 che lo elegge presidente, Siliato si presenta togliendo ogni illusione perché avverte che è abituato a dar del lei anche alle mille lire. La situazione è insostenibile. Una trattativa di cessione di Selmosson all'Inter suscita furori e muore sul nascere. Siliato si dimette, ma si fa convincere a restare come reggente. La speranza di risollevare gli animi con il ritorno di Bernardini è soffocata dallo smembramento della squadra. È necessario vendere i gioielli di famiglia e nemmeno la violenta rivolta dei tifosi può impedire la cessione di Selmosson alla Roma per 125 milioni. L'insperata vittoria della Coppa Italia ripristinata nel 1958 dopo la guerra (1-0 alla Fiorentina nella finale) porta breve sollievo: la Lazio può sperare solo di rimanere una delle rare società mai retrocesse. Ma ci riesce fino all'umiliante calvario del 1960-61. I tifosi insorgono ricorrendo all'ottantenne Olindo Bitetti, rimasto indomito nella desolata sede di Via Frattina. La rivolta costringe i dirigenti a dimettersi e l'ennesima assemblea si appella al mai dimenticato Tessarolo. Due anni la Lazio è costretta a rimanere in B per un gol decisivo inverosimilmente non visto dall'arbitro nella partita con il Napoli, così come inverosimile è il pittoresco personaggio, Ernesto Brivio, al quale la navicella biancoceleste ha la debolezza di affidarsi prima che Angelo Miceli e Massimo Giovannini, coadiuvati da Morucci, Antonelli, De Luca e Gilardoni, timoniere Lorenzo, la riconducano nel porto della Serie A. Qui sta ad aspettarla un nuovo "armatore", si chiama Umberto Lenzini.



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